Il (man)rovescio
elettorale di Bush è
il primo nodo – ad
alto valore
simbolico - che
viene al pettine del
rackett petrolifero-armamentista
che finanziò la sua
scalata al vertice
politico degli Stati
Uniti. Questo
rackett, vorace e
cinico, è andato
assai oltre il
fisiologico
darwinismo sociale
che sostanzia il
liberismo in
qualsiasi latitudine.
Non
si è accontentato
del ruolo di anti-Robin
Hood: rubare la
spesa sociale
destinata ai poveri
per distribuire
diminuzioni fiscali
ai ricchi. No, il
rackett pensava in
grande ed agiva di
conseguenza: ha
praticamente
trasferito il grosso
del bilancio statale
alle guerre,
all’armamentismo e
alle “ricostruzioni”.
Questo succulento
assegno in bianco è
stato girato
integralmente ai
compari, cioè al
comitato d’affari
che finanziò le due
campagne elettorali
di Bush. Fino agli
estremi di una
corruzione di tipo
“bananero”.
Bizzarri assai
questi ultras,
apostoli del
liberismo universale
che vivono
esclusivamente dello
Stato, con bilanci
approvati in clima
di emergenza, leggi
speciali e
sospensione dei
diritti civili.
Guarda caso, il
vasto comparto delle
armi è un settore
protetto
dell’economia, che
gli Stati Uniti
hanno sempre escluso
dal dogma della
concorrenza e del
mercato aperto.
Eppure, all’inizio
Bush era un
Presidente debole,
uscito da
un’elezione
truffaldina, grazie
ai maneggi del
fratellino Jeb in
Florida e della
mafia dei
fuoriusciti cubani,
specialisti con
post-master in
imbrogli elettorali.
Grazie alla Corte
Suprema di Giustizia,
con membri -praticamente
vitalizi- tutti di
nomina presidenziale,
Bush ottiene la
prima carica
istituzionale.
Giudici designati da
Reagan e da papi
Bush.
Era
un potere dalle basi
precarie, ma l’11
settembre cambia
radicalmente il
panorama, il rackett
mette a segno un
auto-golpe tra il
plauso universale.
Miracolo delle nuove
tecnologie e delle
reti della
comunicazione a
proprietà iper-concentrata.
Poi passa a una
rapida
riprogettazione
delle istituzioni,
alla misura degli
interessi del 5%
della cittadinanza e
di un espansionismo
estremista e
velleitario.
Sotto la sferza
immaginaria del
“nemico esterno”, il
rackett impone alla
plebe la
dissociazione
psicotica, paranoia
intensa e diffusa,
riduzione drastica
dei diritti
individuali,
azzeramento dello
spazio di manovra
per la critica
sociale.
Chi
infrange
sistematicamente la
legalità
internazionale è
ovvio che non ha
scrupoli per passare
come un rullo
compressore sulla
plebe domestica.
Dopo la tortura di
contrabbando,
camuffata, il
rackett esige una
normativa che ne
sancisca la liceità.
I legislatori dicono
ok, e dall’Europa
dei Lumi e dalla
terra di C. Beccaria,
classi dirigenti
cieche e sordomute,
continuano a
chiamarla democrazia,
e certuni anche
Grande Democrazia.
Erano i tempi della
“guerra infinita” e
della caccia al
mullah Omar tra le
montagne afgane.
Tempi di cieco
furore, trionfalismo,
dosi goebbelsiane di
propaganda bellica,
del stai con me o
sei mio nemico.
Mentre il mullah
Omar iniziava
l’epica e inconclusa
fuga in motocicletta,
i Paesi europei
diedero corpo e
linfa a quella nuova
NATO, sottoscritta
alla chetichella
durante i
bombardamenti di
Belgrado. Non è più
un’alleanza militare
difensiva, il mondo
intero deve essere
un “atlantico del
nord”, massime
quando le civiltà
sarebbero in
“scontro” indotto.
Perciò gli europei
partecipano alla
vendetta del rackett
contro l’inerme
Afganistan, promosso
a pericolo pubblico
planetario.
In
corso d’opera mutò
l’iniziale
motivazione della
guerra, rimpiazzata
dall’urgenza
filantropica di
“esportare
democrazia” (sic),
in una terra dove lo
Stato non è mai
esistito. Una forma
originale, senza
Stato, senza partiti,
solo con basi
militari, oppio,
oleodotti e
bombardamenti.
La
venalità e la
vocazione atavica al
saccheggio piratesco,
sposati al delirio
di onnipotenza
unilaterale,
portarono ad una
ragion di Stato ed
una geopolitica con
il petrolio come
asse esclusivo. Gli
interessi aziendali
del rackett
dominante,
trasformati in meta
strategica e
politica di Stato,
appena malamente
camuffati dagli
ideologismi rupestri
dei neocons. Siamo
all’arrembaggio per
il monopolio
mondiale delle fonti
energetiche,
sostenuto da spese
militari
esponenziali a
carico dall’erario
pubblico. E’ la
nuova pietra
filosofale per
soddisfare la
bulimia dei grandi
elettori di Bush.
Dopo
due tentativi andati
a vuoto per coprirsi
le spalle, tra
l’aprile e il
dicembre del 2002
(un golpe classico e
un sabotaggio
dell’industria
petrolifera
venezuelana), il
rackett si vede
costretto a rompere
ogni indugio e
lanciarsi
proditoriamente
all’avventura in
Mesopotamia.
D’altronde la NATO
disse no, così pure
Francia e Germania,
unici depositari di
una visione degli
interessi strategici
europei, soprattutto
nei momenti
burrascosi.
Sembrava una
cavalcata trionfale,
è diventata una
marcia funebre: la
sconfitta più grave,
che mette in secondo
piano persino la
ritirata dalla Corea
nel 1954 e la fuga
dal Vietnam. Non è
di molto ausilio
l’alta macelleria
sperimentata da J.
Negroponte in
Centroamerica , con
full squadroni della
morte e big
terrorismo di Stato.
Negroponte ora è
capo dei capi di
tutte le riunificate
polizie imperiali
segrete.
In
Iraq, però, le
truppe di
occupazione muovono
la macchinaria
bellica con benzina
importata dal..
Kuwait. Il petrolio,
in otto anni –nonostante
l’uso delle riserve
strategiche- ha
moltiplicato per
dieci il suo valore,
riempiendo i
forzieri russi,
iraniani e
venezuelani, che
comiciano a giocare
su tutto lo
scacchiere mondiale.
Quando il barile
aumenta di un
dollaro, a Caracas
entra un miliardo di
dollari annuale
addizionale, e a
Teheran quasi il
doppio. Il FMI
diventa
prescindibile, così
pure altri organismi
multilaterali
sedimentati nel
1946; il dollaro
dall’anemia passa
alla leucemia, la
Cina –il competitore
globale più
pericoloso- si è già
garantita
l’autonomia
energetica per i
prossimi 30 anni.
La
Russia non va al
tappeto come
pronosticavano gli
allibratori globali,
ma rinazionalizza
gli idrocarburi,
mette in riga oscuri
oligarchi venuti dal
nulla, azzera il
debito estero, e con
la Cina fonda
l’Organizzazione del
Patto di Shangai. Da
iniziale contrapeso
all’estremismo
unipolare del
rackett, oggi è un
blocco di potere
commerciale,
finanziario e
militare che
raccoglie vari Paesi
asiatici (incluso il
Kazakstan ricco di
idrocarburi).
L’India ed Iran sono
nella sua orbita
immediata. Le nuove
basi militari degli
Stati Uniti in
questa zona, sono
poco più che
sperduti avamposti
nelle distese
percorse con gloria
da Gengis Kahn.
La
guerra contro l’Iraq,
pre-fabbricata per
gli appetiti
corporativi del
rackett, è un buco
nell’acqua. La breve
stagione
unipolarista è
durata il tempo di
un’eclisse, ed ha
fatto emergere vari
blochi regionali,
tra cui quello
sudamericano.
L’intreccio del
petrolio-gas (russo,
iraniano e
venezuelano), con
l’eccedente
dollarizzato
dell’export cinese e
gli armamenti russi,
è una combinazione
di fattori che ha
cominciato a
ridisegnare la mappa
geopolitica. Ci sono
mezzi finanziari,
risorse, autonomia,
alleanze e strumenti
di deterrenza idonei
per difenderle.
La
superiorità bellica
nei cieli e nello
spazio si è
dimostrata non
determinante per la
conquista e
l’espropriazione
delle materie prime
di un territorio
nazionale, ancor
meno quelle di un
blocco regionale. Il
rackett che
proclamava urbi et
orbi la capacità di
vincere due guerre
combattute
contemporaneamente,
in due continenti
diversi, è costretto
a passare alla NATO
la patata bollente
dell’Afganistan.Washington
si libera del
comando delle
operazioni: è
difficile gestire
due sconfitte
parallele, e
preparare due
ritirate
contemporaneamente.
La
Corea del nord sfida
apertamente il club
nucleare della “non
proliferazione”, ora
ha l’atomica e i
vettori per
lanciarla oltre il
Giappone. L’Iran
continua
imperterrito a
rivendicare il
diritto all’energia
nucleare per l’uso
civile. Gli Stati
Uniti rimangono soli,
perchè Cina e Russia
non si sommano a
sanzioni che non
siano puramente
simboliche, persino
i sudcoreani non
gradiscono.
L’Unione Europea non
può mentire a lungo,
innanzitutto a sè
stessa, nè
persistere nella
schizofrenia: l’Iran
è un grande mercato
del suo export,
oltre che un
decisivo fornitore
di energetici.
Le
marine militari che
accompagnano la
flotta da guerra
degli Stati Uniti di
fronte alle coste
iraniane, sono state
testimoni dirette
del lancio di 3
nuovi modelli di
missili mare-mare,
in grado di coprire
l’intero stretto di
Hormuz. Gli iraniani
hanno dimostrato la
capacità di colpire
il traffico delle
petroliere nel Golfo
Persico, vale a dire
il 23%
dell’approvigionamento
degli Stati Uniti,
oltre a quello
europeo. Bisogna
convenire che si
tratta di qualcosa
di più sofisticato
dei “katiuscia”
lanciati dai
libanesi, che pure
misero in grave
difficoltà gli
“invitti” invasori
israeliani.
Il
rackett ha messo a
nudo, oltre alla
velleità di un
governo, la
credibilità di una
dottrina strategica
e l’impraticabilità
dell’egemonismo
assoluto. Gli Stati
Uniti non sono in
grado di fare il
direttore
d’oschestra del
pianeta, devono
cercare un altro
ruolo, e svolgere
una funzione
differente nel nuovo
assetto
multipolare.Chi
esibisce il debito
più grande ed
importa più di
quello che esporta,
non può pretendere
di fare il
poliziotto del
pianeta.
E’
problemático, però,
tornare al vecchio
egemonismo condiviso
con i soci minori,
perchè il Giappone e
il blocco europeo
sono ormai
concorrenza
produttiva,
finanziaria e
monetaria. I tempi
della Trilaterale
appartengono ad un
passato abbastanza
remoto, e
“occidente” è
diventato solo un
sinonimo di
neoliberismo o di
capitalismo
finanziario, con
scarsa sostanza
geopolitica.
Nè
gli Stati Uniti
possono ripiegare
allo storico
isolazionismo,
abbandonato quando
si sostituì al
tramontato impero
spagnolo appena
estromesso da Cuba e
dalle Filipine. In
poco più di due
secoli ha esaurito
le ingenti risorse
naturali di un Paese-continente,
ora dovrebbe
raschiare il barile
o sciogliere i
ghiacciai
dell’Alaska. Hanno
bisogno del mondo,
però le regole del
gioco non potranno
più essere le stesse.
E’
reale un impero
basato solo sulla
superiorità
militare? Esercitata,
per di più, come
pedagogia dissuasiva
solo contro i pesi
piuma (Grenada,
Panama)? Sono
passati 60 anni
dall’ultima guerra
vera combattuta,
quella terminata nel
1945, vinta in
tandem con l’Unione
Sovietica (senza
atomica). Nel
frattempo, c’è stato
solo il fiasco in
Corea e in Vietnam.
La prima guerra
contro l’Iraq è
stata combattuta e
finanziata da una
costellazione di
nazioni. Agli uni le
spese, ad altri la
“gloria”. Anche la
distruzione della
Yugoslavia è stata
possibile solo con
l’inqualificabile
complicità di
Bruxelles.
Il
dollaro, senza
copertura aurea dal
1971, oggi è
espressione di una
economia primus
inter pares, grazie
soprattutto alla
forza delle armate e
alle rendite di
posizione che ne
derivano. Per essere
credibili, queste
devono essere
convincenti, cioè
vincere sui campi di
battaglia.
Altrimenti il valore
reale dei segni
monetari e
finanziari torna
alle materie prime,
che infatti stanno
aumentando le loro
quotazioni. E gli
assi di equilibrio
stanno variando a
favore dei blocchi
regionali del nuovo
firmamento
multipolare.
In
questo nuovo quadro,
sconcerta
l’ingenuità
dimostrata in
Finlandia dai
leader politici
europei, quando
ritennero di
spaventare la Russia
perchè il “petrolio
e il gas non si
possono mangiare”.
Putin ha una lista
d’attesa di clienti
eccellenti, e sta
già costruendo le
nuove strutture per
i rifornimenti verso
la Cina e il
Pacifico.
Altrettanto fa
l’Iran con India e
Cina, e il Venezuela
verso il Brasile e
il subcontinente. Il
mercato
“occidentale” non è
più imprescindibile,
la dipendenza sarà
reciproca,
sicuramente non è
più unilaterale. Chi
dipende da chi?
Bruxelles deve
decidere se
continuare ad
accodarsi alle
avventure nel mondo
promosse dal rackett
di Bush -sempre e
solo contro i loro
diretti fornitori!-
oppure guardare il
mappamondo, e
convincersi che è
più vantaggioso
accordarsi con gli
iraniani e i russi.
La cosa più puerile,
in ogni caso, è il
mercimonio dei
diritti umani a
cambio d’affari.
Il
rackett, invece, non
ha nulla da perdere
con embarghi o
ritorsioni contro
l’Iran, visto che
gli Stati Uniti
hanno interrotto
qualsiasi relazione
da tre decenni, e
non si sognano certo
di “democratizzare”
i fidi soci dei
regimi feudali della
penisola arabica.
Dopo
aver proceduto a de-industrializzare
con il trasferimento
all’estero di tutta
la struttura
produttiva, le
condizioni generali
di vita negli Stati
Uniti sono
precipitate, la
classe media si è
impoverita, tutti
comprano le merci
importate dalla Cina,
presenti in ogni
scaffale,
indebitandosi con le
carte di credito.
La
prima sfida aperta
al regime è stato
portata a segno
dalla parte più
vulnerabile e
castigata della
plebe. I
latinoamericani
hanno incrociato le
braccia, si sono
ribellati contro il
pericolo di essere
dichiarati –con un
tratto di penna-
delinquenti sociali,
deportabili in
qualsiasi momento.
Riesce difficile
immaginare uno
scenario in cui 15
milioni di persone
possono essere
deportate, se non
pensando ad uno
stadio stalinista
del neoliberismo.
D’altronde, con
l’abbondanza di
personale
provenienti dalle
fila dei servizi
segreti, sino ai
vertici più alti del
regime (ieri papi
Bush, oggi il nuovo
ministro della
difesa), è
impossibile non
rivelare una
similitudine con
l’Unione Sovietica
post-Breznev, quando
il KGB dirigeva
Partito e Stato con
Andropov.
Il
rackett è vicino al
capolinea, ma quel
che preoccupa è che
non sembra che
esistano soluzioni
diverse alla crisi
severa degli Stati
Uniti. La prova
venne dall’opaco
Kerry: fallì perchè
non si identificano
differenze
sostanziali tra i
due Partiti, nè un
nuovo progetto di
Paese all’altezza
che la circostanza
storica impone.
Appaiono come due
correnti di un unico
Partito, quello del
capitalismo
finanziario, con
differenziazioni
minori, di tipo
tattico.
Entrambe
intrappolate
nell’utopia dei
tecno-guerrieri con
incomparabile
capacità distruttiva
(per il nemico), ma
con il tallone
d’Achille di “zero
morti” (propri).
Contraddizione
insanabile che si
accompagna alla
doppia morale,
all’incoerenza di
una scala di valori
ad estensione
variabile, che
acutizza la
stridenza lacerante
tra discorso
pubblico e pratica
quotidiana.
Questa è la diffusa
percezione nel sud
del mondo, nella
latitudine non-industrializzata,
nell’area araba, in
Oriente e in America
latina.
Ed
anche tra le fila
dei latinos e degli
afro –che forniscono
soldati a basso
costo per le tecno-guerre-
tangibile
espressione della
discriminazione e
della disgregazione
interna, e del
selettivo sistema di
assimilazione etnica
degli Stati Uniti.
Al tradizionale
sbarramento
all’accesso verso
l’elite WASP, e alla
chiusura verso gli
strati medi, oggi
impone il “numero
chiuso” anche per il
riconoscimento
legale dello status
di plebeo. In fondo,
l’integrazione
giuridica piena
degli afro-americani
è cosa degli anni
’70, pagata con il
sangue di Martin
Luther King e
Malcolm X, e troppi
altri.
La
scarsa coesione e
solidità del corpo
sociale è una delle
ragioni che motivano
la creazione
artificiale del
“nemico esterno”
permanente.
Dopo il comunismo,
il surrogato dello
Stato-delinquente,
poi una realtà ancor
più impalpabile come
“al qaeda”,
attualizzazione
della
cinematografica
Spectre. A forza di
esportarla, di
democrazia ne è
rimasta quasi nulla.
Tito PUlsinelli,
LPG,
13/11/2006 |