Il 10 di maggio, durante il
discorso al Parlamento sullo stato della Federazione, il Presidente
Wladimir Putin ha fatto un annuncio fragoroso come una serie di
tuoni, meno nelle redazioni “occidentali”, dov’è stato ignorato. “Il
rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni
internazionali” ha detto Putin. “A questo punto, abbiamo bisogno di
aprire una Borsa in Russia per il commercio del petrolio, gas ed
altri beni da pagare in rubli”.
In altre parole, sarà
possibile accedere agli idrocarburi russi e derivati, semplicemente
convertendo le monete nazionali in rubli, senza più dover passare
sotto le forche caudine del dollaro. Le parole di Putin sono da
prendersi sul serio, non sono vuote minacce, come dimostrò quando
non ebbe alcuna esitazione a strappare i giacimenti all’oligarca
Kordukorski e rimettere
la Yukos
sotto il controllo dello Stato.
Nel vertice del G8 della
prossima settimana, gli Stati Uniti dovranno vedere come parare
l’insidiosa mossa russa, che attenta direttamente contro la flaccida
divisa verde.
Gli europei dovranno
decidere se, dopo aver lasciato cadere la possibilità di favorire la
quotazione mondiale degli idrocarburi in euro, ora faranno spallucce
anche alla convertibilità del rublo, e continueranno a sostenere un
dollaro che poggia sul baratro storico di 8,4 trilioni di debiti.
La mossa del Cremlino
rafforza l’iniziativa iraniana di creare una Borsa petrolifera con
petro-euro. Nonostante le smentite piovute da ogni dove, Teheran ha
confermato che
la Borsa
opererà tra due mesi sull’isola di Kish. Non va nemmeno trascurata
l’importanza della nazionalizzazione dei giacimenti gasiferi della
Bolivia e l’espropriazione decretata dal governo dell’Ecuador ai
danni della multinazionale nordamericana Ocidental Petroleum.
Il Venezuela ha
intensificato la vendita di idrocarburi e derivati ai Paesi
sudamericani e dei Caraibi, con modalità di pagamento che prevedono
lo scambio con beni e servizi, eliminando dalle transazioni i
dollari.
Le tre nuove modalità per
accedere al petrolio e al gas, sono tre varianti tattiche che
convergono sull’obiettivo di restringere l’area e la massa di
dollari in circolazione.
La Russia,
l’Iran e il Venezuela puntano a collocare i loro idrocarburi
direttamente sul mercato, riducendo fortemente il ruolo dei “future”
di Wall Street e di Londra, cioè la dipendenza dall’intermediazione
finanziaria, che fa la parte del leone sul prezzo finale dei
carburanti nelle stazioni di servizio.
E’ in gioco non solo il
monopolio del dollaro nel mercato mondiale del greggio, ma persino
lo status che lo trasforma de facto in “riserva valutaria del
mondo”. La possibilità di pagare la fattura energetica senza doversi
indebitare in dollari, comporterà una diminuzione delle riserve
monetarie in dollari di molti Paesi. Comincerà il cammino a ritroso
della divisa verde verso
la
Riserva Federale.
Il sistema che si basa sulla
divisione tra chi mette sul piatto della bilancia merci e materie
prime, e chi colloca sull’altro solo un segno monetario con cui
scambiarle, è arrivato al limite. Sta scricchiolando, con uno
stridore lugubre, come i tamburi di guerra amati dai fondamentalisti
neocons di Bush.
Guerra contro l’Iran? Guerra
anche contro
la Russia?
Invasione del Venezuela e della Bolivia? Bomba nuclerare e tabula
rasa?
La realtà è un’altra cosa, e
dice che il 22% dell’organico di terra schierabile oltrefrontiera, è
inchiodato in Iraq, con molta pena, senza gloria e senza vie
d’uscita. A Washington, persino i notabili del partito democratico,
ritengono che è giocoforza continuare a combattere per altri due
anni, e che il male minore sia aspettare il ritorno a casa di Bush.
Poi si vedrà, ma le
contraddizioni si acuiscono non solo nella classe dirigente politica,
appaiono crepe anche nell’elite finanziaria, e si dissociano
pubblicamente anche i Brzenzinsky, Kissinger e M. Allbright. Tra i
vertici militari, riecheggiano i “pronunciamientos” pubblici di 9
generali di quattro stelle, che segnalano la manifesta incompetenza
di Rumsfeld.
I contrasti vanno già oltre
le tradizionali differenze tra la doctrina delll’egemonismo assoluto
caro ai republicani, e quello più moderato dei democratici,
improntato alla condivisione e cessione di quote di potere agli
alleati-complici.
Bush, partito lancia in
resta alla conquista del monopolio mondiale delle riserve
energetiche, ha perso persino il feudo petrolifero nel “cortile”
sudamericano. Nel subcontinente lo scambio avviene sempre più da
Stato a Stato, e la nuova grande arteria per i rifornimenti futuri
di gas sarà alimentata pompando dai giacimenti nazionalizzati del
Venezuela e della Bolivia.
L’espansione negli
interstizi tra Russia, Cina e Iran, nel cuore dell’Eurasia, si
sostanzia sempre più come insediamento precario di avanposti
militari.
L’Organizzazione della
Coperazione di Shangai (SCO), dopo 5 anni, già riunisce Cina, Russia
e quattro ex repubbliche sovietiche: Kazakistan –grande produttore
petrolifero- Kirghisistan, Tagikistan e Uzbekistán.
In questi Paesi ha perso
vigore il modello pilotato dell’esportazione della democrazia, sotto
la forma di “rivoluzioni colorate” e, dopo Georgia e Ucraina, non è
stato possibile ribaltare nessun governo.
Il prossimo 15 giugno, anche
l’Iran entrerà nella SCO e, secondo il ministro degli esteri M.
Mohammadi, questo passo “renderà il mondo più giusto”.
La SCO
è uno scudo difensivo contro la minaccia unipolare e prevede
collaborazione finanziaria, commerciale e militare. L’Iran riceverà
100 miliardi di dollari per un progetto che prevede lo sviluppo dell’immenso
campo petrolifero di Yadaravan. La cinese Sinopec comprerà 250
milioni di tonnellate di gas liquido per un periodo di 25 anni.
Gli iraniani
hanno anche avviato un progetto trinazionale per costruire un
gasodotto che attraverserà il Pakistan e raggiungerà l’India.
Di fronte a questo, il
contrappeso geopolitico degli Stati Uniti è costituto dalla Corea
del sud, Taiwan e il Giappone, che però non può tendere troppo la
corda con
la Russia
, visto che offre approvigionamento energetico sicuro, quasi sull’uscio
di casa.
Anche l’India è stata
invitata ad integrarsi nella SCO e Bush, per scongiurare il pericolo,
ha chiuso tutt’e due gli occhi sugli armamenti nucleari di New Deli.
Il bilancio di Bush è
negativo anche sul fronte atlantico, dove Putin e
la Germania
–a prescindere dal partito che governa- hanno concluso l’accordo per
un gasodotto che passa sotto il Baltico ed arriva direttamente,
evitando così i ricatti della Polonia e dei suoi valvassini del
Baltico. E’ risolto così il contenzioso con i cavalli di Troia della
“ nuova Europa”, tanto cara a Rumsfeld.
Le nazionalizzazioni del
petrolio, a partire da quella del
1958 in
Iraq, passando per quella iraniana, sono sempre state un
sommovimento tellurico negli equilibri geopolitici, a cui si è
risposto con controrivoluzioni, golpe, guerre indirette,
sponsorizzazioni di regimi sanguinari.
Oggi, nell’epoca della
scarsità energetica e dei consumi crescenti, i Paesi produttori
hanno la certezza che i prezzi sono irreversibili, possono solo
andare verso l’alto.
“Il prezzo giusto del
petrolio è quello compreso in una fascia che varia da un minimo di
50 dollari… all’infinito” ha detto il Presidente della Libia,
dipinto nell’oleografia manieristica dei media come il figliol
prodigo tornato all’ovile “occidentale”.
L’insieme di questi fattori
aumenta le frecce disponibili per i loro archi, ed hanno messo a
nudo la vulnerabilità della elite militar-petrolifera che dall’11/9
controlla il governo degli Stati Uniti. La conquista del Santo Gral
dei giacimenti energetici si sta trasformando in un incubo.
Persino la compagnia Sabic
dell’Arabia saudita costruirà nel nordest della Cina una raffineria
e impianti per la petrochimica. Questo contratto fu firmato all’inizio
dell’anno, durante la visita a Pechino del sovrano Abdullah. Si
tratta di un affare di ben 5,2 miliardi di dollari.Vacilla così
un’altra tessera del mosaico fondativo del petrodollaro, cominciato
nel 1943, quando Ibn Saud e Roosvelt fecero un patto di sangue: i
britannici vengono tagliati fuori, rifornimenti incondizionali agli
Stati Uniti, petrolio sfruttato solo dalla Aramco, quotazione
obbligatoria in dollari.
Nelle prime due settimane di
giugno, tra il vertice del G8 e quello successivo della SCO, si
terrà a Caracas anche la riunione straordinaria dei Paesi produttori
di petrolio della OPEC.
Poi sarà senz’altro
possibile scrutare oltre le cortine fumogene e il richiamo della
foresta globale, e vedere quali saranno le variazioni decisive sul
movimentato scacchiere internazionale. Sarà importante verificare se
l’Unione Europea comincerà finalmente a giocare la sua partita o se
continuerà ad autolimitarsi come terza sponda di Washington.
Il multipolarismo è una
certezza strategica, il resto sono variabili che determineranno la
velocità della sua emersione alla superficie della cronaca politica.
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