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Massimo Mazzucco
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Commento al film
Americas
Reaparecidas di
Fulvio Grimaldi
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di Massimo Mazzucco
Vedere Americas
Reaparecidas di
Fulvio Grimaldi è
stato per me un
violento,
struggente, ma anche
fortificante tuffo
nel passato. Un
tuffo, prima di
tutto, nel
passato del
giornalismo, quello
vero, quello di una
volta.
Erano anni che non
vedevo una persona -
un essere umano,
intendo, con tutte
le
emozione dipinte sul
volto, e non un
ibrido pupazzo
asettico uscito dai
sondaggi di
gradimento della CNN
- aggirarsi col
microfono in mano
nel mondo vero di
altri esseri
umani. Ho visto
qualcuno bussare con
delicatezza, entrare
con dolcezza nelle
vite
altrui, e vedersi
ripagato con la
moneta piu rara e
preziosa di questo
mondo, il
sorriso di un altro
essere umano.
Americas
Reaparecidas è un
documentario antico
e modernissimo
insieme, che riesce
a
mescolare la
retorica della
rivoluzione - la
ridondanza dell’
“Internazionale” a
volte è quasi
ossessiva - con una
rivoluzione della
retorica, nel senso
che salta a
piè pari tutte le
trappole di tipo
evocativo, e adotta
un linguaggio
talmente
semplice e pulito da
portarci a visitare
direttamente il
cuore delle persone.
Cuba, Argentina,
Brasile, Venezuela.
Oppure: tenacia,
riscatto, rinascita,
illusione.
Come il lungomare di
La Havana,
perfettamente
identico a se stesso
da cinquant’anni,
…
… Cuba ci appare
ferma, immobile nel
tempo, prigioniera
del proprio sogno
realizzato
solo a metà:
educazione, cibo e
sanità - fra le
migliori al mondo -
per tutti, fanno
da stridente
contrasto con la
povertà generale
imposta dallo
strozzinaggio
dell’embargo
perenne. Fissata
sugli slogan un pò
consunti che l’hanno
tenuta in
qualche modo unita
nonostante tutto,
Cuba sembra ormai
attendere solo che
scompaia
Fidel per conoscere
il suo vero destino.
Raùl appare troppo
piccolo, sia di
statura
che di carisma,
accanto al barbudo
ultraottantenne, per
legittimare una
speranza di
continuità effettiva
al momento della sua
morte. Ma ormai
l’esempio è stato
dato, e
nessuno potrà mai
cancellare il fatto
che Castro - l’uomo
che secondo i piani
della
CIA doveva durare
solo alcune
settimane - sia
riuscito a
sopravvivere,
fisicamente e
politicamente, ad
almeno dieci
presidenti americani:
Eisenhower, Kennedy,
Johnson,
Nixon, Ford, Carter,
Reagan, Bush padre,
Clinton, Bush figlio.
E se solo Fidel
arrivasse al 2008, i
presidenti
diventerebbero
undici.
Qualcosa ci deve pur
essere, in
quell’esperimento
politico chiamato
socialismo, per
aver retto per quasi
cinquant’anni in
condizioni
tutt’altro che
facili. E quel
qualcosa - sembra
suggerire Grimaldi -
ha brillato
abbastanza a lungo
da accendere
nuove speranze fino
all’estremo opposto
del continente.
L’Argentina che
cinque anni
fa si era ritrovata
a terra, con le
casse statali
completamente vuote,
senza
leadership e senza
futuro, ha saputo
riprendersi non solo
economicamente ma
anche
moralmente.
Fabbriche occupate e
autogestite mostrano
che non è
assolutamente
necessario perdere
soldi nel farle
funzionare, e che
con un pò di
oculatezza si
riesce persino ad
andare in attivo.
Ora sappiamo quanto
costa una cucitrice
- dice
una lavorante di una
fabbrica di vestiti
- sappiamo quanto
costa il tessuto al
metro,
sappiamo quanto
costano
assicurazione e
previdenza sociale,
e possiamo quindi
calcolare quanto ci
veniva rubato
giornalmente dai
proprietari di una
volta.
La presa di
coscienza della
classe popolare è
anche la chiave di
lettura del Brasile
di Lula, a cui
Grimaldi riconosce i
giusti meriti senza
per questo
incensarlo
spudoratamente. Non
è facile portare a
tutti una buona
educazione, in un
paese dove
le foreste coprono
il settanta per
cento del
territorio, i grandi
fiumi sono ancora
la via principale di
comunicazione, e ti
ritrovi la mafia dei
proprietari terrieri
lungo ogni metro del
tuo cammino.
Ma soprattutto,
quello che strangola
Brasile e Argentina
è la morsa
ricattatrice del
debito pubblico, che
ha consegnato i due
principali paesi
sudamericani nelle
mani del
Fondo Monetario
Internazionale e
della Banca Mondiale:
apparenti salvatori,
visti da
lontano, si rivelano
invece perfidi
aguzzini nelle mani
degli Yanquis, che
controllando la
ricchezza di buona
parte del mondo ne
controllano in pari
misura
anche la povertà.
La miseria in
sudamerica non è
cambiata, e le
sproporzioni
grottesche fra
ricchi e
poveri non si sono
spostate di molto da
quell’uno per cento
che le ha
caratterizzate
sin dall’inizio.
Solo partendo dal
colonialismo
spagnolo, e seguendo
la sua
evoluzione
nell’imperialismo
americano - che
considera il
sudamerica alla
stregua del
granaio di casa, da
cui attingere ogni
ben di Dio ogni
volta che ne senta
il bisogno
- è possibile capire
come un continente
fra i più ricchi di
risorse al mondo sia
fra
i più poveri in
assoluto dal punto
di vista dello
standard di vita.
Folgorante in questo
senso la
dichiarazione di un
padre francescano,
buon erede della
Teologia della
Liberazione: “Non
abbiamo bisogno di
nessuna elemosina da
parte del
mondo. Basta che non
ci rubino tutto
quello che abbiamo”.
E persino nel
“ruspante” Venezuela
di Chavez, dove il
petrolio sta
chiaramente
facendo la
differenza, si sente
la fatica nel voler
“evolvere” troppo in
fretta un
popolo che fino a
ieri ha sofferto in
condizioni più o
meno simili a quelle
dei loro
vicini di casa. Non
basta dire
“socialismo” perchè
questo si realizzi
d’incanto, non
basta dire “siamo
tutti uguali” perchè
questo avvenga
immediatamente, e
non basta
certo distribuire
tre milioni di libri
in tutto il paese in
un solo week-end per
liberarsi da una
ignoranza secolare,
e quindi “congenita”.
(E’ comunque molto
di più
rispetto a chi,
dalle nostre parti,
ha distribuito a
tutti i suoi
concittadini un
piccolo calcolatore
con allegata la sua
biografia personale,
ma questo è
tutt’altro
discorso).
Il viaggio di
Grimaldi,
giustamente, si
conclude a Cuba,
dov’era cominciato,
e solo
in quel momento ci
si accorge che il
tono leggero delle
interviste, e la
presenza
invisibile della
narrazione, hanno
permesso di
disegnare una
traccia precisa che
“unisce i punti”
comuni dei quattro
paesi visitati,
formando una parola
chiaramente
leggibile attraverso
l’intero continente:
speranza.
Il popolo del
sudamerica sta
lentamente ma
irreversibilmente
prendendo coscienza,
e
il documentario ti
lascia con la
precisa sensazione
che questo tuffo nel
passato
possa anche essere
stato, in realtà, un
visionario e
tonificante tuffo
nel futuro.
(Per altre
informazioni, o per
ordinare il DVD:
visionando@virgilio.it,
oppure
tel/fax 06-5896991)
Fonte:
http://www.luogocomune.net |
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20/11/2006:

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