Due capitalismi
martedì, 10 giugno 2008 17:29:53
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L'opinione di Tito Pulsinelli
I DUE CAPITALISMI

Tra i commentatori politici della due sponde atlantiche ricorre con ossessione il riferimento all’esistenza di due sinistre. I fautori di questa teoria abbondano soprattutto tra le fila di coloro che, qualche decennio fa, sulle ceneri del Muro di Berlino, avevano proclamato urbi et orbi la morte irreversibile del socialismo e della sinistra. Parlavano di morte sia come movimento storico che teoria in divenire. Oggi, smentiti dalla realtà, e costretti a resuscitarne almeno una – quella che ai loro occhi rappresenta il male minore - si applicano con diligenza a connotare negativamente quell’altra con una serie variabile di aggettivi.

di Tito Pulsinelli, inserito 02/07/2006 - Tutte le foto utilizzate sono di Pedro Laya

Tra i commentatori politici della due sponde atlantiche ricorre con ossessione il riferimento all’esistenza di due sinistre. I fautori di questa teoria abbondano soprattutto tra le fila di coloro che, qualche decennio fa, sulle ceneri del Muro di Berlino, avevano proclamato urbi et orbi la morte irreversibile del socialismo e della sinistra. Parlavano di morte sia come movimento storico che teoria in divenire. Oggi, smentiti dalla realtà, e costretti a resuscitarne almeno una – quella che ai loro occhi rappresenta il male minore - si applicano con diligenza a connotare negativamente quell’altra con una serie variabile di aggettivi.

 

Questo fenomeno è più stridente in America Latina, dove il tornado neoliberista ha soffiato con rigore e -quel che il mega-speculatore Georges Soros definisce “fondamentalismo di mercato”- ha lasciato Paesi in rovina. Queste rovine iscritte nel corpo sociale, nella cultura politica e nella memoria collettiva, assurgono ad equivalente continentale del crollo del Muro o dell’implosione sovietica.

 

Sono stati prodotti, però, anche gli inevitabili “anticorpi” atti all’immunizzazione. Questo spiega la fiorente germinazione di movimenti sociali, autentiche forze trasversali che oltrepassano la forma-partito, caratterizzati dal protagonismo crescente di nuovi attori sociali.

 

La forza materiale dell’irruzione sulla scena della storia contemporanea dei movimenti indigeni, del mondo contadino, dell’emarginazione urbana e della condizione femminile, culmina nella svolta che ha consegnato il potere politico a queste coalizioni –o a rappresentanze che usufruiscono di questo apporto determinante- finora eterni assenti ed esclusi dall’istituzionalità.

 

Piaccia, o no, il denominatore comune di questi nuovi governi è il ritorno ad un neo-protezionismo flessibile, ad un nazionalismo che chiude alla indiscrimata “globalizzazione” finanziaria, ma rafforza con decisione l’unificazione regionale. Il nazionalismo, oltre che conseguenza prevedibile della logica totalitaria del neocolonialismo finanziario, concretamente significa difesa delle ultime risorse naturali, della biodiversità e dell’agricoltura. Non è assimilabile all’ideologia espansionista che giustificò il colonialismo europeo.

 

In questa latitudine si comincia a distinguere nitidamente l’esistenza di due capitalismi, quello produttivo e quello finanziario. Quello che i benefici li ricava dopo aver prodotto delle merci, e quello del “denaro che crea denaro”. Quello delle fabbriche e quello delle Borse, delle merci o dei titoli. Quest’ultimo ha preso il sopravvento con lo sviluppo delle comunicazioni, l’abbassamento dei costi di trasporto e l’apertura indiscriminata delle frontiere solo per i capitali e le merci.

 

Ci sono due capitalismi (1). Il modello capitalista europeo – Germania, Francia, ma anche Giappone - e quello anglosassone espresso compiutamente dagli Stati Uniti, incentrato sul consumatore, sul debito strutturale, e sulle relazioni sociale concepite esclusivamente come merci. E non è solamente il welfare, o la sua assenza, a differenziarli.

 

 

Il modello anglosassone è antistatale, fomenta il consumismo attraverso l’indebitamento, cancella qualsiasi regola e limitazione che intralcia il profitto, estremizza le differenze salariali tra elite e plebe. Nega il futuro ed elimina la sicurezza sociale; l’istruzione, la formazione professionale, la salute sono solo una merce che deve essere strappata allo Stato. Le banche sottomesse alla Borsa, zero regole per i funzionari, regno degli avvocati, dei guardaspalle e dei mercenari; assicurazioni come attività di mercato, esasperazione dell’emigrazione illegale.

 

L’altro capitalismo stimola il risparmio, preserva la previdenza sociale, protegge la banca, mantiene e rafforza la pubblica istruzione, perfeziona i regolamenti e le leggi per proteggere uomini e natura, non è nemico della fiscalizzazione, diminuisce i divari salariali e i livelli di povertà. Non riduce la società a mercato (o a società per azioni) nè il cittadino a mero consumatore. Preserva così un alto grado di coesione sociale, indubbiamente superiore a quello nordamericano che –senza un nemico esterno permanente- presenta tratti di alta auto-distruttività.

 

Il capitalismo germano-nipponico conforma sistemi-Paese più solidi, meno darwinisti, più coerenti e stabili, con un mercato integrato ed una moneta più solida del dollaro (2). Che è ormai il simbolo anemico di un’economia che affonda le radici  nel debito incontenibile, sostanzialmente competitiva solo nell’agro-business e nei manufatti bellici. Due aree che vivono di finaziamenti statali, e lontane anni luce dalle regole di mercato che vorrebbero imporre a tutti gli altri.

 

La governabilità della Cina, dilaniata da gravissime iniquità tra zone urbane industrializzate e campagne, è a rischio di tenuta. La conflittività sociale interna, oltre al disastro ecologico, avvicinano il momento in cui non sarà più possibile retribuire un’ora di lavoro con 16 centesimi di dollaro.

 

Le autorità cinesi dovranno presto aumentare il reddito della popolazione affinchè possa accedere a livelli di consumo più alti, assorbendo in questo modo le quote di esportazioni bloccate dal riemergere del neoprotezionismo.

 

L’alibi liberista della competitività, per costringere le classi subalterne ad accomadarsi  all’ipersfruttamento praticato dalle multinazionali a danno dei cinesi, sarà un argomento con meno forza. In ogni caso, insufficiente per omologare definitivamente il sistema europeo a quello statunitense.

 

Dopo il rifiuto dell’ALCA non è difficile indovinare verso dove guarda l’America Latina. E’ più difficile, invece, sapere a quale capitalismo sono inclini gli adepti delle “due sinistre” nel continente americano. In Europa, invece, dopo che la “terza via” ha condotto a un non-luogo, in nome della competitività e del modernismo, sacrificheranno anche le ultime superstiti prerogative dello Stato sociale?

 

La manifesta sudditanza psicologica li manterrà anche geopoliticamente subordinati alla Potenza solitaria che –più che amica- è concorrente sleale?

 

In America Latina gli Stati Uniti sono percepiti sempre più come lo storico predatore onnivoro, con l’aggravante che oggi può offrire solo armamenti e crediti per la tecnologia bellica. Per il resto, ci si può rivolgere direttamente ai meno esosi fornitori cinesi, e agli altri poli del mondo multipolare.

 

(1) vedi R. Reich, M.F. Porter, M. Albert

(2) La Reserva Federale ha sospeso la famosa clausola M3 che la obligava a divulgare la massa di dollari che circolava nel mercato mondiale. Questo potrebbe significare che d’ora in avanti si trasforma in una libera stamperia di cartamoneta.

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