Per La Repubblica, in America Latina sarebbe in corso un riarmo che
potrebbe sfociare in guerre regionali. Non solo, i governi progressisti
litigherebbero su tutto e gli unici ad andar bene sarebbero Perù e
Colombia che –testuale- “fregano tutti” firmando il trattato di libero
commercio con gli Stati Uniti. La colpa, neanche a dirlo, è di Hugo
Chávez, mentre il Cile ha un esercito ipertrofico solo perché è
invidiato. Gli Stati Uniti invece non svolgerebbero alcun ruolo.
L’articolo occupa l’intera pagina 21 della Repubblica di oggi, 3
maggio 2006. L’autore, Omero Ciai, va avanti per una pagina intera con
quello che appare un vero e proprio romanzo di fantapolitica: la tesi di
base è che i governi di centrosinistra litigherebbero su tutto e si
starebbero riarmando fino a rischiare seriamente di provocare delle
guerre nella regione. I protagonisti di questo riarmo sarebbero il Cile
ed il Venezuela, ma tutti gli altri verrebbero a ruota. L’America Latina
sarebbe addirittura il “nuovo bazar delle armi, nuove ed usate”. È un
film o ha dei dati, l’articolista di Repubblica? Dove per esempio ha
letto che la Bolivia di Evo Morales abbia deciso di spendere una lira in
più in armi addirittura fino a costringere il Cile a riarmarsi? Lo sanno
i lettori del quotidiano romano che il rapporto tra l’esercito cileno e
quello boliviano è di venti a uno?
I grandi quotidiani fanno opinione pubblica. Chi sceglie un quotidiano,
sceglie di dare fiducia a quel quotidiano nel formarsi un’idea su una
questione, un movimento politico, un problema. A volte il proprio
giornale è l’unica fonte d’informazione su un determinato tema. Si legge
un articolo e se ne introietta la visione senza pensarci due volte. Se
la fiducia è stata mal riposta, se l’informazione è disonesta, i lettori
si formeranno un’idea fuorviante. Qualunque sia la linea editoriale del
quotidiano o la posizione personale del giornalista, l’etica della
professione giornalistica vorrebbe che l’informazione sia informata,
verificata e non parziale. Si può sostenere qualunque tesi ma non
manipolare i dati in maniera falsa e tendenziosa.
Articoli ed editoriali dovrebbero esporre fatti, numeri e circostanze
e non partiti presi, rancorucci e frustrazioni personali. Il più grande
quotidiano di centrosinistra italiano, “la Repubblica” di Roma, ha da
tempo scelto di presentare sotto cattiva luce i governi progressisti
latinoamericani. Qualunque cosa dicano o facciano. E se non fanno nulla,
si può sempre inventare. E se non si inventa, si insulta. I dirigenti
politici –e i movimenti popolari che da questi si sentono rappresentati-
sono per definizione cialtroni, demagoghi, irresponsabili e pericolosi.
Adesso vogliono anche la guerra. È un’accusa falsa che potrà tornare
comoda prima o poi.
In riferimento al Presidente venezuelano Hugo Chávez, La Repubblica
scrive: “il califfo rosso, megalomane quanto il prezzo del barile di
greggio, allunga le sue dita un po’ dovunque tra impicci ed impacci”. È
giornalismo questo? Sono interessati a questa sequenza di insulti i
lettori di Repubblica o meriterebbero un’analisi un po’ più seria sul
governo venezuelano e sull’America Latina?
Il Cile è buono, per La Repubblica
Il Cile è costretto a riarmarsi perché è odiato da tutti, scrive
testualmente La Repubblica. Sembra assurdo ma è l’unico argomento che
viene fornito. La Repubblica mostra un disprezzo così forte per i
latinoamericani da sfiorare il razzismo. I latinoamericani sarebbero
così stupidi da fare una guerra per odio?
Ammesso e non concesso che così fosse, allora il Cile si starebbe
preparando ad una condannabile guerra preventiva. Ma finora è solo il
Cile ad armarsi, non i suoi vicini. La Repubblica sceglie di nascondere
ai propri lettori che fin dal 2001, il Consiglio nazionale
d'informazione della CIA e il Centro di ricerche militari del Cile hanno
identificato come «nuova sfida alla sicurezza interna» del Cile e degli
Stati Uniti, i movimenti indigeni in America Latina. Non racconta, La
Repubblica, dei molteplici viaggi di Donald Rumsfeld a Santiago per
incontrare la sua allora omologa Ministra della Difesa. È meglio fare
folklore e raccontare che i latinoamericani hanno il sangue “caliente” e
sono pronti a farsi guerra per antipatia.
L’articolista di Repubblica ignora o finge di ignorare che sono 180
anni che il Cile è il paese latinoamericano che spende più soldi nel
proprio esercito. Finge di ignorare che nella regione più pacifica del
mondo, l’America Latina che spende appena l’1.5% in difesa, il Cile è
storicamente l’eccezione ed oggi spende quasi il triplo della media,
superando il 4.1%. L’esercito che fu di Pinochet è da sempre armato fino
ai denti. Da sempre una quota consistente dei guadagni del rame finisce
direttamente nelle tasche dello stato maggiore cileno per fare shopping
degli armamenti più sofisticati. Michelle Bachelet, già come ministra
della difesa, non fece eccezione: comprò dieci F16 modernissimi (2
miliardi di dollari di commessa) più altri 18 seminuovi, dando al Cile
il dominio assoluto dei cieli nella regione. 300 carri armati Leopard II,
284 Leopard I, più altri 200 di fabbricazione francese e statunitense lo
rendono incomparabilmente più forte sul terreno rispetto ai paesi che lo
circondano. Sul mare, nel solo 2005, sono arrivate tre fregate Spruance
armate con i famigerati missili Tomahawk. 450 milioni li ha spesi per 2
sottomarini, altri 1000 milioni li ha stanziati da qui al 2010 per
l'acquisto di elicotteri da guerra. Tutti i paesi confinanti con il Cile
si attestano sulle pacifiche medie continentali, il Perù spende l'1,6%
del PIL in difesa, come la Bolivia, l´Argentina l´1,4%.
Nessuno minaccia il Cile. La Bolivia di Evo Morales meno che mai.
Avrebbe potuto fare qualche numero, La Repubblica che invece non eccede
mai per dati, cifre, fatti: la Bolivia ha la metà degli abitanti del
Cile ed un PIL di un'ottavo. Le spese militari della Bolivia sono in
cifra assoluta pari a meno del 5% di quelle cilene. Un ventesimo. Non
solo: l'esercito cileno può contare su 55.000 professionisti armati con
la migliore e più moderna attrezzatura, quello boliviano su 20.000
soldati di leva (il "soldadito boliviano" della celeberrima canzone).
Non ha una marina né, di fatto, aviazione. Ma per La Repubblica il Cile
si riarma (da oggi) perché è odiato dai suoi vicini invidiosi. È
giornalismo questo?
Il Venezuela è cattivo, per La Repubblica
Chávez viene accusato di finanziare la guerriglia colombiana e di
avere mire territoriali verso la Colombia. Bah! La guerriglia colombiana
esiste e si è finanziata anche nei 40 anni precedenti l’arrivo di Chávez
e sarebbe interessante che La Repubblica esibisse almeno una fonte per
le sue informazioni. Quello che è certo, invece, è che sono segnalati da
anni sconfinamenti in Venezuela da parte dei gruppi paramilitari
colombiani (di estrema destra) accusati in più occasioni di avere
preparato attentati contro la vita del Presidente. È in Colombia dov’è
in corso una guerra civile atroce da mezzo secolo, mentre il Venezuela
non ha mai fatto guerra contro nessuno. Soprattutto, però, l’articolista
di Repubblica finge di dimenticare il ruolo degli Stati Uniti.
È fantastico come il quotidiano La Repubblica riesca a ribaltare la
realtà. L’11 d’aprile 2002, un colpo di stato organizzato dagli Stati
Uniti fu sventato dal movimento bolivariano e dalla fedeltà alla
democrazia dell’esercito venezuelano che non si prestò al gioco dei
traditori e restò fedele al governo legittimo. Negli ultimi quattro anni
il governo degli Stati Uniti minaccia quotidianamente di aggredire
militarmente il Venezuela. L’articolista casca dal pero, non nomina mai
la penetrazione militare degli Stati Uniti come primo fattore di
instabilità in America Latina. Se in America Latina ci sono tensioni
militari che possono sfociare in una piccola corsa agli armamenti, della
quale però non c’è traccia, è per la minaccia costante sotto la quale è
tenuto il continente da parte degli Stati Uniti.
Il Brasile, ma La Repubblica non lo sa, per duecento anni ha avuto
come nemico strategico –teorico- l’Argentina. Dal 2001 in avanti ha
ribaltato completamente i propri piani strategici di difesa. Oggi i
militari di quel paese pensano che l’unica minaccia al territorio
brasiliano viene dagli Stati Uniti e dal “Plan Colombia” che
destabilizza la regione. La Repubblica neanche nomina il Plan Colombia.
È giornalismo questo?
Nonostante i famosi 100.000 kalashnikov comprati da Chávez oramai due
anni fa (è la decima volta che La Repubblica torna a scriverne
preoccupatissima), l’esercito venezuelano resta il sesto (6º) del
continente per spese militari. Le minacce quotidiane impongono la
preparazione di una difesa popolare in Venezuela come in Brasile come in
tutto il continente. L’acquisto dei kalashnikov risponde ad una logica
di difesa del proprio territorio. O il Venezuela dovrebbero farsi
trovare impreparati per far contenta La Repubblica?
I militari brasiliani da anni si addestrano in Vietnam alle tecniche
di guerriglia nella selva. L’unico possibile nemico per il moderato Lula
come per l’estremista Chávez sono gli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti
dovessero davvero invadere un paese latinoamericano troveranno asperrima
resistenza. I piani strategici difensivi di Argentina, Brasile e
Venezuela sono oggi in totale sinergia. Del resto quando il Ministro
della difesa del paese che spende il 47% di tutte le spese militari del
pianete ti minaccia quotidianamente cosa dovrebbero fare, gli eserciti
latinoamericani? Studiare la possibile invasione da parte del Belize o
del Paraguay