Ho passato le recenti settimane a filmare i quartieri vicino alle
colline di Caracas, quelle strade formate da case di cemento che
sfidano la forza di gravità e le piogge torrenziali, emergendo nel
buio della notte come lucciole nella nebbia. Si dice che Caracas sia
una delle città più pericolose del mondo, ma io non ho affatto avuto
paura; i più poveri hanno accolto me e i miei colleghi con il calore
tipico dei venezuelani, ma anche con l’inconfondibile confidenza
caratteristica di un popolo che crede che il cambiamento sia
possibile, e che ancora dà valore a parole come “riforma”,
“democrazia popolare”, “equità”, “giustizia sociale” e sì, “libertà”.
Concetti nobili che ormai hanno perso ogni significato nell’Occidente
in cui viviamo.
Una notte di un mesetto fa, in una stanza vuota (fatta eccezione per
una lampada al neon blu fluorescente) ho sentito pronunciare le
suddette parole pronunciate da Ana Lucia Fernandez, 86 anni, da
Celedonia Oviedo, 74, e da Mavis Mendez, 95. Una donna più giovane,
Sonia Alvarez, 33 anni, è venuta accompagnata dai suoi due bambini.
Un anno fa nessuno di loro sapeva leggere o scrivere: ora studiano
matematica. Per la prima volta nell’era moderna il Venezuela ha il
100% di alfabetizzazione.
Lo scopo è stato raggiunto grazie ad un programma nazionale chiamato
“Mision Robinson”, appositamente studiato per adulti e ragazzi ai
quali era stata negata una scolarizzazione. La “Mision Ribas”,
inoltre, sta assicurando l’istruzione superiore, chiamata
baccalaureato (i nomi Robinson e Ribas fanno riferimento ai leader
dell’indipendenza venezuelana del 19esimo secolo).
Sono state aperte numerose università – alcune sono state
chiamate “università del popolo”, altre sono state intitolate a
Simon Bolivar, il liberatore; così facendo si è riusciti a far
conoscere alla gente i “grandi tesori della mente, la storia, l’arte
e la musica, cose che non sapevamo nemmeno esistessero”, mi ha
confessato una volta un genitore. Sotto la guida di Hugo Chávez il
Venezuela è diventato il più grande produttore di petrolio che
impiega le entrate derivanti dall’oro nero per aiutare le classi più
povere.
Mavis Mendez, nei suoi 95 anni di vita, ha visto succedersi molti
governi e ha assistito a come decine di miliardi di dollari di
petrolio potessero fluire verso Miami, di pari passo alla discesa
dell’America Latina nella più profonda povertà – dal 18% del 1980 al
65% del 1995, tre anni prima che Chávez fosse eletto. “Le nostre
vite non contavano”, afferma Mavis. “Vivevamo e morivamo senza aver
ricevuto la minima istruzione, senza acqua corrente e con pochissimo
da mangiare. Quando ci ammalavamo, i più deboli morivano. A est
della città, dove si trovano le grandi case, noi eravamo
praticamente invisibili, o addirittura temuti. Ora sono in grado di
leggere e scrivere il mio nome, e anche di fare qualcosa in più;
qualsiasi cosa dicano i giornali o le classi ricche, ora abbiamo
piantato il seme della vera democrazia, e sono immensamente felice
di aver potuto assistere a tutto questo”.
I governi latino-americani spesso sono soliti aprire un’assemblea
costituente che possa scrivere una carta costituzionale per
garantire legittimità ai propri esecutivi. Quando fu eletto, nel
1998, Chávez fece lo stesso per de-centralizzare il potere e
assegnarlo al popolo, che non ne aveva mai goduto. Così, egli
cominciò a smantellare le preesistenti sovrastrutture politiche
corrotte – prerequisito necessario per imprimere una svolta all’economia.
La predisposizione di “missioni sociali” per far crollare la vecchia
e corrotta burocrazia è un espediente tipico della straordinaria
politica che sta cambiando – pacificamente – il Venezuela. Si tratta
di una “rivoluzione boliviana”, non molto diversa da quelle che
hanno instaurato la democrazia in Europa nel dopoguerra.
Chávez, ex generale dell’esercito, era ansioso di dimostrare che
egli non era un altro generale “di ferro”. La sua prima promessa,
infatti, è stata quella di rimettere ogni decisione alla volontà del
popolo. Nel suo primo anno da presidente ha ottenuto un numero
sorprendente di consensi elettorali: in occasione del referendum in
cui si doveva decidere se indire o meno una nuova costituente; nelle
elezioni per l’assemblea; nel secondo referendum in cui si doveva
ratificare la nuova costituzione.
Il 71% della popolazione ha approvato ognuno dei 396 articoli che
hanno permesso a Mavis, Celedonia, Ana Lucia e ai suoi nipoti di
vedersi riconoscere quei diritti umani di base, garantiti ora anche
alla gente di colore e ai figli di matrimoni misti. “Gli indigeni –
recita la nuova costituzione – hanno il diritto di mantenere le
proprie pratiche economiche, basate sulla reciprocità, sullo scambio
e sulla solidarietà... e di definire le loro priorità...”.
Il piccolo libro rosso della costituzione venezuelana è diventato un
best-seller per le strade. Nora Hernandez, che lavora nel barrio
[quartiere, NdT] chiamato Petate, mi ha portato nel
supermercato statale locale, fondato con le entrate derivanti dal
petrolio, dove i prezzi sono almeno la metà rispetto a quelli
praticati nelle normali catene commerciali. Con orgoglio mi mostra
articoli della costituzione riportati sul retro dei pacchetti delle
saponette. “Non si può tornare indietro”, si legge in uno.
Nel barrio La Vega mi sono fermato ad ascoltare
un’infermiera, Marcella Machado, una robusta donna di colore di 45
anni dotata di una favolosa risata, e insieme abbiamo parlato dei
più svariati argomenti – dai senzatetto alla guerra in Iraq. Quello
stesso giorno è stato inaugurato la missione “Madres de Barrio”, un
programma mirato a sconfiggere la povertà che colpisce le madri
single. Sotto la costituzione, le donne hanno il diritto di essere
pagate per il proprio lavoro, e possono ottenere prestiti da una
banca speciale. Da questo mese [giugno, NdT], le casalinghe senza
reddito potranno ricevere uno stipendio di circa 120 dollari. Non
c’è da stupirsi se Chávez ha vinto otto tra elezioni e referendum in
otto anni rafforzando di volta in volta la sua maggioranza –
praticamente un record mondiale.
È il leader politico sudamericano più famoso in occidente,
probabilmente nel mondo. Per questo è sopravvissuto,
sorprendentemente, al colpo di stato spalleggiato da Washington nel
2002. Mariella, Celedonia, Nora e centinaia di migliaia di altre
persone sono uscite dai loro barrios per chiedere che
l’esercito si comportasse lealmente. “Il popolo mi ha salvato” –
dice Chávez. “Lo hanno fatto nonostante i giornali fossero tutti
contro di me e mi avessero accusato senza sapere cosa fosse
realmente successo. Un’eroica azione di cui si è resa protagonista
la democrazia popolare, non c’è bisogno di dire altro”.
L’odioso attacco a Chávez, che un paio di settimane fa è stato a
Londra, è cominciato, ed è partito dai proprietari delle tv private
e dei giornali venezuelani, i quali vorrebbero abbattere il governo.
Le insensate accuse a Chávez pubblicate sul Times e sul
Financial Times fanno seguito ai servizi di Channel 4 dello
scorso aprile, quando il presidente venezuelano era accusato di
tramare la costruzione di una bomba atomica insieme all’Iran. Una
fantasia assurda. Il reporter scherniva le politiche per la
riduzione della povertà e presentava Chávez come un buffone, mentre
Donald Rumsfeld lo paragonava a Hitler, senza che nessuno
intervenisse. Tony Blair è stato eletto da un quinto degli aventi
diritto e ha causato la morte di decine di migliaia di iracheni.
Nonostante ciò può continuare a diffondere tranquillamente le sue
idee politiche nel mondo.
Chávez rappresenta una minaccia, soprattutto per gli Stati Uniti.
Come i Sandinisti in Nicaragua, che hanno basato la loro rivoluzione
sul movimento cooperativo britannico, e come il moderato Allende in
Cile, Chávez offre l’alternativa di una società migliore. In altre
parole, rappresenta la “minaccia” di un buon esempio in un
continente dove la collettività ha a lungo sofferto la dipendenza
economica da Washington. Nei giornali americani degli anni ottanta,
la “minaccia” del piccolo stato del Nicaragua era seriamenta
dibattuta, finchè non venne messa da parte. Ora la stessa cosa
accade per il Venezuela.
Una pubblicazione a cura dell’esercito americano, “Doctrine for
Asymmetric War against Venezuela”, descrive Chávez e la rivoluzione
boliviana come “la più grande minaccia dai tempi dell’Unione
Sovietica e del comunismo”.
Quando ho detto a Chávez che ormai gli Stati Uniti avevano fatto
il loro tempo in America Latina, lui ha replicato così: “Sì, e il
mio assassinio non sarebbe una sorpresa. Ma ormai l’impero è in
crisi, e i venezuelani resisterebbero ad un attacco. Noi chiediamo
solo il sostegno di tutti i veri democratici”.
John Pilger, celebre giornalista e scrittore australiano, è
autore de 'Un
paese segreto'.
Fonte:
The Guardian /
Nuovimondimedia
Tradotto da
Elena
Cortellini per Nuovi Mondi Media