Gaza, Kabul,
Baghdad, Mogadiscio,
Beirut ? Macchè:
Myanmar!
SCHIFOSISSIMI
IPOCRITI
Una “sinistra” che
caccia la sua gente
nelle trappole
mortali
dell’imperialismo
Mondocane
fuorilinea
2/10/07
di
Fulvio Grimaldi
Il guaio con la
maggioranza della
gente non è la sua
ignoranza, ma il
fatto che non sa di
essere ignorante.
(Josh Billings)
Me ne vengo da una
bellissima Brigata
di Lavoro Volontario
Europea a Cuba e me
ne vado subito in
Bolivia, alle
celebrazioni del Che
ammazzato 40 anni fa
dalla Cia, dal
segretario del PC
boliviano, Mune e da
Mosca che, come con
il Mediterraneo,
aveva ceduto
l’America Latina
agli Usa e detestava
i guerriglieri.
Meglio il profumo di
una morte che si è
sparsa come vita su
tutto il mondo, che
il tanfo delle
carogne viventi che,
dopo Iraq,
Palestina, Somalia,
ora si avventano su
Sudan, Siria e
Myanmar.
Non sono mai stato
in Myanmar, che i
colonialisti, anche
di etichetta
sinistra, insistono
a chiamare
anglofilamente
Birmania. Non sono
dunque in grado di
esprimere un
giudizio su quanto
sta accadendo. Del
regime di Myanmar so
solo che tiene agli
arresti domiciliari
una di un partito di
opposizione il cui
responsabile
all’estero sta a
Washington ed è
coccolato dai
nazisionisti che lì
hanno il loro covo.
Come a suo tempo – o
lì, o a Londra, o a
Copenhagen - gli
“esuli” iracheni da
un milione di
dollari al mese, o
quelli jugoslavi, o
quelli cinesi, o
quelli vietnamiti, o
quelli… insomma
tutti i fantocci
venduti
all’imperialismo.
Myanmar: non c’è mai
stato nessuno, ma
tutti sanno tutto
Invece tutti sanno
tutto sul Myanmar,
ovviamente
colonialisticamente
– siamo o non siamo
nell’era della
Grande Riconquista –
degradato a
Birmania, anche se
mai ci hanno messo
piede e quello che
riproducono è un
copione lercio e
logoro della Cia e
della famigerata
National Endowment
for Democracy,
passato attraverso
le operazioni
sporche, chiamate
rivoluzioni di
velluto, in
Jugoslavia, Georgia,
Ucraina, fallite in
Venezuela e, al
momento, anche in
Libano.
“Rivoluzioni” sul
cui retroterra
politico-ideologico-finanziario
ormai tutto si sa,
anche per merito
della Gabanelli e
del suo Report, ma
niente si vuole
sapere.
Nulla so del regime
di Myanmar, forse
solo che dura da
troppo tempo, come
la mafia di Stato,
come i razzisti di
Tel Aviv, come i
generali di
Washington, come la
collusione destra-sinistra
in Italia,
ereditata da quell’”Onesto
Berlinguer” che con
una DC stragista e
mafiosa convolò a
nozze, dopo aver
contribuito a
scavare la fossa al
più nobile decennio
della storia
italiana e aver
messo il cappio Nato
al collo della “sua
gente”. E pensare
che si credono di
sinistra quelli,
annidati nel gilè di
cachemere di
Bertisconi, o nei
sottoscala chiamati
“Ernesto” o “Essere
comunisti”, che se
ne dicono nostalgici
e, infatti, votano
compatti per il
genocidio in
Afghanistan e per la
ricolonizzazione del
Libano. Presto
manderanno “nostri
ragazzi” a
sanguinare e far
sanguinare
umanitariamente per
la megabufala del
Darfur, o per i
preti mandarino di
Myanmar.
Nessuno sa niente
del Myanmar, salvo i
dirittiumanisti
ebraici e cattolici
Non so nulla del
Myanmar. Come non
sanno un cazzo tutti
quelli che, a guisa
di macachi impazziti,
si arrampicano sui
vetri della
propaganda Usa-Sion
(e pensare che
Israele è il massimo
fornitore di armi
pesanti e leggere al
Myanmar!) per
risplendere per
primi di meriti
umanitari e di
ghignanti onori
imperialisti.
Il
manifesto,
in cui dilagano e
imperversano le
lobby ebraica e
cattobuonista, cui
il “giornale
comunista” ha
appaltato l’intera
politica estera, fa
da capofila e si
vede che gli rode il
culo per non poter
andare oltre i tre
paginoni di
prammatica contro
Myanmar. Bello il
giorno in cui a 6
uccisi a Rangoon,
spalmati su tre
paginoni,
corrispondeva un
articoletto su
quattro mezze
colonne per gli 11
palestinesi
ammazzati a Gaza. Fa
eccezione Astrit
Dakli, che però ci
mette del suo con
l’annoso fobico
antislavismo, che
poi è anticomunismo
d’annata, e in
Ucraina si colloca
addirittura
equidistante tra la
ladra e spia
Timoshenko e le
sinistre operaie.
Del resto, sul suo
giornale in prima
pagina, si paragona
Chavez al Duce e si
fa dire al
sindacalista-chef
dei giornalisti che
Anna Politovskaya,
la nota agente Usa,
collaboratrice del
circuito radio Cia
Liberty e
intima della banda
di rapinatori
facente capo a
Eltsin, deve essere
santificata come
capomartire della
deontologia
giornalistica. E
Robert Menard, dei
“Giornalisti senza
frontiere”, no? Gli
devono bastare i
ritorni materiali,
quei milioni che
percepisce dal
Dipartimento di
Stato per diffamare
Cuba e chiunque
faccia girare i
coglioni agli Usa?
Qualcuno può al mio
amico, segretario
della FNSI, infilare
da qualche parte i
170 giornalisti
ammazzati in Iraq
dagli statunitensi,
dai loro fantocci e
dalle milizie scite
cogestite con i
preti iraniani?
La carica umanitaria
di
manifesto
e
Liberazione
Sono tutti presi da
vertigine
orgasmatica, tra
Liberazione
(che cestiniamo
subito per
irrilevanza) e
il manifesto.
Paginoni su paginoni
imbrattati col
rimmel delle signore
della proletarieria
da Capalbio, già
connotate di rabido
antislamismo nei
loro flessuosi
ancheggiamenti tra
un tango sui
“diritti umani”, al
servizio di quelli
dei bianchi,
borghesi e cristiani,
e un
paso doble
sugli eccessi
bellici Usa. Pensate,
Marina Forti e
Giuliana Sgrena de
il manifesto
sono riuscite ad
ammonticchiare
servizi
dall’Afghanistan con
voci nessuna delle
quali chiedesse il
ritiro delle truppe
di occupazione e
sterminio: qualche
lacrima
sull’ennesima strage
di donne e bambini,
“ma guai se se ne
andassero ora,
sarebbe il caos…” .
Bush e Prodi
s’inchinano e le
baciano le mani. Non
è la stessa
giaculatoria dei
chierici attorno a
Bush? E a proposito
di chierici, non
poteva mancare il
contributo del papa,
colonialista,
razzista e
guerrafondaio come
quando, in piena
aggressione
israeliana al Libano,
da Ratisbona tuonò
bizantinamente
contro quei
cialtroni di
musulmani. Sa solo
una cosa, lui, che
ai cattolici in
Myanmar non viene
torto un capello, il
che non gli
impedisce di offrire
la sua vasellina
all’incenso ai
riconquistatori
coloniali. Non
procedeva forse in
testa alle armate di
macellai da
Riccardo Cuor di
Leone a
Gott mit uns?
Non so nulla, però
posso, e noi tutti
potremmo, se non
fossimo intossicati
da opportunismo,
cecità, malafede,
dabbenaggine,
esprimere
inconfutabili
giudizi sui
sedicenti sinistri
(le destre fanno il
loro noto mestiere)
che di Myanmar si
occupano in questi
giorni, lacrimando,
inveendo,
reclamando,
invocando,
minacciando,
sanzionando,
sbattendo sciabole:
schifosissimi
ipocriti, fottuti
bugiardi, squallidi
corifei del potere,
pifferai di Hamel
che trascinano gli
sprovveduti nelle
trappole letali
degli imperialisti,
salottieri
radicalchic del
quieto vivere, utili
idioti, sindacalisti
rinnegati e
traditori che stanno
al governo della
macelleria sociale
come Al Maliki sta a
Bush (ora, in vista
del referendum sulle
falcidie sociali del
23 luglio 2007,
tremano e ricorrono
al ricatto: “se non
vi autosodomizzate,
salta il banco!”
Cioè il culo e
camicia con il
regime della
confindustria e
delle banche).
Mai così perfetto il
bipartisanismo
Basterebbe trarre le
imperative deduzioni
che ci offre il
bipartisanismo
perfetto
materializzatosi,
come già sulla
megapatacca
neocolonialista del
Darfur (paese dopo
paese, si stanno
riprendendo tutto
quello di cui le
lotte di liberazione
dei popoli si erano
riappropriate),
nell’assalto al
governo di Myanmar.
Basterebbe vedere
l’accozzaglia di
chierichietti della
tirannia imperiale
che guida la canea:
Pannella, Veltroni,
il Dalai Lama,
Bertisconi, Gordon
Brown, Olmert,
Bonino, Sion e i
neocon di
Washington, Flavio
Lotti, che per non
imbarazzare il suo
governo degrada la
marcia della pace in
marcia dei “diritti
umani” (bianchi,
borghesi, cristiani);
Amnesty
International che
contro l’uccisione –
comunque
inaccettabile - di
nove manifestanti (vedrete,
nel tempo
diventeranno 900,
9000. 90.000, come
quelli di Saddam,
come quelli del
Darfur, come quelli
di Milosevic) spara
come non ha mai
sparato contro
l’eliminazione di
due milioni e mezzo
di iracheni tra
embargo e invasione-occupazione
e la cronaca
dell’universo mondo,
orecchiata da fonti
tutt’altro che
ineccepibili,
assomiglia in modo
impressionante a
quella, veritiera,
del nostro G8
genovese; i
mascalzoni che, da
Striscia la notizia
a Calderoli e
Prodinotti, si
punteggiano di
“rosso per la
Birmania”, mentre
non hanno mai
prodotto neanche una
capocchia di
spillina rossa per
la decimazione
sessantennale dei
palestinesi. Sotto
l’alluvione dei
paginoni su Myanmar
di ogni singolo
organo di stampa,
nel frastuono delle
querimonie e degli
inviti alla
baionetta di quella
accozzaglia di
gaglioffi e
delinquenti che ci
piscia addosso dai
palazzi del potere,
da quelli del
moderatismo
fascistizzante ai
“massimalisti” (come
il TG3 normalizzato
chiama i cacasotto e
cacasenno della
sinistra
parlamentare),
scompare ogni
barlume di realtà,
viene strozzato da
un silenzio
cimiteriale ogni
alternativa, ogni
possibilità di
verifica, ogni
contesto.
A Myanmar con in
Kosovo
Ma anche ogni luce
incerta di dubbio.
Come ne avrebbe
dovuto accenderne a
potenza solare
l’accertata,
documentata, mai
smentita notizia che
alla vigilia della
“rivoluzione porpora”
di certi bonzi (non
fatevi ingannare:
gli studenti non
c’erano e non
c’erano neanche i
responsabili delle
organizzazioni
buddiste), nel
Myanmar si erano
rovesciati migliaia
di monaci infiltrati
dalla Tailandia,
paese notoriamente
sotto regime
reazionario e
asservito agli Usa,
con le bisacce
straripanti di
dollari, e che
costoro erano poi
alla testa delle
manifestazioni. Lo
facevano per
trasferire a Yangoon
la democrazia-puttana
di Bangkok? Quella
che gli stessi
buddisti, famelici
di dominio non meno
degli scaldini
nostrani, stanno da
decenni infliggendo
a forza di massacri
alle minoranze
islamiche del Sud
Tailandia? Il
pensiero non è
costretto a
ritornare
all’inondazione del
Kosovo da parte di
albanesi, prima di
Mussolini, poi di
Hoxha, poi di
Berisha, in vista
dello sfascio della
Jugoslavia sovrana e
di un
narcoprotettorato
militarizzato e,
indi, della Grande
Albania?
Riattivare il
triangolo d’oro
A proposito di narco,
non è solo per
petrolio, gas,
legname e
delocalizzazione a
manodopera da due
lire con
inquinamento umano e
ambientale senza
freni, che si va ad
ammazzare il
Myanmar. Non è forse
successo che andati
i bianchi borghesi,
capitalisti
cristiani, bombaroli
dei diritti umani,
in Afghanistan, in
quel paese ha
attinto vertici
produttivi l’oppio-eroina
già sradicato dagli
infami Taliban? Non
succede che il
massimo produttore
mondiale di cocaina,
la Colombia, sia
sotto la ferula di
un narcobrigante
fascista, marionetta
degli Usa e della
nostra beneamata e
rispettata
‘ndrangheta? Non ci
si impadronisce di
Balcani, Kurdistan e
Somalia perché sono
capisaldi
geopolitici, ma,
forse di più, perché
sono le rotte
insostituibili della
droga? E allora,
che il Myanmar,
spentosi
malauguratamente il
triangolo d’oro caro
all’Occidente,
Birmania-Tailandia-Laos,
torni alla sua
antica funzione di
fornitore di droghe
che hanno la
stupefacente doppia
funzione di
annichilire
intelligenze e
volontà e di far
entrare nelle banche
Usa qualcosa come un
trilione di dollari
all’anno (Osservatorio
Mondiale delle
Droghe, Parigi). Non
sono le armi e i
tossici a mandare
avanti il Nuovo
Ordine Mondiale?
E in Iraq,
Palestina, Libano,
Somalia, Afghanistan…?
Si è parlato a volte
del sospetto che ci
possa essere il
metodo dei due pesi
e delle due misure
in quanto vanno
facendo per il
mondo coloro che
hanno impiegato una
misura doppia fin da
quanto hanno
ammazzato 3000
concittadini a New
York e in Iraq, dal
2003, hanno
ammazzato un milione
e 200mila persone (indagine
documentata
dell’accreditato
londinese ORB,
Opinion Research
Business).
In effetti non c’è
equilibrio. Specie
se ai 90.000
profughi neri
cacciati dal
proletario Distretto
9 di New Orleans con
la scusa, avanzata
dall’immobiliarista
Bush dopo aver fatto
saltare gli argini,
di Katrina, si
oppongono i 4
milioni di
civilmente defunti
iracheni, profughi
in Siria, Giordania,
o nelle tende del
deserto iracheno.
Ma strabiliante è la
capacità di due pesi
e due misure dei
presunti sinistri
della
dependance
coloniale
in cui
viviamo. Ligi alla
parole d’ordine
dell’imperialismo,
salvo apportargli
correttivini da dame
di S.Vincenzo, non
ne sbagliano una:
“Belgrado ride”,
quando la banda
Otpor di Radio B92
(del tutto
sincronica con le
“testimonianze” che
poi usciranno da
Kiev, da Tblisi, poi
da Beirut, ora da
Myanmar) poneva
fine, su ordine e
con dollari
cristiani, bianchi,
capitalisti,
borghesi, alla
libera Jugoslavia;
“Fidel reprime i
dissidenti”, quando
una squadraccia di
mercenari a mille
dollari al mese
conduce una campagna
terroristica contro
civili cubani;
“Salviamo il Darfur”,
quando predoni
istigati e armati da
Usa e Francia
sfruttano una
catastrofe
ambientale e
umanitaria provocata
dai ricchi,
cristiani, bianchi,
borghesi,
capitalisti, per
destabilizzare uno
Stato indipendente e
sovrano e agevolare
la rapina
occidentale del suo
petrolio e del suo
uranio, lungo la
strategia israeliano-iraniana,
ufficialmente in
atto dal 1982:
sminuzzare
confessionalmente ed
etnicamente le
nazioni arabe;
“Sosteniamo Abu
Mazen”, specialista
di colpi di Stato,
vichysmo e
terrorismo interno,
annullamento di
risultati elettorali,
cospirazione con il
nemico, tradimento
del proprio popolo.
E via elencando,
lungo le principali
direttrici
geopolitiche
imperialiste che si
dipanano dalle Torri
Gemelle e da un 11
settembre tuttora
dal
manifesto
(di
Liberazione, house
organ per
famigli e famigliari
di Bertisconi e
Giordano,
non mette
conto parlare)
accreditato con
crescente
accanimento e
nonostante tutto,
nella sua grottesca
versione ufficiale.
Arresti di massa in
Myanmar? E 60mila
sequestrati in
Palestina…
Si tuona sul
migliaio di presunti
arrestati in
Myanmar. Non si
parla dei 60mila
civili e partigiani
palestinesi
dall’inizio
dell’Intifada -
sempre sia lodata -
sequestrati,
detenuti senza
processo, torturati,
di cui 11.500
tuttora in carcere.
Non si parla dei
60mila – per difetto
– prigionieri
iracheni nelle
carceri della
tortura di Usa e
fantocci. In
entrambi i paesi
sono migliaia i
bambini. Si lamenta
il cronista
giapponese ucciso e
l’assenza di
giornalisti a
Myanmar, si tace sul
fatto che dopo sei
mesi dalla guerra (quando
ci andai per
l’ultima volta), in
Iraq non c’è più
nessun inviato,
tutti cacciati o
sparati tra gli
occhi. A meno che
non si vogliano
chiamare giornalisti
quei quattro
canarini, tappati
nella Zona Verde,
che cinguettano al
suono del
briefing
del portavoce
dell’esercito Usa.
In Iraq le milizie
di Moqtada e compari
portano avanti la
soluzione finale del
popolo iracheno
pianificata dalla
trimurti Usa-Israele-Iran,
affiancando le
soldataglie drogate
statunitensi e dei
fantocci nella media
di una cinquantina
di assassinati e
trapanati al giorno.
I manifestanti di
Rangoon sono tutti
stupendi, ma fanno
proprio schifo quei
terroristi di
combattenti per la
libertà del proprio
paese polverizzato,
annichilito,
frantumato come un
vecchio vaso sumero.
In Iraq, Jugoslavia,
Somalia, Palestina,
Libano, bambini,
donne, uomini
soccombono in massa
e per generazioni
agli effetti
dell’uranio, dei
raggi
elettromagnetici e
della chimica con
cui sono stati
bombardati, ma qui
si strepita contro i
”militari che hanno
usato pistole ad
acqua avvelenata
contro i dimostranti”,
una notizia che ha
la stessa
credibilità del
Saddam che
introduceva gli
oppositori a piedi
in giù nei
tritacarta, o di suo
figlio Uday che
faceva giocare i
calciatori sconfitti
con palloni di
ferro… Si abbocca
sempre, sempre. Non
è stato proclamato
dagli psicopatici al
potere negli Usa che
il 20% della forza
lavoro attuale è
sufficiente per
mandare avanti la
macchina
sputaricchezze
mondiale. Il resto,
fuori dai ciglioni,
con l’uranio, la
decimazione
nazisionista
quotidiana e
progressiva, la fame
da agrocombustibili:
“Il popolo reclama
pane, diamo brioches
alle automobili“.
L’esercito di
Myanmar e Blackwater
L’esercito della
giunta spara sulla
folla”? In Iraq
200mila tagliagole
della Blackwater e
simili, muoiono per
l’Occidente come
mosche, ma non
registrati, e in
compenso possono
massacrare, che
Gengis Khan al
confronto pare
Madre Teresa di
Calcutta (paragone
sbagliato, chè
quella strega era
intima e complice
dei più sanguinari
despoti del tempo).
“A Rangoon anche i
bambini intossicati
dai gas dei soldati”?
C’è uno Stato che
sbraita per prendere
alla gola subito
tutto il Myanmar e
che ha il primato
mondiale degli
infanticidi: non c’è
settimana che passa
che a Gaza non venga
ucciso qualcuno
sotto i 14 anni e
nelle carceri
dell’orrore iracheno,
il 14% sono minori.
Servono a ricattare
i padri latitanti.
“I generali birmani
non rispettano i
diritti umani”?
Fascisti portatori
di democrazia, o
portato della nostra
democrazia?
La casta di
criminali dementi
insediatasi con i
brogli alla Casa
Bianca ha imposto al
mondo un processo di
fascistizzazione in
cui le libertà
collettive e
individuali sono
annullate, in cui si
viene tolti mezzo
sul sospetto (vedi
Abu Omar e mille
altri), in cui si
viene incarcerati
senza imputazione,
senza processo,
senza legali, senza
famiglie (vedi i
Cinque cubani
ergastolani negli
Usa per aver
denunciato all’FBI
le trame
terroristiche
emananti dal suo
territorio), in cui
basta la parola di
un idiota per
definire Stato
canaglia un paese e
bombardarne a
tappeto il popolo,
in cui ministro
dell’ordine interno
e della giustizia
diventano figuri
come un
cambiacasacca
ontologico, che si
diversifica rispetto
al passato quando
con nani e ballerini
gestiva ladrocini di
partito, perché oggi
ai derubati mette le
manette, o come
colui che caccia via
giudici che
incastrano suoi
colleghi e amici.
“Il regime dei
generali si è
arricchito alle
spalle del popolo”?
Israele, da quando
ha divorato il resto
della Palestina non
regalatagli dell’ONU
e ne ha fatto una
Auschwitz a cielo
aperto, persegue la
liquidazione del
popolo titolare di
quella terra
ammazzando con gli
spari e le bombe, ma
soprattutto
arraffando per sé
quello che dovrebbe
nutrire e dissetare
le sue vittime: la
giunta militare di
Tel Aviv ruba ai
palestinesi il 95%
dell’acqua.
Moratoria alla pena
di morte, via libera
ai genocidi
“In Birmania vige la
condanna a morte e
l’Italia si fa
promotrice di una
moratoria”? Ma che
bravi: moratoria
della pena di morte
all’ONU e, con o
senza ONU, pena di
morte collettiva
inflitta senza
batter ciglio a
iracheni, cubani,
somali, serbi e
afgani e a quanti
altri finiranno nel
mirino dei boia di
Vicenza, Aviano, Via
XX Settembre,
Pentagono, quando
italiani “nostri
ragazzi” per il
direttore Sionetti
di
Liberazione
e per il pio
Enzo Mazzi sul
manifesto.
Mentre l’unico
titolato a chiamare
“mio ragazzo”
Lorenzo D’Auria, il
Sismi ucciso da
fuoco amico in
Afghanistan, suo
padre, ha dato
dell’assassino a
Prodi e Bush. Bè, se
non finisce in
qualche
extraordinary
rendition
in carceri egiziane
quel genitore,
qualche speranza di
scamparla ce
l’abbiamo anche noi.
Ora quei
panciafichisti,
pesci in barile,
cerchiobottisti,
collaborazionisti
della Tavola della
Pace, con tutto il
seguito
bertinottesco,
clericista,
lillipuziano,
boyscoutesco,
amnestista,
parasindacale, si
apprestano a offrire
due sgabelli con
buffet ai criminali
di guerra. Ad Assisi
marceranno non più
contro la guerra, ma
per i “diritti umani”,
salvando capra e
cavoli a coloro che
il papà dell’agente
Sismi da noi ucciso
in Afghanistan ha
chiamato “assassini”.
E Marco Revelli, sul
manifesto,
si scervella,
poverino, per capire
dove e come sia
scomparso “il
movimento dei
movimenti”! Dove sia
svaporato quel
“mondo con dentro
tanti mondi” (orrenda
patacca del sub
Marcos). Quando ci
si dimentica di Marx
e delle classi è
ovvio che si resta
abbioccati come
Revelli. Il 20
ottobre, poi,
costoro incalzeranno
con la famosa
manifestazione per
togliere le castagne
dal fuoco a Prodi e
ai suoi sicofanti “massimalisti”.
Ci si propone di
tirare un pochino
per la giacchetta un
premier indicato
come correggibile,
emendabile,
riciclabile,
nascondendo
collaborazionisticamente
l’evidenza solare di
un senile attivista
del Comitato
d’Affari del
capitalismo-subimperialismo
italiano e di un
vecchio burattino ai
fili del crimine
politico organizzato
statunitense. Ci si
propone, come
rimpiange Revelli,
di tenere insieme i
partiti della “cosa
rossa” e le aree
sindacali e
aassociative che vi
fanno riferimento.
Si sogna di
rimediare allo
spaventoso
flop del
9 giugno, come
rileva il sempre
puntuale Piero
Bernocchi, quando in
piazza coi partiti
immaginati di
sinistra (ma
salviamo il PdCI per
la successiva
ripresa e per la
costante dignità
internazionale e
sociale) c’erano
quattro gatti e
quattro scagnozzi,
mentre al corteo
antimperialista
c’erano oltre
100mila cittadini. E
intanto ci si fascia
di dolore e sdegno
per Myanmar, per il
Darfur e per la
difesa, ovviamente
anche armata perché
umanitaria, dei
diritti umani colà.
Anche perchè si
sente in fondo allo
stomaco il solito
brontolio di un
incontenibile
bulimia di petrolio,
armamenti, sangue.
Vedrete che botte
qui e in giro per il
mondo dopo il 20
ottobre del “Prodi
ritrovato”!