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Claudio Albertani,
LPG, 16/02/2008
Il Messico è ferito.
È vero che nella
sfortunata geografia
della sofferenza ci
sono paesi che
stanno molto peggio,
ad esempio l'Iraq o
la Palestina.
Tuttavia, in Medio
Oriente e altrove
ciò che predomina è
il fragore delle
armi. Ricordo
l'inutile sforzo che
feci alcuni anni fa
di spiegare la
ribellione indigena
del Chiapas a dei
rifugiati pachistani
che avevo conosciuto
in Europa. Io
parlavo di quanto
innovatore fosse il
messaggio zapatista,
del ruolo delle
donne insorte, dei
progetti di
autonomia
territoriale… Nulla
di tutto ciò pareva
loro importante. Le
domande erano:
"quanti kalashnikov
hanno? Quante
granate di
frammentazione? Mine
antiuomo?" Secondo i
miei interlocutori,
l'unica cosa
importante era la
capacità offensiva
che potevano esibire
gli insorti.
L'aneddoto aiuta a
capire la tragedia
del Messico ed, al
tempo stesso, la
forza della sua
gente. Qui,
nonostante
condizioni assai
difficili e
preoccupanti livelli
di repressione, i
movimenti sociali
sono, in gran parte,
pacifici. La
violenza si trova da
una sola parte –
quella del governo –
e, come ebbe a dire
Gandhi, la violenza
è la risorsa dei
deboli.
Ecco il primo dato.
È difficile
afferrare il perché
dell'enorme
sproporzione tra
violenza ufficiale e
domande sociali. A
Oaxaca, i 23 morti
confermati tra
giugno e dicembre
2006 (più un numero
ancora imprecisato
di desaparecidos)
sono da una sola
parte, quella dei
cittadini che
protestano. I 44
martiri di Acteal
(dicembre 1997) non
erano pericolosi
terroristi, bensì
gente pacifica, in
maggioranza donne
(di cui alcune
incinta), bambini ed
anziani intenti a
pregare.
Le donne violentate,
gli adolescenti
picchiati e le due
giovani vite
stroncate a San
Salvador Atenco
(maggio 2006) non
rappresentavano una
minaccia per la
sicurezza nazionale.
Tuttavia, è stato
applicato loro lo
stesso trattamento
sadico che abbiamo
visto nei
documentari su Abu
Grahib.
Il dottor Guillermo
Selvas e sua figlia
Mariana, rilasciati
qualche giorno fa
dal carcere statale
Molino de Flores,
non sono pericolosi
fanatici disposti ad
uccidere, bensì
persone che
prestavano aiuto
medico ad Atenco e
per questa tremenda
colpa hanno passato
un anno, otto mesi e
quindici giorni in
prigione. Con che
accusa? Nessuna,
visto che sono
usciti scagionati da
ogni colpa.
"In Messico non vi é
uno stato di
diritto, bensì due",
dice Mariana. "Uno è
per i poveri,
l'altro per i
ricchi. Le carceri
sono piene di
persone che lottano
per dare da mangiare
alle loro famiglie".
Héctor Galindo Ochoa
è un giovane
avvocato, consulente
giuridico del Fronte
dei Popoli in Difesa
della Terra (FPDT),
organizzazione
contadina che nel
2002 vinse una
battaglia per
impedire
l'espropriazione di
terre fertili ed
irrigate al prezzo
di 7 pesos al metro
quadro per costruire
un aeroporto.
Insieme con Ignacio
del Valle Medina e
Felipe Álvarez
Hernández, Héctor
sconta una condanna
di sessantasette
anni e sei mesi in
una prigione
federale di massima
sicurezza con
l'accusa
(fabbricata) di
sequestro
equiparato, il che
equivale a una
sentenza di morte.
Fa male il reclamo
di Magdalena García
Durán, una
rispettabile signora
dell'etnia otomí,
che è rimasta
detenuta un anno,
sei mesi e cinque
giorni, solo per
essersi trovata al
momento sbagliato
nel luogo sbagliato.
"Dov'è il diritto? È
giusto che mi
abbiano incarcerata
senza che io sappia
di che cosa mi si
accusa?".
Parole terribili
nella loro
schiettezza. Parole
che riassumono la
condizione dei
popoli autoctoni, la
cui sensibilità e
creatività furono
ammirate da
scrittori del
calibro di Benjamín
Peret, il grande
poeta surrealista:
"in Messico –
scrisse molti anni
fa – chiunque, per
quanto umile,
possiede un senso
artistico che ha
solo bisogno di
condizioni
favorevoli per
svilupparsi. L'amore
per i fiori che si
può osservare sulle
porte e finestre
delle abitazioni più
umili ne è la
manifestazione
elementare ed
evidente. Se il
senso artistico non
fosse così diffuso,
non si spiegherebbe
l'inaudita ricchezza
e varietà di un'arte
popolare che
meraviglia anche il
visitante più
distratto di
qualsiasi mercato
messicano".
Nel Messico di
inizio millennio, a
quanto pare,
l'amore per i fiori
è un delitto
imperdonabile.
Infatti, la strage
di Atenco si deve
alla solidarietà che
alcuni militanti del
FPDT espressero
precisamente ad
alcuni venditori di
fiori ingiustamente
sgomberati a
Texcoco.
"La legge più che
garantire diritti
serve per negoziare
privilegi", spiega
Frnacisco López
Bárcenas, avvocato
mixteco, difensore
giuridico di San
Pedro Yosotato
(Oaxaca), una
comunità che da anni
lotta per la
conservazione dei
propri diritti
agrari e in cui su
tutti i capifamiglia
(così come sullo
stesso López
Bárcenas) pendono
mandati di cattura.
A Yosotato l'ultimo
omicidio risale a
poco più di un mese
fa. Il 24 dicembre
2007, Plácido López
Castro, leader
indigeno e figlio
del Signor Marcial
Salvador López
Castro, assessore ai
lavori pubblici, è
stato giustiziato da
tre persone armate.
Chiapas, Atenco,
Oaxaca: tre ferite
aperte. Però non è
tutto. Ci sono anche
i 155
desaparecidos
degli ultimi
quindici anni; le
centinaia di donne
massacrate a Juárez
(e in altre zone)
per il delitto di
essere povere
lavoratrici. C'è il
ritorno della guerra
sporca con il
sequestro (da parte
delle forze
dell'ordine) e la
successiva scomparsa
di due militanti
dell'EPR. Ci sono
gli arresti illegali
che – secondo il
Foro Detenute
politiche e sistema
di giustizia penale,
organizzato il 24
gennaio da studenti
dell'Università
statale (UNAM) e
della Scuola
Nazionale di
Antropologia e
Storia (ENAH) –
dagli inizi degli
anni '90 alla fine
dell'anno scorso,
sono state secondo
calcoli conservatori
almeno 1.718, di cui
1.480 sono stati già
rilasciati e 238
sono ancora in
prigione. E ci sono
i 267 attivisti
sociali detenuti
dall'inizio del
governo di Calderón
(in quello di
Vicente Fox ve ne
furono 614).
Questa è la realtà
che analizza la
Commissione Civile
Internazionale per
l'Osservazione dei
Diritti Umani
(CCIODH) durante la
sua sesta visita al
paese. Nata in
Europa poco dopo la
strage di Acteal,
quest'organizzazione
lotta da dieci anni
contro l'impunità e
la violenza
ufficiale. È
composta da
specialisti di
diverse discipline e
si è guadagnata un
solido prestigio che
il governo non si
azzarda più a
mettere in
discussione.
"Una visita molto
opportuna", spiega
il padre Miguel
Concha, veterano
difensore dei
diritti umani e
presidente del
Centro dei Diritti
Umani Fray Francisco
de Vitoria. "Una
visita – continua –
che ha luogo in un
momento cruciale.
L'esercito pattuglia
le strade, i gruppi
paramilitari
continuano ad essere
attivi in Chiapas e
in altre parti. Il
governo induce la
violenza
intercomunitaria,
insabbiando
conflitti agrari.
Abbiamo alle porte
una riforma
giudiziaria che, se
sarà approvata,
criminalizzerà
ulteriormente la
protesta sociale,
legalizzando le
perquisizioni senza
autorizzazioni
giudiziarie e
calpestando la
libertà
d'espressione e di
associazione".
Sì, il Messico è
ferito. "La violenza
governativa è così
comune che non viene
più nemmeno
registrata. L'apatia
e il mal governo
sono formule magiche
perché tutto
continui ad essere
uguale", afferma il
dottor Selvas.
Speriamo che la
visita della CCIODH
aiuti a rompere il
circolo vizioso.
México duele
Claudio Albertani
México duele. Es
verdad que en la
desdichada geografía
del sufrimiento hay
países que están
muchísimo peor:
Irak, por ejemplo, o
Palestina. Sin
embargo, en Medio
Oriente y en otras
partes lo que
predomina es el
trueno de las armas.
Recuerdo un intento
que hice, hace
algunos años, de
explicar la rebelión
indígena de Chiapas
a unos refugiados
pakistaníes que
conocí en Europa. Yo
hablaba de lo
novedoso del mensaje
zapatista, del papel
de las mujeres
alzadas, de los
proyectos
autonómicos… Nada de
esto les pareció
pertinente. Sus
preguntas eran:
"¿con cuántos
kalashnikov cuentan?
… ¿tienen granadas
de fragmentación? …
¿minas antihombre?"
Según mis
interlocutores, lo
único importante era
la capacidad
ofensiva que, en su
caso, podrían
desplegar los
insurrectos
chiapanecos.
Esa anécdota ayuda a
entender la tragedia
de México, pero
también la fuerza de
su gente. Aquí, a
pesar de condiciones
sumamente difíciles
y preocupantes
niveles de represión
gubernamental, los
movimientos sociales
son, en gran parte,
pacíficos. La
violencia se halla
de una parte sola -
la del gobierno - y
como bien lo explicó
Gandhi, la violencia
es el recurso de los
débiles.
Este es el primer
dato que impresiona
al visitante. Cuesta
entender el por qué
de la enorme
desproporción entre
la violencia oficial
y las demandas
sociales. En Oaxaca,
los 23 muertos
comprobados entre
junio y diciembre de
2006 (más un número
todavía
indeterminado de
desaparecidos) están
de una parte sola,
la de los ciudadanos
inconformes. Los 44
mártires de Acteal
(diciembre de 1997)
no eran peligrosos
terroristas, sino
gente pacífica, en
gran parte mujeres
(algunas
embarazadas), niños
y ancianos que se
encontraban de
rodillas rezando en
una ermita.
Las mujeres vejadas,
los adolescentes
vapuleados y las dos
jóvenes vidas
segadas en San
Salvador Atenco
(mayo de 2006) no
representaban una
amenaza para la
seguridad nacional.
Y sin embargo se les
aplicó el mismo
trato sádico que
hemos visto en
documentales sobre
Abu Grahib.
El doctor Guillermo
Selvas y su hija
Mariana, recién
liberados del penal
estatal Molino de
Flores, no son
peligrosos fanáticos
dispuestos a matar,
sino personas que
prestaban ayuda
médica en Atenco y
por esta culpa
tremenda purgaron un
año, ocho meses y
quince días de
prisión. ¿Bajo qué
cargo? Ninguno, pues
salieron libres de
toda imputación.
"En México hay
varios estados de
derecho, opina
Mariana. Uno es para
los pobres y otro
para los ricos. Las
cárceles están
llenas de personas
que luchan para
darles de comer a
sus familias".
Héctor Galindo Ochoa
es un joven abogado,
asesor jurídico del
Frente de Pueblos en
Defensa de la Tierra
(FPDT), organización
campesina que en
2002 ganó una
batalla para impedir
la expropiación de
tierras fértiles al
precio de $7.00 por
metro cuadrado con
el fin de construir
un aeropuerto. Junto
a
Ignacio del Valle
Medina, y Felipe
Álvarez Hernández
purga una condena de
67 (sesenta y siete)
años y seis meses en
un Penal
Federal de Máxima
Seguridad
por el delito
(fabricado) de
secuestro
equiparado, lo que
equivale a una
sentencia de muerte.
Duele la pregunta de
Magdalena García
Durán, indígena
otomí, presa un año,
seis meses y cinco
días, por haber
estado en el lugar
equivocado, en el
momento equivocado.
"¿Dónde está el
derecho? ¿Es justo
estar presa sin
saber de qué se me
acusa?"
Palabras terribles
en su desnudez.
Palabras que resumen
la condición de los
pueblos originarios,
cuya sensibilidad y
creatividad
admiraron poetas de
la talla de Benjamín
Peret: "en México –
escribió - cualquier
hombre, por humilde
que sea su
condición, encierra
un sentido artístico
que sólo pide
condiciones
favorables para
desarrollarse. Su
amor por las flores
–que puede verse en
la puerta o en la
ventana de la más
miserable casucha-
es la manifestación
elemental y más
obvia de este
sentido. Por lo
demás, si el sentido
artístico no
estuviera tan
generalizado, no
podría explicarse el
magnífico
florecimiento de un
arte popular de
inaudita variedad y
riqueza que
maravilla al
visitante más
distraído de
cualquier trivial
mercado mexicano".
En el México de
principio de
milenio, el amor por
las flores es un
delito imperdonable,
pues la masacre de
Atenco tiene en su
origen la
solidaridad que
integrantes del FPDT
expresaron
precisamente a unos
vendedores de flores
injustamente
desalojados en
Texcoco.
"La ley más que para
proteger derechos
sirve para negociar
privilegios",
explica Francisco
López Bárcenas,
abogado mixteco,
defensor jurídico de
San Pedro Yosotato,
Oaxaca, una
comunidad que, desde
hace años, lucha por
la preservación de
sus derechos
agrarios y donde
todos los padres de
familia (además del
propio López
Bárcenas) cuentan
con orden de
aprensión. En
Yosotato, el último
homicidio tiene poco
más de un mes. El 24
de diciembre de
2007, Placido López
Castro, líder
indígena e hijo del
Señor Marcial
Salvador López
Castro, presidente
de bienes comunales,
fue acribillado por
tres personas
armadas.
Chiapas, Atenco,
Oaxaca. He aquí tres
heridas abiertas. No
son las únicas.
Están, también, los
155 desaparecidos de
los último quince
años. Están las
cientos de mujeres
masacradas en Juárez
(y en otra partes)
por el delito de ser
pobres y
trabajadoras. Está
el regreso de la
guerra sucia con el
secuestro-desaparición
de dos militantes
del EPR. Están las
detenciones ilegales
que - según el
Foro Presas
políticas y sistema
de justicia penal,
organizado el 24 de
enero por
estudiantes de la
UNAM y la Escuela
Nacional de
Antropología e
Historia - de
inicios de los 90 a
finales del año
pasado, "en números
conservadores",
fueron 1,718, de los
cuales 1,480 ya
fueron liberados y
238 aún permanecen
en prisión. Y están
los 267 luchadores
sociales
encarcelados desde
el principio del
régimen de Calderón
(en el de Vicente
Fox fueron 614).
Esta es la realidad
que enfrenta la
Comisión Civil
Internacional por la
Observación de los
Derechos Humanos
(CCIODH) en su sexta
visita al país.
Nacida en Europa
poco después de la
masacre de Acteal,
esta organización
lleva diez años
luchando contra la
impunidad y la
violencia oficial.
Está integrada por
especialistas en
diferentes
disciplinas y se ha
ganado a pulso un
prestigio que el
gobierno ya no se
atreve a cuestionar.
"Una visita muy
oportuna, explica el
padre Miguel Concha,
veterano defensor de
lo derechos humanos.
Una visita – sigue
el también
presidente del
Centro de Derechos
Humanos Fray
Francisco de Vitoria
- que se da en un
momento crucial. El
ejército patrulla
las calles, los
grupos paramilitares
siguen activos en
Chiapas y en otros
lados. El gobierno
fomenta la violencia
intercomunitaria
solapando conflictos
agrarios. Tenemos en
la puerta una
reforma judicial
que, si se aprueba,
va a criminalizar
todavía más la
protesta social pues
legaliza los
allanamientos sin
orden jurídico y
conculca la libertad
de expresión y
asociación".
Sí México duele. "La
violencia
gubernamental es tan
común que ya pasa
desapercibida. La
apatía y el mal
gobierno son
fórmulas mágicas
para que todo siga
igual", precisa el
doctor Selvas. Ojalá
y la visita de la
CCIODH ayude a
romper ese círculo
vicioso.
México, DF, 30 de
enero de 2008
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