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La Patria grande
intervista Tito
Pulsinelli
Il ministro degli
Esteri D’Alema è
stato in visita
ufficiale in Brasile,
Cile e Perù,
ricominciando a
tessere la trama di
una politica estera
inchiodata
all’unidirezionalità
con Washington e
Bruxelles, ridotta a
pura promozione
delle esportazioni.
L’Italia era
praticamente
scomparsa dalla
scena
latinoamericana, a
tutto vantaggio
della banca spagnola
che è diventata la
numero uno in questa
latitudine.
Sul quotidiano “Liberazione”
del 3 gennaio,
Angela Nocioni
intervista il
ministro D’Alema di
ritorno dai tre
Paesi sudamericani
guidati da governi
definiti di sinistra
“light”. Lo
interroga sulle
ragioni
dell’esclusione del
Venezuela, Argentina
e Bolivia, con
governi che
caratterizza come
sinistra radicale.
Lapatriagrande.net,
preoccupata per
alcune valutazioni
riguardanti il
Venezuela –tra cui
il ricorrente
ricorso al clichet
di « populismo »-
intervista Tito
Pulsinelli su
certe affermazioni
superficiali di
D’Alema.
LPG: Il
ministro D’Alema
manifesta
ripetutamente la sua
spiccata
identificazione con
Lula e il Brasile,
ed arriva a
suggerire che
esisterebbe una
contraddizione
sensibile con Chavez
e il Venezuela.
Tito Pulsinelli (TP):
Il massimo
gerarca della
Farnesina ignora che
Lula è stato
aspramente criticato
dall’opposizione
venezuelana perchè
–in piena campagna
elettorale- è andato
a inaugurare il
grandioso ponte
binazionale
sull’Orinoco, e
questo è stato visto
come un aperto e
indebito sostegno
alla rielezione di
Chavez. Caracas e
Brasilia agiscono in
piena sintonia sullo
scenario
internazionale (vedi
elezione al
Consiglio di
sicurezza dell’ONU),
convergono sul
potenziamento
accelerato del
blocco regionale nel
Mercosur, e più in
generale
sull’integrazione
latinoamericana.
La costruzione del
gasodotto trans-amazzonico
che trasferirà il
gas dalle coste
venezuelane alla
Terra del Fuoco, sta
a indicare che
esiste una
concordanza di tipo
strategico, che va
ben oltre l’effimera
durata dei vari
governi.
LPG: Sul
nuovo corso
sudamericano e sul
rinnovatore vento
del sud che ha
ridato protagonismo
alle sinistre, è
evidente che D’Alema
predilige il Brasile,
Cile e Perù, e li
contrappone ai
governi di Caracas,
Buenos Aires e La
Paz, di cui non
mette in discussione
la legittimita
democratica, ma il
carattere
“populista”. Che
senso ha?
TP: E’
l’ottica un pò
strabica con cui si
guarda al sub-continente
dalla metropoli
europea. Non c’è da
stupirsi. Nel
passato molto remoto
dell’annessione
della California,
Arizona, Texas ecc
agli Stati Uniti,
uno come Engels
scrisse che
“finalmente sono
state strappate agli
indolenti messicani,
i quali non sapevano
che farsene”. E’ un
problema di
informazione, o di
consiglieri poco
aggiornati.
Certo, è un pò
fantasioso definire
Alan Garcia come un
“esponente storico
della sinistra”,
significa ignorare
non solo la
questione morale, ma
anche che è stato
rieletto con
l’apporto
determinante della
destra liberista,
dell’oligarchia
reazionaria e dei
settori urbani più
razzisti.
La morte di Pinochet
nel suo letto ha
reso evidente che in
Cile esiste tuttora
una « democrazia
tutelata », frutto
di un patto di
transizione basato
sull’impunità dei
gorilla golpisti.
L’esercito cileno
continua a poter
contare sul diritto
al 10% dei proventi
dell’esportazione
del rame, a
prescindere dai
bilanci per la
difesa stabiliti dai
governi di turno. In
nessun altro Paese
del continente
americano esiste un
simile privilegio
pretoriano.
D’Alema elogia il
mercato aperto
cileno, la sua
modernità
cosmopolita, ma
dimentica che il
prezzo è stato
pesantissimo, e che
ha impoverito i
settori popolari.
Dimentica che il
Cile è anche
Mapuche.
Infine, credo che il
ministro si attiene
alla tradizione
burocratizzata: è
sinistra quella
contenuta nell’album
di famiglia
dell’Internazionale
socialista. Lì c’era
anche Azione
Democratica (AD) e
Carlos Andres Perez,
quando nel 1989
impose a ferro e
fuoco un “pacchetto
del FMI”, con il
costo di migliaia di
morti ammazzati. E’
lì che affondano le
radici del nuovo
corso venezuelano.
LPG: D’Alema
dà alcune piste per
interpretare quel
che lui ritiene “populismo”.
Su insistenza della
giornalista Nocioni
dice: “è
che Lula
ridistribuisce una
ricchezza prodotta
dal Brasile perché è
consapevole che per
redistribuire
ricchezza bisogna
crearla attraverso
lo sviluppo
economico.
Ridistribuire la
rendita petrolifera
è invece meno
lungimirante”.
TP: Già siamo
ai luoghi comuni
folcloristici…
Chavez sarebbe come
un distributore
automatico di
banconote a chiunque
ne faccia richiesta.
Veramente, è stato
il candidato
presidenziale
dell’opposizione a
distribuire una
carta di credito –denominata
”Mi negra”- con cui
la gente poteva
passare a incassare
il 10% della rendita
petrolifera
all’indomani della
sua elezione. Gli
elettori hanno
rifiutato questo
demagogico “cash”,
preferendo la
ridistribuzione
sociale sotto la
forma di sistema
sanitario nazionale,
istruzione, sistema
pensionistico e
investimenti per lo
sviluppo. Era il 35%
del bilancio del
2006, supererà il
40% quest’anno.Ma
che dovrebbe fare
Chavez ?
Distribuirlo alle
banche o alle
multinazionali?
In Venezuela si sta
producendo
tecnologia per
l’agricoltura,
automobili, un polo
petrochimico,
computer, macchinari
per la perforazione
petrolifera ecc. Per
la prima volta, non
si importerà la
tuberia per gli
oleodotti. Questi
progetti si fanno
con patner che
accettano la
compartecipazione
del 51% del
Venezuela, il
trasferimento
tecnologico,
brevetti e patenti
al Paese. La porta
non è stata chiusa a
nessuno, ma se la
Cina, l’Iran, la
Russia e il Brasile
accettano ed altri
no, questo si deve
ad altre ragioni,
non certo alla
chiusura del mercato.
Quello venezuelano
non è una porta-girevole
come nel Grand Hotel
della Borsa, ha le
sue regole, come in
Malasia.
LPG: Ma che
cosa si può
rispondere ad una
affermazione come
“Lula redistribuisce
ciò che si produce
in Brasile”?
TP: Anche il
petrolio, il gas ed
altre vitali materie
prime si producono
in Venezuela, non
nella stratosfera. E
per portarle fino al
distributore di
benzina non basta
fare un buco per
terra con un palo,
come ai tempi
dell’indio Mara nel
lago di Maracaibo.
Qui si estrae e si
raffina, e PDVSA è
una multinazionale
energetica tra le
prime dieci del
mondo, la prima tra
quelle statali.
D’Alema non parla da
ministro degli
esteri ma come
uomo politico
metropolitano, però
come tale ignora che
in Venezuela non è
mai esistita una
borghesia nazionale
capace di creare un
maturo sviluppo
industriale. In
Brasile esiste, e si
vede.
LPG: Perchè?
TP: Nel 1914,
quando comincia il
boum petrolifero, il
Venezuela era un
Paese quasi
disabitato, agricolo,
sottomesso al
dittatore J.V. Gomez,
collocato al potere
dalle compagnie
petrolifere, di cui
fu un acerrimo
difensore durante 28
anni.
E’ bene ricordare
che questa dittatura
fu favorita dal
blocco navale delle
coste e dei porti,
ad opera
dell’Inghilterra e
della Germania, cui
più tardi si
aggiunsero l’Italia,
la Francia, Olanda,
Belgio e Spagna, che
esigevano il
pagamento di un
debito usuraio.
I proprietari
terrieri di
quest’epoca non
seppero gettare le
basi di una
rivoluzione
industriale, e più
tardi vissero il
miraggio del
colonialismo
petrolifero,
preferendo la
subordinazione alle
multinazionali e
vivere all’ombra
dello Stato.
Ricevevano crediti
senza dare a cambio
nessun tipo di
sviluppo reale.
LPG: Stai
parlando di un
periodo lontano…Juan
Vicente Gomez cadde
nel 1935. Dopo la
situazione non è
cambiata?
TP: Dal 1958
il petrolio ha
generato un esiguo
gettito fiscale al
Paese, i benefici
rimanevano alle
multinazionali del
nord, mentre lo
Stato ha continuato
a funzionare al
servizio del 10%
della popolazione.
L’elite riceveva
sovvenzione per
sostiture le
importazioni, ma li
usava
prevalentemente per
i commerci e
continuare ad
importare.
Tant’è vero che fino
agli anni 60, l’emigrazione
italiana era
fiorente, e
sviluppò la
costruzione, la
piccola e media
industria dei
manufatti
metallurgici, i
calzaturifici…I
grande latifondi
erano improduttivi,
e si importava il
70% del fabbisogno
alimentare.
In Brasile i
latifondisti
producono per il
mercato interno,
preferibilmente per
l’esportazione, ma
producono. Qui no,
sono distese
recintate, con la
speranza che nel
sottosuolo si scopra
qualche giacimento…
Qui si è arrivato a
chiudere gli
istituti tecnici
industriali, perchè
bisognava importare,
non riparare o fare
manutenzione…
D’Alema non ha idea
di che che sia una
colonizzazione
petrolifera in pieno
secolo XX, forse non
è brutale come
quella della
monocoltura delle
banane o del caffè.
E’ un processo di
espropriazione delle
risorse,
dell’identità
culturale e
nazionale, di
tremenda efficacia.
Riesce a pianificare
l’economia in modo
che i dollari del
petrolio ritornino
automaticamente
all’origine…si
importa quasi tutto,
persino gli alimenti.
Ci sono pochi
imprenditori e
troppi commercianti.
Così era l’Iran fino
alla caduta dello
Sha, così è la
Nigeria oggi.
Credo che nessun
governo può
ribaltare una
situazione simile in
pochi anni, anche
con i consigli
interessati di
“lungimiranti”
uomini politici
della metropoli
industrializzata.
Ieri indicavano come
modello l’Argentina
dollarizzata di
Menem, oggi il
neoliberismo
militarizzato cileno.
LPG:
L’intervistatrice fa
notare a D’Alema che
sia Chavez che Lula
hanno praticato la
redistribuzione
sociale, però in un
caso è positiva
nell’altro è
criticabile. Il
ministro arriva a
stabilire un’altra
differenza: “Lula
si sforza di unire
il Paese, Chavez
governa anche
attraverso la
mobilitazione
permanente dei suoi
seguaci nei
confronti dell'altra
parte del Paese”.
TP: D’Alema
parla come uomo di
parte sommariamente
informato, ma
sicuramente non come
ministro. Non so
come reagirebbe se
un ministro
venezuelano dicesse
una cosa simile al
Presidente italiano.
Ad ogni modo, egli
guarda ad un’altra
realtà con la stessa
lente di
ingrandimento valida
a casa sua.
Egli suppone che qui
ci sia
un’opposizione leale,
che accetta le
regole del gioco e
l’alternanza.
No, non è così, non
è vero che tutto il
mondo è paese.
In Italia ci sono
televisioni da cui
si fa apologia del
colpo di Stato? Da
cui si lanciano
appelli
all’insurrezione contro
i poteri costituiti?
Chavez fu fatto
prigioniero, ma non
poterono eliminarlo
fisicamente nè
políticamente,
perchè la
mobilitazione
sociale lo impedì.
I voti hanno
espresso questo
indirizzo politico,
però quelli che
D’Alema definisce i
“poteri forti”,
usano tutti i mezzi,
leciti e no, per
ribaltare la
situazione. Senza la
mobilitazione
permanente, i voti
–in questa parte del
mondo- servono a
poco.
Per D’Alema è
normale che una
parte del Paese, per
cambiare governo, ricorra
all’importazione di
centinaia di
paramilitares
colombiani? O a una
serrata padronale
mascherata da
sciopero, in cui
bloccano per due
mesi gli ospedali,
compreso il pronto
socorso? E’ normale
interrompere i
rifornimenti
alimentari per due
mesi alle città?
Obbligare i
cittadini a cucinare
con la legna perchè
rifiutano di vendere
le bombole di gas?
Se i voti non si
difendono con la mobilitazione,
si ritornerebbe alla
diserzione
elettorale massiva.
LPG: A parte
queste ragioni,
D’Alema non ha
visitato Caracas per
il problema con la
parastatale italiana
degli idrocarburi.
Infatti dice: “L'ENI
in Venezuela ha un
contenzioso serio,
importanti
concessioni sono
state di fatto
espropriate dal
governo”. Che ne
pensi?
TP: Il
governo ha
sovranamente
aumentato le imposte
fiscali sugli
idrocarburi ed ha
stabilito nuove
norme. Queste sono
state accettate
dalla Repsol, da
Petrobras, dalla
compagnia in cui la
famiglia Bush vanta
un pacchetto
azionario, dai
cinesi, dagli
argentini e dai
norvegesi. L’ENI è
una solitaria
eccezione ed ha
fatto le valige,
altre compagnie
hanno preso il suo
posto. E’ una
questione di costi,
ma è del tutto
improprio parlare di
“”concessioni
espropriate di fatto”.
E’ poco diplomatico
tacere sui grandi
contratti delle
aziende italiane nel
settore ferroviario,
e mettere in risalto
–invece- i punti di
frizione.
LPG: Per
concludere, D’Alema
ha criticato Chavez
per il suo discorso
all’ONU, asserendo
che “definire
diavolo qualcuno,
come ha fatto Chavez
con Bush, sia una
sciocchezza”, che
metterebbe in
cattiva luce il
Venezuela.
TP: E’
un’opinione
personale del
cittadino D’Alema
che –invece- trova
perfettamente
normale quando Bush
afferma che durante
le colazioni –quando
non si servono
alcolici- Dio gli ha
dato via libera per
l’invasione
dell’Iraq e
dell’Afganistan.
Sono affermazioni
nocive per la
credibilità di
qualsiasi Paese.
Non ricordo nessun
commento nemmeno
quando Clinton, nel
discorso inaugurale
della sua prima
presidenza, disse
con serietà: “Oggi
celebriamo il
mistero del
rinnovamento
americano, la nostra
missione è senza
tempo”. La loquacità
diplomatica, o
l’impertinenza del
neoliberismo di
sinistra–si sa- è
asimmetrica,
variabile secondo la
gerarchia delle
nazioni. |