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Il Brasile ha frenato l’entrata del Venezuela nel MERCOSUR, ha congelato il gasodotto verso la Patagonia e il lancio del Banco del Sur. Dopo il flirt degli agro-combustibili con Bush, ha reagito pesantemente contro la nazionalizzazione del gas boliviano. Questo irrigidimento non ha potuto evitare che l’intervento congiunto del Venezuela e dell’Argentina sbloccasse la situazione, creando un’altenativa al monopolio Repsol-Petrobras sulle riserve gasifere boliviane e i gasodotti per inoltrarle oltrefrontiera. Leggere>>

Tito Pulsinelli, Selva/Carmilla/LPG, 04/10/2007

LA FRENATA  di LULA

di Tito Pulsinelli

Il Brasile ha frenato l’entrata del Venezuela nel MERCOSUR, ha congelato il gasodotto verso la Patagonia e il lancio del Banco del Sur. Dopo il flirt degli agro-combustibili con Bush, ha reagito pesantemente contro la nazionalizzazione del gas boliviano. Questo irrigidimento non ha potuto evitare che l’intervento congiunto del Venezuela e dell’Argentina sbloccasse la situazione, creando un’altenativa al monopolio Repsol-Petrobras sulle riserve gasifere boliviane e i gasodotti per inoltrarle oltrefrontiera.

Petrobrás è una multinazionale con appena un 20% di azioni statali, ma i suoi interessi si trasformano automaticamente in ragion di Stato, quindi poco incline alle concesioni agli indios di La Paz.

Il Brasile frena, delimita, cerca di condizionare tutto -esportazioni e mercato- vuol imporre il suo status e statura a tutti i vicini, ma un dato è ineliminabile: sarà progressivamente dipendente, e non solo per l’energia. Le chiavi della questione energetica stanno a Caracas, Quito e La Paz.

Per questo si sono intensificate le relazioni e la coperazione tra queste tre capitali e Buenos Ayres. Se il Brasile ottura, la via andina prende più ritmo.

Il Brasile è il colosso regionale, ma si ritrova già ora a confrontarsi con le economie dei paesi periferici che stanno creando un indispensabile contrappeso. Per questo, Evo potrà vendere il gas anche senza Repsol-Petrobras.

Il Brasile avrà una dipendenza grave di gas e petrolio, e l’agro-combustibile non può risolvere il problema senza generare la carestia nelle campagne. Può ridurre del 10% i consumi, perchè non è un carburante ma un additivo.

Che cosa è disposto a concedere il Brasile per entrare nel consiglio di sicurezza dell’ONU? Che cosa è disposto a mollare all’OMC per riaprire l’agenda di Doha? Il flirt con Bush sottolinea anche la tentazione storica di agire come potenza sub-imperiale che patteggia e tratta direttamente con l’altro gigante del nord.

Attualmente il Banco del Sur è congelato perchè la discussione è su quali progetti di sviluppo dovrà finanziare; se l’IIRSA si deve fare con la malconcia Banca mondiale o con altri. Inoltre, si sta decidendo quale percentuale delle rispettive riserve internazionali alimenterà il Banco del Sur.

I brasiliani non vogliono sminuire il loro Banco Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale (BNDS), il maggiore del Sudamerica. Con i suoi 55 miliardi di $ di prestito, precede il BID (36 miliardi) e la Corporazione Andina di Fomento (8 miliardi).

E’ in discussione se è opportuno che l’integrazione finanziaria si faccia all’interno dello schema del dollaro, soprattutto ora che ha perso il 30% rispetto alle principali monete regionali.

C’è un partito che spinge verso l’autonomia, e fa riferimento alla soluzione che gli asiatici adottarono a Chiang Mai: allestire uno strumento di computo monetario per il commercio regionale, sganciato dal dollaro ed euro. Gli asiatici sono consapevoli della forza che deriva dal possedere l’80% delle riserve mondiali; il Brasile e i sudamericani sottovalutano che l’entità delle loro riserve si equivalgono a quelle della zona Euro (www.voltairenet.org/article151101.html).

Il Banco del sur funzionarà da novembre, qualsiasi sarà la decisione del governo brasiliano. Ad ogni modo, qualunque compromesso sarà raggiunto, comporterà una fuoriuscita considerevole di massa monetaria dall’area del dollaro, e una crescita delle relazioni interne del blocco. La svalutazione del dollaro è un acceleratore degli scambi nell’area, che potranno essere regolati con altri segni monetari internazionali, regionali e locali.

Il faraonico progetto IIRSA (Iniziativa per l’Infrastruttura Regionale Sudamericana) arriva con la confezione modernista del neoliberimo di Cardoso e Fujimori, ai tempi trionfalisti dell’ALCA.

E’ il modo di collegare il Sudamerica gradito alla  Banca Mondiale, quello che –all’epoca delle vacche grasse- era disposto a finanziare. Nella configurazione di IIRSA, l’apertura di vie di comunicazioni terrestri, fluviali, marittime, interoceaniche, trans-andine e trans-amazzoniche, è una operazione da cui è stata finora esclusa la voce delle maggioranze. Anche a livello meramente consultivo.

Nessun governo sudamericano ha informato sulle implicazioni globali di IIRSA, nè sull’impatto nella vita quotidiana delle comunità native.

IIRSA si è misurata con le elites politiche ed economiche ma non ha nessun canale di comunicazione con le genti sudamericane, con i movimenti indigeni e le società civili nazionali. Importanti quando si tratta di mega-progetti che modificheranno l’eco-sistema e la biodiversità.

La fluida dinamica del sub-continente americano, raccomanderebbe una politica estera non focalizzata esclusivamente all’export, ma neppure limitata a finanziare le grandi opere e i pochissimi gruppi della costruzione a portata multinazionale. Ma questo non è l’orientamento della Farnesina.

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