La sera del 15 agosto 1971 Richard Nixon annunciò alla televisione americana che i governi stranieri non avrebbero più potuto convertire in oro i dollari in loro possesso. Il prezzo di 35 dollari per oncia, fissato ventisette anni prima, cessava così di essere un impegno. Nello stesso discorso il presidente decretò un blocco di novanta giorni di salari e prezzi, la prima volta che il governo federale ricorreva a un controllo del genere fuori da un periodo di guerra. Il sistema monetario internazionale diventava, nei fatti, un sistema a moneta fiduciaria. Il dollaro però non perse il suo posto: più di cinquant’anni dopo resta la valuta più detenuta dalle banche centrali del mondo.
Da Bretton Woods alla convertibilità piena (1944–1958)
Dal 1º al 22 luglio 1944, con la guerra ancora in corso, 730 delegati di 44 nazioni si riunirono al Mount Washington Hotel di Bretton Woods, nel New Hampshire, per la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite. Ne uscirono due istituzioni, il Fondo monetario internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, oggi parte del Gruppo della Banca mondiale, e un sistema di cambi fissi ma aggiustabili. Le valute dei paesi aderenti erano agganciate al dollaro, e il dollaro all’oro, a 35 dollari l’oncia.
Si trattava di un gold exchange standard: le banche centrali potevano detenere dollari al posto dell’oro, con la garanzia che gli Stati Uniti li avrebbero convertiti su richiesta. Il Fondo nacque formalmente nel dicembre 1945, quando i primi ventinove paesi ne firmarono lo statuto, ma il sistema diventò pienamente operativo solo nel 1958, quando le principali valute europee tornarono convertibili.
Alla conferenza si confrontarono due progetti. Quello britannico era di John Maynard Keynes e prevedeva una stanza di compensazione internazionale: i paesi vi avrebbero partecipato con quote proporzionali al loro commercio estero, calcolate sulla media dell’ultimo triennio, e avrebbero compensato debiti e crediti in una moneta di conto chiamata bancor. Quello statunitense, firmato da Harry Dexter White, prevedeva un ente sovranazionale nel quale ogni paese pesava in proporzione al capitale sottoscritto e poteva ottenere prestiti in base a quella quota, in un sistema centrato sul dollaro. Il sistema che uscì dalla conferenza fu costruito attorno al dollaro, e il bancor rimase sulla carta. L’idea di Keynes, però, sarebbe riaffiorata più volte nei decenni successivi, anche in America Latina, come si vedrà più avanti.
Prima della Seconda guerra mondiale le valute estere, soprattutto la sterlina, rappresentavano meno del 30 % delle riserve mondiali, e il bene di riserva principale era l’oro. Alla metà del secolo il dollaro era già la valuta di riserva dominante.
Il dilemma di Triffin e la fine della convertibilità (1960–1973)
Negli anni Sessanta l’economista belga-americano Robert Triffin descrisse la contraddizione che porta il suo nome. Per fornire al mondo le riserve di cui aveva bisogno, il paese emittente doveva far uscire dollari, di solito attraverso disavanzi con l’estero; ma quanto più i dollari detenuti all’estero superavano l’oro disponibile, tanto meno credibile diventava la promessa di convertirli. Francia e Germania Ovest contestarono a più riprese quella che consideravano un’emissione eccessiva di dollari. La spesa per la guerra del Vietnam e per i programmi sociali della Great Society aumentò le richieste di conversione.
Dopo l’annuncio di Nixon, nel dicembre 1971 i rappresentanti del Gruppo dei Dieci si riunirono alla Smithsonian Institution di Washington. Gli Stati Uniti si impegnarono a fissare il dollaro a 38 dollari per oncia, una svalutazione del 7,9 %, e gli altri paesi rivalutarono le proprie monete con bande di oscillazione del 2,25 %. L’accordo durò poco. Il 14 febbraio 1973 fu annunciata un’ulteriore svalutazione del 10 %, e nel giro di poche settimane le principali valute passarono ai cambi fluttuanti.
La fine della convertibilità non tolse al dollaro il suo ruolo. Lo cambiò di natura: da titolo convertibile in oro a moneta di riserva sostenuta dalla dimensione e dalla liquidità dei mercati finanziari statunitensi.
Che cosa misurano i dati COFER
Il Fondo monetario internazionale pubblica ogni trimestre la composizione valutaria delle riserve ufficiali nella banca dati COFER. Le quote si riferiscono alle riserve allocate, cioè a quelle di cui le banche centrali dichiarano la ripartizione per valuta. L’oro non vi rientra, perché non è una valuta. Conviene tenerlo presente quando si leggono i titoli sul declino del dollaro: il denominatore è una parte delle riserve, e non comprende il metallo.
La serie trimestrale disponibile nell’interfaccia del FMI parte dal 1999. Alla fine di quell’anno il dollaro rappresentava il 71,0 % delle riserve allocate. La quota scese al 64,9 % nel 2002 e oscillò poi tra il 61 % e il 65 % per circa quindici anni, con un massimo relativo del 64,7 % alla fine del 2016. Da allora la tendenza è discendente: 59,5 % nel 2020, 58,4 % nel 2024 e 56,4 % alla fine del 2025, il minimo della serie. Nel primo trimestre del 2026 il valore è risalito al 57,1 %.
| Periodo | Dollaro USA | Euro | Yen | Sterlina | Renminbi |
|---|---|---|---|---|---|
| 1999 | 71,0 | 17,9 | 6,4 | 2,9 | – |
| 2001 | 70,8 | 18,4 | 5,4 | 3,1 | – |
| 2004 | 63,3 | 23,1 | 5,7 | 4,6 | – |
| 2008 | 62,9 | 23,4 | 4,3 | 4,9 | – |
| 2012 | 61,8 | 21,4 | 4,3 | 4,7 | – |
| 2016 | 64,7 | 18,9 | 4,0 | 4,7 | 1,0 |
| 2020 | 59,5 | 20,6 | 6,0 | 4,8 | 2,3 |
| 2022 | 59,0 | 19,7 | 5,4 | 5,0 | 2,6 |
| 2024 | 58,4 | 18,9 | 5,6 | 4,6 | 2,1 |
| 2025 | 56,4 | 20,4 | 5,8 | 4,4 | 2,0 |
| 2026 (T1) | 57,1 | 20,0 | 5,4 | 4,4 | 2,0 |
Fine anno (quarto trimestre), salvo il 2026 (primo trimestre). Il renminbi compare nel COFER dalla fine del 2016. Fonte: FMI, COFER.
Le variazioni di quota non sono solo decisioni di vendita o di acquisto. Quando il dollaro si apprezza, il valore delle riserve in dollari cresce rispetto a quelle in altre valute anche se nessuno le tocca, e viceversa. Le quote sono calcolate su valori espressi in dollari, per cui una parte delle oscillazioni trimestrali riflette movimenti del cambio più che scelte di portafoglio.
Euro, renminbi e oro: le alternative misurate
L’euro è la seconda valuta di riserva. Nel COFER la sua quota passa dal 17,9 % della fine del 1999 a un massimo del 24,2 % nel terzo trimestre del 2009, e si colloca intorno al 20 % nel 2025 e nel primo trimestre del 2026. Il rapporto della Banca centrale europea pubblicato il 2 giugno 2026 conferma una quota stabile di circa il 20 % e parla di una crescita «moderata» del ruolo internazionale dell’euro nel 2025.
Il renminbi è la novità più discussa e la meno visibile nelle riserve. La sua quota era dell’1,0 % alla fine del 2016, salì al 2,9 % alla fine del 2021 e scese al 2,0 % nel primo trimestre del 2026. Il quadro cambia se si guarda agli scambi valutari: secondo la BCE, nell’aprile 2025 il renminbi era presente in quasi il 9 % delle transazioni, 1,6 punti in più rispetto all’aprile 2022. Il dollaro, sempre secondo la BCE, compariva da un lato di quasi il 90 % delle operazioni in cambi fuori borsa.
La vera sorpresa degli ultimi anni viene però dall’oro. La BCE stima che a fine 2025 il metallo rappresentasse il 27 % delle riserve ufficiali mondiali, più dell’euro (15 %) e dei titoli del Tesoro statunitense (22 %). Il sorpasso dipende soprattutto dall’aumento del prezzo. Gli acquisti delle banche centrali sono comunque stati elevati: oltre mille tonnellate l’anno tra il 2022 e il 2024 e circa 850 nel 2025, con la Polonia primo acquirente ufficiale con circa cento tonnellate.
Il dibattito sulla de-dollarizzazione
Il termine de-dollarizzazione copre fenomeni diversi, e parte del disaccordo nasce da lì. C’è chi parla della quota del dollaro nelle riserve, che scende lentamente da venticinque anni; chi della sua presenza nei pagamenti internazionali e negli scambi valutari, dove resta schiacciante; chi dei sistemi di pagamento alternativi, che riguardano l’infrastruttura più che la valuta.
Nel 2022 alcuni ricercatori del FMI osservarono che la diversificazione delle banche centrali non si era rivolta tanto verso l’euro o lo yen quanto verso valute «non tradizionali», come il dollaro australiano e quello canadese, la corona svedese e il won sudcoreano. Economisti come Barry Eichengreen sostengono che nelle riserve ufficiali gli effetti di rete, che rendono difficile abbandonare una valuta dominante nel commercio, sono più deboli: purché il mercato di una valuta sia abbastanza liquido, diversificare conviene.
Il rapporto della BCE del 2026 inquadra la questione in termini di frammentazione. Diversi paesi sviluppano alternative tecnologiche ai sistemi di pagamento transfrontalieri tradizionali, dallo yuan digitale cinese alle proposte di valute digitali di banca centrale discusse in ambito BRICS. Nessuna di queste iniziative, finora, si traduce in una quota significativa delle riserve.
America Latina: dollarizzazioni ufficiali, dollarizzazioni di fatto e il SUCRE
In America Latina il dollaro non è soltanto una valuta di riserva. Panamá lo usa come moneta ufficiale dal 1904, l’Ecuador dal 2000 ed El Salvador dal 2001. Il Venezuela, che ha attraversato una lunga iperinflazione, ha seguito un’altra strada: nel 2019 il governo abbandonò in pratica i controlli sui cambi e sui prezzi in vigore dal 2003, e il dollaro si diffuse nei negozi e nei servizi pur senza diventare moneta legale. La crisi dell’economia venezuelana e le tre riconversioni del bolívar sono descritte, in spagnolo, nelle pagine dedicate, che riportano anche la serie del PIL venezuelano.
Il tentativo più noto di ridurre l’uso del dollaro negli scambi regionali nacque proprio in quell’area. Il 17 ottobre 2009, a Cochabamba, fu approvata la creazione del SUCRE, Sistema Unitario de Compensación Regional, promosso dai paesi dell’ALBA-TCP: Bolivia, Cuba, Ecuador, Nicaragua e Venezuela. Il sucre era un’unità di conto, non una moneta: non aveva banconote e serviva a compensare i pagamenti tra banche centrali, con un valore iniziale di 1,25 dollari. Una delle prime operazioni, nel febbraio 2010, fu l’acquisto di un carico di riso venezuelano da parte di Cuba.
L’eco del progetto di Keynes a Bretton Woods è evidente, su scala molto più piccola. I volumi crebbero da 12 milioni di dollari nel 2010 a 270 milioni nel 2011 e a circa 1,07 miliardi nel 2012, con 2.646 operazioni. Poi il sistema si contrasse: 345 milioni nel 2015 e 98 milioni nel 2016. Nel frattempo, in Ecuador, erano emerse denunce di esportazioni fittizie verso il Venezuela, che in seguito furono al centro di indagini sull’uso del sistema. Nell’ottobre 2011 un deputato ecuadoriano segnalò al pubblico ministero il caso di un’impresa che aveva dichiarato l’invio in Venezuela di cento tonnellate di pepe nero per 685.000 dollari, quando secondo le dogane ne erano partiti 340 chili.
Del SUCRE resta soprattutto la domanda che aveva posto: se un’unità di conto regionale possa funzionare quando quasi tutti i beni scambiati, a partire dal petrolio, continuano a essere quotati in dollari.