Nel 1958 rientrarono in Italia dal Venezuela quasi 17.000 persone, il numero più alto di rimpatri che le statistiche italiane registrino per quella destinazione. Il 23 gennaio di quell’anno era caduto il regime di Marcos Pérez Jiménez, e con lui la particolare sintonia tra il governo di Caracas e i maggiori esponenti della collettività italiana, come ricorda il demografo Antonio Cortese. Eppure la maggior parte di chi era partito nel decennio precedente restò, e il Venezuela divenne una delle mete meno raccontate e più significative dell’emigrazione italiana del dopoguerra.
Una presenza antica ma esigua
Gli italiani in Venezuela non arrivarono con il petrolio. Nell’Ottocento si trovano ufficiali, insegnanti e tecnici della penisola nella vita pubblica della giovane repubblica: il piemontese Carlo Luigi Castelli, reduce delle guerre d’indipendenza, fu generale di divisione e più volte ministro della Guerra e della Marina, e il cartografo lughese Agostino Codazzi pubblicò a Parigi nel 1840 il primo grande atlante fisico e politico del paese.
I numeri però restarono piccoli per decenni. Il censimento venezuelano del 1881, il primo a distinguere le nazionalità, contò poco più di 3.000 italiani, e quello del 1891 ne registrò 3.030. Tra il 1874 e il 1888 entrarono nel paese 2.764 italiani, per l’85 % agricoltori che si stabilirono negli stati andini di Mérida, Táchira e Trujillo. Nell’oriente, a Carúpano, Cumaná e Ciudad Bolívar, famiglie corse e italiane ebbero per alcune generazioni un ruolo di primo piano nel commercio e nella vita cittadina.
Un tentativo di emigrazione organizzata finì prima di cominciare. Nel 1842 lo stesso Castelli radunò oltre trecento contadini e artigiani italiani, ma la nave che doveva portarli, L’Italia, naufragò davanti a Livorno. L’episodio è minore; resta però una buona immagine di quanto fosse fragile, allora, il legame tra i due paesi.
Durante la seconda guerra mondiale gli italiani residenti divennero sudditi di un paese nemico. La legge venezuelana del 1942 sulle attività degli stranieri limitò le organizzazioni di tedeschi, italiani e giapponesi, e il 15 febbraio 1945 il Venezuela dichiarò guerra alla Germania, all’Italia e al Giappone.
L’emigrazione italiana del dopoguerra
Il quadro cambiò in pochi anni. Secondo Cortese, dal 1946 alla metà degli anni Settanta le partenze verso le mete transoceaniche «tradizionali», Stati Uniti, Brasile e Argentina, sommarono 1.112.826 emigranti, e quelle verso le «nuove», Canada, Venezuela e Australia, 1.058.124. Il Venezuela, trainato dall’economia petrolifera e mineraria, divenne per molti una meta preferita alla stessa Argentina.
Dal lato venezuelano, la porta si aprì già nel 1946, quando una Commissione nazionale per l’immigrazione presieduta da Enrique Tejera París organizzò missioni di selezione in Italia, Spagna e Portogallo; Tejera stesso andò in Italia come capo missione. Il problema era il trasporto: fino al 1947 mancavano navi transatlantiche per i civili. Quell’anno arrivarono in Venezuela circa 20.000 persone, e dal 1949 le rappresentanze diplomatiche venezuelane in Europa ebbero addetti all’immigrazione, in particolare in Italia e in Spagna.
La giunta militare salita al potere nel novembre 1948 e poi il governo di Pérez Jiménez portarono avanti quella che in Venezuela si chiama la politica delle «porte aperte». Le pratiche d’ingresso per gli europei furono ridotte all’essenziale e dall’ottobre 1954 i consoli venezuelani in Italia, Spagna e Portogallo poterono rilasciare il visto senza consultare Caracas a chi aveva meno di 35 anni, fedina penale pulita e certificato di buona salute. La selezione aveva anche un criterio d’origine: la legge del 1936 escludeva chi non fosse di razza bianca, e gli storici venezuelani hanno sottolineato questo aspetto di una politica aperta quasi solo agli europei.
Tra il 1948 e il 1961 ricevettero per la prima volta la carta d’identità venezuelana 614.425 stranieri; contando chi non la chiese e i bambini, gli arrivi dovettero sfiorare gli 800.000. Spagnoli, italiani, statunitensi, colombiani e portoghesi, in quest’ordine, erano il 78 % dei registrati. Le serie censuarie riportate nella letteratura danno circa 43.997 italiani nel 1950 e 121.733 nel 1961.
Il 60 % degli italiani registrati veniva dal Sud, il 25 % dal Centro e il 15 % dal Nord. Bari, Salerno e L’Aquila furono le province che mandarono più emigranti, cioè la Puglia, la Campania e l’Abruzzo. Chi scriveva a casa da Caracas scriveva, in buona parte, a paesi del Mezzogiorno.
Caracas, cantiere italiano
All’ingresso gli italiani dichiaravano soprattutto mestieri agricoli, edili e commerciali, e una quota importante si presentava come meccanico. Il lavoro vero, però, era in città. Tra il 1950 e il 1960 Caracas passò da circa 700.000 a 1,4 milioni di abitanti, e l’edilizia fu l’attività prevalente degli italiani: secondo Cortese, negli anni Cinquanta la maggioranza degli edifici della capitale fu opera di imprese italiane. Accanto ai cantieri c’erano la piccola e media industria manifatturiera e le grandi imprese italiane che costruirono impianti siderurgici e petroliferi.
Il censimento venezuelano del 1961 dà un’idea del peso complessivo degli stranieri. Erano il 14 % della forza lavoro nazionale, ma nel Distretto federale un lavoratore su tre era nato all’estero; lavoravano soprattutto nell’edilizia (27,0 %), nell’artigianato e nella manifattura (26,9 %) e nel commercio (24,3 %), e una persona su due registrata come dirigente o proprietario era straniera.
L’agricoltura fu invece la grande attesa delusa. Lo Stato venezuelano puntava su colonie agricole come quella di Turén, nello stato di Portuguesa, dove gli italiani furono il gruppo straniero più numeroso, ma nel complesso gli immigrati non si dedicarono ai campi quanto il governo sperava, e la struttura economica del paese, fondata sulla rendita petrolifera, favoriva il commercio.
Turén resta comunque il caso più documentato. Il 19 febbraio 1952 sbarcò a Puerto Cabello un gruppo di 54 capifamiglia italiani con le loro famiglie, destinati alla colonia; nel 1956, delle 582 famiglie insediate, 313 erano di origine straniera e gli italiani ne rappresentavano il 30 %, davanti a spagnoli e iugoslavi. Ogni famiglia riceveva un lotto di 24 ettari, una casa, macchinari e un credito agricolo da restituire in vent’anni.
Un altro indizio della volontà di restare viene dalle naturalizzazioni. Secondo i dati del ministero venezuelano dell’Interno citati dallo storico Froilán Ramos Rodríguez, gli stranieri naturalizzati passarono da 2.731 nel 1953 a 6.671 nel 1956. Le cifre non distinguono per nazionalità, ma la crescita coincide con gli anni dei grandi arrivi dall’Italia.
Dopo il 1958: rimpatri e nuove partenze
La fine della politica delle porte aperte arrivò nel luglio 1958, quando l’ingresso fu limitato ai familiari di persone già residenti. Nello stesso anno i rimpatri toccarono il picco e, negli anni successivi, partenze e rientri quasi si compensarono. Sulla contrazione pesarono, secondo Cortese, le misure restrittive venezuelane, un’ondata di violenze e saccheggi e, dal lato italiano, l’apertura di nuove rotte migratorie verso l’Europa e verso il triangolo industriale del Nord. Dal 1963 il Venezuela smise del tutto di rilasciare il visto d’immigrante.
Una seconda fase di partenze cominciò a metà degli anni Ottanta, con la crisi economica venezuelana. La terza, la più recente, accompagna la crisi del XXI secolo ed è quella meglio documentata dalle fonti italiane. Nel biennio 2022–2023 il Venezuela figurava tra i primi quindici paesi di provenienza dei rimpatri secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2024 della Fondazione Migrantes. L’Istat ha rilevato anche che nel 2024, tra i 5.200 italiani che si sono trasferiti negli Stati Uniti da un altro paese estero, il 22,2 % proveniva dal Venezuela, primo paese d’origine di quel flusso.
Il censimento del 2001 e l’AIRE
Vale la pena distinguere subito tra cittadinanza e origine. Il censimento venezuelano del 2001 registrò 49.337 persone di cittadinanza italiana tra la popolazione straniera, su 1.015.538 stranieri e 23.054.210 abitanti. È una cifra modesta rispetto al 1961 perché non comprende i discendenti nati in Venezuela, che sono venezuelani, né gli immigrati naturalizzati. A quarant’anni dalla grande ondata, la generazione arrivata negli anni Cinquanta era in parte scomparsa, in parte rientrata e in parte diventata venezuelana anche sulla carta.
La distribuzione è molto concentrata. Lo stato di Miranda contava 13.637 italiani, il 27,64 % del totale, e il Distrito Capital 9.124, il 18,49 %: insieme, le due entità dell’area metropolitana di Caracas raccoglievano quasi la metà della collettività. Con Carabobo e Aragua, cioè Valencia e Maracay, si arriva al 64,45 %.
| Entità federale | Italiani | % sul totale degli italiani |
|---|---|---|
| Miranda | 13.637 | 27,64 % |
| Distrito Capital | 9.124 | 18,49 % |
| Carabobo | 4.867 | 9,86 % |
| Aragua | 4.168 | 8,45 % |
| Zulia | 2.904 | 5,89 % |
| Venezuela | 49.337 | 100,00 % |
Colpisce anche ciò che manca. Il Táchira, lo stato con la più alta quota di stranieri del paese, il 12,41 % degli abitanti, aveva solo 517 italiani su 123.235 stranieri: la sua popolazione straniera era in larghissima parte colombiana, come quella dello Zulia. La tabella completa delle venticinque entità federali, con le note di lettura, si trova nella pagina in spagnolo sugli italiani per stato secondo il censimento del 2001.
Il registro consolare italiano racconta un’altra storia, perché misura un’altra cosa. L’AIRE iscrive tutti i cittadini italiani, compresi i molti venezuelani che hanno ereditato la cittadinanza da genitori o nonni. Secondo l’Istat, alla fine del 2023 la circoscrizione del Consolato generale d’Italia a Caracas contava circa 97.000 iscritti, più di quella di New York, che ne aveva 95.000. Nessuna delle due fonti misura l’ascendenza italiana, per la quale non esiste un conteggio ufficiale.
Istituzioni e vita associativa
La collettività italiana ha costruito nel tempo una rete di associazioni. A Caracas funzionava già nel 1883 una società di mutuo soccorso, e la Casa d’Italia risale al 1937. Il Centro Italiano Venezolano, il grande circolo di Prados del Este, nacque come progetto negli anni Cinquanta su iniziativa di un gruppo di emigrati guidato da Lorenzo Tomassi e fu inaugurato nel marzo 1964, su un terreno di circa 270.000 metri quadrati. Nel 2024, per i sessant’anni, dichiarava più di 22.000 soci e ospitava i giochi sportivi della federazione dei centri italo-venezuelani, con oltre 7.000 atleti.
C’è poi il calcio. Il Deportivo Italia, fondato a Caracas il 18 agosto 1948 da emigrati italiani, vinse i campionati venezuelani del 1961, 1963, 1966 e 1972 e nella Coppa Libertadores del 1971 batté il Fluminense al Maracanã, prima vittoria di una squadra venezuelana su una brasiliana in un torneo internazionale. Dal 2023 il club si chiama Deportivo Miranda, dopo una lunga serie di cambi di denominazione.
La storia dettagliata dell’immigrazione, con le fonti venezuelane, è raccontata in spagnolo nella pagina sugli italianos en Venezuela e, per il decennio decisivo, nell’articolo sulla grande ondata degli anni Cinquanta. Altre pagine in italiano sono raccolte nella sezione La Patria Grande in italiano.
Resta aperta una domanda che nessun censimento ha ancora chiarito: quanti dei 49.337 italiani del 2001 vivono ancora in Venezuela.