- Il dollaro, l'euro, il petrolio e
l'invasione nordamericana
- di Attilio Folliero e Cecilia Laya -
www.lapatriagrande.net
- 10/02/2006
Conflitti
L'invasione
dell'Iraq da parte degli USA e suoi alleati, fu giustificata da motivazioni, poi
rivelatesi infondati, che l'Iraq era in pssesso di armi di distruzione, in grado
di porre in pericolo la sicurezza dell'intero occidente.
La scusa per la
prossima invasione dell'Iran si fonda sulla convinzione che questo paese stia
sviluppando armi di carattere nucleare. Secondo noi non ci sono dubbi che ci
sara' una invasione dell'Iran ed una successivo possibile attacco al Venezuela,
perche' le cause vere sono ben piu' profonde e praticamente necessarie per la
sopravvivenza stessa della superpotenza americana.
Ma andiamo per
ordine. Se le cause non sono quelle annunciate, quali sono i veri motivi che
rendono necessarie queste guerre costose e sanguinose? Il petrolio?
Indubbiamente Iraq, Iran e Venezuela sono paesi petroliferi ed il petrolio, nel
nostro sistema capitalistico attuale è la merce piu' importante. Si è detto -
tra le altre - che la causa vera di queste guerre sia il controllo della
produzione del petrolio. Anche questa è una ragione, che per quanto valida, non
giustifica totalmente guerre cosi' costose e sanguinose.
Per capire cosa c'e'
dietro le invasioni dell'Iraq e delle possibili invasioni dell'Iran e del
Venezuela, occorre analizzare la situazione economica degli USA.
Gli Usa si affermano
come potenza mondiale alla fine dell'ottocento, a segutio delle guerre
ispano-americane (1898) e del Grande Crack del 1873 e la succesiva depressione
che trascino' verso il declino l'impero inglese. Ma è con la seconda guerra
mondiale che si afferma come grande superpotenza economica e militare.
Nell'estate del 1944, quando le sorti della guerra erano gia' segnate, le
grandi potenze occidentali si riunirono in una
piccola cittadina americana, Bretton Woods, per
accordarsi su
un nuovo sistema monetario internazionale.
Era necessario pensare
all'imminente fine della guerra e al
modo migliore per regolare i commerci
mondiali. Il
Gold Standard, il sistema
monetario basato sulla convertibilità di tutte le monete in oro secondo una
parità fissa, non rispondeva più alle esigenze di un capitalismo sempre più
lanciato verso la conquista di nuovi e più ampi mercati.
A Bretton Woods furono
presentati due progetti
per il
futuro sistema monetario internazionale. Il
primo, di parte britannica, portava la firma di Keynes,
che prevedeva la
costituzione di una banca centrale mondiale
che avrebbe avuto il potere
d'intervenire sui mercati per regolare i
rapporti tra debitori e creditori. La banca doveva regolare tali rapporti
tramite l'emissione di una propria moneta,
che stando allo stesso keynes
doveva prendere il nome di Bancor, ovvero "Oro Bancario".
Il secondo progetto
fu redatto dal
sottosegretario al
tesoro americano,
Harry Dexter Withe,
che prevedeva,
invece un semplice fondo di
stabilizzazione dei tassi di cambio. Il risultato raggiunto fu
un
compromesso
fra i
due progetti iniziali.
Il capitalismo si dotava di due
organismi finanziari internazionali,
il
Fondo Monetario Internazionale e la
Banca Mondiale,
che avevano il compito di coordinare le politiche economiche dei
singoli stati nazionali, soprattutto in una materia delicata come quella
monetaria. Nonostante siano
passati oltre 60 anni, tali organismi
finanziari, gestiscono tuttora il sistema finanziario mondiale. In sostanza il
sistema monetario nato a Bretton Woods era imperniato sul ruolo centrale del
dollaro, l'unica moneta che poteva essere convertita in oro.
La
banca centrale americana, la
Federal Reserve,
s'impegnava a convertire la propria moneta in oro secondo una parità
stabilita dagli stessi accordi di Bretton Woods.
Gli
Stati Uniti, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, pongono le basi per
controllare l'intera economia
mondiale, relegando
ad un ruolo secondario
Giappone e Germania, i due
principali antagonisti.
L'Unione
Sovietica, l'altra potenza
imperialistica uscita vincitrice dal conflitto, in seguito al trattato di Yalta,
esercita la
propria egemonia sull'Europa orientale.
Con gli accordi di Bretton
Woods il dollaro diventa lo strumento monetario utilizzato negli scambi
commerciali internazionali.
Ricordiamo che nel
1950 la produzione statunitense rappresentava quasi il 50% dell'economia
mondiale. Gli
Stati Uniti, oltre ad essere
il principale produttore di merci del mondo,
avevano in mano
anche
il controllo assoluto
della
politica monetaria su scala internazionale.
Infatti, con il sistema costruito
a
Bretton Woods, gli Stati Uniti, non solo avevano imposto agli altri
paesi l'utilizzo del dollaro nei commerci internazionali, ma
questi erano obbligati ad
intervenire sul mercato per
mantenere la parità della propria moneta rispetto a quella americana. Se gli
Stati Uniti immettevano sul mercato una quantità di dollari superiore alle
necessità dei traffici commerciali, cosa che puntualmente si è verificata, gli
altri paesi erano obbligati ad acquistare i dollari in surplus per mantenere in
equilibrio l'intero sistema monetario. Fino a tutti gli anni sessanta gli Stati
Uniti mantengono il dominio incontrastato sui mercati internazionali. Sono il
maggior paese esportatore al mondo e presentano ogni anno una bilancia
commerciale ampiamente in attivo. Le industrie americane, oltre a poter
usufruire di un mercato interno di dimensioni continentali che permette loro di
realizzare grosse economie di scala, sono le più competitive sui mercati
internazionali.
Ovviamente, allo
strapotere economico si accompagna lo strapotere militare: gli
USA
s'impegnano
a
difendere militarmente gli interessi del
capitalismo occidentale
(ossia i propri) dalla presenza
minacciosa dell'altro polo imperialistico guidato dall'URSS.
L'Europa
occidentale, tra cui spicca
la Germania, ed
il Giappone liberi da qualsiasi impegno
di natura militare,
possono concentrare tutti gli sforzi nella ricostruzione degli apparati
produttivi. In questi paesi, negli anni cinquanta e sessanta, il prodotto
interno lordo cresce ad un ritmo del 7-8% annuo. In conseguenza di tale crescita,
il peso economico di Germania e Giappone, nel contesto dell'economia
mondiale,
assume una rilevanza sempre maggiore. Gli Stati Uniti, pur essendo ancora
dominanti sui mercati mondiali,
finiscono per essere
minacciati dall'ascesa economica giapponese ed
europea. Alla fine degli anni sessanta, l'industria tedesca e
giapponese
supera in competitività quella americana.
Nel 1969, in
seguito al rafforzamento dell'economia tedesca rispetto a quella americana,
s'era sviluppata sui mercati monetari una fortissima pressione sul marco che
aveva costretto la Bundesbank ad assorbire ingenti quantità di dollari allo
scopo di mantenere le parità esistenti.
Nonostante l'intervento, le
autorità monetarie tedesche nell'ottobre dello stesso anno furono costrette ad
interrompere la politica d'acquisto di dollari e a far fluttuare il valore del
marco,
che iniziava a sperimentare una rivalutazione crescente.
Con la manovra tedesca il sistema di Bretton
Woods subiva un durissimo colpo, cominciava ad insinuarsi il dubbio che gli
Stati Uniti non potevano più garantire la convertibilità in oro del dollaro. La
rivalutazione del marco non placò i movimenti speculativi a favore della moneta
tedesca e in seguito al continuo peggioramento della bilancia dei pagamenti
statunitense, aumentarono gli afflussi di dollari sul mercato tedesco. Nel
maggio del 1971 le pressioni sul marco erano diventate così forti da indurre le
autorità tedesche a rivalutare per la seconda volta la propria moneta. In questi
mesi la Federal Reserve fu letteralmente invasa dalle richieste di conversione
di dollari in oro. Il presidente americano Nixon il dieci agosto del 1971, per
evitare che le casse della Federal Reserve si svuotassero completamente delle
riserve auree, dichiarò unilateralmente la sospensione della convertibilità del
dollaro. Si poneva fine dopo ventisette anni al sistema monetario che aveva
garantito lo sviluppo più portentoso dell'economia capitalistica
statunitense. La rottura dei trattati
di Bretton Woods poneva fine ad un sistema di cambi fissi, aprendo la strada a
continui terremoti valutari. Nel dicembre del 71 i rappresentanti del Gruppo dei
Dieci si riunirono a
Washington
per negoziare le nuove parità
monetarie. Era la prima volta, in questo secondo dopoguerra, che il
riallineamento monetario avveniva su basi multilaterali; in questa sede la
moneta tedesca si rivalutò di un altro 13,6% rispetto al dollaro e alle altre
valute.
Nel secondo dopoguerra il
commercio internazionale s'era strutturato in maniera tale da utilizzare
esclusivamente la moneta americana; tutto il mercato delle materie prime, e tra
queste il petrolio, avveniva
ed avviene
esclusivamente in dollari. Sono questi i
motivi che hanno permesso al dollaro, nonostante la rottura dei trattati di
Bretton Woods, di continuare a svolgere la funzione di moneta mondiale. Non ha
perso la fiducia dei mercati internazionali, e le riserve delle banche centrali
continuarono ad essere costituite in dollari.
Quindi anche dopo la rottura dei
trattati di Bretton Woods, gli Stati
Uniti,
pur non essendo piu' la grande superpotenza economica mondiale, ha continuato a
dominare il panorama economico attraverso il dollaro.
Se alla fine della
seconda guerra mondiale gli Usa controllavano praticamente la meta' della
produzione mondiale, oggi tale quota e' scesa al di sotto del 20%. Con l'avvento
dell'EURO sulla scena monetaria internazionale e la continua svalutazione del
dollaro, alcuni paesi hanno ventilato l'ipotesi - e qualcuno ha anche messo in
atto - dell'abbandono del dollaro come unica moneta di scambio. Tra questi
paesi, ci sono alcuni paesi produttori di pertrolio, il principale prodotto del
mercato mondiale: Iraq, Iran e Venezuela, oltre a Cina, India, Russia, Siria e
Corea del nord. L'iraq nel novembre del 2002 trasferisce in Euro tutte le sue
riserve internazionali; l'Iran va nella stessa direzione; il Venezuela e' ancora
piu' radicale, oltre ad iniziare una politica di scambi commerciali con gli
altri Stati, evitando l'uso di una moneta, ossia fornisce pertolio in cambio di
altre merci, propone la creazione di una banca e di una moneta latinoamericana.
Come abbiamo visto
gli USA non sono piu' la grande potenza economica di un tempo: la quota di
commercio mondiale, che alla fine della seconda guerra mondiale era praticamente
del 50% e' scesa sotto il 20%. Il suo potere continua a fondarsi quasi
esclusivamente sull'utilizzo del dollaro come moneta di scambio. Cosa
succederebbe all'economia statunitense, se a livello mondiale venisse
abbandonato il dollaro come moneta di scambio? Un crollo dell'economia
statunitense ed una crisi irreversibile. Se si adottasse, ad esempio l'Euro,
quale moneta di scambio, tutti gli Stati, che oggi hanno le proprie riserve in
dollari, si vedrebbero costretti a venderli per rifornirsi di euro. Cio'
determinerebbe un crollo del valore del dollaro, una enorme inflazione negli USA
ed una crisi economica, praticamente irreversibile, con il declino definitivo
dell'economia statunitense. Ovviamente non ne rimarrebebro immune le altre
economie mondiali, soprattutto quelle intimamente legate all'economia
statunitense, come italiana e Inghilterra.
Bisogna considerare
anche un altro aspetto dell'economia statunitense, ossia l'enorme debito
pubblico. Gli alti tassi di interesse e l'enorme afflusso di capitali sono
serviti anche a finanziare il debito pubblico. Attualmente il debito pubblico
statunitense ammonta a 7.500 miliardi di dollari e se a questa cifra aggiungiamo
il debito delle famiglie americane, altri 6.000 miliardi di dollari ed il debito
delle imprese, 13.000 miliardi di dollari, il debito totale statunitense e' di
circa 30.000 miliardi di dollari, pari al 300% dell'intero PIL. Per avere una
idea della gravita' della situazione e' sufficiente il paragone dello stesso
indice al tempo del grande crack del 1929. All'epoca il debito totale USA era
del 240%. Per gli USA e per la sua economia, la sua stessa sopravvivenza
e' intimamente legata al fatto che il dollaro continui ad essere utilizzato come
moneta di riserva di tutti gli Stati e principale moneta per gli scambi
commerciali internazionali.
Perche' la guerra
all'Iraq? Perche' aveva armi di distruzione? Per controllare il mercato
petrolifero? No. Il regime di Saddam Hussein, tra l'altro posto al potere dagli
stessi statunitensi, non viene rovesciato neppure durante la prima guerra del
golfo. Poteva essere facilmente sconfitto da Bush padre, ma viene lasciato al
potere. Quando il regime iraqueno annuncia il passaggio all'Euro, la potenza
statunitense non puo' far altro che intervenire militarmente. Il problema e' che
l'Iraq, stava spingendo all'interno dell'OPEC, di cui e' paese membro, per
abbandonare l'utilizzo del dollaro quale moneta di scambio per il mercato
petrolifero. L'OPEC copre circa il 40% della produzione mondiale di petrolio ed
i paesi membri possiedono l'80% delle riserve totali, quindi se questa
organizzazione dovesse annunciare l'abbandono del dollaro, quale moneta di
scambio, per gli USA si aprirebbe la strada ad una crisi irreversibile. Per gli
USA, quindi, e' di vitale importanza impedire che cio' si produca e soprattutto
si produca nell'ambito dell'OPEC, che controlla il prodotto principale del
mercato, appunto il petrolio.
Gli USA hanno solo
due strade: una riforma strutturale profonda dell'economia o la via militare per
impedire che i paesi dell'OPEC adottino l'abbandono del dollaro. Hanno scelto la
seconda via. Dopo l'invasione dell'IRAQ, tocca all'IRAN e successivamente al
Venezuela, altro importante membro dell'OPEC. Il Venezuela non solo e' paese
produttore di petrolio, ma e' un paese latinoamerciano, che sta adottando
politiche che tendono a coinvolgere gli altri paesi latinoamericani in una
possibile unificazione, per il momento ancora molto difficile, date le profonde
differenze esistenti tra i vari stati. Pero', a piu' lungo termine una patria
grande latinoamericana dal Messico, alla terra del fuoco sara' possibile. Cio'
per gli USA e' doppiamente pericoloso, perche' non solo accellera l'abbandono
del dollaro come mometa negli scambi della principale merce, il petrolio, ma
l'America Latina e' il principale mercato di sbocco dell'economia statunitense;
quindi, se tale regione si indipendizzasse da Washington, gli USA perderebbero
il proprio principale mercato.
E' quindi chiaro che
non ci potra' essere nessun accordo; la passata invasione dell'Iraq lo dimostra
e le future aggressioni, qualunque sia la natura (militare, economica, verbale)
a Iran e Venezuela saranno inevitabili per l'imperialismo statunitense.
Caracas, 10 febbraio 2006 (edizione aggiornata
di un articolo del 2004)
- Attilio Folliero e Cecilia Laya
- attilio.folliero@lapatriagrande.net
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