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Carmilla On line,
29/08/2007
Negli Stati Uniti,
dall’inizio
dell’anno il settore
finanziario ha
licenziato 88000
funzionari ed
impiegati, mentre
nel 2006 persero il
lavoro 50237
persone. I
licenziamenti
dall’inizio di
agosto sfiorano i
21000 (1).
C’è
stata una forte
impennata
nell’esecuzione dei
pignoramenti ed
espropriazioni di
appartamenti ed
edifici: 179600 nel
solo mese di luglio.
Il senatore C. Dodd
retiene che “da uno
a tre milioni di
persone potrebbero
perdere la loro
casa”.
Queste poche cifre
indicano con
chiarezza la gravità
della crisi del
settore inmobiliario
degli Stati Uniti,
che covava sotto la
cenere mediatica da
molto tempo, ma
veniva
sistematicamente
ignorata o
minimizzata. Ora che
l’esplosione è
avvenuta, emergono
le caratteristiche
distruttrici di un
collasso che sta
facendo tremare il
cosiddetto sistema
finanziario
internazionale.
I
“furbetti della
bolla immobiliaria”,
vale a dire gli
usurai globali che
avevano gonfiato
all’infinito il
valore dei titoli
dell’industria del
mattone, oggi alzano
bandiera bianca. La
“bolla” gli è
scoppiata in faccia
perchè non c’è più
una relazione
credibile tra il
valore di un
edificio reale e
quello dei “titoli”
che li rappresentano.
Una
cosa è un edificio,
altro sono i titoli
immobiliari o gli
hedge funds che li “assicurano”;
una cosa è
l’economia reale
altro è l’economia
cartacea del
capitalismo
globalista. Tra le
due c’è un abisso,
su cui regna
sovranamente la
plutocrazia
finanziaria.
A
differenza delle
favole, però, i
mega-speculatori
vengono premiati. In
loro soccorso
arriva a sirene
spiegate la
crocerossa delle
banche centrali che
usano con gran
disinvoltura i
denari dell’erario
pubblico.
“Immissione di
liquidità nel
mercato” viene
definito il
salvataggio dei
pirati nel gergo dei
bassifondi bancari:
grazie finanziamento
pubblico! “E’ il
male minore” si
affrettano a dire
senza pudore.
La
Banca Centrale
Europea (BCE) finora
ha sganciato 120
miliardi di dollari
per soccorrere i
truffatori
d’oltreoceano e i
loro compari
speculatori delle
banche europee. Si
premiano gli infami,
li si incoraggia a
perseverare. E’ una
autentica
istigazione a
delinquere.
Siamo al teatro
dell’assurdo o al
funerale del buon
senso: i negatori
radicali di ogni
intervento publico
nell’economia sono
provvidenzialmente
salvati con quantità
industriali di
denaro pubblico. I
becchini dello Stato
succhiano avidi le
sue mammelle.
Si
tratta dello stesso
denaro che -in nome
della “autonomia”
delle banche
centrali-
sarebbe
irresponsabile
destinare alle
pensioni, al sistema
sanitario o
educativo.
Le
classi dirigenti
della politica sono
ridotte ad eseguire
le deliberazioni
prese in occulta
sede dal potere
reale del mondo:
sono semplici notai
o scrivani delle
periferie imperiali.
Il
dogma neoliberista
proibisce salvare
l’Alitalia o le
industrie nazionali,
ma è molto zelante e
servile con gli
speculatori, si
chiamino Parmalat o
Borsa. Il libero
mercato è un modello
teorico che
sopravvive solo
nelle facoltà di
economia o nelle
redazioni. Non è un
caso che R. Murdoch,
il satrapa della
comunicazione
planetaria, ha
appena comprato il
Wall Street Journal.
L’interventismo
statale che si
manifesta con le
odierne alluvionali
“immissioni di
liquidità”, ci dice
che il libero
mercato non esiste.
Non è un mercato,
tantomeno è libero.
E’ solo una
ideologia
millenarista delle
elites, riemergente
in ogni finale di
secolo.
Il
malconcio sistema
finanziario
internazionale e la
credibilità del
dollaro -ormai
seriamente
compromessa anche a
livello di immagine-
sono momentaneamente
puntellati dalle
riserve monetarie
delle Banche
centrali del G7.
Impazzano i poeti
della “volatilità”,
e c’è una
proliferazione di
eufemismi e metafore
scadenti per
occultare questa
realtà, o per
minimizzarne le
conseguenze.
I
più arditi, come al
solito post festum,
segnalano le carenze
di strumenti
giuridici per poter
controllare i
corsari delle Borse,
ed invocano la
necesità di “domare
le finanze che
mischiano
temerarietà ed
avidità” (2).
I
più coraggiosi
puntano il dito
contro il monopolio
delle tre agenzie
qualificatrici di
rischio, ma
dimenticano che
Standard & Poors,
Moodys e Fitch
agiscono con molta
solerzia quando si
tratta di dare le
pagelle ai Paesi
indebitati del mondo
non indusrializzato,
non altrettanto con
i consorzi privati
multinazionali. E
tacciono sul fatto
che hanno infiltrato
le presidenze delle
“autonome” banche
centrali.
I
tre “qualificatori”
non sono arbitri,
tantomeno imparziali,
ma azionisti e
biscazzieri dei
casinò in cui
smerciano le loro
fiches corporative.
Tutti i politici di
Washington, da Obama
alla coppia Clinton,
esigono all’unisono
che la Cina proceda
ipso facto alla
rivalutazione della
sua moneta, unico
modo –a loro dire-
per bloccare la
“sleale concorrenza”,
frenare le
esportazioni cinesi
e favorire quelle
statunitensi.
Ignorano che negli
ultimi due anni il
renmimbi si è
rivalutato del 10%
sul dollaro, ma
questo non è servito
a nulla, e il
bilancio favorevole
alla Cina continua a
sfiorare i 27
miliardi. Ancora una
volta: che fine ha
fatto il libero
mercato?
Dalle cronache
minimaliste di
questa afosa fine
estate, si apprende
che la Cina avrebbe
in mano il pallino.
Con 1,3 bilioni di
dollari stivati
nelle sue riserve
monetarie –di cui
900 miliardi in un
mix di buoni della
tesoreria e titoli-
stringe in una morsa
ferrea i testicoli
della Riserva
Federale. Come si
muove, strilla.
Bloccano gli
“infetti” giocattoli
Mattel?
Rispondono mettendo
al bando derivati
agricoli arricchiti
con troppo alluminio.
Gli
afoni vati della
“volatilità” si
affannano a spiegare
che non c’è
problema, che la
Cina
non può liberarsi a
cuor leggero del
cartaceo-USA senza
deprezzare il suo
malloppo, cioè senza
danneggiare le sue
esportazioni e
riserve monetarie.
In sostanza: chi ci
smenerebbe di più?
D’acchitto, però,
balza alla vista che
la salute degli
Stati Uniti sta
nelle mani dei
barbari d’Oriente, e
questo non è proprio
un bel vedere!
La
sostanza sarebbe
questa: i cinesi ci
smenano di più
accettando
l’imposizione di
rivalutare il
renmimbi o
liberandosi
gradualmente dei
titoli e della
valuta degli Stati
Uniti? Questa è la
questione.
Da
una parte c’è la
possibilità di
scegliere tra
rivalutazione della
propria moneta o
svalutazione di
quella del debitore,
ma dall’altra c’è
solo la prospettiva
della recessione e
dell’eclisse
definitivo del
dollaro. Comunque
vadano le cose, da
un lato si profila
un perdente sicuro,
dall’altro c’è un
giocatore con varie
giocate a
disposizione, e che
potrebbe limitare i
propri danni. Fino a
quando potranno
contare sulle
trasfusioni
sanguinee delle
“autonome” Banche
centrali del
Giappone e dell’
Europa?
La
fiction globalista,
dopo i fasti delle
scorribande
filibustiere che
sbancavano le
economie latino-americane
e dei piccoli e
grandi dragoni,
ebria di “effetti
tequila e vodka”,
oggi non può più
occultare
l’ingovernabilità di
un caos che ha
varcato persino il
perimetro del
santuario di Wall
Street.
La
plutocrazia
finanziaria riparata
sotto l’ombrello del
G7, ha fatto del
dogma neoliberista
il suo grido di
guerra, ma i dogmi
vanno bene per le
religioni, non per
la politica
economica, nè per
armonizzare il mondo
e rendere più
vivibile l’esistenza
del pianeta e degli
umani.
Giocano con la
logica del “tutto o
niente”, e
brandiscono la
mannaia apocalittica
del “muoia Sansone
con tutti i Filistei”.
Ormai, però, non
sono più gli unici
giocatori globali,
nè i più importanti:
l’unilateralismo è
fallito nella
geopolitica, nella
guerra e
nell’economia.
Attorno al tavolo ci
sono almeno altri 4
giocatori globali.
Gli
Stati Uniti devono
mettere ordine nei
propri conti,
abbandonare un
sistema di vita
depredatore, e
rassegnarsi che non
si può vivere
eternamente al di
sopra dei propri
mezzi. Sono passati
60 anni da quando
producevano il 60%
delle mercanzie
circolanti nel
globo; oggi sono il
Paese più inebitato
del mondo.
Sarà
sempre più difficile
nel futuro
sopravivere
accumulando
irresponsabilmente
debiti. Non basta
più un’economia cha
ha come caposaldo la
produzione di
manufatti bellici
sofisticati, i
loisirs di Hollywood,
e la produzione
incontrollata di
cartamoneta e titoli.
Nè una geopolitica
ispirata al
vandalismo
inconcludente e
velleitario, che
sistematicamente si
sopravaluta, ma è
incapace di
affermarsi persino
su piccole nazioni
rovinate da due
guerre perdute,
com’è quella iraqena.
L’esportazione del
suo sistema
produttivo ha
generato gran
dipendenza e una
innegabile
vulnerabilità alle
mosse di Pechino. E’
un segreto pubblico
che è arrivato a
conoscenza della
plebe globale. E’ il
caso di dire che
“grande è il
disordine sotto il
cielo, la situazione
è eccellente”.
(1) studio di
Challenger, Gray and
Christmas
(2) Bernard
Connolly, de The
Daily Telegraph
(20/8/07) |