LA FRENATA di LULA
di Tito Pulsinelli
Il Brasile ha
frenato l’entrata
del Venezuela nel
MERCOSUR, ha
congelato il
gasodotto verso la
Patagonia e il
lancio del Banco del
Sur. Dopo il flirt
degli agro-combustibili
con Bush, ha reagito
pesantemente contro
la nazionalizzazione
del gas boliviano.
Questo irrigidimento
non ha potuto
evitare che
l’intervento
congiunto del
Venezuela e
dell’Argentina
sbloccasse la
situazione, creando
un’altenativa al
monopolio Repsol-Petrobras
sulle riserve
gasifere boliviane e
i gasodotti per
inoltrarle
oltrefrontiera.
Petrobrás è una
multinazionale con
appena un 20% di
azioni statali, ma i
suoi interessi si
trasformano
automaticamente in
ragion di Stato,
quindi poco incline
alle concesioni agli
indios di La Paz.
Il Brasile frena,
delimita, cerca di
condizionare tutto -esportazioni
e mercato- vuol
imporre il suo
status e statura a
tutti i vicini, ma
un dato è
ineliminabile: sarà
progressivamente
dipendente, e non
solo per l’energia.
Le chiavi della
questione energetica
stanno a Caracas,
Quito e La Paz.
Per questo si sono
intensificate le
relazioni e la
coperazione tra
queste tre capitali
e Buenos Ayres. Se
il Brasile ottura,
la via andina prende
più ritmo.
Il Brasile è il
colosso regionale,
ma si ritrova già
ora a confrontarsi
con le economie dei
paesi periferici che
stanno creando un
indispensabile
contrappeso. Per
questo, Evo potrà
vendere il gas anche
senza Repsol-Petrobras.
Il Brasile avrà una
dipendenza grave di
gas e petrolio, e
l’agro-combustibile
non può risolvere il
problema senza
generare la carestia
nelle campagne. Può
ridurre del 10% i
consumi, perchè non
è un carburante ma
un additivo.
Che cosa è disposto
a concedere il
Brasile per entrare
nel consiglio di
sicurezza dell’ONU?
Che cosa è disposto
a mollare all’OMC
per riaprire
l’agenda di Doha? Il
flirt con Bush
sottolinea anche la
tentazione storica
di agire come
potenza sub-imperiale
che patteggia e
tratta direttamente
con l’altro gigante
del nord.
Attualmente il Banco
del Sur è congelato
perchè la
discussione è su
quali progetti di
sviluppo dovrà
finanziare; se
l’IIRSA si deve fare
con la malconcia
Banca mondiale o con
altri. Inoltre, si
sta decidendo quale
percentuale delle
rispettive riserve
internazionali
alimenterà il Banco
del Sur.
I brasiliani non
vogliono sminuire il
loro Banco Nazionale
di Sviluppo
Economico e Sociale
(BNDS), il maggiore
del Sudamerica. Con
i suoi 55 miliardi
di $ di prestito,
precede il BID (36
miliardi) e la
Corporazione Andina
di Fomento (8
miliardi).
E’ in discussione se
è opportuno che
l’integrazione
finanziaria si
faccia all’interno
dello schema del
dollaro, soprattutto
ora che ha perso il
30% rispetto alle
principali monete
regionali.
C’è un partito che
spinge verso
l’autonomia, e fa
riferimento alla
soluzione che gli
asiatici adottarono
a Chiang Mai:
allestire uno
strumento di computo
monetario per il
commercio regionale,
sganciato dal
dollaro ed euro. Gli
asiatici sono
consapevoli della
forza che deriva dal
possedere l’80%
delle riserve
mondiali; il Brasile
e i sudamericani
sottovalutano che
l’entità delle loro
riserve si
equivalgono a quelle
della zona Euro (www.voltairenet.org/article151101.html).
Il Banco del sur
funzionarà da
novembre, qualsiasi
sarà la decisione
del governo
brasiliano. Ad ogni
modo, qualunque
compromesso sarà
raggiunto,
comporterà una
fuoriuscita
considerevole di
massa monetaria
dall’area del
dollaro, e una
crescita delle
relazioni interne
del blocco. La
svalutazione del
dollaro è un
acceleratore degli
scambi nell’area,
che potranno essere
regolati con altri
segni monetari
internazionali,
regionali e locali.
Il faraonico
progetto IIRSA (Iniziativa
per l’Infrastruttura
Regionale
Sudamericana)
arriva con la
confezione
modernista del
neoliberimo di
Cardoso e Fujimori,
ai tempi
trionfalisti
dell’ALCA.
E’ il modo di
collegare il
Sudamerica gradito
alla Banca Mondiale,
quello che –all’epoca
delle vacche grasse-
era disposto a
finanziare. Nella
configurazione di
IIRSA, l’apertura di
vie di comunicazioni
terrestri, fluviali,
marittime,
interoceaniche,
trans-andine e trans-amazzoniche,
è una operazione da
cui è stata finora
esclusa la voce
delle maggioranze.
Anche a livello
meramente
consultivo.
Nessun governo
sudamericano ha
informato sulle
implicazioni globali
di IIRSA, nè
sull’impatto nella
vita quotidiana
delle comunità
native.
IIRSA si è misurata
con le elites
politiche ed
economiche ma non ha
nessun canale di
comunicazione con le
genti sudamericane,
con i movimenti
indigeni e le
società civili
nazionali.
Importanti quando si
tratta di mega-progetti
che modificheranno
l’eco-sistema e la
biodiversità.
La fluida dinamica
del sub-continente
americano,
raccomanderebbe una
politica estera non
focalizzata
esclusivamente
all’export, ma
neppure limitata a
finanziare le grandi
opere e i pochissimi
gruppi della
costruzione a
portata
multinazionale. Ma
questo non è
l’orientamento della
Farnesina.
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