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Giovanna
Vitrano |
- Analista ed esperta
di Bolivia, fondatrice dell’Osservatorio Informativo Indipendente
Selvas.org
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05/05/2006 - Il Corriere della Sera e
l’informazione dall’estero |
5 maggio 2006 -
Questa volta devo scrivere in prima persona, mi corre l’obbligo
di scrivere in prima persona. Perché se prima sentivo “solo” come
dovere quello di riportare notizie, analisi e fatti dalla Bolivia
dopo lunghe e, spesso, estenuanti ricerche di conferme e
approfonditi controlli, oggi sento questo come un obbligo
nei confronti di tutte le persone che seguono le vicende
latinoamericane attraverso l’Osservatorio Selvas.org di cui sono
(scusate) sempre più orgogliosa.
E’
una premessa indispensabile per rendere ancora più chiaro lo
sgomento che mi è salito come una nausea quando, il 4 maggio
mattina, ho aperto il Corriere della Sera che, a pagina 19,
titolava “Il gas Boliviano divide l’America Latina”, un bel
titolo d’apertura a quattro colonne sotto un grafico che esplicava
l’infezione della “Onda rossa” che sta colpendo il subcontinente.
Immediatamente ho pensato che mi ero persa delle notizie, che non
avevo ben capito cosa stava succedendo e così, preoccupata, ho
iniziato a leggere l’articolo di Rocco Cotroneo da Rio de Janeiro.
(... ... ...) “Meeting convocato d’urgenza dopo la decisione
boliviana di nazionalizzare i giacimenti di gas e annullare i
contratti esistenti tra lo Stato e le imprese straniere”. Ma
quando mai! Morales non avrebbe mai potuto annullare contratti
esistenti per il semplice fatto che i contratti con tutte le
multinazionali petrolifere sono stati annullati con xml:namespace
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Legge sugli Idrocarburi di Carlos Mesa (maggio
2005), presidente che aveva decretato 180 giorni di tempo per la
negoziazione di nuovi contratti a rischio compartito. Questi
contratti non sono mai stati firmati. In Bolivia non ci sono, ad
oggi, contratti firmati. Morales, quindi, non ha annullato niente.
Continuo a leggere. (... ... ...) “(la
Petrobras – la petrolifera brasiliana) Come
società quotata a Wall Street ha però deciso di ricorrere contro gli
espropri in sede internazionale”. Allo stato delle cose, risulta
dai documenti che è
la Bolivia
ad avere citato Petrobras e Repsol (quest’ultima, spagnola, è già
corsa ai ripari) perché avevano indicato alla borsa newyorkese come
parte del loro attivo in bilancio il valore degli idrocarburi ancora
nel sottosuolo boliviano.
In
tutto questo gridare al fuoco al fuoco, leggo “Anche l’altro
paese con forti interessi in Bolivia,
la Spagna
della Repsol YPF, ha reagito pacatamente”. Ma come, fino al rigo
precedente erano tutti pronti a saltare alla gola dell’indio
presidente, e adesso hanno reazioni pacate? E comunque anche
questa affermazione non ha basi provate: i titoli dei giornali
spagnoli di questi giorni sono stati piuttosto perentori e il
presidente di Repsol si è perfino detto “costernato”. Ricordo che
non è stato annullato alcun contratto e che alle multinazionali
viene concesso un nuovo periodo di 180 giorni per firmare i nuovi
contratti.
Torno alla mia lettura. “In ambienti boliviani ostili al governo
è circolata ieri una ricostruzione secondo la quale tecnici della
venezuelana Pdvsa (la petrolifera statale del paese bolivariano) si
trovano già in Bolivia, pronti a prendere il posto dei brasiliani
della Petrobras e garantire know-how e funzionamento degli impianti
nazionalizzati se gli ex proprietari dovessero andarsene”.
Questo è veramente il massimo. Il presidente Chavez, che in questo
articolo diventa “l’ambiente ostile al governo” ha dichiarato che
saranno a disposizione della Bolivia le figure professionali che
potrebbero essere utili alla YPFB (la petrolifera statale boliviana)
a mettere in funzione la sua macchina amministrativa nel minor tempo
possibile. In Bolivia, in questo momento, circolano tanti
venezuelani, sì, ma sono centinaia di insegnanti mobilitati nel
paese di Morales per
la Mission
Robinson, il piano per abbattere l’analfabetismo in
30 mesi. E poi il governo di
La Paz
ha nazionalizzato gli idrocarburi, non ha certo sequestrato gli
impianti che, e questo viene ripetuto continuamente dal 1° maggio,
sono di proprietà delle multinazionali e non c’è nessuno che li
vuole sequestrare. Non ci sono ex proprietari, dunque, ma
proprietari a tutti gli effetti.
Ancora bla bla bla bla sulle mire economiche di Hugo Chavez
(mai negate da nessuno), fino alla dichiarazione che il presidente
venezuelano “minaccia di rompere con tutti i vicini che alla
suggestione della Unidad bolivariana preferiscono trattati concreti
di libero scambio con gli Stati Uniti”. E allora quello che è
accaduto in Ecuador? Il governo ha dovuto fare marcia indietro
perché alla notizia della firma del Trattato di Libero Commercio con
gli Stati Uniti è scoppiata quasi la rivoluzione; il Guatemala è in
fermento per lo stesso motivo, il Perù di Toledo (il presidente
ancora in carica perché a Lima si continua con i ballottaggi) ha
firmato solo la carta di intenti e il prossimo presidente, forse
Ollanta Humala, ha fatto del “no al TLC” uno slogan elettorale.
E l’Uruguay… proprio qualche giorno fa il presidente Tabarè Vazquez,
a domanda diretta, rispondeva che “per una possibile firma al Tlc
bisogna rifletterci ancora a lungo, molto a lungo”.
Non ho parole
E poi il vero passaggio chiave di tutto l’articolo: “Aprirsi agli
Stati Uniti, piuttosto che ai vicini, è molto conveniente per le
piccole economie, che hanno interesse a esportare nel più grande
mercato del mondo e poco da perdere aprendo le proprie frontiere”.
Su questa affermazione non ho davvero parole. Ma il signor Cotroneo,
ha mai letto un accordo TLC? E’ mai andato a guardare quali sono i
prodotti esportabili negli Stati Uniti e quelli importabili nei
paesi latinoamericani?
Faccio un piccolo riassunto: con questi accordi gli Stati Uniti
possono esportare nei paesi firmatari tutto quello che vogliono
senza pagare le tasse, possono esportare anche le industrie che
andrebbero a saccheggiare i prodotti grezzi del Latinoamerica,
prodotti che verrebbero riportati in patria, raffinati e rivenduti
con il marchio “Made in Usa” ai Latini. Questi, poi, potrebbero
esportare solo un certo tipo di stoffe e qualche altra produzione
artigianale. Tutto qui. E poi sul fatto che “hanno poco da
perdere” vorrei dettagliarvi. L’America Latina è ricca di ogni
ben di Dio, dal petrolio al tungsteno, al silicio, allo zinco, al
rame, al ferro… all’acqua.
Persino l’onda rossa, con tutte le faccine dei presidenti di
sinistra a fare sfoggio sul grafico. Be’, c’è da capirli questi
andini. Prima hanno avuto (e alcuni hanno ancora) le dittature
militari, poi hanno avuto i governi di destra. Infine, visto che
tutti i governi di matrice neoliberista, ma solo pro statunitense,
non hanno fato altro che affamarli, hanno deciso, ultima ratio, di
cambiare un po’ le carte in tavola.
Questa è storia, signor Cotroneo. Il mio è un duro lavoro, ogni
giorno, è soffrire le briglie di un senso morale che non mi permette
di pubblicare o diffondere notizie che non siano verificate fino in
fondo. E la mia è onestà, una liberatrice onestà che mi permette,
quando non ho chiara una situazione, di rivolgermi ad altri, di
“passare il pezzo” a chi ne sa più di me e consultare esperti.
In
più io lavoro gratis, signor Cotroneo. Lei è giustamente pagato per
fare informazione (e non operazioni politiche!). Fortunatamente il
suo senso morale non è sensibile quanto il mio.
A
voi che avete avuto la pazienza di leggermi, porgo le mie scuse per
questo lunghissimo sfogo. E se avete voglia di saperne di più, di
farvi un’idea sul tipo di informazione che si fa in Italia
sull’America Latina, vi invito a leggere l’articolo di Gennaro
Carotenuto (www.gennarocarotenuto.it)
su quanto ha scritto
La Repubblica
a firma di Omero Ciai, altra firma illustre alla quale più volte noi
dell’Osservatorio Selvas.org abbiamo espresso, attraverso il
direttore del quotidiano, tutte le nostre perplessità.
Ma
quello che adesso, oggi, mi fa più male e il non sapere cosa
rispondere alla domanda che mi è sorta alla fine dell’articolo: e
ora, che cosa posso leggere per essere informata, ad esempio, sui
fatti di cronaca nazionale?
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