L'incubo di Bush
martedì, 21 ottobre 2008 01:22:22
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Petrolio

L’INCUBO GEOPOLITICO di  BUSH

di Tito Pulsinelli, www.selvas.org - www.lapatriagrande.net
inserito: 01/06/2006

Il 10 di maggio, durante il discorso al Parlamento sullo stato della Federazione, il Presidente Wladimir Putin ha fatto un annuncio fragoroso come una serie di tuoni, meno nelle redazioni “occidentali”, dov’è stato ignorato. “Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni internazionali” ha detto Putin. “A questo punto, abbiamo bisogno di aprire una Borsa in Russia per il commercio del petrolio, gas ed altri beni da pagare in rubli”.

In altre parole, sarà possibile accedere agli idrocarburi russi e derivati, semplicemente convertendo le monete nazionali in rubli, senza più dover passare sotto le forche caudine del dollaro. Le parole di Putin sono da prendersi sul serio, non sono vuote minacce, come dimostrò quando non ebbe alcuna esitazione a strappare i giacimenti all’oligarca Kordukorski e rimettere la Yukos sotto il controllo dello Stato.

Nel vertice del G8 della prossima settimana, gli Stati Uniti dovranno vedere come parare l’insidiosa mossa russa, che attenta direttamente contro la flaccida divisa verde. 

Gli europei dovranno decidere se, dopo aver lasciato cadere la possibilità di favorire la quotazione mondiale degli idrocarburi in euro, ora faranno spallucce anche alla convertibilità del rublo, e continueranno a sostenere un dollaro che poggia sul baratro storico di 8,4 trilioni di debiti.

La mossa del Cremlino rafforza l’iniziativa iraniana di creare una Borsa petrolifera con petro-euro. Nonostante le smentite piovute da ogni dove, Teheran ha confermato che la Borsa opererà tra due mesi sull’isola di Kish. Non va nemmeno trascurata l’importanza della nazionalizzazione dei giacimenti gasiferi della Bolivia e l’espropriazione decretata dal governo dell’Ecuador ai danni della multinazionale nordamericana Ocidental Petroleum.

Il Venezuela ha intensificato la vendita di idrocarburi e derivati ai Paesi sudamericani e dei Caraibi, con modalità di pagamento che prevedono lo scambio con beni e servizi, eliminando dalle transazioni i dollari.

Le tre nuove modalità per accedere al petrolio e al gas, sono tre varianti tattiche che convergono sull’obiettivo di restringere l’area e la massa di dollari in circolazione. La Russia, l’Iran e il Venezuela puntano a collocare i loro idrocarburi direttamente sul mercato, riducendo fortemente il ruolo dei “future” di Wall Street e di Londra, cioè la dipendenza  dall’intermediazione finanziaria, che fa la parte del leone sul prezzo finale dei carburanti nelle stazioni di servizio.

E’ in gioco non solo il monopolio del dollaro nel mercato mondiale del greggio, ma persino lo status che lo trasforma de facto in “riserva valutaria del mondo”. La possibilità di pagare la fattura energetica senza doversi indebitare in dollari, comporterà una diminuzione delle riserve monetarie in dollari di molti Paesi.  Comincerà il cammino a ritroso della divisa verde verso la Riserva Federale.

Il sistema che si basa sulla divisione tra chi mette sul piatto della bilancia merci e materie prime, e chi colloca sull’altro solo un segno monetario con cui scambiarle, è arrivato al limite. Sta scricchiolando, con uno stridore lugubre, come i tamburi di guerra amati dai fondamentalisti neocons di Bush.

Guerra contro l’Iran? Guerra anche contro la Russia? Invasione del Venezuela e della Bolivia? Bomba nuclerare e tabula rasa?

La realtà è un’altra cosa, e dice che il 22% dell’organico di terra schierabile oltrefrontiera, è inchiodato in Iraq, con molta pena, senza gloria e senza vie d’uscita. A Washington, persino i notabili del partito democratico, ritengono che è giocoforza continuare a combattere per altri due anni, e che il male minore sia aspettare il ritorno a casa di Bush.

Poi si vedrà, ma le contraddizioni si acuiscono non solo nella classe dirigente politica, appaiono crepe anche nell’elite finanziaria, e si dissociano pubblicamente anche i Brzenzinsky, Kissinger e M. Allbright. Tra i vertici militari, riecheggiano i “pronunciamientos” pubblici di 9 generali di quattro stelle, che segnalano la manifesta incompetenza di Rumsfeld.

I contrasti vanno già oltre le tradizionali differenze tra la doctrina delll’egemonismo assoluto caro ai republicani, e quello più moderato dei democratici, improntato alla  condivisione e cessione di quote di potere agli alleati-complici.

Bush, partito lancia in resta alla conquista del monopolio mondiale delle riserve energetiche, ha perso persino il feudo petrolifero nel “cortile” sudamericano. Nel subcontinente lo scambio avviene sempre più da Stato a Stato, e la nuova grande arteria per i rifornimenti futuri di gas sarà alimentata pompando dai giacimenti nazionalizzati del Venezuela e della Bolivia.

L’espansione negli interstizi tra Russia, Cina e Iran, nel cuore dell’Eurasia, si sostanzia sempre più come insediamento precario di avanposti militari.

L’Organizzazione della Coperazione di Shangai (SCO), dopo 5 anni, già riunisce Cina, Russia e quattro ex repubbliche sovietiche: Kazakistan –grande produttore petrolifero- Kirghisistan, Tagikistan e Uzbekistán.

In questi Paesi ha perso vigore il modello pilotato dell’esportazione della democrazia, sotto la forma di “rivoluzioni colorate” e, dopo Georgia e Ucraina, non è stato possibile ribaltare nessun governo.

Il prossimo 15 giugno, anche l’Iran entrerà nella SCO e, secondo il ministro degli esteri M. Mohammadi, questo passo “renderà il mondo più giusto”.

La SCO è uno scudo difensivo contro la minaccia unipolare e prevede collaborazione finanziaria, commerciale e militare. L’Iran riceverà 100 miliardi di dollari per un progetto che prevede lo sviluppo dell’immenso campo petrolifero di Yadaravan. La cinese Sinopec comprerà 250 milioni di tonnellate di gas liquido per un periodo di 25 anni.

Gli iraniani hanno anche avviato un progetto trinazionale per costruire un gasodotto che attraverserà il Pakistan e raggiungerà l’India.

Di fronte a questo, il contrappeso geopolitico degli Stati Uniti è costituto dalla Corea del sud, Taiwan e il Giappone, che però non può tendere troppo la corda con la Russia , visto che offre approvigionamento energetico sicuro, quasi sull’uscio di casa.

Anche l’India è stata invitata ad integrarsi nella SCO e Bush, per scongiurare il pericolo, ha chiuso tutt’e due gli occhi sugli armamenti nucleari di New Deli.

Il bilancio di Bush è negativo anche sul fronte atlantico, dove Putin e la Germania –a prescindere dal partito che governa- hanno concluso l’accordo per un gasodotto che passa sotto il Baltico ed arriva direttamente, evitando così i ricatti della Polonia e dei suoi valvassini del Baltico. E’ risolto così il contenzioso con i cavalli di Troia della “ nuova Europa”, tanto cara a Rumsfeld.

Le nazionalizzazioni del petrolio, a partire da quella del 1958 in Iraq, passando per quella iraniana, sono sempre state un sommovimento tellurico negli equilibri geopolitici, a cui si è risposto con controrivoluzioni, golpe, guerre indirette, sponsorizzazioni di regimi sanguinari.

Oggi, nell’epoca della scarsità energetica e dei consumi crescenti, i Paesi produttori hanno la certezza che i prezzi sono irreversibili, possono solo andare verso l’alto.

“Il prezzo giusto del petrolio è quello compreso in una fascia che varia da un minimo di 50 dollari… all’infinito” ha detto il Presidente della Libia, dipinto nell’oleografia manieristica dei media come il figliol prodigo tornato all’ovile “occidentale”.

L’insieme di questi fattori aumenta le frecce disponibili per i loro archi, ed hanno messo a nudo la vulnerabilità della elite militar-petrolifera che dall’11/9 controlla il governo degli Stati Uniti. La conquista del Santo Gral dei giacimenti energetici si sta trasformando in un incubo.

Persino la compagnia Sabic dell’Arabia saudita costruirà nel nordest della Cina una raffineria e impianti per la petrochimica. Questo contratto fu firmato all’inizio dell’anno, durante la visita a Pechino del sovrano Abdullah. Si tratta di un affare di ben 5,2 miliardi di dollari.Vacilla così un’altra tessera del mosaico fondativo del petrodollaro, cominciato nel 1943, quando Ibn Saud e Roosvelt fecero un patto di sangue: i britannici vengono tagliati fuori, rifornimenti incondizionali agli Stati Uniti, petrolio sfruttato solo dalla Aramco, quotazione obbligatoria in dollari.

Nelle prime due settimane di giugno, tra il vertice del G8 e quello successivo della SCO, si terrà a Caracas anche la riunione straordinaria dei Paesi produttori di petrolio della OPEC.

Poi sarà senz’altro possibile scrutare oltre le cortine fumogene e il richiamo della foresta globale, e vedere quali saranno le variazioni decisive sul movimentato scacchiere internazionale. Sarà importante verificare se l’Unione Europea comincerà finalmente a giocare la sua partita o se continuerà ad autolimitarsi come terza sponda di Washington.

Il multipolarismo è una certezza strategica, il resto sono variabili che determineranno la velocità della sua emersione alla superficie della cronaca politica.

 

29-5-2006

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