genocidi
martedì, 21 ottobre 2008 01:22:25
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La celebrazione della Giornata della Memoria è stata limitata al ricordo del destino degli ebrei europei tra il 1939 ed il 1945. In tal senso, è stato colpevolmente riduttivo e preferenziale, vista la proposta di legge che tende a sanzionare con 12 anni di carcere quanti avessero opinioni –sì, opinioni- divergenti riguardo il drammatico evento storico.

Leggasi anche Noi storici contro la legge che punisce chi nega la Shoah

Tito Pulsinelli, LPG, 01/02/2007

La celebrazione della Giornata della Memoria è stata limitata al ricordo del destino degli ebrei europei tra il 1939 ed il 1945. In tal senso, è stato colpevolmente riduttivo e preferenziale, vista la proposta di legge che tende a sanzionare con 12 anni di carcere quanti avessero opinioni –sì, opinioni- divergenti riguardo il drammatico evento storico.

Un tempo si diceva che la storia la scrivono i vincitori. Oggi, per rafforzare il concetto, in materia di intepretazione storica si vuole che si esprimano degli specialisti come i carabinieri,  e che le manette rimpiazzino gli archivi e i documenti.  Ad opinioni e letture della storia non si contrappongono più opinioni, libri e conferenze, ma il codice penale.

Diventerà reato dibattere se le vittime ebraiche ammontino a 3, a 4 o a 6 milioni, mentre si potrà filosofeggiare liberamente sul computo statistico più verosimile delle vittime nei gulag stalinisti; o se i gulag siano per davvero esistiti, o non siano stati un frutto della guerra psicologica anglosassone. Nel primo caso, si va in galera; nel secondo no.

Purtroppo le cose stanno peggio di così. A chiarirci le idee è intervenuto direttamente il Presidente della Repubblica: “No all’antisemitismo anche quando si travesta da antisionismo”. Napolitano pecca di zelo e stabilisce una errata equazione tra semitismo e sionismo che –ce lo permetta- sono due cose assolutamente differenti. Semiti non sono solo gli ebrei, inoltre solo una parte di essi aderì nel passato (e propugna nel presente) il sionismo.

Questa ideologia che inizialmente propiziava il ritorno degli ebrei in Palestina, si è trasformata in un movimento armato per la colonizzazione, ipernazionalista ed espansionista, che ha lasciato ai palestinesi alcuni lembi di territorio, che taluni associano ai “bantustan” del Sudafrica dell’apertheid.

Napolitano stabilisce che “Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico...al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele”.

Sono parole gravi, quasi un assegno in bianco, senza data di scadenza, allungato  ai politici di Tel Aviv, di cui accetta a scatola chiusa qualsiasi politica. Siamo oramai al ricatto: “chi critica Israele è antisionista, cioè antisemita”.

Se Israele è lo Stato con il record mondiale di violazioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che facciamo, lo ignoriamo? Se –al pari della Corea del Nord- viola il Trattato di Proliferazione Nucleare, facciamo finta di nulla?

Viene da rimpiangere i tempi di Andreotti, di Aldo Moro e di Luigi Longo, quando l’Italia aveva una politica mediorientale indipendente e sosteneva attivamente il sorgere di una Palestina sovrana. Oggi, da Roma non viene detto se il restante 28% di territorio di cui Tel Aviv non si è ancora impossessata, sia il “prezzo giusto” che i palestinesi devono pagare per la fine delle ostilità.

La Giornata della Memoria, per essere a senso unico, non ha rimosso soltanto il massacro degli armeni all’inizio del secolo scorso, o le stragi dell’Inquisizione, ma ha esibito un Alzheimer galoppante sul genocidio delle popolazioni native del Nuovo Mondo. Il mutismo sullo sterminio delle genti amerindie è ancor oggi compatto, bipartisan, trasversale, clericale, laico, conservatore e progressista.

La colonizzazione del continente americano non è una tragedia che concerne solo

la penisola iberica, visto che fu portata a termine dalla Spada in connubio con la Croce. Condottieri spagnoli stanchi di fittizi titoli nobiliari ( senza corrispettive assegnazioni patrimoniali o territoriali) in  sinergia con gli Ordini religiosi e i gesuiti.

L’associazione di poderose forze nazionali con il potere sovranazionale della monarchia vaticana, ferreamente decise ad “esportare civiltà”, diede como risultato il genocidio più grande della storia.

Dopo un secolo e mezzo, solo il 10% della popolazione sopravvisse all’impatto bellico, epidemie, espropriazioni, stravolgimento della quotidianità. In una parola: schiavitù, imposta con la polvere da sparo, la tortura e la religione.

Un intero continente si spopolò, la popolazione decimata. Poco importò. Non si poteva fermare il “progresso”, e via con l’importazione di una trentina di milioni di schiavi africani.

In epoca più tarda, i coloni inglesi e discendenti, diedero il loro contributo alla civilizzazione del Nuovo Mondo con l’eliminazione sistematica e radicale dei nativi nordamericani. I cosiddetti  “pellerossa” sono oggi  una specie etnica in via di estinzione, come i bisonti che cedettero il passo alle ferrovie.

A quanto ammonta il bilancio mortuario del genocidio degli amerindi? Ci sono vari studi dai risultati non convergenti, però i più conservatori sostengono che perirono 50 milioni di uomini, donne e bambine. La ricerca storica è aperta, la quantificazione è variabile, ma nessuno si è sognato di afferrarsi ad una legge repressiva per imporre una verità a senso unico.

Non c’è dubbio, però, che si tratta di un incontrovertibile genocidio. Un genocidio negato, occultato e rimosso dalla falsa coscienza europea, e dalla connivenza coalizzata delle sue forze sociali, spirituali e  politiche. Gli “indios” non hanno ricevuto nessun territorio in cui costruire un loro Stato, onde far rivivere la loro specificità etnoculturale.

Non lo desiderano, nè pensano in alcun separatismo. Dall’Europa non hanno ricevuto  risarcimenti, nemmeno dei “danni di guerra”, neppure uno sconto sul debito estero, o una legge che tuteli coattivamente  la cognizione del loro passato, anche all’esterno dell’etnologia e dell’antropologia.

Oggi, quando la parabola del declino ha invertito direzione, e le popolazioni indoamericane tornano ad avere leader autorevoli  e ragguardevoli movimenti sociali che fanno capolino in vari governi sudamericani, dall’Europa si continua a sparare ad alzo zero contro di loro.

I capi politici europei arricciano il naso e puntano il dito contro il “populismo”, mentre intellettuali della consistenza morale di Vargas Llosa et similia, danno espressione pubblica al razzismo delle elites latinoamericane, mettendo in guardia contro il nuovo fantasma del “fondamentalismo indigeno”.

La morale della lugubre favola è che non tutti i genocidi sono uguali di fronte alla legge italiana. Ognuno ha i propri “fondamentalismi” preferiti o prioritari. Anche il mutevole ministro Mastella e il Presidente Napolitano.

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