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25 novembre: Giornata internazionale
contro la violenza sulle donne |
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Nel 1981, la prima riunione del movimento femminista
dell’America Latina e dei Caraibi dichiarava il 25 novembre Giornata
internazionale contro la violenza sulle donne, in memoria dell’uccisione
delle sorelle Mirabal da parte delle forze di sicurezza del governo
Trujillo, avvenuta nelle Repubblica Dominicana nel 1960. Nel 1999, le
Nazioni Unite dichiararono il 25 novembre Giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza sulle donne.
Uno degli strumenti internazionali di protezione dei diritti delle
donne è la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni
forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw). Adottata
nel 1979 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Cedaw
richiede espressamente agli Stati parte di “adottare appropriate
misure per eliminare la discriminazione nei confronti delle donne da
parte di qualsiasi individuo, organizzazione o entità”.
Da quando la Cedaw è stata adottata, numerosi e significativi passi
sono stati fatti nel riconoscimento e nell’attuazione dei diritti
umani delle donne.
Nel 1992, ad esempio, il diritto delle donne ad essere libere dalla
violenza venne sancito a livello internazionale con l’adozione da
parte del Comitato della Cedaw, della Raccomandazione generale n. 19
che definisce la violenza sulle donne una forma di discriminazione.
Ma ancora molto può essere fatto e la campagna “Mai più violenza sulle
donne” di Amnesty International lo sollecita con forza: ad esempio,
diversi Stati devono ratificare il trattato e tanti altri devono
sottoscrivere il Protocollo opzionale alla Cedaw, che rafforza
l’insieme dei provvedimenti volti ad arginare la violenza sulle donne.
Sono numerosi i provvedimenti legislativi discriminatori contenuti
negli ordinamenti degli Stati parte della Cedaw.
Accanto alla discriminazione (che è una delle principali cause,
insieme alla militarizzazione delle società e ai conflitti armati,
della violenza sulle donne) vi è anche l'impunità, che è la ragione
per cui la violenza si perpetua. Fino a quando coloro che si macchiano
di atti di violenza sulle donne continueranno a commettere i loro
crimini impunemente, il ciclo della violenza non sarà spezzato. La
violenza può avvenire in nome della tradizione, della cultura o della
religione, arrivando anche nei luoghi più intimi e privati per mano
degli uomini con i quali le donne condividono le loro vite.
Discriminate nell’accesso ai diritti economici e sociali e ben lontane
da una partecipazione piena ed eguale nella sfera politica e
decisionale, le donne hanno ancora bisogno del tuo sostegno.
Scarica il testo della Cedaw |

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8 de Marzo. Día Internacional de la Mujer |
Aministía Internacional denuncia que al menos 36
países mantienen en vigor leyes discriminatorias contra las mujeres
Todavía existen en el mundo leyes que
discriminan a las mujeres por razón de su sexo, es decir, que tratan
de forma diferente a los hombres y a las mujeres, y conceden a éstas
menos derechos y en menor grado. En Arabia Saudí las mujeres no pueden
votar. En Camerún es el marido quien decide si la mujer trabaja o no.
En Sudán se permiten los matrimonios forzados. En Chile el marido es
el titular de la custodia conjunta de bienes. En al menos 36 países
aún están en vigor leyes que discriminan a las mujeres.
“Para Amnistía Internacional es inaceptable que más de 25 años después
de la adopción de la Convención para la Eliminación de Toda Forma de
Discriminación contra la Mujer de Naciones Unidas (CEDAW, por sus
siglas en inglés), y 10 años después de la celebración de la
Conferencia de Beijing y la adopción de su Plataforma de acción, aún
sigan existiendo leyes discriminatorias en todo el mundo”, señala Eva
Suárez-Llanos, responsable del Área de campañas e investigación de
Amnistía Internacional en España.
La CEDAW adoptada en 1979, reconoce explícitamente que “las mujeres
siguen siendo objeto de importantes discriminaciones” y subraya que
esa discriminación “viola los principios de la igualdad de derechos y
del respeto de la dignidad humana”. La CEDAW ha sido ratificada por
180 países, entre los que no se encuentran Estados Unidos, Qatar,
Somalia o Sudán. Pero muchos de los países que lo han ratificado, lo
han hecho formulando declaraciones o reservas que excluyen o
restringen su aplicación en su territorio.
“Detrás de muchas de esas reservas está la existencia de leyes
discriminatorias en los Estados que las han formulado”, señala Eva
Suárez-Llanos. Por ejemplo, Arabia Saudí tiene una reserva general a
la Convención que incluye, sin especificar, cualquier discrepancia
entre ley islámica y la CEDAW. Esto permite que, a pesar de haber
ratificado este tratado, en Arabia Saudí no sólo esté bloqueada la
participación de las mujeres en la vida política, sino que no se les
permite circular libremente si no es en compañía de un familiar
próximo varón, ni siquiera para recibir atención médica urgente. En
otros casos, se trata de reservas sobre artículos esenciales de la
Convención, que vacían de contenido el compromiso de esos países con
el tratado.
La discriminación genera violencia
Para Amnistía Internacional, la discriminación por razón de sexo es la
causa subyacente de la violencia contra las mujeres, la violación de
los derechos humanos más extendida e impune que existe en el mundo. La
discriminación está presente en la cultura y la religión, pero también
en el marco jurídico del propio Estado sobre aspectos familiares,
económicos, laborales y de otra índole.
En algunos casos, las leyes admiten directamente la violencia contra
las mujeres. En Nigeria, la violencia intrafamiliar está permitida por
ley. En otros, la amparan, por ejemplo, permitiendo los llamados
“delitos en nombre del honor” o admitiendo que la cuestión del honor
se acepte como atenuante. En Líbano, según el Código Penal, un hombre
que mata a su esposa o a otra mujer de su familia, puede conseguir que
le reduzcan la condena si demuestra que cometió el delito en respuesta
a una relación sexual socialmente inaceptable de la víctima.
Amnistía Internacional, en el marco de su campaña mundial No más
violencia contra las mujeres, que lazó en marzo de 2004 insta a todos
los gobiernos a que:
· Ratifiquen la CEDAW y su Protocolo Facultativo, o, si es el caso,
retiren las reservas que mantengan.
· Adecuen la legislación nacional al marco internacional de protección
de los derechos humanos, asegurando que se enmiendan o eliminan las
leyes discriminatorias hacia las mujeres.
Acción contra las leyes discriminatorias con motivo del 8 de marzo
Amnistía Internacional ha lanzado a través de su web
www.actuaconamnistia.org una ciberacción de cara al 8 de marzo
para actuar contra las leyes discriminatorias que refuerzan la
violencia contra las mujeres. La acción está centrada en tres países:
Guatemala, Israel y Marruecos. Y a través de la web se solicita:
· al Presidente guatemalteco que elimine del Código Penal de su país
la norma que libera de responsabilidad criminal al hombre que comete
violación si se casa con su víctima.
· al Primer Ministro israelí que elimine la norma que impide a las
mujeres judías solicitar el divorcio.
· al Primer Ministro marroquí que elimine del Código Penal artículos
en los que se siguen justificando los “crímenes por honor”.
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La violenza sulle donne |
La violenza domestica
Donne comprate e vendute
La violenza domestica comprende tutti quegli abusi che avvengono in
casa o nel contesto familiare.
È la forma di violenza sulle donne più diffusa nel mondo. Donne di
ogni classe sociale, razza, religione ed età subiscono terribili abusi
da parte degli uomini con i quali condividono le loro vite. La
violenza domestica rappresenta una violazione del diritto delle donne
all'integrità fisica e psicologica e si manifesta in varie forme:
abusi fisici e psicologici, atti di violenza o tortura, stupro
coniugale, incesto, matrimoni forzati o prematuri, crimini d’onore.
Almeno il 20% delle donne, a livello mondiale, ha subito abusi fisici
e violenze sessuali.
"In nome dell’onore"
Donne e ragazze di ogni età vengono aggredite per motivi d’onore in
paesi di ogni parte del mondo.
I "crimini d'onore" includono la tortura, lo sfregio permanente del
viso con acido, l'omicidio. Si registrano numerosi casi in paesi del
Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’America Latina. Stimare il
fenomeno è tuttavia molto difficile poiché la maggior parte dei casi
non vengono denunciati, sia per paura di ritorsioni, sia perché spesso
le autorità tollerano o addirittura giustificano questi atti criminali.
Nel 1999 in Pakistan più di 1.000 donne sono state vittime di "crimini
d’onore", culminati in molti casi nell’omicidio. Fra i paesi più
colpiti vi sono anche Bangladesh, Iraq, Giordania e Turchia.
Abusi e maltrattamenti sulle lavoratrici domestiche
In molti paesi le lavoratrici domestiche, generalmente di
nazionalità straniera, sono maltrattate dai loro datori di lavoro.
Molte di esse, derubate dei loro documenti, sono costrette a vivere in
condizioni di lavoro forzato. Spesso si tratta di donne immigrate
clandestinamente o vittime del traffico a scopo sessuale e che non
hanno alcuna possibilità di tutela legale. Il fenomeno è gravissimo,
ad esempio, in Arabia Saudita, dove usualmente le collaboratrici
domestiche vivono in una condizione di prigionia, confinate e relegate
nella casa in cui lavorano e in cui subiscono vari tipi di violenze.
La violenza nella comunità
Donne comprate e vendute
Il traffico di esseri umani è la terza più grande fonte di profitto
del crimine organizzato internazionale, dopo la droga e le armi, con
un guadagno annuale di miliardi di dollari. Le donne vittime della
tratta, avviate al mercato della prostituzione sarebbero, nella sola
Europa occidentale, 500.000. Per combattere questa forma di violenza è
necessario individuare e punire i responsabili, colpire le
organizzazioni criminali internazionali, proteggere le donne in quanto
vittime e testimoni, intraprendere adeguati programmi di formazione
del personale statale, predisporre luoghi di accoglienza per le
vittime della tratta, fornire loro assistenza legale, psicologica e
medica e garantire a chiunque la possibilità di inoltrare richiesta di
asilo.
Le mutilazioni genitali femminili
Le mutilazioni genitali femminili sono una delle più sistematiche e
diffuse violazioni dei diritti umani alla quali sono sottoposte le
donne nel mondo. Secondo stime delle Nazioni Unite, circa 120 milioni
di ragazze sono vittime ogni anno di tali pratiche. In molti paesi
africani questa forma di violenza colpisce la stragrande maggioranza
delle donne, ma essa viene praticata anche in alcune zone della
penisola arabica e dell'Indonesia ed è diffusa all'interno delle
comunità immigrate in Europa, America e Oceania. Innumerevoli donne
muoiono ogni anno a causa di queste pratiche.
La violenza da parte di attori
statali
Abusi nei conflitti armati
Nelle situazioni di guerra e di conflitto interno le donne sono
esposte, come e più di altre categorie di persone, a sistematiche
violazioni dei loro diritti.
La violenza sulle donne non è un evento accidentale della guerra, è
un’arma bellica usata per molteplici propositi: spargere terrore,
destabilizzare la società e annientarne la resistenza, premiare i
soldati, estorcere informazioni. Nella maggior parte delle situazioni
di cui si è occupata, Amnesty International ha accertato che le forze
in conflitto hanno usato violenza sulle donne per diversi di questi
propositi. Nelle situazioni di conflitto armato inoltre, le donne
soffrono in modo particolare a causa degli attacchi indiscriminati
portati dalle forze armate, militari e paramilitari, nei confronti
della popolazione civile.
Torture in detenzione
Amnesty International ha denunciato innumerevoli casi di tortura o
trattamento crudele nei confronti di donne in stato di detenzione da
parte di ufficiali di polizia, guardie carcerarie, soldati e altri
rappresentanti delle istituzioni. Vengono picchiate, sottoposte a
elettroshock, esecuzioni simulate e minacce di morte, privazione del
sonno e privazione sensoriale.
Negli ultimi tre anni Amnesty International ha documentato casi del
genere verificatisi in decine di paesi tra cui Arabia Saudita,
Bangladesh, Cina, Ecuador, Egitto, Filippine, Francia, India, Israele
e Territori Occupati, Italia, Kenya, Libano, Nepal, Pakistan,
Repubblica Democratica del Congo, Russia, Spagna, Sri Lanka, Stati
Uniti d’America, Sudan, Tagikistan e Turchia. |

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Mai più violenza sulle donne in tutto il mondo! |
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Non conobbi mai Paloma, ma sua madre mi parlò di lei. Paloma era una
delle diverse centinaia di giovani donne assassinate a Ciudad Juárez,
una città al confine tra Messico e Stati Uniti. Peroltre un decennio,
queste donne furono rapite, torturate, stupratee uccise. Le autorità
fecero ben poco per indagare, perseguire o fermare questi delitti
perché si trattava di donne povere, inermi, politicamente ininfluenti.
Molte erano giunte a Ciudad Juárez per lavorare nei maquiladoras,
stabilimenti di assemblaggio costruitidalle multinazionali sul confine
messicano, attirate dalle agevolazioni fiscali e dal basso costo della
manodopera messicana. Le giovani donne come Paloma hanno alimentato il
fenomeno della globalizzazione economica nella speranza di ricavarne
qualcosa, diventandone altresì le vittime. Ciò che spicca in questo
caso è il coraggio delle madri delle donne uccise a Ciudad Juárez. Le
madri si sono organizzate tra di loro e chiedono giustizia. Assieme a
loro e ad altri, lo scorso anno Amnesty International è riuscita a
esercitare pressione sul governo federale del Messico affinché si
impegnasse afar cessare le uccisioni. La storia di Paloma è soltanto
uno tra imilioni di esempi della più vergognosa infamia dei nostri
tempi: la violenza sulle donne.
In Asia e Medio Oriente le donne vengono uccise in nome dell'onore.
Nell'Africaoccidentale le ragazze sono sottoposte amutilazioni
genitali femminili in nomedella tradizione. Nell'Europa occidentale le
donne migranti e rifugiate sonoattaccate perché non accettano le
usanze sociali della comunità che le ospita. Nella regione meridionale
dell'Africa le ragazze sono stuprate e infettate con il virus dell'HIV/AIDS
perché coloro che abusano di loro sono convinti che fare sesso con una
vergine li guarirà dalla malattia.
Infine, nei paesi più ricchi e più sviluppati del mondo, le donne
vengono picchiate a morte dal proprio partner.
Questo tipo di violenza si diffonde perché sono troppi i governi
pronti a chiudere un occhio e a lasciare che la violenza sulle donne
abbia impunemente luogo. In troppi paesi, le leggi, le politiche e le
usanze sono discriminatorie nei confronti delle donne: negano loro
glistessi diritti degli uomini, rendendole così più vulnerabili di
fronte alla violenza. La proliferazione delle armi di piccolo calibro,
la militarizzazione in atto in molte società e l'attacco al cuore dei
diritti umani nell'ambito della "guerra al terrorismo" non fa che
peggiorare il calvario di molte donne. I diritti umani sono universali:
la violenza sulle donne è un abuso dei diritti umani su scala
universale. Donne di continenti e paesi diversi, di religioni, culture
e retroterra sociali differenti, istruite o analfabete, ricche o
povere, sia che vivano in guerra o in tempo di pace, sono legate dal
filo comune della violenza subita da gruppi armati o dalloStato, dalla
comunità o dalla loro stessa famiglia.
Trattati e meccanismi internazionali sono davvero utili soltanto se
applicati in modo appropriato. Altrimenti restano parole nell'aria.
Leggi e politiche possono offrire protezione solo se rispettate.
Altrimenti restano parole scritte. I diritti umani diventano una
realtà soltanto se forniscono uguaglianza e protezione altrettanto
reali. La sfidacontinua a essere un cambiamento che possa realmente
fare la differenza nella vita delle donne. È ciò che le donne di tutto
il mondo chiedono oggi.
Attraverso la campagna "Mai più violenza sulle donne ", Amnesty
International unisce la sua voce a quel richiamo all’azione. Abbiamo
lavorato assieme a molte persone all'interno e all'esterno di Amnesty
International per disegnare una campagna mondiale per chiedere un
cambiamento a livello internazionale, nazionale e locale attraverso
attori e azioni differenti.
Chiediamo ai leader, alle organizzazioni e ai privati cittadini di
impegnarsi pubblicamente per rendere i diritti umani una realtà per
tutte le donne. Attraverso l'attività di lobby sui governi chiederemo
loro di ratificare senza riserve la Convenzione per l'eliminazione di
ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e il relativo
Protocollo opzionale. In alcuni paesi chiederemo l'abolizione di leggi
che discriminano le donne e che perpetuano la violenza contro di loro.
In altri, chiederemo l'adozione di leggi che proteggano le donne,
criminalizzino lo stupro e altre forme di violenza sessuale.
Ascolteremo la voce delle donne, lavoreremo al loro fianco e le
aiuteremo a organizzarsi. Coinvolgeremo le comunità e le autorità
locali affinché sostengano programmi che permettano alle donne di
vivere libere dalla violenza.
Questa campagna è diversa da tutte le altre in quanto chiede a ognuno
di noi di assumersi la propria responsabilità. La violenza sulle donne
cesserà soltanto quando ciascuno di noi sarà pronto ad assumersi
l'impegno: a non commetterla, o a non permettere che altri la
commettano, a non tollerarla, o a non arrendersi finché essa non sarà
eliminata in ogni parte del mondo.
La violenza sulle donne è universale ma non è inevitabile. Le nostre
mani la fermeranno. Possiamo farcela, e ce la faremo grazie a voi.
Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International |

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La violenza contro le donne in Francia: un affare
di stato |
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Ogni quattro giorni in
Francia una donna muore sotto i colpi del suo compagno
La violenza contro le donne – nonostante sia sempre più denunciata –
rimane ancora oggi poco conosciuta e largamente sotto stimata. Si
tratta tuttavia di una grave violazione dei diritti umani.
E’ per questo che l’8 febbraio 2006, Amnesty International ha
pubblicato una ricerca che denuncia le diverse forme di questa
violenza in Francia: la violenza all’interno della coppia, gli
ostacoli specifici incontrati dalle donne straniere, il problema dei
matrimoni forzati, la tratta delle donne al fine di indurle alla
prostituzione e il tema delle mutilazioni genitali femminili.
La ricerca, condotta dalla Sezione Francese di Amnesty International,
analizza anche la risposta dello Stato e le sue lacune nella lotta
contro queste violenze. Anche se si tratta di violenze commesse
nella sfera privata, sono infatti violazioni dei diritti umani e
riguardano dunque lo Stato che ha il dovere di fare tutto ciò che è
in suo potere per prevenirle, punire i responsabili e garantire alle
vittime aiuto e risarcimenti adeguati.
Gli atti di violenza all’interno della coppia riguardano, secondo
dati del 2003, una donna su dieci in Francia. Un certo numero di
idee preconcette persiste, per esempio a proposito del fatto che la
violenza sarebbe una conseguenza dell’alcolismo o ancora di disturbi
d’ordine psicologico che riguardano tanto l’autore che la vittima.
Altri ritengono che queste violenze appartengano a una particolare
cultura o a una classe sociale svantaggiata. Nondimeno la violenza
colpisce tutte le donne quale che sia la loro età, la loro origine o
classe sociale. E’ legata a una discriminazione fondata sul genere,
così come definita nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma
di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), ratificata
dalla Francia nel 1984.
Donne in trappola
La violenza contro le donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è
legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e
sulla paura. La gran parte delle donne che subiscono violenza si
trovano in trappola: molto spesso non possono o non sanno come
uscirne. Come sottolinea la Fédération nationale solidarité femmes:
“lasciare un coniuge violento è un passo difficile, quando una
situazione di potere si è stabilita, spesso nel corso di tanti anni.
Le persone vicine alla coppia, amici o familiari, non
sufficientemente consapevoli della violenza e della sua frequenza,
si scoraggiano o si spazientiscono davanti alle esitazioni o ai
ripensamenti delle vittime. Una prima fuga non è mai definitiva”.
Le donne straniere, in particolare quando la loro situazione
amministrativa è precaria, devono affrontare ostacoli maggiori.
Generalmente poco informate sui loro diritti, sono spesso sole
quando si trovano a dover abbandonare il loro domicilio, trovare un
nuovo alloggio, un lavoro, un’alternativa di vita.
Nell’ambito delle violenze familiari e coniugali, che contribuiscono
ad aggravare le problematiche legate alla condizione migratoria, i
matrimoni forzati restano troppo spesso un esempio ignorato o sotto
stimato di violenza subita dalle donne e dalle ragazze in Francia.
Il Governo francese ha senza dubbio fatto progressi nel farsi carico
di questo fenomeno così ampiamente diffuso. Ma i provvedimenti sono
ancora privi di coordinamento e di strumenti adeguati che
garantiscano un’applicazione omogenea sul territorio. Inoltre
l’accesso alla giustizia rimane lento e complesso: le donne sono
scoraggiate davanti a quello che frequentemente appare come un vero
e proprio percorso di guerra e il problema viene considerato dalla
maggior parte delle persone come un semplice conflitto familiare.
Necessità di una protezioni senza condizioni
Per ciò che riguarda le donne vittime di tratta per la prostituzione
forzata, gli standard internazionali impongono alla Francia il
dovere di rispettare e proteggere i diritti delle vittime.
Ciononostante, in assenza di una reale volontà politica e di
strumenti idonei all’identificazione delle vittime, queste sono
considerate come delinquenti. Sono punite per il reato di
prostituzione o in quanto migranti irregolari. La maggior parte di
queste donne sono originarie dei paesi dell’Europa dell’Est, dei
Balcani, dei paesi dell’Africa del Nord, dell’Africa subsahariana e
del continente asiatico.
Amnesty International chiede alle autorità francesi di fare in modo
che le persone che si trovano nelle mani dei trafficanti possano
beneficiare di un aiuto e di una protezione senza condizioni, e che
non siano sanzionate in quanto vittime di tratta di esseri umani.
Inoltre è necessario che al personale coinvolto sia garantita una
formazione solida su questa problematica.
Gli standard internazionali
Il diritto internazionale obbliga i Governi a punire i responsabili,
ma anche ad agire per prevenire queste violenze e garantire un
adeguato risarcimento alle vittime.
Amnesty International chiede dunque al Governo francese di adottare
una politica ambiziosa basata su un piano d’azione interministeriale
che preveda:
- un trattamento giudiziario rapido ed efficace delle denuncie di
violenza;
- una protezione senza condizioni garantita alle vittime;
- maggiori risorse alle associazioni specializzate e ai
professionisti coinvolti;
- un programma di formazione e sensibilizzazione destinato al
sistema educativo nazionale, all’opinione pubblica e agli addetti ai
lavori;
Firma l’appello al Primo Ministro francese
Leggi il rapporto completo
La violenza contro le donne in Francia: un
affare di stato
Data di pubblicazione dell'appello: 08.03.2006
Status dell'appello: attivo
Ogni quattro giorni in Francia una donna muore sotto i colpi del suo
compagno. E’ per questo che l’8 febbraio 2006, Amnesty International
ha pubblicato una ricerca che denuncia le diverse forme di questa
violenza in Francia: la violenza all’interno della coppia, gli
ostacoli specifici incontrati dalle donne straniere, il problema dei
matrimoni forzati, la tratta delle donne al fine di indurle alla
prostituzione e il tema delle mutilazioni genitali femminili.
Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste
possibilità:
-
Firma on line questo appello
- Stampa in
italiano o in
francese e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
Monsieur le Premier Ministre
Hôtel de Matignon
57 rue de Varenne
75007 Paris
FRANCE
Testo dell’appello
Signor Primo Ministro,
Le violenze nei confronti delle donne costituiscono una grave
violazione dei diritti umani, che è oggetto di una campagna mondiale
di Amnesty International dal 2004. Queste violenze non conoscono
frontiere. Si riscontrano in tutte le società senza alcuna eccezione,
quali che siano la cultura, la religione o la condizione sociale
delle vittime o dei responsabili.
In Francia, ogni quattro giorni una donna muore per mano del proprio
partner. Inoltre non trovano adeguata protezione le vittime della
tratta ai fini della prostituzione e le donne esposte al rischio di
un matrimonio forzato o costrette a sottoporsi a pratiche di
mutilazione sessuale.
Il diritto internazionale obbliga gli Stati a punire i responsabili,
ma anche a prevenire tali violenze e a garantire una riparazione
adeguata alle vittime.
Affinché la Francia adempia ai suoi obblighi, Le chiedo di adottare
una politica ambiziosa sulla materia, basata su un piano d’azione
interministeriale che preveda in particolare:
- una risposta giudiziaria rapida ed efficace alle denunce di
violenza,
- la garanzia di una protezione incondizionata per le vittime,
- un incremento delle risorse da destinare alle associazioni ed ai
professionisti specializzati,
- un programma di formazione e di sensibilizzazione destinato a
insegnanti, professionisti e opinione pubblica.
Sperando che questo appello riceva la Sua attenzione, Le porgo i
miei migliori saluti.
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KOSOVO – Proteggiamo i diritti
delle donne e delle ragazze vittime di tratta |
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Data di pubblicazione dell'appello: 11.05.2006
La tratta di donne e ragazze a scopo di sfruttamento sessuale è un
abuso del diritto all’integrità fisica e psicologica, alla libertà e
alla sicurezza della persona, e alla vita. Questo fenomeno espone le
donne e le ragazze a una serie di abusi dei diritti umani, quando si
trovano nelle mani di coloro che gestiscono la tratta e nelle mani di
quelli che pagano per le loro prestazioni sessuali. Le vittime di
tratta sono vulnerabili a numerose violazioni a causa del fallimento
dei governi nella protezione dei loro diritti umani.
Dal momento dell’arrivo della forza internazionale di peacekeeping nel
luglio 1999 (KFOR) e della costituzione della Missione delle Nazioni
Unite in Kosovo (UNMIK), il paese è diventato una delle più importanti
destinazioni per le donne e le ragazze vittime di tratta a scopo di
sfruttamento sessuale.
Sebbene alcune donne vengano rapite o obbligate, molte iniziano i loro
viaggi volontariamente partendo dal proprio paese – generalmente nell’Europa
dell’Est – con l’illusione di trovare un lavoro che garantirà loro la
fuga dalla povertà, dalle violenze e dagli abusi. Spesso subiscono
violenze sistematiche che le rendono completamente dipendenti da
coloro gestiscono la tratta e che in seguito diventano i loro “padroni”.
Una volta arrivate a destinazione il lavoro che gli viene offerto non
è quello promesso: vengono private dei documenti e in molti casi
vengono picchiate e, se iniziano a protestare, stuprate.
Quando raggiungono il Kosovo, vengono violentate dai clienti, dai loro
“padroni” e da altre persone che partecipano all’organizzazione della
tratta. Molte vengono rinchiuse in appartamenti. Alcune diventano vere
e proprie schiave, costrette a lavorare in bar e locali durante il
giorno e poi rinchiuse in stanze dove vengono obbligate a prestazioni
sessuali con 10 o 15 clienti a notte. Quando sono malate non hanno
accesso a cure mediche, non hanno uno status legale; sono negati loro
tutti i diritti. Alcune sono bambine di appena 12 anni.
Amnesty International lancia un’azione in favore delle donne e delle
ragazze vittime di tratta, attraverso un appello indirizzato ai capi
di polizia del Kosovo, per denunciare le gravi violazioni subite dalle
donne e dalle ragazze.
Maggiori informazioni sulla tratta di donne e ragazze in Kosovo sono
disponibili sul sito internazionale di AI
www.amnesty.org.
Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste possibilità:
-
Firma on line questo appello
-
Stampa e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
UNMIK Police Commissioner
Stefan Faller
UNMIK Police Headquarters
Pristina KOSOVO
Salutation: Dear Mr. Faller
Head of Kosovo Police Service
Colonel Sheremet Ahmeti
UNMIK Police Headquarters
Prisina KOSOVO
Ottawa, ON, K1A 0G2
Canada
Fax: + 1 613 996 9709
Salutation: Dear Colonel Ahmeti
Testo dell’appello
Dear Mr. Faller,
Dear Colonel Ahmeti,
I am extremely concerned about women ang girls trafficked in Kosovo.
You must make every effort to stop this cycle of grave violations of
the fundamental rights of women and girls. Any measures taken to
assess whether a woman or child has been trafficked must be done in a
respectful and sensitive manner. The Trafficking and Prostitution
Investigation Unit must:
• make every effort to ensure the safety and security and women and
children who may have been trafficked such as ensuring that any
interviews are conducted in confidence and that victims of trafficking
are provided with protection should charges be brought against their
traffickers;
• ensure that all trafficked women and children detained by law
enforcement officials must be fully informed of their rights, how to
access them and any other services available to support them;
• institute more sensitive methods for determining if a woman or child
has been trafficked such methods should ensure that interviews of
possible victims of trafficking take place only once;
• recruit more female officers who are competent in appropriate
languages;
• cease the criminalization of women who have been trafficked;
• vigorously pursue the prosecution of all who knowingly use the
services of trafficked women and children.
While thanking you for your attention I remain.
Yours sincerely,
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Albania: “Violenza contro le donne
in famiglia” |
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Data di pubblicazione dell'appello: 08.05.2006
“Mi prendeva a calci, a pugni, mi colpiva fino a farmi svenire, abusava di
me verbalmente, utilizzava ogni tipo di violenza, e - non so come dirlo –
mi costringeva a fare sesso con lui” (A).
Questa è la testimonianza di una delle tante donne che in Albania
subiscono violenza dai propri partner e mariti. Si stima che un terzo
delle donne albanesi abbia subito violenza psichica e fisica all’interno
della propria famiglia.
Lo scorso 30 marzo, Amnesty International ha lanciato il rapporto
“Albania: Violence against Women in the family: “It’s not her shame” (AI
Index: EUR 11/002/2006). Nel rapporto AI denuncia una serie di violazioni
subite dalle donne all’interno delle mura domestiche come i maltrattamenti
fisici e psicologici, gli stupri e in alcuni casi gli omicidi e ha
evidenziato come le autorità albanesi siano finora rimaste indifferenti a
tutto questo.
A gennaio 2003 il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della
discriminazione contro le donne (CEDAW) ha esortato l’Albania a
riconoscere la violenza domestica contro le donne una violazione dei
diritti umani e ha chiesto alle autorità albanesi di adottare una
legislazione sulla violenza domestica che assicuri la persecuzione e la
condanna degli autori di tali violazioni.
In questi anni, però, il governo di Tirana ha fallito nel riconoscere
l’estensione e la gravità del problema. Per questo Amnesty International
chiede alle autorità albanesi di predisporre un piano d’azione che
comprenda meccanismi di protezione per le donne che subiscono violenza e
di incriminare e punire i responsabili, rendendo la violenza domestica un
reato penale. Chiede di assicurare che tutti gli ufficiali pubblici,
inclusi la polizia, gli avvocati e i giudici vengano sensibilizzati a
tutte le forme di violenza contro le donne e siano dotati degli strumenti
necessari a riconoscere e ad agire in modo appropriato nella prevenzione,
persecuzione e punizione di tali violenze. Chiede infine al governo
albanese di rispettare i propri obblighi di diritto internazionale e
attuare quanto previsto dalla nuova proposta di legge contro la violenza
domestica.
Il rapporto Albania, violenza contro le donne in famiglia e’ disponibile
in lingua inglese al seguente indirizzo:
http://web.amnesty.org/library/index/engeur11
Partecipa alla nostra azione, scegliendo una di queste possibilità:
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Firma on line questo appello
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Stampa e spedisci l’appello qui sotto all'indirizzo:
- Prime Minister
Sali Berisha
Kryetari i Këshillit të Ministrave
Tirana, Albania
- Minister of the Interior
Sokol Olldashi
Minister of the Interior
Sheshi Skenderbeu Nr. 3
Tirana, Albania
Fax: +355 4 258 625
- Minister of Justice
Aldo Bumçi
Minister of Justice
Bulevardi Zogu 1
Tirana, Albania
Fax: +355 4 234 560
Testo dell’appello
Dear Minister,
I am extremely concerned about violence against women in Albania, in
particular about domestic violence, as outlined in a recent report
published by Amnesty International , Albania: Violence against Women in
the family: “It’s not her shame” (AI Index: EUR 11/002/2006).
Violence against women is a serious breach of the human rights of women
and girls.
The organization is concerned at the low level of reporting by women of
domestic violence in Albania; at the often inadequate response by the
state, police and judiciary to complaints of violence by women; and at the
continued existence of traditional notions of ‘honour’ and ‘shame’ that
attribute blame to women as responsible for domestic violence and at the
same time prevent them from reporting or escaping it out of fear of
bringing shame on their families.
I would like to remind you that in the Government Program 2005-2009, you
made explicit commitments to take measures to combat domestic violence:
“The new Government is fully committed to bring an end to the violence on
women and young girls and their exploitation for prostitution and other
purposes. Effective policies and measures to prevent domestic and family
violence and crime against women will also be a high priority”.
I also remind you that in January 2003 the United Nations (UN) Committee
for the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) urged Albania
to place a high priority on comprehensive measures to address violence
against women; to recognize that such violence constitutes a violation of
the human rights of women under the Women’s Convention to which Albania is
a state party; and made several recommendations to Albania on measures
they should take to combat domestic violence and support women who have
experienced it.
Albania’s international obligations require the adoption of a range of
measures including practical policies and mechanisms to protect women’s
rights, to ensure that both women and men are aware of these rights, and
that women may have the freedom to exercise them.
For all these reasons, I urge you:
• to pass the draft law on measures against violence in family relations,
to ensure that it is fully implemented, and to develop and implement a
comprehensive action plan to combat violence against women in consultation
with organizations in Albania who are working on combating domestic
violence and in line with international standards;
• to criminalize domestic violence as a separate criminal offence;
• to compile statistics on the prevalence of domestic violence in Albania
as an initial measure to assess the scale of the problem and formulate an
adequate action plan to respond;
• to ensure that all public officials, including the police, government
officials, lawyers and judges, are fully sensitized to all forms of
violence against women and are trained and equipped with the necessary
tools to recognize and act appropriately to prevent, prosecute and punish
such violence;
• to ensure full and prompt implementation of CEDAW’s 2003 Concluding
Recommendations to combat violence against women.
While thanking you for your attention I remain.
Yours sincerely,
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