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Capitolo 5: La guerra di Secessione

Pubblichiamo, in italiano i 5 Capitoli di un interessante studio di Alfredo Bonatesta, sulla storia delle origini degli Stati Uniti. Serve a capire molti comportamenti della politica imperialistica attuale degli USA.

di Alfredo Bonatesta, LPG, 04/08/2006

5) La Guerra di Secessione

Era ormai del tutto evidente che gli Stati Uniti d'America inglobavano nel loro assetto due mondi del tutto dissimili, estranei fra loro: i Territori Yankees del Nord e la Dixie-Land del Sud. La differenziazione fra il Nord ed il Sud aveva avute origini remote e motivazioni alquanto complesse, riconducibili tuttavia a tre fattori fondamentali: a) il clima dei territori colonizzati, b) l'estrazione sociale e religiosa dei coloni, e) la cultura e la rispettiva scelta di vita.

Sono temi che occorre approfondire: facciamo dunque un passo a ritroso e, per un'esigenza di semplificazione espositiva, consideriamo separatamente il modo di formazione delle colonie inglesi d'America, distinguendo appunto quelle del Nord da quelle del Sud.

I primi coloni sbarcati sulle coste settentrionali del Continente Americano, Più o meno all'altezza dell'attuale città di Boston, trovarono ad attenderli un cielo lugubre ed un clima aspro: rigido d'inverno, pesante d'estate. Essi tuttavia non si sgomentarono più di tanto per quelle poco accoglienti condizioni ambientali che, tutto sommato, richiamavano da presso quelle della natia Inghilterra. Da Puritani, si sentivano legati al cielo da un patto che garantiva loro di riuscire sulla terra: in cambio di un'esistenza rigorosamente osservante dei precetti contenuti nelle Sacre Scritture, consideravano come dovuto corrispettivo che il Signore favorisse i loro traffici.

Per predisposizione religiosa, essi erano dunque lavoratori e speculatori accaniti, senza pietà né scrupoli, interamente protesi a fare fortuna, incapaci di frivolezza, dall'aspetto austeramente dignitoso e compassato. Nei territori da loro colonizzati avevano introdotta la peggiore tirannia delle sette religiose, la persecuzione dei dissidenti, la condanna a morte - il rogo o la forca - per i seguaci del Maligno. Celebre,l'episodio delle " streghe " di Salem. L'economia era interamente basata sui traffici, sul commercio, sulla speculazione, sulla manifattura e sulla tratta dei negri: quest'ultima consentì il sorgere nel Nord

delle prime grandi fortune. Per praticare il traffico degli schiavi i negrieri puritani non esitarono ad accantonare i principi di uguaglianza universale e di libero lavoro, in nome dei quali avevano abbandonata l'Europa e preso possesso del Nuovo Mondo. La giustificazione, tipica della mentalità capitalistica, fu data dal seguente sillogismo: "Il Signore benedice la ricchezza e, poiché la tratta dei negri è il mezzo più rapido per conseguire la ricchezza,il Signore benedice la tratta ". Per ciò i porti delle colonie del Nord presero a pullulare di navi negriere, che partivano cariche di rhum da Newport, Providence, New Bedford, Boston. In Guinea veniva realizzata la permuta con schiavi e questi poi erano rivenduti in tutte le colonie, specialmente in quelle del Sud e nelle Antille.

 E' da tenere presente, per ciò, che la schiavitù non fu affatto fenomeno esclusivo del Sud ma fu comune anche al Nord e ad altri territori. Se al Nord essa si sviluppò meno che altrove, ciò fu dovuto unicamente al fatto che il clima rigido, l'economia e, soprattutto, le coltivazioni ivi praticate non si prestavano, se non assai scarsamente, all'utilizzazione degli schiavi come redditizia forza di lavoro. Come ha scritto Leo Huberman: " ... gli abitanti della Nuova Inghilterra non avevano alcuna obiezione a servirsi degli schiavi, ma non sapevano cosa farsene " (19/31). Né va ignorata la circostanza che, al momento di redigere la Dichiarazione d'Indipendenza, fu proprio un eminente uomo del Sud, quale Thomas Jefferson, a caldeggiare l'abolizione della tratta dei negri: mentre fu proprio il Nord, per volontà dei suoi mercanti, a fare rigettare quella proposta (23/145).

Del tutto diversa era l'estrazione sociale e religiosa dei coloni installatisi al Sud: se i settari protestanti del Nord appartenevano al ceto mercantile ed alle libere professioni, questi erano invece in gran parte gentiluomini spiantati, rampolli della piccola nobiltà campagnola, avventurieri ed ex galeotti, piccoli artigiani, in grandissima prevalenza di religione anglicana (44/VIII/578). Di conformazione mentale piuttosto " tradizionale ", essi non consideravano affatto la ricchezza ed il successo economico quali valori etico-religiosi: al contrario, il mondo dei traffici e dell'usura, della speculazione e del maneggio del denaro aveva per loro - come per tutto il mondo " tradizionale " europeo - una connotazione in qualche modo "peccaminosa". Anche l'ambiente geografico contribuiva a differenziare questa gente schietta e sanguigna, aperta alle passioni ed ai moti del sentimento, dai tetri e rigidi coloni del Nord: al Sud il clima era dolce, simile a quello mediterraneo, o addirittura tropicale. In un tale quadro ambientale, la vita appariva un invito alla gioia ed alla serenità e predisponeva alla più naturale delle attività lavorative: l'agricoltura.

1 primi tempi, a dire il vero, erano stati difficili, poiché i semi dei cereali europei, che i coloni avevano portati con sé, si erano rivelati inadatti alla grassa terra della Virginia, ove il capitano John Smith con centotre compagni aveva fondato nel 1607 il primo centro abitato e fortificato, denominandolo Jamestown. Decimati dalla fame, dalle malattie e dalle risse, una quarantina di sopravvissuti erano stati infine salvati dal capo pellerossa Powhatan, che aveva offerta loro la sua amicizia ed insegnata la coltivazione del mais.

La seconda coltivazione introdotta era stata quella del tabacco, un ottimo tabacco dolce, che si era rivelato una buona fonte di reddito. Sorgeva però il problema della mancanza di un adeguato numero di braccia lavorative, poiché i Pellirosse, ai quali quei coloni guardavano con rispetto, consideravano degradante lavorare la terra e perciò rifiutavano di prestarsi a tale incombenza. Fu così ch'ebbe inizio, dapprima in sordina, l'utilizzazione di schiavi negri, procurati da qualche trafficante olandese delle Antille. Non appena però i mercanti inglesi ed i capitalisti del Nord ebbero percepita la reale portata di quella fonte di guadagno, la tratta dei negri passò quasi completamente nelle loro mani e fu intensificata al massimo.

 L'afflusso degli schiavi nei mercati di Charleston, di Savannah, di Norfolk determinò la graduale scomparsa della mano d'opera bianca. I bianchi divennero in buona parte possidenti terrieri, assorbiti nella direzione delle proprie coltivazioni e fattorie. Prese forma così al Sud una configurazione sociale aristocratica ed agraria, in antitesi a quella borghese e mercantile del Nord. Queste differenze si accentuarono nella seconda metà del 1600, con l'afflusso di nuovi coloni sia al Sud che al Nord. Dall'Inghilterra infatti, dopo l'esecuzione di Carlo I Stuart, avvenuta nel 1640 per volere di Oliver Cromwell, cercarono rifugio nelle colonie del Sud un certo numero di nobili, di cavalieri, di baroni: tutti seguaci del defunto Stuart.

Al Nord invece trovarono accoglienza, appena pochi anni dopo, i seguaci di Oliver Cromwell, costretti anch'essi ad allontanarsi precipitosamente dall'Inghilterra in conseguenza del ritorno sul trono di uno Stuart. L'odio fra " stuartiani " e " cromwelliani " divenne quindi odio fra coloni del Sud e coloni del Nord e si aggiunse agli altri preesistenti e profondi fattori di attrito fra Nord e Sud.

Una Costituzione nazionale, congegnata in modo di consegnare la somma dei poteri sociali nelle mani dei Manipolatori di Capitali settentrionali, non era certo in grado - è del tutto ovvio - di sanare l'antagonismo latente fra il Sud ed il Nord: ché anzi esso si venne approfondendo ed esteriorizzando anche sotto nuovi aspetti. Un emergente motivo di contrasto fu, tra gli altri, quello culturale-esistenziale: infatti, come già nei confronti dei Pellirosse, si delineò anche in questo caso una vera e propria contrapposizione fra " concezioni del mondo " antitetiche. Già a partire dal XVI secolo i manipolatori di capitali avevano avviata in Europa una sistematica opera di sovvertimento intellettuale (3/31), perché fungesse ovunque da " onda portante " di un radicale sovvertimento anche politico.

 Uno dei momenti salienti del processo, attraverso il quale si andava attuando lo stravolgimento del modo di pensare " tradizionale ", era stato raggiunto con la formulazione della " dottrina del liberalismo ". Per l'esattezza, la sistematizzazione del "pensiero liberale" da parte di Adam Smith aveva costituito il momento culminante di un incessante lavorio di aggiustamento dei princìpi economici alle esigenze di dominio mondiale dei Capitalisti. Ebbene, le colonie della Nuova Inghilterra e successivamente gli Stati del Nord avevano rappresentato il riuscitissimo " esperimento " del Capitalismo Internazionale di creare dal nulla, nel bel mezzo dell'età delle monarchie d'ispirazione teocratica, una società integralmente basata sui princìpi del liberalismo in economia, ossia sulla legge del mercato, del profitto, dell'utilità personale. " Con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé ", conferma Raimondo Luraghi (23/305), " era andata sviluppandosi nel Nord un'ideologia che considerava il capitalismo liberale e la società liberale da esso generata come il migliore dei mondi possibili ".

 Una tale concezione di vita, già lo sappiamo, aveva trovato il suo ideale supporto nel Puritanesimo di scuola calvinista: l'antica ideazione puritana del duello perpetuo tra i " figli di Satana " e gli " eletti del Signore " trovava piena corrispondenza nella contrapposizione fra " progresso " e " reazione ", intendendosi per progresso il mondo della " libera impresa " (23/305). Dati tali presupposti, non ci volle molto perché gli uomini del Nord si convincessero di avere una vera e propria " crociata liberale " da compiere, onde imporre il proprio sistema di vita a tutto il mondo e, tanto per cominciare, agli Stati del Sud.

Il Sud era di tutt'altro avviso. Sino dalla sua prima colonizzazione la sua cultura era stata orientata verso un accentuato classicismo. "Le grandi ombre di Livio e di Plauto ", dice con bella immagine Luraghi (23/173), " avevano vegliato sulla culla della Virginia ". Se dunque l'ideologia puritana era stata la più adatta al ceto mercantile della Nuova Inghilterra, del tutto differente era stato il modello di cultura affermatosi al Sud.

 La " casta di signori ", che aveva assunto il potere nella società agraria del meridione, aveva sempre preferito riconoscersi nella Roma repubblicana: per l'esattezza, nella classe agraria severa, frugale, priva di ostentazione, colta, dotata di un profondo senso dello Stato, che aveva guidato il popolo dell'antica Roma lungo la via della libertà, contro i re ed i tiranni. Lo stesso principio della libera unione di comunità locali, tanto caro al Sud, era una reinterpretazione in chiave moderna dei criteri, ai quali era stata informata l'antica confederazione romano-italica. D'altra parte, le biblioteche delle più illustri famiglie della élite agraria sudista erano prevalentemente dotate di opere della letteratura classica.

E ancora: nel 1776 Charles Lee, scrivendo ad un altro virginiano illustre, Patrick Henry,rimpiangeva di non essere venuto al mondo nel glorioso terzo o quarto secolo della Repubblica Romana: aggiungeva tuttavia di essersi riconciliato col suo destino, essendogli toccato in sorte di vivere in tempi altrettanto gloriosi quanto quelli di Roma e tanto simili ad essi: precisava inoltre di essersi formato alla lettura di Plutarco (23/174).

L'ombra di Roma insomma si stendeva imponente su tutto il Sud, assumendo talora forme teatralmente esteriori: Campidoglio era detto il luogo destinato ad ospitare l'assemblea parlamentare: Roma, Atene, Alessandria erano i nomi di alcune cittadine del Sud: motti latini e fasci littori apparivano in abbondanza nella simbologia ufficiale: costruzioni simili a templi ellenico-romanici sorgevano nelle zone più belle sia delle maggiori città che dei più minuscoli paesi: la figura di George Washington, normalmente accostata a quella di Cincinnato, veniva scolpita da Antonio Canova coperta dalla lorica ed assisa sulla sella curale: mentre Horatio Greenough fissava il primo presidente degli Stati Uniti d'America addirittura nella posa di Giove Ottimo Massimo (23/178).

Uno degli strumenti in cui gli statisti del mezzogiorno confidavano di più per costruire una nuova generazione di "romani" era la diffusione della cultura laica. Per ciò, mentre nella Nuova Inghilterra l'imperversante dispotismo delle sette religiose ancora asserviva le scuole al pulpito, assimilando le stesse università a scuole di teologia, nel Sud si era viceversa sviluppato un grande movimento culturale per l'apertura di università di Stato, aventi un'impostazione decisamente aconfessionale. Nel 1785 venne fondata ad Athens, in Georgia, la University of Georgia. Nel 1786 fu fondata l'Università del Maryland. Nel 1790 fu la volta della University of North Carolina, a Chapel Hill. Nel 1794 ebbe inizio, in Nashville, l'attività dell'Università del Tennessee. Toccò poi alla Università della Carolina Meridionale, a Columbia. Nel 1816 nacque infine la splendida University of Virginia, voluta da Thomas Jefferson. Le nuove università offrirono corsi di studio in cui i tradizionali insegnamenti teologici erano ridotti al minimo o eliminati del tutto. In compenso, esse brillarono subito per la magnificenza degli studi classici e storici, tanto che al Nord le si accusò di dedicare più tempo al greco ed al latino che non alla lingua inglese.

La polemica divampò violenta. Jefferson e Paine, unicamente ad altri esponenti della élite culturale del Sud, apertamente accusarono le Chiese del Nord di avere pervertito il Cristianesimo allo scopo di trarne denaro e potere. E tale accusa, evidentemente ben centrata (anche se non del tutto sincera in bocca a dei massoni), rese furibondi gli speculatori del Nord, i quali replicarono in una duplice direzione: in primo luogo svillaneggiando Jefferson con l'epiteto di " arciapostolo dell'irreligione ", in secondo luogo intimorendo il popolo minuto col raggelante vaticinio che l'aconfessionalismo politico praticato al Sud avrebbe finito, se non stroncato in tempo, col togliere a tutti la benevola assistenza del Cielo.

Il contrasto decisivo, che scatenò in armi Nord e Sud, l'uno ferocemente contro l'altro, fu tuttavia di natura prettamente economica.

Sino da prima del 1787 i territori del Sud erano venuti a trovarsi in una pesante situazione di sudditanza economica nei confronti delle colonie del Nord. Nella Nuova Inghilterra infatti, come già si è visto, si era sviluppata una vera e propria classe di capitalisti, che aveva creata un'industria di assoluto rilievo, prosperante in buona parte a spese delle popolazioni del Sud, dalle quali acquistava materie prime e prodotti agricoli, rivendendo ad esse invece manufatti industriali.

Tale stato di cose si era protratto senza variazioni fino al 1800, quando un certo Eliah Whitney, sceso al Sud dal Connecticut, era rimasto incantato dalla visione delle immense piantagioni di cotone ivi esistenti ed aveva messo a punto la prima sgranatrice meccanica, una prodigiosa macchina in grado di compiere in un giorno il lavoro di cento uomini. Quell'invenzione aveva dischiuse al Sud prospettive di autonomia economica prima impensabili. Infatti la coltivazione del cotone era subitamente divenuta, da scarsamente remunerativa, altamente redditizia: le 9.000 balle prodotte nel 1791 erano diventate 635.000 nel 1820, 1.350.000 nel 1830, 2.140.000 nel 185 e 3.850.000 nel 1860 (45/32). Le piantagioni si erano correlativamente estese oltre ogni dire, determinando il popolamento di altri territori, che poi si levavano in nuovi Stati: il Mississippi nel 1817, l'Alabama nel 1818, il Missouri nel 1821.

Il formidabile sviluppo assunto dalla coltivazione del cotone rilanciò nel Sud anche il fenomeno della schiavitù, che negli ultimi anni del 1700 era ormai languente e pareva avviato a spontanea estinzione. Parve proprio insomma che per il Sud si dischiudessero ammalianti prospettive di sganciamento dall'egemonia economica del Nord, poiché, per l'entusiasmo e l'euforia cagionati dalla prorompente attività cotoniera, anche altre industrie di diverso genere erano incominciate a nascere con buon successo. Grandiosi altiforni erano stati costruiti a Richmond, acciaierie ad Atlanta, industrie tessili nella Carolina del Sud.

 E fu precisamente a questo punto che i capitalisti del Nord gettarono la maschera dell'ipocrisia, dietro la quale si erano in qualche modo celati per oltre un secolo, mostrandosi col loro vero volto. Essi decisero di spezzare le gambe al Sud e di rigettarlo irrevocabilmente in quelle condizioni di duro vassallaggio economico, dalle quali stava progressivamente uscendo. 1 capitalisti del Nord si dettero perciò a praticare su tutti i mercati un sistematico e massiccio " dumping ", ossia una metodica e protratta vendita sottocosto, alla quale il Sud non fu assolutamente in grado di resistere (45/35).

Le principali industrie della Georgia, della Carolina del Sud, della Virginia, dell'Alabama furono tutte, una dopo l'altra, travolte dai fallimenti. Tuttavia i gentiluomini del Sud non parvero fiaccati da quella congiuntura così rovinosa. Essi tornarono, neanche malvolentieri, ad immergersi nella vita dei campi, ch'era pur sempre in grado - grazie al cotone, al tabacco ed allo zucchero - di assicurare loro prosperità e agiatezza. Ma il Nord, spinto dalla logica implacabile del profitto, puntò ad appropriarsi anche del reddito delle piantagioni, assumendo di fatto il monopolio commerciale del cotone del Sud ed incassandone più della metà dei ricavi.

Anche la rimanente parte del reddito, spettante al Sud, finiva comunque nelle casse del Nord, in cambio dei più svariati prodotti industriali: abiti, selle, carrozze, liquori, carta, utensili, strumenti di vario genere. Ad una tale forma di forzosa sudditanza economica si aggiunse per gli Stati del Sud una nuova, grave contrarietà: al censimento del 1840 la loro popolazione risultò per la prima volta meno numerosa di quella del Nord. Ciò comportava la prospettiva di una sudditanza anche politica - cronicizzata ed irreversibile - verso il Nord, poiché il Sud veniva a perdere nelle Camere parlamentari quella relativa maggioranza numerica, della quale aveva sino ad allora goduto.

Gli Stati del Sud per ciò decisero di opporsi con fermezza estrema almeno a quest'ultima iattura e, poiché il flusso d'immigrazione si era intanto notevolmente affievolito, pensarono di accrescere la consistenza numerica della propria complessiva popolazione per mezzo di un accresciuto acquisto di schiavi, da destinare anche all'occupazione di nuovi territori ed alla conseguente loro erezione in nuovi Stati amici.

Dal momento che la tratta dei negri era perfettamente lecita per la Costituzione nazionale, gli Stati del Nord non potettero opporsi a quell'estremo espediente, al quale il Sud affidava le proprie residue speranze di sopravvivenza. Allora gli speculatori, gli industriali del Nord, cementati tutti assieme dal comune interesse, scatenarono nel Continente Americano e nel mondo una tambureggiante campagna di odio contro la schiavitù, imputando ai proprietari di schiavi ogni sorta di efferata crudeltà. E la pubblica opinione, sprovveduta ed ingenua in ogni luogo ed in ogni tempo, fu - anche allora - facile preda di quella ben orchestrata campagna.

In realtà, il più di ciò che veniva narrato era fondamentalmente falso. "I proprietari di schiavi", scrive Dominique Venner (45/47), "avevano un interesse economico a mantenerne unite le famiglie ed a vigilare sulla loro buona condotta morale. Le donne non erano affatto costrette a dividere il letto coi loro padroni. In generale non avevano rapporti sessuali prima del matrimonio. I negri non erano costretti a lavorare fino all'esaurimento ma erano invece bene nutriti, bene alloggiati, bene vestiti, senza dubbio più che per filantropia per via del loro ruolo essenziale nella produzione ".

Argomentazioni analoghe si trovano in Carl Grimberg (46/ XI/11): "Nel Sud gli abitanti non dimostravano alcuna repulsione verso la pelle nera ed i bimbi bianchi venivano allattati da nutrici nere, mentre i più grandi giocavano insieme a schiavetti della loro età... In tutto il Sud i piccoli proprietari lavoravano fianco a fianco con i propri schiavi e li trattavano come figli". Vi era insomma, fra i bianchi e negri, molto più che il nudo rapporto da schiavo a padrone: spesso esisteva fra loro una consuetudine quasi di familiarità. Il negro poteva, senza scandalo, prendere l'omnibus a fianco dei bianchi. Lo schiavo anziano e fedele riceveva il titolo affettuoso di " zio ": egli veniva assistito e curato durante la vecchiaia.

 Certo, sarebbe assurdo sostenere che la vita degli schiavi negli Stati del Sud fosse tutta rose e fiori: tuttavia essa era complessivamente migliore di quella che, nel medesimo periodo, conducevano gli operai bianchi nella fabbriche degli Stati del Nord ed in quelle dei maggiori Stati europei. Non aveva torto dunque il senatore J. H. Hammond, della Carolina del Sud, quando nel 1835 polemizzava nei termini seguenti con i manipolatori di capitali del Nord: "In tutti i sistemi sociali deve esserci una classe sociale che esegue i compiti inferiori, i lavori pesanti ed ingrati... Noi li chiamiamo schiavi... Schiavitù è una parola che orecchie bene educate non vogliono sentire. Non definirò dunque con questa parola tale classe nel Nord: ma anche voi l'avete, essa c'è, esiste ovunque, è eterna... La differenza tra noi e voi è che i nostri schiavi sono ingaggiati a vita e bene compensati: non c'è fame, mendicità, mancanza di lavoro tra noi: e neanche troppo lavoro. I vostri schiavi sono ingaggiati a giornata, nessuno si prende cura di loro, il loro compenso è misero... Le vostre città sono piene di mendicanti " (19/179).

D'altra parte, esiste una impressionante testimonianza di Friedrich Engels, riportata da Friedrich Heer nel libro " Europa, madre delle rivoluzioni ", a farci bene intendere l'infima qualità della vita della classe operaia nella prima metà del XIX secolo. " I miseri ", riporta Heer (47/I/428), " vivono seminudi, ammassati come bestie, in preda alla morte per fame ed allo sfruttamento. Mucchi di sporcizia, di fango per le strade, bambini affamati: gli operai vivono di carne marcia e di alimenti avariati. La schiavitù dei lavoratori risulta meno costosa al capitalista dell'antica schiavitù, secondo calcoli fatti da Adam Smith. L'età media dei lavoratori è di quindici anni. I figli degli operai muoiono prima dei cinque anni. Bambini di quattro o cinque anni lavorano nelle miniere di carbone e di ferro ".

Stando così le cose, è dunque evidente che la ragione vera ed unica dell'incalzante e brutale aggressione ideologica, scatenata dai capitalisti e dagli affaristi del Nord contro l'istituto della schiavitù, era tutt'altro che di ordine morale e filantropico: in realtà, il capitalismo del Nord voleva semplicemente il controllo pieno dell'economia del Sud. In verità, i settentrionali non avevano alcuna simpatia per i negri: al contrario, li consideravano " inferiori " e, come tali, li detestavano e disprezzavano.

"Quando nel 1835 a Canaan. nel New Hampshire, si aprì una scuola per 'negri liberi' ", narra Leo Huberman nella sua " Storia popolare degli Stati Uniti ", " Centinaia di uomini apparvero con un tiro da 100 buoi e trascinarono la scuola fin dentro una vicina palude " (19/179). Ma questo non è che uno soltanto dei molteplici episodi consimili, che parimenti potrebbero essere narrati. Perfino Abramo Lincoln, il " liberatore degli schiavi ", ebbe talvolta a pronunziarsi in modi che giustificano più di una perplessità sulla genuinità delle sue iniziative a favore dei negri. "

Esiste presso quasi tutti i bianchi ", egli scrisse nel 1857 (45/56), " una naturale ripugnanza all'idea di una mescolanza senza discriminazioni fra la razza bianca e quella negra. Mi ribello alla logica secondo cui, se non voglio una donna negra per schiava, debbo volerla necessariamente per moglie. Non ho bisogno né dell'una né dell'altra: sotto certi aspetti, essa non è certamente una mia pari. La separazione delle razze è la sola maniera efficace per prevenire l'amalgama ". Ed ancora, nel 1858, davanti ad un pubblico plaudente (22/239): " Io non sono, né sono mai stato in alcun modo, favorevole all'adozione dell'uguaglianza sociale e politica tra coloro che appartengono alla razza bianca ed i membri della razza nera. Dal momento che devono esistere una collocazione superiore ed una inferiore... io tendo ad assegnare la superiorità alla razza bianca".

Al dunque, ciò che unicamente interessava agli Stati del Nord - vale la pena di ripeterlo - era la liquidazione economica degli Stati del Sud. E la liberazione degli schiavi e la loro immissione nelle fabbriche del Settentrione avrebbe appunto determinata la completa e definitiva eliminazione dì ogni autonoma risorsa economica del Sud, in uno con l'espansione massima dell'apparato industriale nordista sull'intero territorio degli Stati Uniti.

Una precisa avvisaglia di guerra fu data dalle truci ribalderie che John Brown, un sanguinario appartenente ad una famiglia di pazzi, commise dal 1856 al 1859 in una vasta area della Virginia, del Kansas e del Missouri. Protetto e finanziato da due ricchissimi capitalisti di Boston, Gerrit Smith e Stearns Wendell Phillips, John Brown iniziò una sua personalissima lotta armata per liberare gli schiavi del Sud. Per ben tre anni egli non fece altro che tagliare gole e trucidare barbaramente quanti avevano la sventura d'incappare nella sua banda di delinquenti. Ogni qual volta si trovava a malpartito, egli si rifugiava prontamente nei confini di un qualsiasi Stato del Nord, ove godeva d'impunità sulla base del principio che " uccidere un sudista non era reato " (48). Finalmente catturato dai Sudisti, fu impiccato a Charleston il 2 dicembre 1859.

Ma i rapporti fra il Nord ed il Sud erano ormai complessivamente assai prossimi al punto di rottura. Gli Stati del Sud si sentivano sempre più estranei rispetto alla parte settentrionale dell'Unione: ed, invece, sempre più affini alle grandi isole dei Caraibi ed al mondo latino-americano in genere (49/167). Essi avevano ormai una loro peculiare e raffinata cultura, una loro specifica forma sociale, un'autonoma scala di valori. Né accettavano di essere considerati dalla supponenza degli Stati mercantilisti del Nord come un puro e semplice oggetto di sfruttamento.

Il 6 novembre 1860, con l'elezione di Abramo Lincoln a Presidente degli Stati Uniti d'America, la situazione precipitò. Lincoln non apparteneva alla classe politica degli Stati del Sud e questi, che già avevano dovuta accusare una serie notevolissima di contrarietà in sede legislativa, considerarono quell'elezione come la prova esplicita di una volontà persecutoria e discriminatoria nei loro confronti. Ne trassero dunque le estreme conseguenze, invocando una norma della Costituzione Nazionale mai applicata in precedenza: quella che attribuiva a ciascuno degli Stati dell'Unione il "diritto di secessione ". Gli Stati Uniti d'America infatti erano nati come "libera unione di liberi Stati " ed a tale loro irrinunziabile condizione avevano voluto conferire dignifìcazione e perpetuazione costituzionale, grazie appunto alla previsione di un vero e proprio diritto unilaterale di recesso, detto di secessione.

. La Carolina del Sud fu il primo Stato a compiere un passo tanto grave. Elesse una Convenzione Popolare e questa il 20 dicembre 1860 decise: " L'Unione che esiste fra la Carolina del Sud e gli altri Stati, sotto il nome di Stati Uniti d'America, è disciolta ". L'esempio della Carolina del Sud fu imitato da altri sei Stati: nel gennaio 1861, in rapidissima sequenza, il Mississippi, la Florida, l'Alabama, la Georgia, la Luisiana ed il Texas proclamarono anche essi la secessione. Si aggiunse nel febbraio successivo, a costituire parte integrante della nuova entità politica che si andava così formando, la Nazione dei Pellerossa Cherokees. Quel mese stesso a Montgomery, capitale dell'Alabama, gli Stati secessionisti si riunirono fra loro in Confederazione. Jefferson Davis fu designato Presidente.

La neonata Confederazione, a dire il vero, non brillò affatto per amalgama delle sue componenti, giacché, dopo le prepotenze e gli abusi patiti per tanto tempo per mano degli Stati del Nord, le popolazioni secessioniste erano troppo gelose della ritrovata libertà e piuttosto restie ad accettare direttive troppo rigide dal loro Governo centrale.

Mentre la Confederazione stentava così a superare le proprie contraddizioni interne, l'Unione del Nord, indifferente alle profferte di amichevoli relazioni avanzate dagli Stati del Sud, freddamente preparava la guerra di aggressione. La decisione di dare inizio al conflitto fu presa personalmente da Lincoln, contro il parere di buona parte del suo Governo ma con l'appoggio di un'opinione pubblica che, grazie al martellante imbonimento ideologico del quale era stata fatta oggetto, era giunta al più cieco fanatismo.

La protervia dell'aggressione fu come una frustata in pieno viso per gli Stati del Sud che ancora facevano parte dell'Unione. Essi - Virginia, Arkansas, Tennessee, Carolina del Nord - ebbero una subitanea reazione di orgoglio ed immediatamente, a loro volta, proclamarono la secessione.

" Gli Stati del Nord ", scrive Carl Grimberg (46/II/23), " si attendevano una guerra di pochi mesi, coronata da una vittoria rapida e facile". Ed, in vero, la Confederazione del Sud non era affatto preparata alla guerra e non disponeva delle forze sufficienti per affrontarla con ragionevoli speranze di vittoria. Di fronte alla schiacciante superiorità dell'Unione, dotata di ogni tipo di equipaggiamento, delle armi più moderne, di munizioni in esuberanza, di ottime ferrovie, di una buona flotta, di una notevolissima industria siderurgica, il Sud aveva ben poco da opporre, se non l'orgoglio e la forza della disperazione. " Dalla sola vendita di scarpe e di pellami ", esemplifica Leo Huberman (19/183), " il Nord ricavava più del guadagno che il Sud era in grado di trarre dalla vendita dì tutto il suo cotone ".

Comunque i Sudisti, se avessero evitato lo scontro frontale in campo aperto ed avessero invece adottato il metodo della guerriglia e dell'agguato reiterato nelle parti più impervie e nelle grandi foreste del loro immenso paese, avrebbero potuto certamente resistere anche all'infinito, causando ai loro avversari difficoltà e problemi difficilmente superabili. Indubbiamente una lotta per bande avrebbe consentito loro di restare sulla breccia assai a lungo " ... ma la cultura sudista", argomenta Luraghi (23/336), "si sarebbe essa stessa logorata e sfilacciata: insomma sarebbe stata condannata ad una lenta morte oscura, che ne avrebbe cancellato dalla Storia perfino il ricordo. Per ciò, scegliendo di cadere in piena luce, sul centro della rìbalta, con le armi in pugno, il Sud si preparò a "morire nel mondo per sopravvivere nella Storia': e chiunque abbia studiato a fondo la "cultura' del mezzogiorno, le sue speranze, i suoi miti, le sue realtà e le sue illusioni, può facilmente comprendere che questo - e non l'oscura guerriglia - era il 'suo modo di morire' ".

Le tribù pellirosse dei Creeks, dei Choctaws, dei Chichasawas, dei Seminoles si schierarono al fianco della Confederazione.

La guerra, iniziata nel 1861, durò cinque anni e fu letteralmente atroce, dilatata a dimensioni apocalittiche. Milioni di uomini si affrontarono, lasciando alle loro spalle la casa, la famiglia, il lavoro. Il fiore della gioventù americana scese nella tomba. Centinaia di migliaia di esseri umani rimasero mutilati, piagati psichicamente per il resto . dei loro giorni. Immense estensioni di terreno, un tempo floride e ridenti, furono sconvolte, devastate, ridotte a deserti. Decine e decine di fiorenti e belle città, di graziosi paesi, di villaggi furono trasformati in cumuli di macerie. 1 soldati dell'Unione ebbero il loro migliore condottiero nel generale Ulysses S. Grant, al quale fece da contraltare in campo confederato il generale Robert E. Lee.

Mentre si produceva quell'immane ecatombe, e grazie ad essa, le forze della rivoluzione capitalista, che avevano scatenata la guerra, si andavano arricchendo formidabilmente, attuando le più ciniche manovre finanziarie attraverso il controllo legale dell'inflazione, che consentiva loro di estinguere i debiti con moneta svalutata e di procacciarsi i crediti a basso tasso d'interesse.

Alla fine del 1864, malgrado il coraggio ed il valore dimostrato su ogni campo di battaglia, la Confederazione non fu più in grado di proseguire la lotta: ed il 9 aprile 1865, ad Appomattox, firmò la propria resa all'Unione. Il Sud praticamente non esisteva più: esso era uno sterminato campo di rovine, dove la popolazione moriva di fame. Circa 300.000 dei suoi uomini erano caduti, su una popolazione di poco più che cinque milioni!

In tanta rovina, qualche tenue motivo di speranza venne al Sud dall'atteggiamento di Lincoln, intenzionato a non infierire sui vinti ma ad usare nei loro confronti un trattamento d'indulgenza, come verso fratelli ritrovati. " Non possiamo macchiare la vittoria con la durezza" (46/II/38), egli aveva più volte proclamato. Non erano affatto queste però le intenzioni dei manipolatori di capitali del Nord: essi volevano che gli Stati del Sud fossero letteralmente schiacciati, onde poterli integrare nel proprio "sistema" di sfruttamento economico, in modo mai più discutibile né contestabile.

 I banchieri ed i fornitori dell'esercito nordista erano inoltre fortemente contrariati dall'intenzione del Presidente di pagare i debiti, contratti dal Governo per fronteggiare le spese belliche, con i " greenbacks ", poiché questi erano carta-moneta stampata direttamente dallo Stato, inconvertibili in oro, basati unicamente sul credito del Governo Federale: e, se si fosse generalizzata ed istituzionalizzata la prassi di Governi battenti moneta in proprio, i grandi finanzieri avrebbero perduto quell'assoluto controllo della circolazione monetaria, che costituiva la chiave di volta e la fonte prima della loro onnipotenza economica. Per ciò, la sera del 14 aprile 1865, mentre assisteva ad una rappresentazione teatrale, Lincoln fu assassinato a pistolettate da un certo John Wilkes Booth (48/35), si dice su ordine di Judah P. Benjamin, dirigente dell'Ordine di Sion (50/36), nonché mandatario della plutocrazia nordista.

 Ad evitare che l'assassino potesse essere interrogato provvide la polizia militare unionista, che pretestuosamente lo uccise. In questo modo, non solo non si parlò più di comprensione e di tolleranza verso il Sud ma, al contrario, fu scatenata una durissima campagna di linciaggio morale: Jefferson Davis, il Presidente sudista, fu gettato in carcere, incatenato come un malfattore, sottoposto ad ogni sorta di umiliazioni, torturato. Fu liberato un anno più tardi perché nessuna accusa era apparsa sostenibile a suo carico. Quanto ai " greenbacks ", ne fu bloccata l'emissione: ed i deputati corrotti - quelli cioè che nella circostanza si erano piegati ai voleri dei potentati finanziari - furono lautamente ricompensati con un gigantesco imbroglio, consumato ai danni dei reduci. A costoro infatti il Governo aveva rilasciati dei certificati di credito che, per effetto della svalutazione della moneta, si erano quasi completamente deprezzati. Una volta che i deputati-speculatori ebbero incettati questi certificati di credito ad un prezzo irrisorio, fu promulgato un provvedimento legislativo, che li rivalutava al cento per cento, con garanzia dello Stato.

Ad evocare ed a celebrare la funzione di ostacolo che i " biglietti dal dorso verde " avevano per qualche tempo dispiegata a fronte dell'avanzata dei manipolatori di capitali verso la conquista della somma dei poteri nel mondo, spuntò fuori una singolare canzoncina, riportata da Arthur Nussbaum nel suo libro " La storia del dollaro " (51/148):

"Di te vogliamo cantare, o Greenback,

moneta della gente libera. E per tutti i tempi venturi i più grandi cantori di ogni terra canteranno in rime giocose:

L'oro non è re.

Infrangi le catene del vecchio Shylock

con tutti i suoi buoni-oro

le banche e gli anelli. I monopoli cadranno, in galera suderanno i ricconi. Allora solo regnerà la legge,

non i re del denaro ".

Col fallimento della "guerra d'indipendenza" del Sud, ossia con la sconfitta della Confederazione, i capitalisti del Nord si affermarono dunque come il potere egemone degli Stati Uniti: e nulla poté più opporsi alla trasformazione di quel gigantesco paese nello strumento storico della Plutocrazia trionfante.

Al Sud calò immediatamente una folla variopinta ed eterogenea di speculatori dal Nord, che la vox populi definì con il termine di carpetbaggers, ossia di " uomini con la valigia " (23/380). " Naturalmente non tutti costoro furono dei disonesti ", spiega Luraghi (23/380), " né si trattava sempre di grandi speculatori: i più grossi si tenevano nell'ombra. Sta di fatto che in questo periodo fu facile al capitale nordista assicurarsi per pochi soldi il controllo delle piantagioni meridionali dai proprietari rovinati. Alcuni centri industriali cominciarono a sorgere qua e là, ma con capitale nordista, per avere sul posto sia la materia prima a buon mercato che una mano d'opera sottopagata " (23/380).

I dati anzidetti trovano conferma ed ulteriore ampliamento in Eric J. Hobsbawm (49/175): "Il capitalismo americano si sviluppò con rapidità vertiginosa dopo la guerra civile: in essa numerosi grandi imprenditori del tutto privi di scrupoli, noti con l'appellativo ben meritato di "robber barons', ossia di 'baroni della rapina', avevano trovate le migliori opportunità d'illimitato arricchimento. Diversamente dalla guerra civile e dal Wild West, l'era dei "robber barons" non è entrata a fare parte del mito popolare americano ma rimane ancora un elemento della realtà di quel popolo. I "baroni della rapina' continuano ad essere un aspetto visibile della scena economico-finanziaria. Si è sostenuto che molti dei grandi capitalisti americani furono in realtà degli innovatosi e dei creatori ma anche la mente dell'apologeta rimane in forse davanti ad imbroglioni fatti e finiti come i finanzieri Jim Fisk o Jay Gould ".

Raggelante appare la situazione dei vinti nelle parole di Dominique Venner (45/267): " Il Sud è vinto, dissanguato, in rovina. Ma questo non basta ai radicali del Nord. Quello che vogliono è distruggerlo da cima a fondo. Questa guerra non ha opposto solo due nazioni ma anche due società, due inconciliabili concezioni del mondo. Ha preso di primo acchitto l'andamento di una guerra di religione: si è alimentata col fanatismo degli estremisti. Ed ora non cessa con la fine delle operazioni militari. Il Sud subirà la sorte atroce che fu riservata un tempo ai Catari. Dietro la soldadesca marceranno gli inquisitori ".

Anche il massacro dei Pellirosse, per qualche tempo rimasto in sottofondo, fu ripreso con rinnovata ferocia. L'esercito americano - braccio armato della Rivoluzione - consumò senza tentennamenti anche l'ulteriore vergogna, mentre i nomi di Nuvola Rossa, di Giuseppe, di Cavallo Pazzo e di Toro Seduto entravano nella leggenda con la grandezza di eroi omerici.

" Cavallo Pazzo ", ha scritto R. Luraghi (23/417), " emerse come una tra le più tragiche ed eroiche figure, torreggiante come un Achille o un Aiace Telamonio vissuto fuori della sua era. Quanto a Toro Seduto, una paziente ricostruzione critica della sua personalità ne fa una figura dalle proporzioni gigantesche, uno tra i più grandi figli della terra d'America".

I capitalisti nordamericani, la cui ricchezza personale fosse valutabile in milioni di dollari, erano prima del conflitto col Sud appena tre in tutta l'Unione. Le speculazioni fiorite sugli orrori della guerra portarono entro la fine del secolo il numero dei milionari a tremilaottocento. Essi formarono una élite sociale quanto mai arrogante, esibizionista e volgare. Le città settentrionali della costa atlantica, specialmente New York e Boston, furono invase da edifici di gusto pacchiano, nei quali le ricchezze erano boriosamente ostentate. 

 Gli altezzosi e sprezzanti trionfatori, vestiti con camicie dai bottoni di diamante, trionfi delle loro grottesche dimore, eressero il denaro a misura unica di tutte le cose. Essi, in uno Stato del quale erano i padroni, poterono insomma applicare alla lettera la dottrina del Liberalcapitalismo, il cui principio motore era soltanto quello del fare soldi attraverso lo sfruttamento del lavoro altrui e sopraffacendo il più debole. La classe politica, mediocre e corrotta, era completamente nelle loro mani ed al loro servizio. La concezione puritana della ricchezza come segno terreno della benevolenza di Dio valeva a mondare anche il più turpe dei comportamenti, purché fosse idoneo a procacciare denaro.

In breve tempo i nomi di coloro ch'erano i veri padroni dell'America cominciarono a diventare universalmente noti: Jay Gould, William V. Vanderbilt, Edward H. Harriman John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, John Pierpont Morgan, Jay Cocke e poche altre decine, senza dimenticare la dinastia cosmopolita dei Rothschild. Scrive W. C. Skousen (52/28): "La struttura creata tra il 1880 ed il 1933 da questi magnati delle Big Banking e del Big Business per controllare il campo finanziario era straordinariamente complessa. Ogni feudo economico poggiava su un altro, entrambi a loro volta collegati con società semi-indipendenti, il tutto a sostegno delle due guglie del potere economico e finanziario: una posta nel cuore di New York, agli ordini di J. P. Morgan and Company, l'altra, nell'Ohio, capeggiata dalla famiglia Rockefeller. L'influenza di questi business "leaders" era così grande che i gruppi Morgan e Rockefeller riuniti, o anche Morgan da solo, avrebbero potuto mettere a terra il sistema economico nazionale ".

Essi, tutti insieme costituirono il nucleo iniziale del Potere Economico Mondiale e furono i primi oligarchi dell'occulta struttura sovranazionale volta allo sfruttamento dell'umanità intera.La testa pensante di questo " mostruoso organismo " si affacciò dunque alla Storia con la nascita stessa degli Stati Uniti d'America.

Brano tratto da "i quaderni di Avallon " numero 5 del 1984

 

BIBLIOGRAFIA DEI SOLI TESTI CONSULTATI

 

(Nelle citazioni bibliografiche, il primo numero fra parentesi indica il titolo della pubblicazione, conformemente all'elenco qui sotto riportato. L'ultimo numero fra parentesi indica invece la pagina. L'eventuale numero intermedio indica, per le opere in più volumi, di quale volume si tratta).

1) L'America Latina, di C. Gibson-M. Carmagnani-J. Oddone, UTET, 1976.

2) Visto da destra, di Alain De Benoist, Akropolis, 1981.

3) Il sovvertimento intellettuale come premessa delle rivoluzioni politiche nel mondo moderno, di Alfredo Bonatesta, su "L'Uomo Libero" n. 9 del Gennaio 1982.

4) Storia del popolo ebraico, di Cecil Roth, Silva, MCMLXII.

5) Ebraismo Sefardita, di Federico Steinhaus, Forni, 1969.

6) Gli ebrei e la vita economica, di Werner Sombart, vol. 1, Ar, 1980.

7) La cabala di Cristoforo Colombo, di Maria B. Rosati, su "Il giornale d'Italia" del 26-10-1981.

8) Il ghetto, di Louis Wirth, Comunità, 1968.

9) Gli ebrei nella storia di tre millenni, di Lea Sestieri, Carucci, 1980.

10) L'uomo tra misteri, miti e menzogne, di don Luigi Cozzi, stampato in proprio, 1981.

11) La cara oculta de la historia moderna, di Jean Lombard (4 voll.), Fuerza Nueva, Madrid, 1979.

12) Il mito del sangue, di Julius Evola, Ar, 1978.

13) Storia della filosofia occidentale, di Bertrand Russel, Club del Libro, 1982.

14) Il mito Ariano, di Leon Poliakov, Rizzoli, 1976.

15) Lo spirito della nuova Inghilterra: il Seicento, di Perry Miller, Il Mulino, 1967.

16) Storia dell'antisemistismo, di Leon Poliakov (3 voll.), La Nuova Italia, 1974.

17) Protestantesimo e trasformazione sociale, di Hugh R. Trevor-Roper, Laterza, 1975.

18) Storia popolare del mondo moderno, di Leo Huberman, Savelli, 1978.

19) Storia popolare degli Stati Uniti, di Leo Huberman, Einaudi, 1980.

20) Storia degli Stati Uniti, di Allen Nevins ed Henry Steele Commager, Einaudi, 1980.

21) Gli Stati Uniti d'America, a cura di Willi Paul Adams, vol. XXX della Storia Universale Feltrinelli, 1978.

22) Storia sociale degli Stati Uniti, di Peter N. Carrol e David W. Noble, Editori Riuniti, 1981.

23) Gli Stati Uniti, di Raimondo Luraghi, vol. XVI della Nuova Storia dei Popoli e delle Civiltà, UTET, 1974.

24) Storia d'Inghilterra, di George Macaulay Trevelyan, 2 voll., Garzanti, 1979.

25) Le forze occulte che manovrano il mondo, di Umberto Greco, pseudonimo Vermijon, stampato a cura dell'autore, Roma MCMLXX.

26) L'ebreo internazionale, di Henry Ford, Ar, 1971.

27) Più di 4 mila miliardi regalati dal Congresso USA ad Israele, di R.A. Segre, su " Il Giornale Nuovo " del 14-11-1983.

28) Storia degli Stati Uniti, di William Appleman Williams, Laterza, 1964.

29) La Franc-Maconnerie et la Revolution intellectuelle du XVIII siècle, di Bernard Fay, La Librairie Frangaise, 1961.

30) Misteri e dottrine segrete, di Bruno Nardini, Centro Internazionale del Libro, 1976.

31) L'essenza della massoneria italiana, di padre F. Giantulli, Pucci Ciprian 1973.

32) La Franc-Maconnerie d'après ses documents secrets, di Leon De Poncin Diffusion de la Pensée Franraise, 1972.

33) La Massoneria: storia ed iniziazione, di Christian Jacq, Mursia, 1978.

34) Attualità della Rivoluzione, di Guido Gili ed Orio Nardi, Saven, Lugan 1979.

35) Adam Weishaupt: a human devil, di Gerald B. Winrod, Sons of Libert Louisiana, USA, s.d.

36) Le società segrete che dominano il mondo, di Pierre Mariel, Vallecchi, 197

37) Governi occulti e società segrete, di Serge Hutin, Mediterranee, 1973.

38) Il dio quattrino, di padre A. Arrighini, Libreria Editrice Religiosa Fr cesco Ferrari, Roma, 1939.

39) Le origini intellettuali della Rivoluzione francese, di Daniel Mornet, Ja Book, 1982.

40) La grande nazione, di Jacques Godechot, Laterza, 1962.

41) Che cosa è la Massoneria, di Francesco Gaeta, Sansoni, 1939.

42) La simbologia del dollaro, di Andrea Di Nicola, Solfanelli, 1977.

43) I misteri esoterici, di Giuseppe Gangi, Mediterranee, 1978.

44) Storia del mondo moderno, di AA.VV., Cambridge University Press, Ga zanti, 1970 (12 voll.).

45) Il bianco sole dei vinti, di Dominique Venner, Akropolis, 1981.

46) Storia universale, di Carl Grimberg (12 voll.), dall'Oglio, 1966/67.

47) Europa, madre delle rivoluzioni, di Friedrich Heer (2 voll.), Il Saggi tore, 1968.

48) The nameless war, di A. H. M. Ramsay, Sons of Liberty, Metairie, Lo siana, USA, s.d.

49) Il trionfo della borghesia, di Erie J. Hobsbawm, Club degli Editori, 197

50) Droga SPA: la guerra dell'oppio, di K. Kalimtgis-D. Goldman-J. Stei berg, Logos, 1980.

51) Storia del dollaro, di Arthur Nussbaum, Sansoni, s.d.

52) Il capitalista nudo, di W.C. Skousen, Armando, 1978.

53) L'America coloniale, di Richard Hofstadter, Mondadori, 1983.

54) Gli indiani d'America, di Wilcomb E. Washburn, Club del Libro, 1982.

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