La sera del 15 febbraio 2009, con il 94,2 % dei verbali scrutinati e 2.251 ancora in arrivo, il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela annunciò che il Sì aveva vinto con circa il 54 % dei voti. Hugo Chávez festeggiò dal balcone del palazzo di Miraflores, a Caracas. Quattordici mesi prima, in una notte del tutto simile, aveva dovuto riconoscere la prima sconfitta elettorale della sua presidenza. A separare le due consultazioni era soprattutto l’ampiezza della domanda.
L’emendamento numero 1 alla Costituzione del 1999 abolì il limite ai mandati per tutte le cariche elettive: presidente della Repubblica, governatori, sindaci, deputati all’Assemblea Nazionale e membri dei consigli legislativi degli Stati. Da allora chiunque ricopra una di queste cariche può ricandidarsi alla stessa quante volte vuole, a patto di vincere il voto.
Il precedente: la riforma respinta del 2007
Il 2 dicembre 2007 i venezuelani furono chiamati a votare un progetto di riforma che modificava 69 articoli della Costituzione, divisi in due blocchi. Tra le altre cose portava il mandato presidenziale da sei a sette anni, eliminava il limite alla rielezione del presidente, riduceva l’orario di lavoro settimanale da 44 a 36 ore e abbassava l’età per votare da 18 a 16 anni. Il primo bollettino del CNE diede la vittoria al No in entrambi i blocchi: 50,70 % nel blocco A e 51,05 % nel blocco B. L’affluenza si fermò intorno al 56 %.
Chávez accettò il risultato quella stessa notte e si congratulò con gli avversari. Più tardi parlò di rilanciare la proposta, con parole che richiamavano la frase del febbraio 1992, quando aveva detto che gli obiettivi non erano stati raggiunti «per ora».
La Costituzione poneva però un ostacolo. L’articolo 345 stabilisce che l’iniziativa di riforma costituzionale non approvata «non potrà essere presentata di nuovo nello stesso periodo costituzionale all’Assemblea Nazionale». Il mandato presidenziale in corso era cominciato nel gennaio 2007 e sarebbe finito nel gennaio 2013. Se si voleva rivotare sulla rielezione prima di quella data, occorreva un’altra strada.
Riforma ed emendamento: due procedure diverse
Per capire il voto del 2009 bisogna distinguere tra i due strumenti, perché la discussione girò proprio intorno a questa differenza. La Costituzione venezuelana prevede tre vie di modifica: l’emendamento (articoli 340 e 341), la riforma (articoli 342-346) e l’Assemblea Nazionale Costituente (articoli 347-350).
La riforma serve a una «revisione parziale» che sostituisca una o più norme senza toccare la struttura e i principi fondamentali. Richiede tre letture in Assemblea e il voto dei due terzi dei deputati prima del referendum. L’emendamento, secondo l’articolo 340, ha per oggetto «l’aggiunta o la modifica di uno o più articoli» senza alterare la struttura fondamentale. L’iniziativa spetta al 15 % degli iscritti al registro elettorale, al 30 % dei membri dell’Assemblea Nazionale o al presidente in Consiglio dei ministri. Se parte dall’Assemblea basta la maggioranza dei suoi componenti, e il Potere Elettorale deve sottoporre il testo a referendum trenta giorni dopo averlo ricevuto formalmente.
L’articolo 345 parla solo della riforma. Da qui partiva l’argomento del governo e della sua maggioranza parlamentare: l’emendamento è un’altra procedura e il divieto di ripresentare la riforma respinta non lo riguarda. L’opposizione rispondeva che il contenuto era, nella sostanza, quello già votato nel 2007, e che cambiare il nome della procedura non cambiava la sostanza. La Sala costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia ammise la via dell’emendamento e la consultazione andò avanti.
Dalla proposta al voto
La spinta arrivò poco dopo le elezioni regionali del novembre 2008. All’inizio di dicembre Chávez propose di aprire il dibattito sulla rielezione continua attraverso un emendamento e chiese ai suoi sostenitori di promuoverlo.
La prima versione riguardava soltanto il presidente. Nel gennaio 2009 la proposta fu estesa a tutte le cariche elettive. Con questo cambiamento la rielezione senza limiti non riguardava più una sola persona, ma anche governatori e sindaci di ogni partito, compresi quelli d’opposizione. Il 14 gennaio 2009 l’Assemblea Nazionale, a larghissima maggioranza di governo, approvò il testo in seconda lettura con 156 voti favorevoli, e il CNE fissò la consultazione per il 15 febbraio.
Gli articoli interessati erano cinque: il 160 sui governatori, il 162 sui consigli legislativi degli Stati, il 174 sui sindaci, il 192 sui deputati e il 230 sul presidente della Repubblica. Nella versione originale del 1999 l’articolo 230 diceva che il periodo presidenziale è di sei anni e che il presidente «può essere rieletto, immediatamente e per una sola volta, per un nuovo periodo». L’emendamento mantenne i sei anni e soppresse la limitazione.
Il quesito
La scheda conteneva una sola domanda, formulata in termini di ampliamento dei diritti. Cominciava così: «¿Aprueba usted la enmienda de los artículos 160, 162, 174, 192 y 230 de la Constitución de la República, tramitada por la Asamblea Nacional, que amplía los derechos políticos del pueblo…?», cioè «Approva l’emendamento degli articoli 160, 162, 174, 192 e 230 della Costituzione della Repubblica, approvato dall’Assemblea Nazionale, che amplia i diritti politici del popolo…?». Il testo spiegava poi lo scopo: permettere a chi ricopre una carica elettiva di candidarsi di nuovo alla stessa carica, lasciando la decisione esclusivamente al voto popolare.
Anche la formulazione entrò nella campagna. I sostenitori del Sì insistevano sul fatto che l’emendamento non garantiva il posto a nessuno, ma restituiva la scelta agli elettori a ogni elezione. I sostenitori del No ribattevano che il vantaggio di chi governa, con accesso alle risorse dello Stato e ai media pubblici, rendeva la rielezione illimitata un rischio per l’alternanza. Il movimento studentesco, già protagonista della campagna contro la riforma del 2007, tornò a mobilitarsi contro l’emendamento.
I risultati del referendum
Il CNE pubblicò tre bollettini. Il primo, la sera stessa del 15 febbraio, con il 94,2 % dei verbali, attribuiva al Sì il 54,3 % e al No il 45,63 %, con un’affluenza del 67,05 %, secondo l’agenzia Emol. Il secondo, del 16 febbraio, riprodotto dalla banca dati elettorale dell’Università di Georgetown, dava 6.310.482 voti al Sì (54,85 %) e 5.193.839 al No (45,14 %). Il terzo, con il 99,75 % dei verbali, fissò le cifre che di solito si citano come definitive.
| Bollettino | Verbali scrutinati | Sì | No | Affluenza |
|---|---|---|---|---|
| Primo (15 febbraio) | 94,2 % | 54,3 % | 45,63 % | 67,05 % |
| Secondo (16 febbraio) | n.d. | 6.310.482 (54,85 %) | 5.193.839 (45,14 %) | n.d. |
| Terzo | 99,75 % | 6.319.636 (54,86 %) | 5.198.006 (45,13 %) | ≈70 % |
Lo scarto finale superò di poco 1,1 milioni di voti. Le fonti che riportano il terzo bollettino non concordano sul denominatore: una indica 16.767.511 iscritti e un’affluenza del 69,92 %, un’altra 16.652.179 iscritti e il 70,41 %. In entrambi i casi votò circa il 70 % degli aventi diritto, quattordici punti in più rispetto alla riforma del 2007. Le schede nulle furono poco più di 206.000.
Il confronto con il 2007 aiuta a leggere il dato. Nel primo bollettino di quella consultazione il Sì del blocco A aveva raccolto 4.379.392 voti e il No 4.504.354. Nel 2009 il Sì salì a 6.319.636, quasi due milioni in più, mentre il No crebbe di circa 700.000 voti. La maggior parte dell’aumento dell’affluenza andò dunque a favore dell’emendamento. I numeri aggregati non dicono chi fossero i nuovi votanti: astenuti del 2007, giovani appena iscritti o elettori che avevano cambiato idea.
In prospettiva, il 2009 si colloca tra le consultazioni più partecipate dell’era della Costituzione bolivariana. Al referendum che approvò il testo, il 15 dicembre 1999, l’astensione era stata del 54,74 %; al referendum revocatorio contro Chávez del 15 agosto 2004 aveva votato il 69,92 % degli iscritti, una quota quasi identica a quella del 2009. La riforma del 2007, con i suoi due blocchi e 69 articoli, era rimasta ben al di sotto. Una domanda sola, breve e comprensibile, sembra aver mobilitato più della proposta articolata di due anni prima, anche se i dati disponibili non permettono di stabilire con certezza il perché.
A differenza di altre consultazioni venezuelane, il risultato non fu contestato. Omar Barboza, di Un Nuevo Tiempo, disse che l’opposizione era democratica e riconosceva risultati che a suo giudizio erano stati «influenzati dal ventajismo» del governo. Tomás Guanipa, di Primero Justicia, parlò di «ricatto, intimidazione e paura» durante la campagna e invitò a lavorare per un cambiamento politico alle presidenziali del 2012.
Che cosa è venuto dopo
L’emendamento ebbe effetti immediati sul calendario politico. Chávez si candidò alle presidenziali del 7 ottobre 2012 e le vinse con il 55,07 % contro Henrique Capriles, secondo il CNE, con un’affluenza dell’80,49 %. Morì il 5 marzo 2013, pochi mesi dopo. Il suo successore, Nicolás Maduro, eletto nell’aprile 2013, chiese la rielezione nel 2018 e nel 2024: due voti dai risultati contestati, ricostruiti con le cifre ufficiali, i conteggi indipendenti e le valutazioni degli osservatori nella pagina in spagnolo sulle elezioni presidenziali del 2024. Per il testo corrispondente in spagnolo si può consultare la pagina sul referendum costituzionale del 2009.
La norma si applicò anche a livello regionale e comunale. Governatori e sindaci che nel 2008 stavano esercitando il secondo mandato poterono ripresentarsi, e poiché l’emendamento non faceva distinzioni di partito, la possibilità valeva tanto per gli esponenti di governo quanto per quelli d’opposizione.
Tra i circa 16,7 milioni di iscritti al registro elettorale c’erano anche molti venezuelani di origine italiana, discendenti delle ondate migratorie del Novecento; la storia di quella comunità è ricostruita nella pagina sugli italiani in Venezuela.
Una curiosità editoriale. L’articolo 341 impone di numerare gli emendamenti e di pubblicarli in coda alla Costituzione «senza alterarne il testo», con una nota a piè dell’articolo modificato. Per questo in molte edizioni a stampa l’articolo 230 compare ancora nella sua formulazione del 1999, e l’emendamento si trova in un’appendice finale che non tutti i lettori vanno a cercare.
La storia della rielezione in Venezuela non comincia nel 2009. La Costituzione del 1961, in vigore durante il periodo democratico aperto nel 1958, stabiliva all’articolo 185 che chi avesse esercitato la presidenza per un periodo costituzionale non potesse tornare alla carica «entro i dieci anni successivi alla fine del suo mandato». Così fecero Carlos Andrés Pérez, eletto nel 1973 e di nuovo nel 1988, e Rafael Caldera, eletto nel 1968 e nel 1993. La Costituzione del 1999 sostituì quell’attesa con un’unica rielezione immediata; l’emendamento del 2009 eliminò l’ultimo limite.