Mujeres
martedì, 21 ottobre 2008 01:24:00
Edito por Asociación Civil "LPG"
Responsable: Attilio Folliero

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de 26/05/2006
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25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (Italiano)
8 de marzo 2006 - Día Internacional de la Mujer: denuncia de Amnistía Internacional (Español)
La violenza sulle donne (Italiano)
Mai più violenza sulle donne in tutto il mondo! (Italiano)
La violenza contro le donne in Francia: un affare di stato (Italiano)
KOSOVO – Proteggiamo i diritti delle donne e delle ragazze vittime di tratta (Italiano, English)
Albania: “Violenza contro le donne in famiglia" (Italiano, English)

25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Nel 1981, la prima riunione del movimento femminista dell’America Latina e dei Caraibi dichiarava il 25 novembre Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in memoria dell’uccisione delle sorelle Mirabal da parte delle forze di sicurezza del governo Trujillo, avvenuta nelle Repubblica Dominicana nel 1960. Nel 1999, le Nazioni Unite dichiararono il 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Uno degli strumenti internazionali di protezione dei diritti delle donne è la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw). Adottata nel 1979 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Cedaw richiede espressamente agli Stati parte di “adottare appropriate misure per eliminare la discriminazione nei confronti delle donne da parte di qualsiasi individuo, organizzazione o entità”.

Da quando la Cedaw è stata adottata, numerosi e significativi passi sono stati fatti nel riconoscimento e nell’attuazione dei diritti umani delle donne.

Nel 1992, ad esempio, il diritto delle donne ad essere libere dalla violenza venne sancito a livello internazionale con l’adozione da parte del Comitato della Cedaw, della Raccomandazione generale n. 19 che definisce la violenza sulle donne una forma di discriminazione.

Ma ancora molto può essere fatto e la campagna “Mai più violenza sulle donne” di Amnesty International lo sollecita con forza: ad esempio, diversi Stati devono ratificare il trattato e tanti altri devono sottoscrivere il Protocollo opzionale alla Cedaw, che rafforza l’insieme dei provvedimenti volti ad arginare la violenza sulle donne. Sono numerosi i provvedimenti legislativi discriminatori contenuti negli ordinamenti degli Stati parte della Cedaw.

Accanto alla discriminazione (che è una delle principali cause, insieme alla militarizzazione delle società e ai conflitti armati, della violenza sulle donne) vi è anche l'impunità, che è la ragione per cui la violenza si perpetua. Fino a quando coloro che si macchiano di atti di violenza sulle donne continueranno a commettere i loro crimini impunemente, il ciclo della violenza non sarà spezzato. La violenza può avvenire in nome della tradizione, della cultura o della religione, arrivando anche nei luoghi più intimi e privati per mano degli uomini con i quali le donne condividono le loro vite. Discriminate nell’accesso ai diritti economici e sociali e ben lontane da una partecipazione piena ed eguale nella sfera politica e decisionale, le donne hanno ancora bisogno del tuo sostegno.

Scarica il testo della Cedaw


8 de Marzo. Día Internacional de la Mujer

Aministía Internacional denuncia que al menos 36 países mantienen en vigor leyes discriminatorias contra las mujeres

Todavía existen en el mundo leyes que discriminan a las mujeres por razón de su sexo, es decir, que tratan de forma diferente a los hombres y a las mujeres, y conceden a éstas menos derechos y en menor grado. En Arabia Saudí las mujeres no pueden votar. En Camerún es el marido quien decide si la mujer trabaja o no. En Sudán se permiten los matrimonios forzados. En Chile el marido es el titular de la custodia conjunta de bienes. En al menos 36 países aún están en vigor leyes que discriminan a las mujeres.

“Para Amnistía Internacional es inaceptable que más de 25 años después de la adopción de la Convención para la Eliminación de Toda Forma de Discriminación contra la Mujer de Naciones Unidas (CEDAW, por sus siglas en inglés), y 10 años después de la celebración de la Conferencia de Beijing y la adopción de su Plataforma de acción, aún sigan existiendo leyes discriminatorias en todo el mundo”, señala Eva Suárez-Llanos, responsable del Área de campañas e investigación de Amnistía Internacional en España.

La CEDAW adoptada en 1979, reconoce explícitamente que “las mujeres siguen siendo objeto de importantes discriminaciones” y subraya que esa discriminación “viola los principios de la igualdad de derechos y del respeto de la dignidad humana”. La CEDAW ha sido ratificada por 180 países, entre los que no se encuentran Estados Unidos, Qatar, Somalia o Sudán. Pero muchos de los países que lo han ratificado, lo han hecho formulando declaraciones o reservas que excluyen o restringen su aplicación en su territorio.

“Detrás de muchas de esas reservas está la existencia de leyes discriminatorias en los Estados que las han formulado”, señala Eva Suárez-Llanos. Por ejemplo, Arabia Saudí tiene una reserva general a la Convención que incluye, sin especificar, cualquier discrepancia entre ley islámica y la CEDAW. Esto permite que, a pesar de haber ratificado este tratado, en Arabia Saudí no sólo esté bloqueada la participación de las mujeres en la vida política, sino que no se les permite circular libremente si no es en compañía de un familiar próximo varón, ni siquiera para recibir atención médica urgente. En otros casos, se trata de reservas sobre artículos esenciales de la Convención, que vacían de contenido el compromiso de esos países con el tratado.


La discriminación genera violencia
Para Amnistía Internacional, la discriminación por razón de sexo es la causa subyacente de la violencia contra las mujeres, la violación de los derechos humanos más extendida e impune que existe en el mundo. La discriminación está presente en la cultura y la religión, pero también en el marco jurídico del propio Estado sobre aspectos familiares, económicos, laborales y de otra índole.

En algunos casos, las leyes admiten directamente la violencia contra las mujeres. En Nigeria, la violencia intrafamiliar está permitida por ley. En otros, la amparan, por ejemplo, permitiendo los llamados “delitos en nombre del honor” o admitiendo que la cuestión del honor se acepte como atenuante. En Líbano, según el Código Penal, un hombre que mata a su esposa o a otra mujer de su familia, puede conseguir que le reduzcan la condena si demuestra que cometió el delito en respuesta a una relación sexual socialmente inaceptable de la víctima.

Amnistía Internacional, en el marco de su campaña mundial No más violencia contra las mujeres, que lazó en marzo de 2004 insta a todos los gobiernos a que:

· Ratifiquen la CEDAW y su Protocolo Facultativo, o, si es el caso, retiren las reservas que mantengan.
· Adecuen la legislación nacional al marco internacional de protección de los derechos humanos, asegurando que se enmiendan o eliminan las leyes discriminatorias hacia las mujeres.

Acción contra las leyes discriminatorias con motivo del 8 de marzo
Amnistía Internacional ha lanzado a través de su web www.actuaconamnistia.org una ciberacción de cara al 8 de marzo para actuar contra las leyes discriminatorias que refuerzan la violencia contra las mujeres. La acción está centrada en tres países: Guatemala, Israel y Marruecos. Y a través de la web se solicita:

· al Presidente guatemalteco que elimine del Código Penal de su país la norma que libera de responsabilidad criminal al hombre que comete violación si se casa con su víctima.
· al Primer Ministro israelí que elimine la norma que impide a las mujeres judías solicitar el divorcio.
· al Primer Ministro marroquí que elimine del Código Penal artículos en los que se siguen justificando los “crímenes por honor”.


La violenza sulle donne
La violenza domestica

Donne comprate e vendute

La violenza domestica comprende tutti quegli abusi che avvengono in casa o nel contesto familiare.

È la forma di violenza sulle donne più diffusa nel mondo. Donne di ogni classe sociale, razza, religione ed età subiscono terribili abusi da parte degli uomini con i quali condividono le loro vite. La violenza domestica rappresenta una violazione del diritto delle donne all'integrità fisica e psicologica e si manifesta in varie forme: abusi fisici e psicologici, atti di violenza o tortura, stupro coniugale, incesto, matrimoni forzati o prematuri, crimini d’onore.

Almeno il 20% delle donne, a livello mondiale, ha subito abusi fisici e violenze sessuali.

"In nome dell’onore"

Donne e ragazze di ogni età vengono aggredite per motivi d’onore in paesi di ogni parte del mondo.

I "crimini d'onore" includono la tortura, lo sfregio permanente del viso con acido, l'omicidio. Si registrano numerosi casi in paesi del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’America Latina. Stimare il fenomeno è tuttavia molto difficile poiché la maggior parte dei casi non vengono denunciati, sia per paura di ritorsioni, sia perché spesso le autorità tollerano o addirittura giustificano questi atti criminali. Nel 1999 in Pakistan più di 1.000 donne sono state vittime di "crimini d’onore", culminati in molti casi nell’omicidio. Fra i paesi più colpiti vi sono anche Bangladesh, Iraq, Giordania e Turchia.

Abusi e maltrattamenti sulle lavoratrici domestiche

In molti paesi le lavoratrici domestiche, generalmente di nazionalità straniera, sono maltrattate dai loro datori di lavoro. Molte di esse, derubate dei loro documenti, sono costrette a vivere in condizioni di lavoro forzato. Spesso si tratta di donne immigrate clandestinamente o vittime del traffico a scopo sessuale e che non hanno alcuna possibilità di tutela legale. Il fenomeno è gravissimo, ad esempio, in Arabia Saudita, dove usualmente le collaboratrici domestiche vivono in una condizione di prigionia, confinate e relegate nella casa in cui lavorano e in cui subiscono vari tipi di violenze.

La violenza nella comunità

Donne comprate e vendute

Il traffico di esseri umani è la terza più grande fonte di profitto del crimine organizzato internazionale, dopo la droga e le armi, con un guadagno annuale di miliardi di dollari. Le donne vittime della tratta, avviate al mercato della prostituzione sarebbero, nella sola Europa occidentale, 500.000. Per combattere questa forma di violenza è necessario individuare e punire i responsabili, colpire le organizzazioni criminali internazionali, proteggere le donne in quanto vittime e testimoni, intraprendere adeguati programmi di formazione del personale statale, predisporre luoghi di accoglienza per le vittime della tratta, fornire loro assistenza legale, psicologica e medica e garantire a chiunque la possibilità di inoltrare richiesta di asilo.

Le mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili sono una delle più sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani alla quali sono sottoposte le donne nel mondo. Secondo stime delle Nazioni Unite, circa 120 milioni di ragazze sono vittime ogni anno di tali pratiche. In molti paesi africani questa forma di violenza colpisce la stragrande maggioranza delle donne, ma essa viene praticata anche in alcune zone della penisola arabica e dell'Indonesia ed è diffusa all'interno delle comunità immigrate in Europa, America e Oceania. Innumerevoli donne muoiono ogni anno a causa di queste pratiche.

La violenza da parte di attori statali

Abusi nei conflitti armati

Nelle situazioni di guerra e di conflitto interno le donne sono esposte, come e più di altre categorie di persone, a sistematiche violazioni dei loro diritti.

La violenza sulle donne non è un evento accidentale della guerra, è un’arma bellica usata per molteplici propositi: spargere terrore, destabilizzare la società e annientarne la resistenza, premiare i soldati, estorcere informazioni. Nella maggior parte delle situazioni di cui si è occupata, Amnesty International ha accertato che le forze in conflitto hanno usato violenza sulle donne per diversi di questi propositi. Nelle situazioni di conflitto armato inoltre, le donne soffrono in modo particolare a causa degli attacchi indiscriminati portati dalle forze armate, militari e paramilitari, nei confronti della popolazione civile.

Torture in detenzione

Amnesty International ha denunciato innumerevoli casi di tortura o trattamento crudele nei confronti di donne in stato di detenzione da parte di ufficiali di polizia, guardie carcerarie, soldati e altri rappresentanti delle istituzioni. Vengono picchiate, sottoposte a elettroshock, esecuzioni simulate e minacce di morte, privazione del sonno e privazione sensoriale.

Negli ultimi tre anni Amnesty International ha documentato casi del genere verificatisi in decine di paesi tra cui Arabia Saudita, Bangladesh, Cina, Ecuador, Egitto, Filippine, Francia, India, Israele e Territori Occupati, Italia, Kenya, Libano, Nepal, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Spagna, Sri Lanka, Stati Uniti d’America, Sudan, Tagikistan e Turchia.


Mai più violenza sulle donne in tutto il mondo!

Non conobbi mai Paloma, ma sua madre mi parlò di lei. Paloma era una delle diverse centinaia di giovani donne assassinate a Ciudad Juárez, una città al confine tra Messico e Stati Uniti. Peroltre un decennio, queste donne furono rapite, torturate, stupratee uccise. Le autorità fecero ben poco per indagare, perseguire o fermare questi delitti perché si trattava di donne povere, inermi, politicamente ininfluenti. Molte erano giunte a Ciudad Juárez per lavorare nei maquiladoras, stabilimenti di assemblaggio costruitidalle multinazionali sul confine messicano, attirate dalle agevolazioni fiscali e dal basso costo della manodopera messicana. Le giovani donne come Paloma hanno alimentato il fenomeno della globalizzazione economica nella speranza di ricavarne qualcosa, diventandone altresì le vittime. Ciò che spicca in questo caso è il coraggio delle madri delle donne uccise a Ciudad Juárez. Le madri si sono organizzate tra di loro e chiedono giustizia. Assieme a loro e ad altri, lo scorso anno Amnesty International è riuscita a esercitare pressione sul governo federale del Messico affinché si impegnasse afar cessare le uccisioni. La storia di Paloma è soltanto uno tra imilioni di esempi della più vergognosa infamia dei nostri tempi: la violenza sulle donne.

In Asia e Medio Oriente le donne vengono uccise in nome dell'onore. Nell'Africaoccidentale le ragazze sono sottoposte amutilazioni genitali femminili in nomedella tradizione. Nell'Europa occidentale le donne migranti e rifugiate sonoattaccate perché non accettano le usanze sociali della comunità che le ospita. Nella regione meridionale dell'Africa le ragazze sono stuprate e infettate con il virus dell'HIV/AIDS perché coloro che abusano di loro sono convinti che fare sesso con una vergine li guarirà dalla malattia.

Infine, nei paesi più ricchi e più sviluppati del mondo, le donne vengono picchiate a morte dal proprio partner.

Questo tipo di violenza si diffonde perché sono troppi i governi pronti a chiudere un occhio e a lasciare che la violenza sulle donne abbia impunemente luogo. In troppi paesi, le leggi, le politiche e le usanze sono discriminatorie nei confronti delle donne: negano loro glistessi diritti degli uomini, rendendole così più vulnerabili di fronte alla violenza. La proliferazione delle armi di piccolo calibro, la militarizzazione in atto in molte società e l'attacco al cuore dei diritti umani nell'ambito della "guerra al terrorismo" non fa che peggiorare il calvario di molte donne. I diritti umani sono universali: la violenza sulle donne è un abuso dei diritti umani su scala universale. Donne di continenti e paesi diversi, di religioni, culture e retroterra sociali differenti, istruite o analfabete, ricche o povere, sia che vivano in guerra o in tempo di pace, sono legate dal filo comune della violenza subita da gruppi armati o dalloStato, dalla comunità o dalla loro stessa famiglia.

Trattati e meccanismi internazionali sono davvero utili soltanto se applicati in modo appropriato. Altrimenti restano parole nell'aria. Leggi e politiche possono offrire protezione solo se rispettate.

Altrimenti restano parole scritte. I diritti umani diventano una realtà soltanto se forniscono uguaglianza e protezione altrettanto reali. La sfidacontinua a essere un cambiamento che possa realmente fare la differenza nella vita delle donne. È ciò che le donne di tutto il mondo chiedono oggi.

Attraverso la campagna "Mai più violenza sulle donne ", Amnesty International unisce la sua voce a quel richiamo all’azione. Abbiamo lavorato assieme a molte persone all'interno e all'esterno di Amnesty International per disegnare una campagna mondiale per chiedere un cambiamento a livello internazionale, nazionale e locale attraverso attori e azioni differenti.

Chiediamo ai leader, alle organizzazioni e ai privati cittadini di impegnarsi pubblicamente per rendere i diritti umani una realtà per tutte le donne. Attraverso l'attività di lobby sui governi chiederemo loro di ratificare senza riserve la Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e il relativo Protocollo opzionale. In alcuni paesi chiederemo l'abolizione di leggi che discriminano le donne e che perpetuano la violenza contro di loro. In altri, chiederemo l'adozione di leggi che proteggano le donne, criminalizzino lo stupro e altre forme di violenza sessuale. Ascolteremo la voce delle donne, lavoreremo al loro fianco e le aiuteremo a organizzarsi. Coinvolgeremo le comunità e le autorità locali affinché sostengano programmi che permettano alle donne di vivere libere dalla violenza.

Questa campagna è diversa da tutte le altre in quanto chiede a ognuno di noi di assumersi la propria responsabilità. La violenza sulle donne cesserà soltanto quando ciascuno di noi sarà pronto ad assumersi l'impegno: a non commetterla, o a non permettere che altri la commettano, a non tollerarla, o a non arrendersi finché essa non sarà eliminata in ogni parte del mondo.

La violenza sulle donne è universale ma non è inevitabile. Le nostre mani la fermeranno. Possiamo farcela, e ce la faremo grazie a voi.

Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International


La violenza contro le donne in Francia: un affare di stato

Ogni quattro giorni in Francia una donna muore sotto i colpi del suo compagno

La violenza contro le donne – nonostante sia sempre più denunciata – rimane ancora oggi poco conosciuta e largamente sotto stimata. Si tratta tuttavia di una grave violazione dei diritti umani.

E’ per questo che l’8 febbraio 2006, Amnesty International ha pubblicato una ricerca che denuncia le diverse forme di questa violenza in Francia: la violenza all’interno della coppia, gli ostacoli specifici incontrati dalle donne straniere, il problema dei matrimoni forzati, la tratta delle donne al fine di indurle alla prostituzione e il tema delle mutilazioni genitali femminili.

La ricerca, condotta dalla Sezione Francese di Amnesty International, analizza anche la risposta dello Stato e le sue lacune nella lotta contro queste violenze. Anche se si tratta di violenze commesse nella sfera privata, sono infatti violazioni dei diritti umani e riguardano dunque lo Stato che ha il dovere di fare tutto ciò che è in suo potere per prevenirle, punire i responsabili e garantire alle vittime aiuto e risarcimenti adeguati.

Gli atti di violenza all’interno della coppia riguardano, secondo dati del 2003, una donna su dieci in Francia. Un certo numero di idee preconcette persiste, per esempio a proposito del fatto che la violenza sarebbe una conseguenza dell’alcolismo o ancora di disturbi d’ordine psicologico che riguardano tanto l’autore che la vittima. Altri ritengono che queste violenze appartengano a una particolare cultura o a una classe sociale svantaggiata. Nondimeno la violenza colpisce tutte le donne quale che sia la loro età, la loro origine o classe sociale. E’ legata a una discriminazione fondata sul genere, così come definita nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), ratificata dalla Francia nel 1984.

Donne in trappola

La violenza contro le donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e sulla paura. La gran parte delle donne che subiscono violenza si trovano in trappola: molto spesso non possono o non sanno come uscirne. Come sottolinea la Fédération nationale solidarité femmes: “lasciare un coniuge violento è un passo difficile, quando una situazione di potere si è stabilita, spesso nel corso di tanti anni. Le persone vicine alla coppia, amici o familiari, non sufficientemente consapevoli della violenza e della sua frequenza, si scoraggiano o si spazientiscono davanti alle esitazioni o ai ripensamenti delle vittime. Una prima fuga non è mai definitiva”.

Le donne straniere, in particolare quando la loro situazione amministrativa è precaria, devono affrontare ostacoli maggiori. Generalmente poco informate sui loro diritti, sono spesso sole quando si trovano a dover abbandonare il loro domicilio, trovare un nuovo alloggio, un lavoro, un’alternativa di vita.

Nell’ambito delle violenze familiari e coniugali, che contribuiscono ad aggravare le problematiche legate alla condizione migratoria, i matrimoni forzati restano troppo spesso un esempio ignorato o sotto stimato di violenza subita dalle donne e dalle ragazze in Francia.

Il Governo francese ha senza dubbio fatto progressi nel farsi carico di questo fenomeno così ampiamente diffuso. Ma i provvedimenti sono ancora privi di coordinamento e di strumenti adeguati che garantiscano un’applicazione omogenea sul territorio. Inoltre l’accesso alla giustizia rimane lento e complesso: le donne sono scoraggiate davanti a quello che frequentemente appare come un vero e proprio percorso di guerra e il problema viene considerato dalla maggior parte delle persone come un semplice conflitto familiare.

Necessità di una protezioni senza condizioni

Per ciò che riguarda le donne vittime di tratta per la prostituzione forzata, gli standard internazionali impongono alla Francia il dovere di rispettare e proteggere i diritti delle vittime. Ciononostante, in assenza di una reale volontà politica e di strumenti idonei all’identificazione delle vittime, queste sono considerate come delinquenti. Sono punite per il reato di prostituzione o in quanto migranti irregolari. La maggior parte di queste donne sono originarie dei paesi dell’Europa dell’Est, dei Balcani, dei paesi dell’Africa del Nord, dell’Africa subsahariana e del continente asiatico.

Amnesty International chiede alle autorità francesi di fare in modo che le persone che si trovano nelle mani dei trafficanti possano beneficiare di un aiuto e di una protezione senza condizioni, e che non siano sanzionate in quanto vittime di tratta di esseri umani. Inoltre è necessario che al personale coinvolto sia garantita una formazione solida su questa problematica.

Gli standard internazionali

Il diritto internazionale obbliga i Governi a punire i responsabili, ma anche ad agire per prevenire queste violenze e garantire un adeguato risarcimento alle vittime.

Amnesty International chiede dunque al Governo francese di adottare una politica ambiziosa basata su un piano d’azione interministeriale che preveda:

- un trattamento giudiziario rapido ed efficace delle denuncie di violenza;
- una protezione senza condizioni garantita alle vittime;
- maggiori risorse alle associazioni specializzate e ai professionisti coinvolti;
- un programma di formazione e sensibilizzazione destinato al sistema educativo nazionale, all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori;

Firma l’appello al Primo Ministro francese

Leggi il rapporto completo

La violenza contro le donne in Francia: un affare di stato

Data di pubblicazione dell'appello: 08.03.2006
Status dell'appello: attivo


Ogni quattro giorni in Francia una donna muore sotto i colpi del suo compagno. E’ per questo che l’8 febbraio 2006, Amnesty International ha pubblicato una ricerca che denuncia le diverse forme di questa violenza in Francia: la violenza all’interno della coppia, gli ostacoli specifici incontrati dalle donne straniere, il problema dei matrimoni forzati, la tratta delle donne al fine di indurle alla prostituzione e il tema delle mutilazioni genitali femminili.

Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste possibilità:

- Firma on line questo appello

- Stampa in italiano o in francese e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
Monsieur le Premier Ministre
Hôtel de Matignon
57 rue de Varenne
75007 Paris
FRANCE


Testo dell’appello

Signor Primo Ministro,

Le violenze nei confronti delle donne costituiscono una grave violazione dei diritti umani, che è oggetto di una campagna mondiale di Amnesty International dal 2004. Queste violenze non conoscono frontiere. Si riscontrano in tutte le società senza alcuna eccezione, quali che siano la cultura, la religione o la condizione sociale delle vittime o dei responsabili.

In Francia, ogni quattro giorni una donna muore per mano del proprio partner. Inoltre non trovano adeguata protezione le vittime della tratta ai fini della prostituzione e le donne esposte al rischio di un matrimonio forzato o costrette a sottoporsi a pratiche di mutilazione sessuale.

Il diritto internazionale obbliga gli Stati a punire i responsabili, ma anche a prevenire tali violenze e a garantire una riparazione adeguata alle vittime.

Affinché la Francia adempia ai suoi obblighi, Le chiedo di adottare una politica ambiziosa sulla materia, basata su un piano d’azione interministeriale che preveda in particolare:
- una risposta giudiziaria rapida ed efficace alle denunce di violenza,
- la garanzia di una protezione incondizionata per le vittime,
- un incremento delle risorse da destinare alle associazioni ed ai professionisti specializzati,
- un programma di formazione e di sensibilizzazione destinato a insegnanti, professionisti e opinione pubblica.

Sperando che questo appello riceva la Sua attenzione, Le porgo i miei migliori saluti.


KOSOVO – Proteggiamo i diritti delle donne e delle ragazze vittime di tratta

Data di pubblicazione dell'appello: 11.05.2006

La tratta di donne e ragazze a scopo di sfruttamento sessuale è un abuso del diritto all’integrità fisica e psicologica, alla libertà e alla sicurezza della persona, e alla vita. Questo fenomeno espone le donne e le ragazze a una serie di abusi dei diritti umani, quando si trovano nelle mani di coloro che gestiscono la tratta e nelle mani di quelli che pagano per le loro prestazioni sessuali. Le vittime di tratta sono vulnerabili a numerose violazioni a causa del fallimento dei governi nella protezione dei loro diritti umani.

Dal momento dell’arrivo della forza internazionale di peacekeeping nel luglio 1999 (KFOR) e della costituzione della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK), il paese è diventato una delle più importanti destinazioni per le donne e le ragazze vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.

Sebbene alcune donne vengano rapite o obbligate, molte iniziano i loro viaggi volontariamente partendo dal proprio paese – generalmente nell’Europa dell’Est – con l’illusione di trovare un lavoro che garantirà loro la fuga dalla povertà, dalle violenze e dagli abusi. Spesso subiscono violenze sistematiche che le rendono completamente dipendenti da coloro gestiscono la tratta e che in seguito diventano i loro “padroni”. Una volta arrivate a destinazione il lavoro che gli viene offerto non è quello promesso: vengono private dei documenti e in molti casi vengono picchiate e, se iniziano a protestare, stuprate.

Quando raggiungono il Kosovo, vengono violentate dai clienti, dai loro “padroni” e da altre persone che partecipano all’organizzazione della tratta. Molte vengono rinchiuse in appartamenti. Alcune diventano vere e proprie schiave, costrette a lavorare in bar e locali durante il giorno e poi rinchiuse in stanze dove vengono obbligate a prestazioni sessuali con 10 o 15 clienti a notte. Quando sono malate non hanno accesso a cure mediche, non hanno uno status legale; sono negati loro tutti i diritti. Alcune sono bambine di appena 12 anni.

Amnesty International lancia un’azione in favore delle donne e delle ragazze vittime di tratta, attraverso un appello indirizzato ai capi di polizia del Kosovo, per denunciare le gravi violazioni subite dalle donne e dalle ragazze.

Maggiori informazioni sulla tratta di donne e ragazze in Kosovo sono disponibili sul sito internazionale di AI www.amnesty.org.  

Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste possibilità:

- Firma on line questo appello

- Stampa e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
UNMIK Police Commissioner
Stefan Faller
UNMIK Police Headquarters
Pristina KOSOVO
Salutation: Dear Mr. Faller

Head of Kosovo Police Service
Colonel Sheremet Ahmeti
UNMIK Police Headquarters
Prisina KOSOVO
Ottawa, ON, K1A 0G2
Canada
Fax: + 1 613 996 9709
Salutation: Dear Colonel Ahmeti


Testo dell’appello

Dear Mr. Faller,
Dear Colonel Ahmeti,

I am extremely concerned about women ang girls trafficked in Kosovo.

You must make every effort to stop this cycle of grave violations of the fundamental rights of women and girls. Any measures taken to assess whether a woman or child has been trafficked must be done in a respectful and sensitive manner. The Trafficking and Prostitution Investigation Unit must:

• make every effort to ensure the safety and security and women and children who may have been trafficked such as ensuring that any interviews are conducted in confidence and that victims of trafficking are provided with protection should charges be brought against their traffickers;
• ensure that all trafficked women and children detained by law enforcement officials must be fully informed of their rights, how to access them and any other services available to support them;
• institute more sensitive methods for determining if a woman or child has been trafficked such methods should ensure that interviews of possible victims of trafficking take place only once;
• recruit more female officers who are competent in appropriate languages;
• cease the criminalization of women who have been trafficked;
• vigorously pursue the prosecution of all who knowingly use the services of trafficked women and children.

While thanking you for your attention I remain.

Yours sincerely,


Albania: “Violenza contro le donne in famiglia”

Data di pubblicazione dell'appello: 08.05.2006

“Mi prendeva a calci, a pugni, mi colpiva fino a farmi svenire, abusava di me verbalmente, utilizzava ogni tipo di violenza, e - non so come dirlo – mi costringeva a fare sesso con lui” (A).

Questa è la testimonianza di una delle tante donne che in Albania subiscono violenza dai propri partner e mariti. Si stima che un terzo delle donne albanesi abbia subito violenza psichica e fisica all’interno della propria famiglia.

Lo scorso 30 marzo, Amnesty International ha lanciato il rapporto “Albania: Violence against Women in the family: “It’s not her shame” (AI Index: EUR 11/002/2006). Nel rapporto AI denuncia una serie di violazioni subite dalle donne all’interno delle mura domestiche come i maltrattamenti fisici e psicologici, gli stupri e in alcuni casi gli omicidi e ha evidenziato come le autorità albanesi siano finora rimaste indifferenti a tutto questo.

A gennaio 2003 il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) ha esortato l’Albania a riconoscere la violenza domestica contro le donne una violazione dei diritti umani e ha chiesto alle autorità albanesi di adottare una legislazione sulla violenza domestica che assicuri la persecuzione e la condanna degli autori di tali violazioni.

In questi anni, però, il governo di Tirana ha fallito nel riconoscere l’estensione e la gravità del problema. Per questo Amnesty International chiede alle autorità albanesi di predisporre un piano d’azione che comprenda meccanismi di protezione per le donne che subiscono violenza e di incriminare e punire i responsabili, rendendo la violenza domestica un reato penale. Chiede di assicurare che tutti gli ufficiali pubblici, inclusi la polizia, gli avvocati e i giudici vengano sensibilizzati a tutte le forme di violenza contro le donne e siano dotati degli strumenti necessari a riconoscere e ad agire in modo appropriato nella prevenzione, persecuzione e punizione di tali violenze. Chiede infine al governo albanese di rispettare i propri obblighi di diritto internazionale e attuare quanto previsto dalla nuova proposta di legge contro la violenza domestica.

Il rapporto Albania, violenza contro le donne in famiglia e’ disponibile in lingua inglese al seguente indirizzo: http://web.amnesty.org/library/index/engeur11  

Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste possibilità:

- Firma on line questo appello

- Stampa e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
- Prime Minister
Sali Berisha
Kryetari i Këshillit të Ministrave
Tirana, Albania
- Minister of the Interior
Sokol Olldashi
Minister of the Interior
Sheshi Skenderbeu Nr. 3
Tirana, Albania
Fax: +355 4 258 625
- Minister of Justice
Aldo Bumçi
Minister of Justice
Bulevardi Zogu 1
Tirana, Albania
Fax: +355 4 234 560

Testo dell’appello

Dear Minister,

I am extremely concerned about violence against women in Albania, in particular about domestic violence, as outlined in a recent report published by Amnesty International , Albania: Violence against Women in the family: “It’s not her shame” (AI Index: EUR 11/002/2006).

Violence against women is a serious breach of the human rights of women and girls.

The organization is concerned at the low level of reporting by women of domestic violence in Albania; at the often inadequate response by the state, police and judiciary to complaints of violence by women; and at the continued existence of traditional notions of ‘honour’ and ‘shame’ that attribute blame to women as responsible for domestic violence and at the same time prevent them from reporting or escaping it out of fear of bringing shame on their families.

I would like to remind you that in the Government Program 2005-2009, you made explicit commitments to take measures to combat domestic violence: “The new Government is fully committed to bring an end to the violence on women and young girls and their exploitation for prostitution and other purposes. Effective policies and measures to prevent domestic and family violence and crime against women will also be a high priority”.

I also remind you that in January 2003 the United Nations (UN) Committee for the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) urged Albania to place a high priority on comprehensive measures to address violence against women; to recognize that such violence constitutes a violation of the human rights of women under the Women’s Convention to which Albania is a state party; and made several recommendations to Albania on measures they should take to combat domestic violence and support women who have experienced it.

Albania’s international obligations require the adoption of a range of measures including practical policies and mechanisms to protect women’s rights, to ensure that both women and men are aware of these rights, and that women may have the freedom to exercise them.

For all these reasons, I urge you:

• to pass the draft law on measures against violence in family relations, to ensure that it is fully implemented, and to develop and implement a comprehensive action plan to combat violence against women in consultation with organizations in Albania who are working on combating domestic violence and in line with international standards;
• to criminalize domestic violence as a separate criminal offence;
• to compile statistics on the prevalence of domestic violence in Albania as an initial measure to assess the scale of the problem and formulate an adequate action plan to respond;
• to ensure that all public officials, including the police, government officials, lawyers and judges, are fully sensitized to all forms of violence against women and are trained and equipped with the necessary tools to recognize and act appropriately to prevent, prosecute and punish such violence;
• to ensure full and prompt implementation of CEDAW’s 2003 Concluding Recommendations to combat violence against women.

While thanking you for your attention I remain.

Yours sincerely,


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