|
Tra i commentatori politici
della due sponde atlantiche ricorre con ossessione il riferimento all’esistenza
di due sinistre. I fautori di questa teoria abbondano soprattutto tra le
fila di coloro che, qualche decennio fa, sulle ceneri del Muro di Berlino,
avevano proclamato urbi et orbi la morte irreversibile del socialismo e
della sinistra. Parlavano di morte sia come movimento storico che teoria
in divenire. Oggi, smentiti dalla realtà, e costretti a resuscitarne
almeno una – quella che ai loro occhi rappresenta il male minore - si
applicano con diligenza a connotare negativamente quell’altra con una
serie variabile di aggettivi.
Questo fenomeno è più
stridente in America Latina, dove il tornado neoliberista ha soffiato con
rigore e -quel che il mega-speculatore Georges Soros definisce
“fondamentalismo di mercato”- ha lasciato Paesi in rovina. Queste rovine
iscritte nel corpo sociale, nella cultura politica e nella memoria
collettiva, assurgono ad equivalente continentale del crollo del Muro o
dell’implosione sovietica.
Sono stati prodotti, però,
anche gli inevitabili “anticorpi” atti all’immunizzazione. Questo spiega
la fiorente germinazione di movimenti sociali, autentiche forze
trasversali che oltrepassano la forma-partito, caratterizzati dal
protagonismo crescente di nuovi attori sociali.

La forza materiale dell’irruzione
sulla scena della storia contemporanea dei movimenti indigeni, del mondo contadino, dell’emarginazione urbana e della condizione femminile, culmina
nella svolta che ha consegnato il potere politico a queste coalizioni –o a
rappresentanze che usufruiscono di questo apporto determinante- finora
eterni assenti ed esclusi dall’istituzionalità.
Piaccia, o no, il
denominatore comune di questi nuovi governi è il ritorno ad un neo-protezionismo
flessibile, ad un nazionalismo che chiude alla indiscrimata
“globalizzazione” finanziaria, ma rafforza con decisione l’unificazione
regionale. Il nazionalismo, oltre che conseguenza prevedibile della logica
totalitaria del neocolonialismo finanziario, concretamente significa
difesa delle ultime risorse naturali, della biodiversità e dell’agricoltura.
Non è assimilabile all’ideologia espansionista che giustificò il
colonialismo europeo.
In questa latitudine si
comincia a distinguere nitidamente l’esistenza di due capitalismi, quello
produttivo e quello finanziario. Quello che i benefici li ricava dopo aver
prodotto delle merci, e quello del “denaro che crea denaro”. Quello delle
fabbriche e quello delle Borse, delle merci o dei titoli. Quest’ultimo ha
preso il sopravvento con lo sviluppo delle comunicazioni, l’abbassamento
dei costi di trasporto e l’apertura indiscriminata delle frontiere solo
per i capitali e le merci.
Ci sono due capitalismi (1).
Il modello capitalista europeo – Germania, Francia, ma anche Giappone - e
quello anglosassone espresso compiutamente dagli Stati Uniti, incentrato
sul consumatore, sul debito strutturale, e sulle relazioni sociale
concepite esclusivamente come merci. E non è solamente il welfare, o la
sua assenza, a differenziarli.

Il modello anglosassone è
antistatale, fomenta il consumismo attraverso l’indebitamento, cancella
qualsiasi regola e limitazione che intralcia il profitto, estremizza le
differenze salariali tra elite e plebe. Nega il futuro ed elimina la
sicurezza sociale; l’istruzione, la formazione professionale, la salute
sono solo una merce che deve essere strappata allo Stato. Le banche
sottomesse alla Borsa, zero regole per i funzionari, regno degli avvocati,
dei guardaspalle e dei mercenari; assicurazioni come attività di mercato,
esasperazione dell’emigrazione illegale.
L’altro capitalismo stimola
il risparmio, preserva la previdenza sociale, protegge la banca, mantiene
e rafforza la pubblica istruzione, perfeziona i regolamenti e le leggi per
proteggere uomini e natura, non è nemico della fiscalizzazione, diminuisce
i divari salariali e i livelli di povertà. Non riduce la società a mercato
(o a società per azioni) nè il cittadino a mero consumatore. Preserva così
un alto grado di coesione sociale, indubbiamente superiore a quello
nordamericano che –senza un nemico esterno permanente- presenta tratti di
alta auto-distruttività.
Il capitalismo germano-nipponico
conforma sistemi-Paese più solidi, meno darwinisti, più coerenti e stabili,
con un mercato integrato ed una moneta più solida del dollaro (2). Che è
ormai il simbolo anemico di un’economia che affonda le radici nel debito
incontenibile, sostanzialmente competitiva solo nell’agro-business e nei
manufatti bellici. Due aree che vivono di finaziamenti statali, e lontane
anni luce dalle regole di mercato che vorrebbero imporre a tutti gli altri.
La governabilità della Cina,
dilaniata da gravissime iniquità tra zone urbane industrializzate e
campagne, è a rischio di tenuta. La conflittività sociale interna, oltre
al disastro ecologico, avvicinano il momento in cui non sarà più possibile
retribuire un’ora di lavoro con 16 centesimi di dollaro.
Le autorità cinesi dovranno
presto aumentare il reddito della popolazione affinchè possa accedere a
livelli di consumo più alti, assorbendo in questo modo le quote di
esportazioni bloccate dal riemergere del neoprotezionismo.
L’alibi liberista della
competitività, per costringere le classi subalterne ad accomadarsi all’ipersfruttamento
praticato dalle multinazionali a danno dei cinesi, sarà un argomento con
meno forza. In ogni caso, insufficiente per omologare definitivamente il
sistema europeo a quello statunitense.
Dopo il rifiuto dell’ALCA
non è difficile indovinare verso dove guarda l’America Latina. E’ più
difficile, invece, sapere a quale capitalismo sono inclini gli adepti
delle “due sinistre” nel continente americano. In Europa, invece, dopo che
la “terza via” ha condotto a un non-luogo, in nome della competitività e
del modernismo, sacrificheranno anche le ultime superstiti prerogative
dello Stato sociale?
La manifesta sudditanza
psicologica li manterrà anche geopoliticamente subordinati alla Potenza
solitaria che –più che amica- è concorrente sleale?
In America Latina gli Stati
Uniti sono percepiti sempre più come lo storico predatore onnivoro, con
l’aggravante che oggi può offrire solo armamenti e crediti per la
tecnologia bellica. Per il resto, ci si può rivolgere direttamente ai meno
esosi fornitori cinesi, e agli altri poli del mondo multipolare.
(1) vedi R. Reich, M.F. Porter, M.
Albert
(2)
La Reserva Federale ha sospeso
la famosa clausola M3 che la obligava a divulgare la massa di dollari che
circolava nel mercato mondiale. Questo potrebbe significare che d’ora in
avanti si trasforma in una libera stamperia di cartamoneta. |