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López Obrador, il subcomandante Marcos e l'autonomia dei movimenti sociali

Vi sono molti modi di analizzare l'attuale situazione messicana. Alcuni adottano il punto di vista diAndrés Manuel López Obrador, contro il quale il governo sta mettendo in atto una frode elettorale di proporzioni colossali, un vero eproprio golpe cibernetico. Il golpe, bisogna aggiungere, è iniziato molto prima del fatidico 2 luglio e vi hanno attivamente contribuito la quasi totalità delle istituzioni dello stato e dei mass media, esattamente come avveniva nel passato.

Claudio Albertani, La Patria Grande, 15/07/2006

Città del Messico, 12 luglio.

Vi sono molti modi di analizzare l'attuale situazione messicana. Alcuni adottano il punto di vista diAndrés Manuel López Obrador, contro il quale il governo sta mettendo in atto una frode elettorale di proporzioni colossali, un vero eproprio golpe cibernetico. Il golpe, bisogna aggiungere, è iniziato molto prima del fatidico 2 luglio e vi hanno attivamente contribuito la quasi totalità delle istituzioni dello stato e dei mass media, esattamente come avveniva nel passato.

Altri preferiscono indossare il passamontagna del subcomandante Marcos: AMLO è l'uovo del serpente, la sinistra istituzionale è peggio della destra, la otra campaña è l'unica soluzione (Marcos intervista a Bellinghausen, La Jornada, 7 de julio).
Altri ancora si sentono francamente imbarazzati. Non toccateci l'ultima speranza, sembra suggerire un depresso Pierluigi Sullo (Il Manifesto, 6 luglio) a Roberto Zanini che da Città del Messico si azzarda ad esprimere qualche dubbio sulla strategia del delegato
zapatista.

Giacché la faccenda è assai ingarbugliata, bisogna riprendere i termini essenziali del dibattito. Gran parte delle critiche che Marcos rivolge ad AMLO sono fondate. Sì il PRD è un partito clientelare. Sì, ha tradito la causa degli indigeni ed ha accolto al suo interno i vecchi dinosauri del PRI. Sì, in Chiapas ha stabilito alleanze spurie con i settori più retrogradi, repressivi e reazionari della società locale. Marcos ha poi ragione su un altro punto essenziale: la profonda crisi economica, politica, sociale e culturale che vive il Messico non si può  risolvere nel quadro dell'attuale sistema politico.

In questo contesto, il progetto iniziale dell' "altra campagna" –sottrarsi all'abbraccio mortale del PRD- era ed è assolutamente condivisibile. Se questo era l'obiettivo, la questione elettorale diventava secondaria: vi erano molti buoni motivi per non votare e, credo, ancora di più per votare. Anche se tiepido, un governo di sinistra avrebbe messo un freno alle privatizzazioni e dato un po' di respiro alla gente. L'importante era non dividersi e puntare tutto sulla ricomposizione dei movimenti antagonisti che, diciamolo pure, non vivono il loro miglior momento in Messico.

I problemi cominciano con le idee e lo stile autoritario che hanno marcato l' "altra" fin dal principio e che alla fine l'hanno condotta al disastro. Affermare, come fa Marcos, che Lula, Tabaré e Kirchner sono ancora più rapaci dei neoliberali ortodossi e che rappresentano una minaccia gravissima per i movimenti sociali è semplicemente assurdo (Marcos, Revista Rebeldía, 15 giugno 2006). È ovvio che la socialdemocrazia ha reso e continuerà a rendere servizi preziosi al capitalismo, tuttavia il punto non è questo. Il dato importante in America Latina è l'emergenza di movimenti sociali autonomi dai partiti e dallo stato. Raul Zibechi ha osservato che quando tali movimenti cadono nella trappola istituzionale si dividono e perdono forza. È quanto successo in Ecuador dove il movimento indigeno è uscito con le ossa rotte dalla disastrosa collaborazione con il governo di Lucio Gutièrrez.

Ben diverso è il caso del Brasile, dove nel 2002 l'MST ha appoggiato la candidatura di Lula senza mai accettare incarichi di governo. Oggi l'MST denuncia le politiche antipopolari del PT, senza perdere la bussola: i veri nemici continuano ad essere le classi dominanti, le multinazionali ed i latifondisti.

In Messico l'EZLN avrebbe potuto adottare una strategia simile:mantenere la propria autonomia, senza fare il gioco della destra. AMLO aveva diritto a quello stesso beneficio del dubbio che nel 2000 l'EZLN concesse a Fox. Marcos ha invece preferito l'attacco frontale, e seguendo il suo ragionamento, alcuni sono  arrivati a pensare che AMLO, non Calderón, era l'uomo di Washington.

La realtà è ben diversa. Le colpe del PRD fanno sorridere se paragonate ai crimini del PAN. La destra è una calamità ovunque, ma in America Latina è peggio, semplicemente perché ha un margine di manovra molto più ampio. Il male che Berlusconi ha fatto all'Italia non è nulla in confronto ai danni prodotti da Fox in Messico. Qui la destraha privatizzato tutto ciò che ha potuto e vuole di più.

Il risultato è che negli ultimi 6 anni, 4 milioni di messicani hanno cercato rifugio negli Stati Uniti e la cifra continua ad aumentare, nonostante le leggi speciali. Tutti costoro preferiscono rischiare la vita, piuttosto che rimanere in un paese socialmente devastato dove non hanno futuro.

Di fronte a ciò, pensare che AMLO fosse la soluzione era una dabbenaggine, ma proclamarlo il vero nemico era anche peggio. La campagna di odio scatenata nei mesi scorsi non solo dal PAN, ma anche dal Consejo Coordinador Empresarial -la Confindustria messicana- prova il contrario. Se, come scrive Marcos (Rebeldía, art. cit.), AMLO appartiene al settore della nuova classe politica legato alle grandi compagnie multinazionali, perché Bush avvalla la frode? Perché le televisioni messicane esultano?

Sabato 8 luglio, una moltitudine minacciosa ha invaso lo zocalo di Città del Messico per esigere giustizia. È l'inizio di un grande movimento contro la frode elettorale che nelle prossime settimane farà parlare di sé. Dov'è l' "altra campagna"? Brilla per la sua assenza.

Con le sue dichiarazioni anti-AMLO, il sub comandante ha perso l'opportunità di partecipare ed ha firmato il suo suicidio politico.

Sebbene adesso Marcos neghi ogni addebito, su di lui pesa la responsabilità storica di non aver saputo o voluto combattere la destra. Sicuramente, le comunità indigene dell'EZLN non tarderanno a chiedergli spiegazioni, così come già le esigono in molti qui a Città del Messico.

Sul PRD, d'altra parte, aleggia l'ombra del 1988, quando, dopo essere stato scippato della vittoria, Cuauthémoc Cárdenas, rinunciò alla lotta e trattò la resa con l'usurpatore Salinas allo scopo di "salvare le istituzioni democratiche". Percorrerà lo stesso cammino AMLO?

Improbabile, ma non impossibile. In ogni modo, la partita è aperta e l'ultima parola spetta al popolo messicano.

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