Alle 23.10 del 17 ottobre 1945 un colonnello argentino di cinquant’anni si affacciò al balcone della Casa Rosada, a Buenos Aires. Sotto di lui, in Plaza de Mayo, c’erano secondo le stime circa 300.000 persone: operai arrivati a piedi dalla Boca, da Barracas e dai sobborghi industriali, che da ore chiedevano la sua liberazione. Juan Domingo Perón era stato arrestato il 12 ottobre per ordine del presidente Edelmiro Farrell e portato sull’isola di Martín García. Quella sera annunciò che si toglieva l’uniforme per confondersi con la folla. Quattro mesi dopo, il 24 febbraio 1946, vinse le elezioni presidenziali con il 54 % dei voti.
La scena di Plaza de Mayo è diventata l’immagine per eccellenza di quello che gli studiosi chiamano populismo latinoamericano. Il concetto, però, è molto più conteso dell’immagine.
Una parola con due genealogie
Il termine non nasce in America Latina. La Treccani ricorda il populismo russo, sviluppatosi tra gli anni Cinquanta e Ottanta dell’Ottocento attorno all’organizzazione Zemlja i volja (1861) e culminato nella campagna di «andata al popolo» del 1874. Negli Stati Uniti, negli stessi decenni, il People’s Party dava voce agli agricoltori e a una serie di cause progressiste. I due movimenti avevano poco in comune, se non l’appello al popolo contro un potere percepito come estraneo, e già questo segnala una difficoltà che accompagna la parola fino a oggi: indica una famiglia di fenomeni diversi più che una dottrina.
Per l’America Latina la Treccani individua un’età del populismo che parte dagli anni Venti del Novecento e raggiunge il culmine tra gli anni Trenta e Cinquanta, con l’Argentina di Perón, il Brasile di Vargas e il movimento dell’APRA in Perù. Gli elementi comuni che l’enciclopedia elenca sono il passaggio rapido da economie agricole a economie industriali, la presenza di masse urbane da poco immigrate dalle campagne, un leader carismatico che stabilisce un rapporto diretto con le masse scavalcando le istituzioni tradizionali e l’esaltazione dei valori nazionali come strumento di mobilitazione.
Vargas, Perón, Cárdenas: il populismo classico
Getúlio Vargas, nato a São Borja, nel Rio Grande do Sul, nel 1882, prese il potere il 3 novembre 1930 alla testa di un’insurrezione di ufficiali che rompeva il predominio politico di San Paolo. Il 10 novembre 1937 impose una costituzione autoritaria e inaugurò l’Estado Novo, sciogliendo il parlamento e i partiti. Nello stesso periodo creò il ministero del Lavoro, introdusse il salario minimo, limiti all’orario e assistenza medica per i lavoratori urbani, che secondo la Treccani gli valsero il soprannome di «padre dei poveri». Deposto il 29 ottobre 1945, tornò al potere con le elezioni del 3 ottobre 1950, fondò la compagnia petrolifera statale Petrobras nel 1953 e si tolse la vita il 24 agosto 1954, nel pieno di una crisi politica. La sua figura mescola quindi dittatura e voto popolare, repressione e diritti sociali, ed è per questo uno dei casi su cui le definizioni di populismo vengono messe alla prova.
Perón, nato a Lobos nel 1895, costruì il proprio consenso da ministro del Lavoro del governo militare nato dal colpo di Stato del 1943, ottenendo, scrive la Treccani, un larghissimo appoggio dai sindacati operai. Da presidente chiamò la propria dottrina giustizialismo e la presentò come una via intermedia fra comunismo e capitalismo, con misure sociali, industrializzazione e una politica estera nazionalista. Un colpo di Stato militare lo rovesciò nel settembre 1955; dopo un lungo esilio, in gran parte in Spagna, tornò al potere nel 1973 e morì a Buenos Aires l’anno seguente.
Il caso messicano è più discusso. Lázaro Cárdenas, nato a Jiquilpan, nel Michoacán, nel 1895, fu presidente dal 1934 al 1940 e, secondo la Treccani, proseguì politiche di riforma orientate verso un socialismo di Stato, aprendo le frontiere ai rifugiati della Repubblica spagnola. Il suo atto più ricordato è l’espropriazione petrolifera del 18 marzo 1938, che colpì le compagnie statunitensi e anglo-olandesi. Cinque giorni dopo, secondo la stampa dell’epoca, 200.000 persone si radunarono nello Zócalo per sostenerla, e davanti al Palacio de Bellas Artes si formarono file di cittadini che donavano galline, gioielli e piccoli risparmi per pagare gli indennizzi. La compagnia statale Pemex fu istituita per decreto il 7 giugno 1938. C’è chi include Cárdenas tra i populisti classici per la mobilitazione di massa attorno a quella decisione, e chi preferisce parlare di riformismo nazionalista; la Treccani, per esempio, non lo cita nella voce sul populismo.
Germani e la teoria della modernizzazione
Il primo grande tentativo di spiegare il fenomeno venne da un italiano. Gino Germani, nato a Roma nel 1911, lasciò l’Italia fascista nel 1934 e si stabilì in Argentina, dove a metà degli anni Cinquanta fondò il corso di laurea in Sociologia dell’Università di Buenos Aires. Nel 1962 pubblicò «Política y sociedad en una época de transición», dedicato al processo di modernizzazione in America Latina e in particolare in Argentina.
La sua tesi collegava il peronismo alle trasformazioni sociali: l’industrializzazione e le migrazioni interne avevano portato nelle città masse di lavoratori prive di tradizione sindacale e di rappresentanza, disponibili a essere mobilitate da un leader. Germani, che aveva conosciuto il fascismo da vicino, leggeva questi fenomeni anche alla luce degli studi sull’autoritarismo, dalla Scuola di Francoforte alla sociologia di Karl Mannheim. Nel 1966 si trasferì a Harvard e nel 1975 tornò in Italia, dove morì nel 1979.
La lettura di Germani ha dominato per anni. Le critiche successive, raccolte dagli studi degli anni Novanta, le hanno rimproverato un certo determinismo economico e un’idea statica e omogenea delle masse. Lo studioso Carlos de la Torre, per esempio, ha descritto il concetto come ampio ma ambiguo.
Di Tella e la classificazione dei movimenti
Torcuato S. Di Tella, nato a Buenos Aires il 29 dicembre 1929, apparteneva a una famiglia che conosceva bene l’emigrazione italiana. Suo padre, l’industriale Torcuato di Tella, era nato nel 1892 a Capracotta, in Molise, ed era arrivato in Argentina a tredici anni. Dopo uno sciopero dei panettieri nel 1911 aveva progettato una macchina per impastare il pane, da cui nacque la SIAM, un’azienda che sarebbe arrivata a impiegare 10.000 operai e a produrre frigoriferi e perfino automobili, 28.000 tra il 1962 e il 1966. Nel 1958 i figli fondarono l’Istituto Torcuato Di Tella, noto per il sostegno all’arte d’avanguardia. La storia di famiglie come questa si intreccia con quella delle comunità italiane nel continente, di cui la voce sugli italiani in Venezuela racconta un altro capitolo.
Laureato in ingegneria industriale e poi in sociologia alla Columbia University, Di Tella propose nel 1965 una classificazione dei diversi movimenti nazional-populisti della regione. Quali partiti e movimenti rientrino davvero in quella categoria resta, ancora oggi, una questione aperta tra gli specialisti. Di Tella fu poi segretario alla Cultura del governo di Néstor Kirchner dal 25 maggio 2003 al 25 novembre 2004 e ambasciatore argentino in Italia dal 2010 fino alla morte, avvenuta il 7 giugno 2016.
Laclau: il populismo come logica politica
Una svolta teorica venne da Ernesto Laclau, nato a Buenos Aires nel 1935, dottore di ricerca all’Università dell’Essex nel 1977 e poi professore di teoria politica nella stessa università. Con Chantal Mouffe firmò nel 1985 «Hegemony and Socialist Strategy», uno dei testi di riferimento del cosiddetto post-marxismo, che rifiutava il determinismo economico e la centralità esclusiva della lotta di classe.
Nel 2005 Laclau pubblicò «On Populist Reason», tradotto in spagnolo come «La razón populista». Il populismo, in questa prospettiva, non è un contenuto ma una logica: domande sociali rimaste senza risposta si collegano fra loro e trovano espressione in simboli comuni, che Laclau chiama significanti vuoti, attorno ai quali si costruisce un «popolo» contrapposto a un potere. Da qui la sua tesi più discussa: il populismo sarebbe una componente essenziale della democrazia e non soltanto una sua degenerazione. Laclau, come Emilio de Ipola, spostò così l’attenzione degli studi dalla struttura sociale al linguaggio. Morì a Siviglia nel 2014.
Tre modi di definirlo
Nella letteratura attuale convivono almeno tre approcci. Il primo, detto ideazionale, è associato ai politologi Cas Mudde e Cristóbal Rovira Kaltwasser: il populismo è un’ideologia sottile, che divide la società in due gruppi antagonisti, il popolo puro e l’élite corrotta, e può combinarsi con ideologie più complete di destra o di sinistra. Nel loro lavoro del 2017 i due autori hanno descritto l’America Latina come la regione con la tradizione populista più duratura e diffusa del mondo, e ne hanno ricondotto la persistenza agli alti livelli di disuguaglianza socioeconomica.
Il secondo è l’approccio politico-strategico di Kurt Weyland, per il quale il populismo è soprattutto un modo di governare: un leader personalista cerca il sostegno diretto, non mediato e non istituzionalizzato, di un gran numero di seguaci per lo più non organizzati.
Il terzo è quello discorsivo di Laclau, che a differenza dell’approccio ideazionale non vede necessariamente nell’opposizione tra popolo ed élite una contrapposizione morale, ma una costruzione prodotta dal linguaggio.
Conviene tenere presente che la scelta della definizione decide in anticipo chi viene incluso: con il criterio di Weyland un presidente liberista e personalista è populista, con quello di Mudde conta soprattutto il discorso sul popolo e sulle élite.
Dagli anni Novanta al XXI secolo
Negli anni Novanta si parlò di neopopulismo per presidenti come Carlos Menem in Argentina, Fernando Collor de Mello in Brasile e Alberto Fujimori in Perù, che univano uno stile personalista a politiche economiche raccomandate dal Fondo monetario internazionale, lontane dal nazionalismo economico dei populisti classici.
Nel primo decennio del nuovo secolo l’etichetta è stata applicata soprattutto a Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador, che rivendicavano programmi socialisti e antimperialisti. Alcuni studiosi hanno parlato di populismo socialista, notando la tensione tra un linguaggio che esalta la saggezza popolare e il leader carismatico e una dottrina politica strutturata. I governi interessati hanno in genere respinto la parola, mentre una parte della sinistra latinoamericana, sulla scia di Laclau, l’ha usata in senso positivo. Le consultazioni popolari di quegli anni, come il referendum costituzionale del 2009 in Venezuela, sono spesso citate nel dibattito sul rapporto tra populismo e strumenti plebiscitari, che la Treccani indica tra i tratti ricorrenti del fenomeno.
Più di recente il termine è stato esteso a leader di destra come Jair Bolsonaro in Brasile, Nayib Bukele in El Salvador e Javier Milei in Argentina, con una retorica anti-istituzionale e posizioni culturali conservatrici. La voce spagnola dedicata al populismo latinoamericano segnala la tensione di fondo: la stessa parola descrive, a seconda di chi la usa, la partecipazione democratica di settori esclusi e la manipolazione demagogica.
La critica più radicale riguarda il concetto stesso. Diversi studiosi osservano che «populismo» è stato usato come parola d’ordine per qualunque movimento estraneo alla politica tradizionale, spesso con una connotazione negativa, e alcuni propongono di abbandonarlo; altri replicano che una definizione più precisa lo rende ancora utile per studiare attori politici emarginati. Anche i dibattiti economici, come quello sul ruolo del dollaro come valuta di riserva e sulla dipendenza finanziaria della regione, finiscono spesso per incrociare questo lessico, perché il nazionalismo economico è uno dei tratti attribuiti ai populismi classici.
Altre voci di storia e cultura sono raccolte nella sezione Cultura. Resta un paradosso che nessuna delle tre definizioni risolve del tutto: Vargas, il primo nome di quasi ogni elenco, governò quindici anni di fila, otto dei quali sotto la dittatura dell’Estado Novo, e poi tornò al potere vincendo le elezioni del 1950; gli studiosi continuano a discutere su quale dei due Vargas sia davvero il populista.