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La celebrazione
della Giornata della
Memoria è stata
limitata al ricordo
del destino degli
ebrei europei tra il
1939 ed il 1945. In
tal senso, è stato
colpevolmente
riduttivo e
preferenziale, vista
la proposta di legge
che tende a
sanzionare con 12
anni di carcere
quanti avessero
opinioni –sì,
opinioni- divergenti
riguardo il
drammatico evento
storico.
Un tempo si diceva
che la storia la
scrivono i vincitori.
Oggi, per rafforzare
il concetto, in
materia di
intepretazione
storica si vuole che
si esprimano degli
specialisti come i
carabinieri, e che
le manette
rimpiazzino gli
archivi e i
documenti. Ad
opinioni e letture
della storia non si
contrappongono più
opinioni, libri e
conferenze, ma il
codice penale.
Diventerà reato
dibattere se le
vittime ebraiche
ammontino a 3, a 4 o
a 6 milioni, mentre
si potrà
filosofeggiare
liberamente sul
computo statistico
più verosimile delle
vittime nei gulag
stalinisti; o se i
gulag siano per
davvero esistiti, o
non siano stati un
frutto della guerra
psicologica
anglosassone. Nel
primo caso, si va in
galera; nel secondo
no.
Purtroppo le cose
stanno peggio di
così. A chiarirci le
idee è intervenuto
direttamente il
Presidente della
Repubblica: “No
all’antisemitismo
anche quando si
travesta da
antisionismo”.
Napolitano pecca di
zelo e stabilisce
una errata equazione
tra semitismo e
sionismo che –ce lo
permetta- sono due
cose assolutamente
differenti. Semiti
non sono solo gli
ebrei, inoltre solo
una parte di essi
aderì nel passato (e
propugna nel
presente) il
sionismo.
Questa ideologia che
inizialmente
propiziava il
ritorno degli ebrei
in Palestina, si è
trasformata in un
movimento armato per
la colonizzazione,
ipernazionalista ed
espansionista, che
ha lasciato ai
palestinesi alcuni
lembi di territorio,
che taluni associano
ai “bantustan” del
Sudafrica
dell’apertheid.
Napolitano
stabilisce che
“Antisionismo
significa negazione
della fonte
ispiratrice dello
Stato ebraico...al
di là dei governi
che si alternano
alla guida di
Israele”.
Sono parole gravi,
quasi un assegno in
bianco, senza data
di scadenza,
allungato ai
politici di Tel
Aviv, di cui accetta
a scatola chiusa
qualsiasi politica.
Siamo oramai al
ricatto: “chi
critica Israele è
antisionista, cioè
antisemita”.
Se Israele è lo
Stato con il record
mondiale di
violazioni delle
risoluzioni del
Consiglio di
sicurezza dell’ONU,
che facciamo, lo
ignoriamo? Se –al
pari della Corea del
Nord- viola il
Trattato di
Proliferazione
Nucleare, facciamo
finta di nulla?
Viene da rimpiangere
i tempi di Andreotti,
di Aldo Moro e di
Luigi Longo, quando
l’Italia aveva una
politica
mediorientale
indipendente e
sosteneva
attivamente il
sorgere di una
Palestina sovrana.
Oggi, da Roma non
viene detto se il
restante 28% di
territorio di cui
Tel Aviv non si è
ancora impossessata,
sia il “prezzo
giusto” che i
palestinesi devono
pagare per la fine
delle ostilità.
La Giornata della
Memoria, per essere
a senso unico, non
ha rimosso soltanto
il massacro degli
armeni all’inizio
del secolo scorso, o
le stragi
dell’Inquisizione,
ma ha esibito un
Alzheimer galoppante
sul genocidio delle
popolazioni native
del Nuovo Mondo. Il
mutismo sullo
sterminio delle
genti amerindie è
ancor oggi compatto,
bipartisan,
trasversale,
clericale, laico,
conservatore e
progressista.
La colonizzazione
del continente
americano non è una
tragedia che
concerne solo
la penisola iberica,
visto che fu portata
a termine dalla
Spada in connubio
con la Croce.
Condottieri spagnoli
stanchi di fittizi
titoli nobiliari (
senza corrispettive
assegnazioni
patrimoniali o
territoriali) in
sinergia con gli
Ordini religiosi e i
gesuiti.
L’associazione di
poderose forze
nazionali con il
potere
sovranazionale della
monarchia vaticana,
ferreamente decise
ad “esportare
civiltà”, diede como
risultato il
genocidio più grande
della storia.
Dopo un secolo e
mezzo, solo il 10%
della popolazione
sopravvisse
all’impatto bellico,
epidemie,
espropriazioni,
stravolgimento della
quotidianità. In una
parola: schiavitù,
imposta con la
polvere da sparo, la
tortura e la
religione.
Un intero continente
si spopolò, la
popolazione decimata.
Poco importò. Non si
poteva fermare il “progresso”,
e via con
l’importazione di
una trentina di
milioni di schiavi
africani.
In epoca più tarda,
i coloni inglesi e
discendenti, diedero
il loro contributo
alla civilizzazione
del Nuovo Mondo con
l’eliminazione
sistematica e
radicale dei nativi
nordamericani. I
cosiddetti
“pellerossa” sono
oggi una specie
etnica in via di
estinzione, come i
bisonti che
cedettero il passo
alle ferrovie.
A quanto ammonta il
bilancio mortuario
del genocidio degli
amerindi?
Ci sono vari studi
dai risultati non
convergenti, però i
più conservatori
sostengono che
perirono 50 milioni
di uomini, donne e
bambine.
La ricerca storica è
aperta, la
quantificazione è
variabile, ma
nessuno si è sognato
di afferrarsi ad una
legge repressiva per
imporre una verità a
senso unico.
Non c’è dubbio, però,
che si tratta di un
incontrovertibile
genocidio. Un
genocidio negato,
occultato e rimosso
dalla falsa
coscienza europea, e
dalla connivenza
coalizzata delle sue
forze sociali,
spirituali e
politiche. Gli
“indios” non hanno
ricevuto nessun
territorio in cui
costruire un loro
Stato, onde far
rivivere la loro
specificità
etnoculturale.
Non lo desiderano,
nè pensano in alcun
separatismo.
Dall’Europa non
hanno ricevuto
risarcimenti,
nemmeno dei “danni
di guerra”, neppure
uno sconto sul
debito estero, o una
legge che tuteli
coattivamente la
cognizione del loro
passato, anche
all’esterno
dell’etnologia e
dell’antropologia.
Oggi, quando la
parabola del declino
ha invertito
direzione, e le
popolazioni
indoamericane
tornano ad avere
leader autorevoli e
ragguardevoli
movimenti sociali
che fanno capolino
in vari governi
sudamericani,
dall’Europa si
continua a sparare
ad alzo zero contro
di loro.
I capi politici
europei arricciano
il naso e puntano il
dito contro il
“populismo”, mentre
intellettuali della
consistenza morale
di Vargas Llosa et
similia, danno
espressione pubblica
al razzismo delle
elites
latinoamericane,
mettendo in guardia
contro il nuovo
fantasma del
“fondamentalismo
indigeno”.
La morale della
lugubre favola è che
non tutti i genocidi
sono uguali di
fronte alla legge
italiana. Ognuno ha
i propri
“fondamentalismi”
preferiti o
prioritari. Anche il
mutevole ministro
Mastella e il
Presidente
Napolitano. |