frodi elettorali
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L'opinione di Tito Pulsinelli

Le elezioni per la Presidenza che si sono svolte il 15 di ottobre in Ecuador, erano state accompagnate da ripetute denunce di frode elettorale, già alla vigilia del voto. Si sono concluse con l'anomalia della estromissione della società brasiliana incaricata dello scrutinio informatico. E' una conferma che in America latina si è imposta la linea che sbarra alla sinistra, e ai movimenti sociali, l'accesso al potere politico con i voti.

Tito Pulsinelli, LPG, 24/10/2006

martedì 24 ottobre 2006

Le elezioni per la Presidenza che si sono svolte il 15 di ottobre in Ecuador, erano state accompagnate da ripetute denunce di frode elettorale, già alla vigilia del voto. Si sono concluse con l'anomalia della estromissione della società brasiliana incaricata dello scrutinio informatico. E' una conferma che in America latina si è imposta la linea che sbarra alla sinistra, e ai movimenti sociali, l'accesso al potere politico con i voti.
 
Dopo il caso messicano che ha dato luogo all'ingovernabilità e all'insorgere di una dualità di poteri -uno nei Palazzi, l'altro nella vita sociale- in Ecuador c'è stata una variante "creativa" di broglio e negazione della volontà popolare.
 
Di fronte ai numerosi sondaggi che davano ampiamente favorito -per molte lunghezze- un ex ministro dell'economia con orientamento moderatamente antiliberista (Correa) su un oligarca bananero (A. Noboa), alle tre del pomeriggio della giornata elettorale, il Tribunale Supremo Elettorale mette fuori dal gioco la scomoda società brasiliana di informatica, e riprende direttamente il controllo dello scrutinio.
In questo modo, i risultati definitivi non sono arrivati alla mezzanotte della giornata elettorale, ma dopo una settimana, consacrando come vincitore -superfluo dirlo- il latifondista bananero.
 
Per non ripetere il "caso" messicano -giustificare un'incredibile rimonta, statisticamente impossibile secondo i dati diramati ufficialmente- in Ecuador hanno cacciato via il "terzo" incomodo, e poi hanno proceduto sulla via tradizionale, diciamo neo-classica, di inganno ellettorale. Dilatare i tempi e dare i risultati con il contagocce.
 
Insomma, la direttiva di Washington è chiara: mai più governi "populisti" -scomodi- per la via elettorale. E a tal fine, non c'è nessun scrupolo a riciclare personaggi squalificati ed iper-corrotti come Alan Garcia in Perù, o la destra falangista e l'Opus Dei in Messico, o gli amici e i complici di Posada Carriles e Orlando Bosh in Nicaragua.
 
In quest'ultimo Paese, Daniel Ortega è ampiamente in testa a tutti sondaggi per le presidenziali di novembre, ma il gioco si fa sempre più sporco. Persino l'Organizazione degli Stati Americani (OEA) ha condannato pubblicamente l'interferenza aperta degli Stati Uniti nella campagna elettorale.
L'ambasciatore a Managua partecipa alle manifestazioni del candidato anti-sandinista, e rilascia interviste in cui si schiera apertamente, e in modo virulento, contro Daniel Ortega. O, come in Ecuador, consegnare direttamente il governo nelle mani delle elites economiche più oscurantiste, così economia e politica sono tutt'uno.
 
La crisi dell'influsso egemonico degli Stati Uniti nel continente americano si fa evidente persino in Paesi come l'Ecuador e il Nicaragua, dove lo stop all'alternanza del potere non farà che radicalizzare gli elettori, la cittadinanza e i movimenti sociali.
 C'è da chiedersi se i "vincitori" riusciranno a portare a termine il loro mandato, o quanto dureranno i Presidenti su cui si staglia l'ombra fredda dell'illegittimità.
In Messico, il neoliberista Felipe Calderon è stato già ribattezzato "Felipe il Breve", e in Ecuador è suficiente ricordare che le mobilitazioni popolari hanno messo in ben 4 Presidenti negli ultimi dieci anni.
 
La "linea" della Casa Bianca, invece, è assolutamente perdente in Brasile e Venezuela, invulnerabili ai "golpe" elettorali, stile "rivoluzioni colorate" (come in Ucraina). E sono questi i Paesi che determinano verso dove si inclina l'equilibrio strategico del subcontinente.
E' per questa ragione, che si fanno più consistenti le voci preoccupate sul futuro del candidato dell'opposizione venezuelana, che finora ha riunito consensi pari alla metà di quelli di cui dispone Chavez.
Il candidato dimezzato Manuel Rosales, già virtuale perdente, non serve per recuperare il controllo degli opulenti giacimenti petroliferi e privatizzarli.
 
Il timore, è che cinici burattinai che stanno dietro il sipario -quelli che hanno all'attivo il fallimento del golpe e del sabotaggio dell'industria petrolifera- stiano calcolando che renderebbe più da morto. Si maschererebbe una cocente sconfitta elettorale, e si potrebbe innescare finalmente una campagna contro il "terrorismo populista".Nessuno, invece, più del governo di Caracas ha interesse all'incolumità di Manuel Rosales, un avversario di scarso peso elettorale e dall'incerto futuro politico.

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