Analisi del voto.
Continuarà la
rivoluzione
bolivariana o il
popolo ha ormai dato
le spalle a Chávez?
Molte
sono le conclusioni
che si possono
trarre dal
referendum
Costituzionale
venezuelano della
scorsa settimana. La
prima è che il
Venezuela è
sicuramente un paese
con istituzioni
democratiche e
soprattutto con un
sistema elettorale
affidabile. Non si
può non prenderne
atto. Questa
evidenza di fatto
contraddice le
principali critiche
che il governo
statunitense,
l’opposizione
interna ed i governi
alleati di
Washington
rivolgevano al
“dittatore” Hugo
Chávez.
Un altro fatto inconfutabile è che il presidente venezuelano abbia accettato con dignità e trasparenza la sconfitta ricevuta dalla sua proposta di Riforma Costituzionale, nonostante il ristretto margine di voti tra il “si” ed il “no”. Chávez ha dimostrato al Mondo, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, il suo spirito democratico, cosa che invece molti dei suoi nemici non hanno ancora fatto, vedi Bush o il “vicino” Uribe in Colombia.
Risulta poi sorprendente come tutti i critici della rivoluzione bolivariana abbiano in questo caso riconosciuto la trasparenza di questo processo elettorale quando invece hanno sempre negato i risultati delle urne nelle precedenti 10 elezioni, quando fu invece Chávez ha stravincere.
Ma passiamo ora ad analizzare il “No” al referendum. Uno di ogni quattro venezuelani che votarono per Chávez come presidente nel 2006 non hanno votato a favore della Riforma Costituzionale domenica scorsa. Nel 2006 i chavisti furono 7 milioni 300mila, mentre il “si” al referendum ha raccolto solo 4 milioni 380mila preferenze. Allo stesso tempo l’opposizione è passata dai 4 milioni 292mila voti ricevuti da Rosales alle presidenziali del 2006 ai 4 milioni 500mila voti dei “no” al referendum.
Si evidenzia quindi un piccolo e poco significativo incremento di voti per l’opposizione ma soprattutto la perdita di 3 milioni di voti per la rivoluzione bolivariana, giustificati da una astenzione che è passata dal 25% del 2006 al 44% del 2 dicembre.
La perdita del partito socialdemocratico Podemos ed il mancato appoggio dell’ex ministro dell’interno, il generale Baduel, contrario alla riforma, e che ha sempre goduto di grande considerazione da parte del popolo venezuelano (per il suo ruolo decisivo durante il golpe del 2002, quando riaffidòil potere a Chávez) sono solo cause concomitanti, non giustificano 3 milioni di astenuti.
Non si giustificano neanche con la sporca campagna elettorale dell’opposizione contro la Riforma, come sempre appoggiata dagli Stati Uniti. Comportamento alla quale il popolo venezuelano è ormai abituato a convivere, la campagna anti-Chávez infatti è sempre stata occasionata anche in tutte le precedenti elezioni.
Non è stata quindi né una vittoria dell’opposizione, né una vittoria dell’ “imperialismo”, è venuto solo meno l’appoggio dei settori popolari di base.
L’astenzione è stata decisiva nei “barrios”, da sempre santuari del chavismo. Sono venute meno al movimento le forze sociali che da sempre erano la sua forza. Perché?
Sicuramente non è stato facile scegliere per un modello socialista e a favore di una Riforma Costituzionale troppo ampia, pesante e che non ha avuto né il tempo né la voglia di essere sottoposta ad un vero dibattito a livello nazionale.
Un altro punto che ha contribuito alla sconfitta è stato il fatto che lo stesso Chávez non si è accorto della non totale omogeneità della base sociale del processo bolivariano. Ha stancato un po’ tutti il suo cavallo di battaglia, la contrapposizione tra popolo ed impero. La gente dei barrios ha esigenze e necessità e vuole essere ascoltato, cosa che da un po’ Chávez non faceva.
I settori popolari protagonisti dal “caracazo” del 1989 sono i veri motori del processo di trasformazione bolivariano e nei movimenti sociali c’è la chiave della continuità della rivoluzione, indipendentemente dalla rielezione indefinita di Chávez.
La scelta dei “barrios” insomma è stata una scelta cosciente e meditata e non semplicemente figlia dell’influenza statunitense che ha contribuito a generare “paura”.
Non si spiegherebbe infatti perchè un popolo come quello venezuelano, insorto nel ’89, che è riuscito a ribaltare il vecchio e corrotto sistema politico negli anni ’90, che ha reagito ad un golpe di stato nel 2002, e che ha sconfitto il blocco petrolifero nel 2003, si sarebbe lasciato influenzare questa volta dall’opposizione o dalla mano statunitense.
Il popolo venezuelano ha sempre dimostrato di essere più forte di tutto questo. E’ sempre stato l’anima della rivoluzione decidendo di appoggiarla con il voto o di frenarla, come in questo caso, con l’astenzione. E continuerà ad essere così anche in futuro, decidendo giorno per giorno e partecipando alla vita politica, cosa che il popolo venezuelano è abituato a fare da ormai due decadi.
Molte
sono le conclusioni
che si possono
trarre dal
referendum
Costituzionale
venezuelano della
scorsa settimana. La
prima è che il
Venezuela è
sicuramente un paese
con istituzioni
democratiche e
soprattutto con un
sistema elettorale
affidabile. Non si
può non prenderne
atto. Questa
evidenza di fatto
contraddice le
principali critiche
che il governo
statunitense,
l’opposizione
interna ed i governi
alleati di
Washington
rivolgevano al
“dittatore” Hugo
Chávez.Un altro fatto inconfutabile è che il presidente venezuelano abbia accettato con dignità e trasparenza la sconfitta ricevuta dalla sua proposta di Riforma Costituzionale, nonostante il ristretto margine di voti tra il “si” ed il “no”. Chávez ha dimostrato al Mondo, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, il suo spirito democratico, cosa che invece molti dei suoi nemici non hanno ancora fatto, vedi Bush o il “vicino” Uribe in Colombia.
Risulta poi sorprendente come tutti i critici della rivoluzione bolivariana abbiano in questo caso riconosciuto la trasparenza di questo processo elettorale quando invece hanno sempre negato i risultati delle urne nelle precedenti 10 elezioni, quando fu invece Chávez ha stravincere.
Ma passiamo ora ad analizzare il “No” al referendum. Uno di ogni quattro venezuelani che votarono per Chávez come presidente nel 2006 non hanno votato a favore della Riforma Costituzionale domenica scorsa. Nel 2006 i chavisti furono 7 milioni 300mila, mentre il “si” al referendum ha raccolto solo 4 milioni 380mila preferenze. Allo stesso tempo l’opposizione è passata dai 4 milioni 292mila voti ricevuti da Rosales alle presidenziali del 2006 ai 4 milioni 500mila voti dei “no” al referendum.
Si evidenzia quindi un piccolo e poco significativo incremento di voti per l’opposizione ma soprattutto la perdita di 3 milioni di voti per la rivoluzione bolivariana, giustificati da una astenzione che è passata dal 25% del 2006 al 44% del 2 dicembre.
La perdita del partito socialdemocratico Podemos ed il mancato appoggio dell’ex ministro dell’interno, il generale Baduel, contrario alla riforma, e che ha sempre goduto di grande considerazione da parte del popolo venezuelano (per il suo ruolo decisivo durante il golpe del 2002, quando riaffidòil potere a Chávez) sono solo cause concomitanti, non giustificano 3 milioni di astenuti.
Non si giustificano neanche con la sporca campagna elettorale dell’opposizione contro la Riforma, come sempre appoggiata dagli Stati Uniti. Comportamento alla quale il popolo venezuelano è ormai abituato a convivere, la campagna anti-Chávez infatti è sempre stata occasionata anche in tutte le precedenti elezioni.
Non è stata quindi né una vittoria dell’opposizione, né una vittoria dell’ “imperialismo”, è venuto solo meno l’appoggio dei settori popolari di base.
L’astenzione è stata decisiva nei “barrios”, da sempre santuari del chavismo. Sono venute meno al movimento le forze sociali che da sempre erano la sua forza. Perché?
Sicuramente non è stato facile scegliere per un modello socialista e a favore di una Riforma Costituzionale troppo ampia, pesante e che non ha avuto né il tempo né la voglia di essere sottoposta ad un vero dibattito a livello nazionale.
Un altro punto che ha contribuito alla sconfitta è stato il fatto che lo stesso Chávez non si è accorto della non totale omogeneità della base sociale del processo bolivariano. Ha stancato un po’ tutti il suo cavallo di battaglia, la contrapposizione tra popolo ed impero. La gente dei barrios ha esigenze e necessità e vuole essere ascoltato, cosa che da un po’ Chávez non faceva.
I settori popolari protagonisti dal “caracazo” del 1989 sono i veri motori del processo di trasformazione bolivariano e nei movimenti sociali c’è la chiave della continuità della rivoluzione, indipendentemente dalla rielezione indefinita di Chávez.
La scelta dei “barrios” insomma è stata una scelta cosciente e meditata e non semplicemente figlia dell’influenza statunitense che ha contribuito a generare “paura”.
Non si spiegherebbe infatti perchè un popolo come quello venezuelano, insorto nel ’89, che è riuscito a ribaltare il vecchio e corrotto sistema politico negli anni ’90, che ha reagito ad un golpe di stato nel 2002, e che ha sconfitto il blocco petrolifero nel 2003, si sarebbe lasciato influenzare questa volta dall’opposizione o dalla mano statunitense.
Il popolo venezuelano ha sempre dimostrato di essere più forte di tutto questo. E’ sempre stato l’anima della rivoluzione decidendo di appoggiarla con il voto o di frenarla, come in questo caso, con l’astenzione. E continuerà ad essere così anche in futuro, decidendo giorno per giorno e partecipando alla vita politica, cosa che il popolo venezuelano è abituato a fare da ormai due decadi.







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