La recrudescenza
della violenza sulla
donna, in famiglia e
fuori, in occidente
ed in oriente (v.
Cina); la
schiavizzazione e la
repressione violenta
delle donne, nei
paesi di cultura
islamica; pongono in
primo piano la
“questione femminile”,
come problema
prioritario per
qualunque tattica e
strategia
rivoluzionaria
mirata
all’abbattimento
della società
capitalistica e
all’avvento del
comunismo. Il
livello inaudito cui
è giunta
l’oppressione e la
violenza anti-femminili,
nel mondo intero,
non lascia più
spazio per
tergiversare,
rimandare,
subordinare la
soluzione della
“questione femminile”
ad altre, ritenute
“più importanti” o
più “urgenti”.
Ciò comporta tutta
una serie di
conseguenze, tra le
quali queste:
- 1. o la donna
partecipa
attivamente a
qualsivoglia
iniziativa, di
organizzazione e di
lotta, proletaria,
oppure esse sono
destinate a fallire
in partenza;
- 2. qualunque
movimento, di
qualunque natura (culturale,
sociale, politico,
di lotta), e
qualunque nome ed
obbiettivo si
prefigga (anche il
più avanzato e
rivoluzionario), che
addirittura teorizzi,
oppure solo permetta,
tolleri, giustifichi,
“comprenda” o
sottintenda, in
qualunque forma,
l’oppressione
femminile, è – in sé
e per sé – contro-rivoluzionario,
e va combattuto in
quanto tale, senza
mezzi termini.
L’imperialismo, come
fase culminante del
capitalismo, è da
svariati decenni in
putrefazione. I suoi
miasmi stanno
mietendo milioni di
vittime ogni anno,
tra guerre, malattie,
“infortuni” sul
lavoro e fame. In
occidente, l’ultima
crisi si trascina da
alcuni anni, tra
recessione e
stagnazione,
intervallate da
qualche spunto di
ripresa momentanea,
foriero di ricadute
repentine. La parola
d’ordine è: salvare
i profitti, a tutti
i costi. E il costo
principale lo pagano
le donne: ricacciate
a casa, con le buone
o le cattive, spesso
con le cattive;
oberate di tutti i
fardelli familiari e
sociali, e – al
minimo cenno di
ribellione –
massacrate di botte.
Nei paesi “in via di
sviluppo”,
l’accumulazione
accelerata di
capitale avviene
grazie allo
stritolamento
femminile. Nei paesi
di nazionalismo e di
imperialismo
islamico, basati su
monoproduzioni (di
solito petrolio) e
con scarso sviluppo
industriale,
l’espropriazione dei
produttori diretti (contadini,
pastori, artigiani)
ha creato una
sovrapopolazione
assoluta, invece di
un esercito
industriale di
riserva. In questo
quadro la donna, non
avendo alcuna
funzione produttiva,
ma solo riproduttiva,
è ridotta a merce,
schiavizzata; e le
masse di diseredati
vengono tenute a
bada dando loro in
proprietà le donne
della loro famiglia,
come unica loro
ricchezza, e vengono
inquadrate nelle
moschee e nelle
scuole coraniche per
farne dei fedeli
soldati a cieca
disposizione di un
pugno di rentier.
Il fenomeno che va
individuato,
analizzato,
sottolineato,
evidenziato, a
livello mondiale, è
l’immane travaglio
delle donne, in
primo luogo
proletarie ed
operaie, per poter
resistere al peso
insopportabile che
incombe su di loro;
e i tentativi,
individuali e di
gruppo, di reagire,
per scaricarsi di
dosso questo
fardello. Vi sono
milioni di esempi
quotidiani in tal
senso, che si
attuano all’interno
delle singole
famiglie, delle
singole case, in
ogni luogo e in modo
sotterraneo. Solo
questo spiega
l’attuale,
spaventosa,
recrudescenza della
violenza, maschile,
sociale e statale,
contro la donna. La
religione, tutte le
religioni, anche
quelle che si
mascherano dietro
una fasulla “laicità”,
stanno collaborando
in prima linea con
gli avvoltoi del
profitto per tenere
a bada le donne, per
convincerle che è il
loro destino di
fungere da vittime
sacrificali per la
salvezza di un
sistema putrescente,
per inculcare loro
il senso di
“sacrificio”, quale
più alta virtù
femminile.
Schieriamoci dalla
parte delle donne,
sosteniamo gli
spunti di ribellione,
di autonomizzazione
e di lotta delle
donne proletarie ed
operaie, contro ogni
forma di
imperialismo, e ogni
forma di “cultura” e
di religione che lo
sostengono; per la
rivoluzione
proletaria e il
comunismo!
Milano, 23/11/07
http://donneriv.blogspot.com/