Città del Messico, 16 luglio. È la manifestazione
politica più grande della storia del Messico: un milione e mezzo di persone
secondo gli organizzatori, un milione secondo la polizia. Come ai tempi della
rivoluzione, quando le truppe di Villa e Zapata celebrarono a Città del Messico
la vittoria contro l'usurpatore Vittoriano Huerta, un esercito di dimostranti (alcuni
a cavallo) provenienti dai 31 stati della repubblica invade pacificamente la
capitale del paese.
Verso mezzogiorno, la testa del corteo entra trionfante in
Piazza della Costituzione, mentre, una decina chilometri più indietro, la coda
aspetta pazientemente il proprio turno sulla avenida Reforma, all'altezza del
Museo di Antropologia. Alla fine, solo "pochi" privilegiati –circa 300,000-
riescono ad arrivare alla meta. Gli altri occupano gran parte del centro di
città del Messico, sedendosi disciplinatamente per terra, oppure sopportando in
piedi il caldo sole di luglio (l'immancabile temporale si scatena solo a fine
manifestazione) ed accontentandosi di seguire gli avvenimenti su enormi schermi
che trasmettono i discorsi degli oratori. Non importa.
Tutti si sentono partecipi di questa II Assemblea informativa
[la prima si è celebrata sabato 8 luglio con la partecipazione di 500,000
persone]. Primo obiettivo raggiunto: è più che superata la fatidica cifra del
milione raggiunta nell'ormai lontano aprile 2005. Già allora, un blocco formato
dal partito di governo (il PAN), le banche, le multinazionali, i trust della
comunicazione, gli imprenditori, la chiesa cattolica, i proprietari terrieri, ed
il governo americano aveva cercato di eliminare Andrés Manuel López Obrador per
la via degli impedimenti legali.
La manovra fallì grazie alla mobilitazione popolare, ma era
solo l'inizio. Cominciò così la sporca guerra radio-televisiva, il balletto
delle inchieste truccate, le centinaia di milioni di dollari investiti in spot
pubblicitari calunniosi ed infine una dichiarazione del presidente Fox che
faceva presagire il peggio: "non lo lasceremo vincere. AMLO è un pericolo per il
Messico" (La Jornada, 18 maggio 2006). Ed il peggio venne sotto forma di una
frode elettorale subdola e spudorata.
Non più (o non solo) i metodi artigianali del passato, ma
quelli, molto più efficaci, della manipolazione informatica e dell'inganno
cibernetico. Non più (o non solo) i cacicchi che trafficano con le urne, ma
rispettabili ingegneri che dallo schermo di un computer fanno sparire centinaia
di migliaia di voti a base di prodezze algoritmiche.
Oggi è il solito, insopprimibile, fastidioso fattore umano
che torna a irrompere. "Non sei solo" tuona la moltitudine elettrizzata. "No
alla maledetta frode". "Vogliono privatizzare tutto, anche l'abisso verso il
quale sta scivolando il popolo messicano", esordisce la presentatrice, l'attrice
comica Jesusa Rodriguez. Poi interviene donna Rosario Ibarra de Pietra, la madre
coraggio messicana, protagonista di mille battaglie contro gli assassini di
stato che esige all'esercito di non macchiarsi con nuovi crimini.
"Non dimentichiamo i massacri del passato," grida con la voce
rotta dall'emozione: Tlatelolco, Acteal, Aguas Blancas, El Bosque, El Charco e,
sotto questo governo, Atenco. Sono trent'anni che lotto, non smetterò adesso."
La folla tace ed Eugenia León intona La Paloma, la vecchia canzone
rivoluzionaria delle guerriglie di Benito Juárez contro l'invasore Massimiliano.
Carlos Monsiváis, la voce critica del Messico colto, se la
prende in primo luogo con i ritratti di Stalin che una setta marxista-leninista
(la stessa che accompagna Marcos e l'altra campagna) inalbera senza vergogna. "Avete
sbagliato piazza. Avete sbagliato secolo". E viene al grano: "la destra vuole
collocare la democrazia in borsa. Hanno investito cifre inaudite nell'intento di
preservare il potere. Hanno seminato l'odio. Se vincono così, come governeranno?
Calderón [il candidato della destra] sottostima milioni di messicani. Neanche
tutto l'oro del mondo comprerà la nostra dignità. Non seppelliremo i nostri voti
nella fossa comune dell'apatia".
Infine arriva il turno di AMLO il cui primo saluto si dirige
a "imprenditori e professionisti", una concessione intempestiva ai moderati di
sempre. Poi rettifica: "il nostro è un movimento includente, ma è, in primo
luogo, un movimento degli umili e della povera gente. Riassume la situazione: "Hanno
falsificato il 60 per cento degli atti di scrutinio. Lo dimostreremo. Esigiamo
che i voti si ricontino urna per urna.
"Ed ecco le prossime iniziative:
1) fare accampamenti di protesta presso ognuna delle 300
sedi provinciali dell'Instituto Federal Electoral, il principale responsabile
della frode;
2) avviare azioni di resistenza civile a carico di un
comitato cittadino;
3) realizzare la III Assemblea informativa domenica 30 luglio
con l'obiettivo di convocare il doppio di persone. E conclude: "viviamo il tempo
delle definizioni.
Non tradirò le aspettative del popolo messicano"
Sono le ore 14. La manifestazione sta per concludersi.
Percepisco nella folla che si dilegua lentamente una energia immensa, un
potenziale incredibile che tuttavia svanisce rapidamente. Come conservarlo?
Riuscirà la gente a conquistare la parola? Ad appropriarsi del futuro? E mi
rispondo con le parole conclusive di Monsiváis: colui che solo conosce lo
sconforto non è degno del pessimismo.