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di
Antonio Moscato
In questi giorni abbiamo sentito ripetere spesso, anche da chi si oppone
finalmente “senza se e senza ma” alla guerra di Bush e Berlusconi:
“naturalmente non siamo antiamericani”. Una frase con diverse sciocchezze:
la prima è che parla di “America” invece che di Stati Uniti, dimenticando
che dell’America fanno parte il Messico, l’Argentina, il Brasile, il Cile,
Cuba, e – perché no – anche la sventurata Haiti. Insomma, si accetta così
la pretesa degli statunitensi bianchi di rappresentare l’intero
continente, escludendone in primo luogo gli abitanti originari
(ribattezzati arrogantemente “indios” o “indiani d’America”). In ogni caso
sarebbe insensato attribuire le colpe di un governo a un popolo, e ciò
vale per gli Stati Uniti come per la Germania: anche quando era sotto il
nazismo, non era giusto essere antitedeschi, anche se era sacrosanto
lottare contro l’imperialismo tedesco che aveva scelto Hitler e lo aveva
portato al potere.
Dalla stessa impostazione risulta che è giusto essere contro
l’imperialismo, e quindi contro il più forte dei paesi imperialisti, gli
Stati Uniti, che ne hanno fatte di tutti colori non solo nel “loro”
continente, ma anche in tante altre parti del mondo. La prima impresa
aggressiva lontana dalle loro coste (ricordata ed esaltata anche nell’inno
dei marines) risale al lontano 1801, quando per una questione di
prestigio e di “difesa della libertà di commercio” tentarono di sbarcare a
Tripoli, in Libia. Quella prima avventura finì maluccio (era un po’
prematura...) e fu quindi necessario riscattare con un congruo versamento
i marinai finiti maldestramente nelle mani delle autorità locali.
Gli Stati Uniti hanno poi esteso il loro territorio verso ovest,
impossessandosi delle vaste praterie abitate dai cosiddetti “indiani” che
vennero sterminati nel corso di tutto il XIX secolo (ma i massacri erano
stati iniziati già dai pii padri pellegrini...), poi si spostarono a sud
impossessandosi di circa metà del Messico.
Ci sono moltissimi libri che ricostruiscono la tragedia degli abitanti
originari del continente, ma ne segnaliamo due – entrambi di autori
statunitensi – recentemente tradotti in italiano.. Il primo, è quello di
David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo,
Bollati Boringhieri, Torino, 2001. Stannard, che è cittadino statunitense
e docente nell’Università delle Haway, affronta l’insieme dei genocidi
compiuti nelle Americhe e anche nelle isole in cui vive, nell’arco di
cinquecento anni. Tuttavia mentre la storia dei massacri compiuti dai
conquistadores spagnoli e portoghesi è ben nota (anche se
ridimensionata da chi la presenta come“leggenda nera”), quelli compiuti
dagli anglosassoni lo sono assai meno, ma sono ugualmente efferati.
L’altro è di Howard Zinn, “Non in nostro nome. Gli Stati uniti e la
guerra”, Il saggiatore, Milano, 2003, che esordisce ricordando che fu
invitato alla rituale celebrazione annuale del “massacro di Boston”, come
viene ricordata l’uccisione di 5 (cinque!) coloni del nord America da
parte delle truppe britanniche avvenuta nel 1770, e si permise di
ricordare agli attoniti uditori altri massacri dimenticati di migliaia e
migliaia di nativi effettuati prima e dopo l’indipendenza degli Stati
Uniti.
In realtà l’ideologia dominante negli USA “dimentica” l’esistenza di
popolazioni che abitavano il continente prima della colonizzazione
europea, analogamente a quanto sostenuto dalla maggior parte dei sionisti,
che rivendicavano “una terra senza un popolo per un popolo senza terra”, o
dai bianchi sudafricani che pretendono grottescamente di essere arrivati
in quell’area prima delle popolazioni zulu. Ad esempio Conant, preside
della Harvard University, nel 1948 presentava così in un Forum del “New
York Herald” la storia della formazione degli Stati Uniti:
Questa Nazione, diversamente da quasi
tutte le altre, non si fonda su uno Stato sorretto dalle conquiste
militari. Di conseguenza, non abbiamo in nessuna delle nostre tradizioni
l’idea di un’aristocrazia discesa dai conquistatori e legittimata a
governare per diritto di nascita. Al contrario, abbiamo sviluppato la
nostra grandezza nel periodo in cui una società fluida occupava un
continente ricco e vuoto...”
Vediamo quanto sia infondata questa pretesa.
Gli Stati Uniti, di cui gli imbecilli o i disonesti ripetono che non può
essere imperialista o colonialista perché nati da una rivoluzione
anticoloniale (dimenticando che la “rivoluzione” del 1776 era prima di
tutto una secessione di coloni che non volevano più pagare tasse alla
madre patria), nel corso dell’intero XIX secolo non solo portarono avanti
la loro penetrazione nell’America centrale e meridionale in base alla
“dottrina Monroe” (che, per escludere le potenze europee dal “suo”
continente, proclamava “l’America agli americani”, dando appunto per
scontato che essi fossero gli unici “americani”), ma cominciarono a
puntare ben presto all’Asia orientale, in concorrenza con le vecchie
potenze coloniali. Imposero al Giappone con le proprie cannoniere
l’apertura dei suoi porti nel 1853, esattamente come aveva fatto tredici
anni prima la Gran Bretagna con la Cina (la “guerra dell’oppio” del
1840-1842). Gli Stati Uniti avevano cominciato poi la penetrazione in
Cina, e soprattutto nelle Filippine, e approfittarono della seconda
rivoluzione cubana per intervenire in quel paese: lo fecero annunciando
che volevano “proteggere i cubani dalla Spagna”, a cui dichiararono guerra
nel 1898 col pretesto di una misteriosa esplosione sull’incrociatore
Maine “in visita di cortesia” nel porto dell’Avana: il mistero è come
mai al momento dell’esplosione, attribuita subito senza prove alle
autorità spagnole, a bordo ci fossero solo poveri marinai semplici, mentre
tutti gli ufficiali erano a terra. Molti commentatori statunitensi lo
hanno ricordato al momento dell’attentato alle Due Torri tra i discutibili
pretesti per una guerra, insieme all’attacco a Pearl Harbor, che poteva
essere prevenuto, dal momento che da tempo gli Stati Uniti avevano trovato
il modo di intercettare e decrittare i messaggi militari dei giapponesi,
ma che consentì a Roosevelt di forzare l’opinione pubblica ostile
all’intervento sfruttando cinicamente l’emozione per la morte di tanti
connazionali.
In realtà nel 1898 i marines impedirono la vittoria dei
rivoluzionari cubani, e al termine di una brevissima guerra gli Stati
Uniti si impossessarono di Cuba, ma anche delle Filippine, di Portorico e
di Guam. Alla prima dovettero riconoscere nel 1902 una indipendenza
fittizia (inserendo nella costituzione cubana l’emendamento Platt, che
dava loro il diritto di interferire in ogni decisione del governo
semicoloniale che avevano istallato). Le Filippine dovettero combattere
fino al 1946, quando ottennero l’indipendenza anche grazie alla seconda
guerra mondiale in cui erano state occupate dai giapponesi (che avevano
imitato la dottrina Monroe proclamando “l’Asia agli asiatici”...), ma
continuarono ad essere controllate tramite dittatori corrotti come Marcos.
Guam e Portorico non ce l’hanno fatta e stanno ancora sotto gli Stati
Uniti. Anche le Haway furono conquistate a partire dal XVIII secolo, con
diverse forme di dipendenza dei regni locali. Poi, nello stesso fatidico
1898, fu costituita una specie di repubblica fantoccio che chiese
l’annessione agli Stati Uniti (ma diventò il cinquantesimo Stato della
Confederazione solo nel 1959). Il meccanismo era praticamente lo stesso
usato per il Texas. Altro che “Stati Uniti paese anticolonialista”!
Impossibile fare poi l’elenco dei paesi (piccoli come il Nicaragua o il
Paraguay, o grandi come il Messico) in cui nel corso del XX secolo sono
più volte sbarcati, con o senza emendamento Platt, i marines.
Basti pensare ad Haiti: era fino a tutto il XVIII secolo, un paese
ricchissimo, colonia francese col nome di Saint Domingue. Nel 1791
produceva un quarto dello zucchero di tutto il mondo, e inoltre caffè,
cotone, coloranti naturali come l’indaco. La Francia si era assicurata il
monopolio sul suo commercio, che rappresentava un terzo del commercio
estero del regno. Al momento della rivoluzione francese, mentre la piccola
minoranza di bianchi rivendicava la libertà di commercio, e i mulatti e i
pochi neri affrancati i diritti politici, la grande maggioranza di schiavi
neri pretesero la libertà, e dovettero lottare per anni contro i tentativi
di “ristabilire l’ordine”. Non furono spalleggiati neppure dagli altri
paesi dell’America Latina, i cui governanti erano razzisti e schiavisti.
La schiavitù fu mantenuta in Colombia fino al 1851, in Argentina e in
Ecuador fino al 1853, in Perú e Venezuela fino al 1854. La schiavitù
rimase nelle colonie britanniche delle Antille fino al 1834, negli Stati
Uniti fino al 1862, a Cuba fu eliminata solo nel 1886 e nel 1888 in
Brasile.
Solo nel 1825, dopo il fallimento di molti tentativi di riconquista, il
re di Francia Carlo X accettò di riconoscere l’indipendenza di Haiti in
cambio di un indennizzo di 150 milioni di franchi oro, calcolato sul
valore delle proprietà (e degli schiavi) nel 1789. Una cifra enorme
che corrispondeva a dieci anni di esportazioni haitiane e a quattro volte
il bilancio annuale della Francia, che era allora uno dei paesi più ricchi
e popolati del mondo.
Per pagare la prima quota il presidente dell’epoca, Boyer, fu costretto
a contrarre un prestito che mise Haiti nelle mani di banchieri francesi.
Nel 1914 il debito non era stato pagato che in minima parte, mentre gli
interessi versati alla Francia (ma anche agli Stati Uniti, alla Gran
Bretagna, alla Germania) assorbivano l’80% delle entrate del paese. Un
tentativo del presidente haitiano di recuperare il controllo dei fondi
depositati nella Banca Nazionale provocò l’intervento degli Stati Uniti
(che per 60 anni non avevano voluto riconoscere l’indipendenza del paese),
che inviarono i marines a prelevare 500.000 dollari-oro nelle casse
della banca, portandoli a New York.
Dal 1915 al 1934 Haiti fu occupata direttamente dagli Stati Uniti, che
dovettero impiegare anni per soffocare le rivolte dei contadini poveri,
assassinando 13.000 haitiani. Nel 1922 l’intera Banca Nazionale fu
trasferita alla National City Bank di New York, e Haiti fu costretta a
versare 40 milioni di dollari agli Stati Uniti per liquidare
definitivamente l’indennizzo alla Francia, che fu così estromessa dal
paese. Solo nel 1935 il governo haitiano ha potuto recuperare la sua Banca
Nazionale, ma il suo dipartimento fiscale, che controllava anche le
dogane, rimase sotto il diretto controllo degli USA fino al completo
rimborso del debito contratto nel 1922, che avvenne nel 1947. Per dominare
il paese, gli Stati Uniti collocarono poi alla sua testa il dittatore
François Duvalier, con i suoi feroci assassini, detti tonton macoutes.
Gli Stati Uniti sono intervenuti più volte anche dopo il crollo del
regime di Duvalier: oggi Haiti è uno dei paesi più poveri del continente e
del mondo intero.
In molti altri casi, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, gli
Stati Uniti non sono intervenuti con le proprie truppe, ma hanno
finanziato gruppi di mercenari, o organizzato attraverso la CIA colpi di
Stato militari. Tra i casi più conosciuti quello del 1954 in Guatemala
contro il governo democratico di Arbenz (bollato come “comunista” per aver
tentato una moderatissima riforma agraria che voleva distribuire ai
contadini le terre acquistate dalla United Fruit e lasciate incolte).
Quell’episodio fu determinante per l’evoluzione politica di Ernesto
Guevara, che era giunto in quel paese come medico neolaureato, e divenne
comunista proprio stimolato da quella tragica esperienza. Dopo la cacciata
di Arbenz il Guatemala fu massacrato ininterrottamente per quarant’anni da
feroci dittature militari spalleggiate e armate dagli Stati Uniti, con
centinaia di migliaia di contadini assassinati dagli squadroni della morte
o direttamente dall’esercito.
Un tentativo analogo a quello del 1954 in Guatemala fu tentato nel 1961
contro Cuba, ma fallì invece a Playa Girón (Baia dei porci) perché il
governo rivoluzionario di Castro e Guevara, a differenza di quello di
Arbenz, aveva armato i contadini e i pescatori, che riuscirono a
respingere, sia pure con gravi perdite, i mercenari appoggiati da navi e
aerei statunitensi, alcuni dei quali contrassegnati con i colori cubani,
per simulare una rivolta interna (il che può essere considerato un atto di
vera e propria pirateria aerea). Il presidente degli Stati Uniti era
allora il democratico John Kennedy, considerato un modello di democrazia
da Rutelli e Veltroni!
Panama era stata staccata dalla Colombia nel 1903 con un colpo di Stato
la cui logica era chiara: il primo atto dei secessionisti fu la cessione
agli Stati Uniti per 99 anni del territorio del Canale, e vide più volte
interventi diretti o indiretti di truppe statunitensi. L’ultimo intervento
avvenne nel 1989, per catturare il presidente Noriega, vecchio complice
del colonnello Oliver North e del vicepresidente Bush (padre) nel
narcotraffico (il famoso caso Iran-Contra-Gate), ma che era
diventato (come poi toccherà a Saddam e Bin Laden) “il mostro da
eliminare”. Per catturarlo e processarlo (a porte chiuse!) furono uccisi
almeno 7.000 cittadini panamensi.
Il caso del Cile di Allende (sul quale importanti uomini politici
statunitensi hanno ammesso le responsabilità dirette della CIA nella
pianificazione del golpe del 1973 del generale Pinochet) è il più
conosciuto e suscitò profonda e duratura emozione nel mondo per la sua
ferocia. Meno nota, e oggi quasi dimenticata, l’aggressione diretta dei
marines nel 1983 alla piccola isola di Grenada, nelle Antille,
accusata contro ogni logica (ha poco più di 100.000 abitanti, e una
milizia di soli 100 uomini) di “minacciare gli Stati Uniti.
Ma anche nel grande Congo ex belga, uno dei territori più ricchi
dell’Africa, la CIA ha aiutato (insieme ai servizi segreti belgi e
francesi, e con la benedizione dell’ONU) la soppressione del regime
democraticamente eletto di Lumumba e l’instaurazione del regime di Mobutu,
durato più di trenta anni: al suo termine, il paese era diventato uno dei
più poveri del mondo.
Perfino il regime di apartheid in Sudafrica per decenni ha beneficiato
di protezione e collaborazione militare da parte degli Stati Uniti e
soprattutto di Israele, che proprio insieme ai governanti razzisti
sudafricani costruì le sue prime atomiche. Invano l’ONU deliberava ogni
anno un embargo: questo veniva aggirato dagli Stati Uniti e dalle
principali potenze imperialiste, oltre che dal principale alleato degli
USA, lo Stato di Israele, l’unico a riconoscere gli staterelli fantoccio
creati dal Sudafrica per confinarvi la maggioranza della popolazione nera.
Se il regime dell’apartheid è crollato, non è stato certo per le
risoluzioni dell’ONU, rese vane dal veto statunitense o semplicemente
aggirate: fu la dura sconfitta militare inflitta agli invasori sudafricani
dalle truppe cubane e angolane a Cuito Cuanavale a spingere i razzisti
afrikaaner a tirare fuori Nelson Mandela dal carcere in cui l’avevano
rinchiuso per 28 anni come “terrorista”, per chiedergli di usare il suo
prestigio per assicurare una “transizione democratica”, che in sostanza
doveva associare una parte dei neri al potere politico senza toccare il
potere economico dei bianchi. Il progetto è riuscito solo in parte (la
maggioranza della popolazione è rimasta nelle condizioni di povertà in cui
stava), evitando almeno una sanguinosa conclusione della lunga e feroce
dominazione. In ogni caso l’ONU non ha avuto alcun merito, e gli Stati
Uniti hanno casomai la colpa di aver ritardato a lungo perfino questa
parziale soluzione. Tra l’altro sui giornali sudafricani uscì a suo tempo
l’ammissione che era stato Donald R.Rickard, un agente della CIA (che
figurava come diplomatico statunitense a Durban), a far catturare Mandela,
con cui doveva avere un incontro proprio la sera del suo arresto.
L’elenco dei paesi vittime di regimi imposti da colpi di stato militari
organizzati dalla CIA è lunghissimo: basti pensare all’Indonesia, un paese
di 200 milioni di abitanti: nel 1965 il presidente nazionalista e
antimperialista Sukarno fu deposto col pretesto di un inesistente “colpo
di stato comunista” (in realtà era stato solo il tentativo di alcuni
militari lealisti di fermare il golpe in preparazione). La
dittatura del generale Suharto si impose con un tremendo bagno di sangue
(oltre 500.000 tra comunisti e appartenenti alla minoranza cinese furono
assassinati), ed è durata fino al 1998. In quegli anni ha potuto
impunemente (e con il solito silenzio dell’ONU) massacrare centinaia di
migliaia di abitanti di Timor Est, occupata nel 1975 e che ha avuto
l’indipendenza solo dopo un premio Nobel per la pace ai leader
indipendentisti e un tardivo intervento delle Nazioni Unite al momento
dell’esplosione della crisi economica e politica del regime.
Impossibile tracciare in poche pagine una panoramica anche sommaria
degli interventi devastatori e liberticidi degli Stati Uniti. Rinviamo per
questo al libro di William Blum, Con la scusa della libertà. Si può
parlare di impero americano?, Marco Tropea ed., Milano, 2002. Un libro
sconvolgente scritto da un ex agente della CIA.
Per quanto riguarda in particolare l’America Latina, è molto utile il
saggio di Paco Peña contenuto nel Libro nero del capitalismo, a
cura di Gilles Perrault e Maurice Cury, Marco Tropea ed., Milano, 1999,
poi ripubblicato nel 2001 in edizione economica dalla Est di Milano. Il
saggio di Paco Peña (che è uno storico cileno) è molto rigoroso e
abbastanza ampio (da pp. 323 a 360).
La maggior parte degli interventi diretti o indiretti in tutto il mondo
(abbiamo tralasciato l’Europa, ma si potrebbe parlare almeno della
Grecia...) sono stati presentati sempre come ispirati dalla necessità di
difendere la libertà e la pace,. con un linguaggio che potremmo dire
orwelliano.
Da un bel libro di Tariq Ali (un intellettuale di origine pakistana,
impegnato da oltre trenta anni come militante rivoluzionario in Gran
Bretagna.), Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, Milano, 2002,
riprendiamo un passo di un sorprendente discorso del generale dei
marines Smedley Butler che nel 1933 lasciò il servizio attivo
dichiarando pubblicamente che “la guerra è solo un racket” e viene gestita
“a vantaggio di pochissimi e a spese delle masse”:
Dal sacco del racket non esce un solo
stratagemma che la gang militare non conosca. Ha i suoi “uomini-indice”
per individuare i nemici e i suoi “uomini-muscolo” per distruggerli, i
suoi “uomini-cervello” per allestire i preparativi di guerra e un “Grande
Capo” costituito dal Capitalismo Sovranazionale.
Butler si rendeva conto che poteva sembrare strano che un militare come
lui istituisse un simile parallelo. Ma spiegava perché era arrivato a
queste conclusioni:
Il bisogno di verità me lo impone. Ho
trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come
membro della forza militare più agile di questo Paese, il corpo dei
Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi di comando, da
sottotenente a generale maggiore. E durante tutto quel periodo ho passato
la maggior parte del tempo a fare “l’uomo-muscolo” d’alto rango per i
Grandi Affari, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un
estorsore, un gangster al servizio del capitalismo.
Butler ammette che già precedentemente aveva avuto qualche sospetto, ma
che, come tutti i militari di mestiere, non aveva mai pensato con la sua
testa: “le mie facoltà mentali sono rimaste come sospese per tutto il
periodo in cui ho obbedito agli ordini dei superiori: Questo succede a
tutti coloro che sono arruolati nell’esercito.”
Ho concorso a fare dell’Honduras “il
posto giusto” per le compagnie americane nel 1903, a rendere sicuro il
Messico, soprattutto Tampico, per gli interessi americani nel 1914, e a
trasformare Haiti e Cuba in un luogo decente dove i ragazzi della National
City Bank potessero riscuotere tasse. Ho collaborato a violentare una
mezza dozzina di repubbliche centroamericane a vantaggio di Wall Stret.
L’elenco delle operazioni del racket è lungo. C’ero quando purificammo il
Nicaragua per l’istituto bancario dei fratelli Brown, dal 1909 al 1912. Ho
illuminato la Repubblica dominicana su come favorire gli interessi
americani nel commercio dello zucchero nel 1916. In Cina ho fatto sì che
la Standard Oil potesse procedere indisturbata lungo il suo cammino.
Durante quegli anni tenevo in piedi, come direbbe chi trama dietro le
quinte, un racket di prim’ordine.
La conclusione è amarissima e ironica: “Guardando al passato, credo che
avrei potuto senz’altro dare alcuni buoni consigli ad Al Capone. Il
massimo che egli poté fare fu gestire il suo racket in tre quartieri. Io
l’ho gestito su tre continenti.”
Prima di
concludere questa breve rassegna, bisogna ricordare un’altra vicenda:
quella del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, città fino a
quel momento risparmiate dai bombardamenti a tappeto che avevano colpito
ad esempio Tokio, e quindi piene di rifugiati provenienti dalle zone già
distrutte. Va detto che solo pochi sciagurati esaltano quell’attacco
criminale, fingendo di ignorare che da tempo emissari giapponesi avevano
dichiarato di essere disposti alla resa, a una sola condizione: il
mantenimento in carica dell’imperatore. Era esattamente quello che, per
altre ragioni, gli Stati Uniti si preparavano a fare di loro iniziativa
dopo la “resa incondizionata”, con l’obiettivo di mantenere un regime
autoritario per bloccare una classe operaia esasperata dalla guerra, e che
si temeva potesse seguire l’esempio del proletariato russo (che era
insorto proprio al termine della guerra russo-giapponese, e soprattutto
nel 1917 contro il massacro della “Grande Guerra”).
Quindi a motivare quelle terribili esplosioni non era la necessità di
“salvare la vita a migliaia di soldati statunitensi” (il Giappone
nell’agosto 1945 era comunque prostrato e da tempo senza combustibile e
con le industrie militari rese inservibili), ma la necessità di dare un
avvertimento a tutto il mondo e in particolare all’URSS, sperimentando su
persone inermi quei terribili ordigni.
Inoltre sperimentare una bomba nel deserto, per i militari e gli
scienziati senza coscienza, non è altrettanto utile che provarla su una
città intatta e su una popolazione numerosa. Va detto comunque che
l’immensità della strage ha avuto varie conseguenze: da un lato la crisi
morale di alcuni dei responsabili (fisici nucleari ma anche uno dei
piloti), dall’altro un rigido segreto imposto sulla documentazione degli
effetti. Paradossalmente una delle ricadute di quel silenzio ha colpito
gli stessi militari statunitensi, che nei successivi esperimenti sono
stati esposti senza adeguata protezione, ma anche semplici cittadini (è
famoso il caso di John Wayne, che come tutta la troupe cinematografica che
girava un film nel deserto del Nevada a poca distanza dal luogo in cui era
stato sperimentato il primo ordigno nucleare, contrasse un cancro
mortale). Solo negli anni Settanta una causa legale intentata (e vinta) da
cittadini giapponesi contro il governo degli Stati Uniti per obbligarlo a
rendere pubblici i documentari girati dai soccorritori e dai medici che
curavano le vittime consentì finalmente di spezzare quella terribile
cortina di silenzio e menzogne.
Va detto che non solo gli Stati Uniti si sono macchiati di crimini di
questo genere durante la seconda guerra mondiale. Si pensi ad esempio al
feroce bombardamento britannico di Dresda, che è stato ricordato con
amarezza in Germania in questi giorni, nel contesto di una diffusa
ostilità popolare alla guerra contro l’Iraq. Anche a Dresda si privilegiò
il bombardamento di una città in cui non c’erano obiettivi militari
rilevanti, scegliendo di colpire la produzione bellica uccidendo pacifici
lavoratori e risparmiando le fabbriche, che era meglio mantenere intatte
per la fase della “ricostruzione”, anche perché c’erano rilevanti
investimenti britannici, statunitensi e francesi, congelati
momentaneamente da Hitler, ma che sarebbero stati ovviamente rivendicati
nella fase successiva.
C’erano stati d’altra parte precedenti significativi durante la prima
guerra mondiale: Jean Pierre Fléchard ha ricostruito, in un saggio
inserito nel già citato Libro nero del capitalismo, la storia del
“santuario del capitale internazionale” nel bacino di Briey-Thionville,
dove gli eserciti contrapposti evitarono di colpire gli impianti
siderurgici e le miniere di ferro e carbone, appartenenti a due rami
diversi della stessa famiglia di grandi produttori di munizioni (i de
Wendel francesi e i von Wendel tedeschi). Per tutelarne gli interessi lo
Stato maggiore francese evitò accuratamente di colpire gli impianti, la
cui distruzione avrebbe spezzato o comunque messo in grave difficoltà lo
sforzo bellico della Germania.
Molti degli apologeti degli Stati Uniti, per dimostrare che essi
sarebbero profondamente anticolonialisti, ricorrono spesso all’esempio
delle forti pressioni diplomatiche esercitate su Gran Bretagna e Francia
per farle recedere dal disastroso intervento a Suez.
Intanto nella ricostruzione della vicenda va ricordata anche la vigorosa
azione diplomatica e propagandistica dell’URSS, che minacciò persino
ritorsioni su Londra e Parigi. Anche se non dimentichiamo che il governo
sovietico aveva in quel momento la necessità di distogliere l’attenzione
dalla sua dura repressione della rivoluzione antiburocratica che era in
corso negli stessi giorni in Ungheria, rimane il fatto che la nuova
direzione guidata da Chrusciov aveva dedicato grande attenzione ai paesi
ex coloniali, tra i quali il prestigio dell’URSS era in aumento
soprattutto dopo la concessione dei crediti all’Egitto per la costruzione
della diga di Assuan. Lasciare sola l’Unione sovietica a opporsi a quella
guerra poteva essere pagato caro anche dagli Stati Uniti.
Inoltre non c’è dubbio che gli USA erano preoccupati sinceramente per il
comportamento insensato dei maldestri vetero-imperialisti, e si
preparavano a sostituirli nell’area. In effetti c’è voluto ben più di un
decennio per recuperare i danni provocati dall’intervento congiunto
anglo-franco-israeliano, anche se inizialmente aveva avuto un facile
successo sul piano puramente militare. Avrebbe fatto bene a ricordarsene
almeno Blair: i poveri contadini egiziani in divisa si arrendevano
penosamente di fronte alla clamorosa supremazia delle truppe israeliane,
ed erano colti di sorpresa dall’invasione di paracadutisti
franco-britannici, ma la risposta della popolazione permise a Nasser,
sconfitto sul campo, di apparire il vincitore morale, e l’onda lunga di
quell’avvenimento si sentì in tutto il mondo arabo, con le sollevazioni
del 1958 in Libano, Giordania e soprattutto in Iraq, dove venne spazzata
via in quell’anno la monarchia fantoccio istallata dai britannici.
Alcune necessarie considerazioni aggiuntive su quella guerra: la
motivazione della Gran Bretagna, dove da un anno Anthony Eden aveva preso
il posto di Churchill, era intessuta di arroganza imperialista e di
desiderio di vendetta verso un paese che era stato dominato direttamente o
indirettamente fino alla rivoluzione repubblicana del 1952, e che aveva
poi osato ribellarsi, ma anche di panico per l’ondata della
decolonizzazione che stava minacciando le colonie africane e le
semicolonie mediorientali. La Francia, sconfitta appena due anni prima a
Dien Bien Phu, e che stava fronteggiando una sempre più forte sollevazione
del Maghreb (appena pochi giorni prima dell’intervento in Egitto aveva
dirottato con un atto di pirateria aerea il velivolo che portava Ben Bella
e altri dirigenti algerini dal Marocco alla Tunisia via Spagna), si
illudeva di colpire in Nasser l’ispiratore di tutti i movimenti di
liberazione. A spiegazione del penoso stato della sinistra francese,
ricordiamo che nel 1956 in Francia al governo c’era il socialista Guy
Mollet, sorretto anche dal PCF, che nelle elezioni di quell’anno aveva
raggiunto il massimo della sua forza.
La scelta di colpire l’Egitto era effettivamente sbagliata e
controproducente, e non fermò ma al contrario accelerò l’ondata della
decolonizzazione, e screditò irreparabilmente lo Stato di Israele, verso
cui avevano fino a quel momento guardato con simpatia molti dirigenti
arabi modernizzatori, tra cui lo stesso Nasser.
Ma l’atteggiamento degli Stati Uniti (che presero in modo crescente il
posto delle vecchie potenze come protettori di regimi neocoloniali) se era
lungimirante, non era certo antimperialista: la riprova è che nella crisi
del 1958, mentre i paracadutisti britannici si lanciavano su Amman per
salvare il loro fidato re Hussein dalle masse giordane in rivolta, furono
i marines a intervenire per puntellare il presidente libanese
Camille Chamoun, contestato dalla grande maggioranza dalla popolazione che
voleva superare la costituzione imposta a suo tempo dalla Francia e che
garantiva automaticamente l’egemonia ai maroniti, nonostante questi
fossero ormai da decenni una ridotta minoranza.
Di questa guerra (o meglio di questa nuova fase di una lunga guerra
iniziata nel 1991 e spostatasi successivamente in Somalia, nei Balcani, in
Afghanistan e tornata ora nel Golfo) abbiamo già scritto altrove (rinvio
ovviamente in primo luogo al mio libro Tempeste sull’Iraq, Massari,
Bolsena, 2003, a cui non potrei aggiungere molto anche dopo l’inizio dei
bombardamenti e dell’invasione di terra). Al massimo in questa fase si
possono fare brevi e modeste osservazioni.
I primi giorni, infatti, oltre a fornire una raffica di esempi di
disinformazione guidata, hanno fatto emergere che nonostante la
sproporzione enorme dal punto di vista militare, e la non utilizzazione
delle famigerate armi di distruzione di massa (presumibilmente perché non
esistono più da quando gli occidentali hanno smesso di venderle a Saddam),
la resistenza irachena è stata superiore al previsto: evidentemente anche
molti di quelli che non amano Saddam Hussein non possono rimanere
indifferenti di fronte a un’invasione collegata a un progetto di
ricolonizzazione. Ovviamente opporsi con fucili o mitragliatrici a
un’ondata senza precedenti di carri armati, aerei e missili non è facile,
ma il numero dei prigionieri annunciati (non nelle balle propagandistiche,
ma in dichiarazioni ufficiali) è di appena 2.000 militari dopo tre giorni
di invasione. Comunque, se divenissero come diverranno sicuramente molti
di più, come nel 1991, ciò confermerebbe solo l’ampiezza della
sproporzione negli armamenti tra i due schieramenti, non certo la
giustezza della guerra. Anche nel 1956 e nel 1967 gli israeliani fecero un
gran numero di prigionieri: erano forse per questo meno ingiuste quelle
guerre?
Come nel 1991 le vittime tra gli aggressori si devono soprattutto a
incidenti o al cosiddetto“fuoco amico”. Anche questa è l’ennesima prova
che l’esercito iracheno non era un pericolo per la sicurezza del mondo.
Oggi, dopo tre giorni di combattimenti, non possiamo neppure azzardare una
previsione sulla durata della guerra. Possiamo però indignarci per
l’ipocrisia di tutti quanti “auspicano una guerra breve”. Se la guerra
sarà rapida, che cosa vorrà dire? Solo che l’Iraq era praticamente senza
difesa.
Duole
dirlo, ma l’UE (compresi Chirac e Schroeder, a cui qualcuno affidava il
compito di impedire la guerra) ha trovato una facile intesa con Blair
evitando di parlare della guerra, auspicando che questa sia breve e...
offrendosi per partecipare al banchetto della ricostruzione a spese del
popolo iracheno! Quanta ipocrisia, e quante illusioni seminate da una
finta sinistra senza più parametri morali e ideali! (23/3/2003) |