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Rassegna bibliografica sugli USA

Rassegna bibliografica sugli USA

Nell’ultimo anno, e soprattutto negli ultimi mesi, sono usciti molti libri che affrontano da vari punti di vista le ragioni dell’avversione crescente per gli Stati Uniti. Sorvoliamo, per decenza, su quelli che, come quello del radicale Massimo Teodori, ripropongono gli argomenti volgarmente apologetici dell’ideologia statunitense (riassumibile, in parole povere, nel “ci odiano perché siamo buoni e idealisti e difendiamo la libertà nel mondo”).

Un agile volumetto di Antonio Gambino che dava una prima risposta a questa impostazione (non molto rappresentata a livello di libri, ma ben presente nei media, a partire da quei quotidiani che offrivano ai lettori la bandiera a stelle e strisce da appendere in contrapposizione a quelle della pace), ha avuto, probabilmente anche per la tempestività con cui è uscito, un notevole successo editoriale.[1] Tuttavia, per il taglio giornalistico, e per l’attenzione dedicata solo all’ultima fase, con molte considerazioni in genere giuste, ma con un’insufficiente documentazione, soprattutto sul lungo periodo, non ha affrontato i principali problemi posti dall’ultima fase della politica USA. Ad esempio non prende in considerazione neppure la sfasatura tra la potenza militare e quella economica degli Stati Uniti, considerate equivalenti, e riconduce alla categoria del servilismo la politica di tutti gli altri principali Stati, ignorando o sottovalutando tensioni e conflitti di interessi.

Un libro di Alessandro Portelli, uscito nel 2002 ma ristampato ora con un aggiornamento sull’ultima guerra, affronta invece efficacemente il processo di formazione dell’ideologia attualmente dominante negli Stati Uniti.[2] Si tratta in realtà di una raccolta di articoli apparsi sul “manifesto” in periodo diverso (ma quasi tutti dopo l’11 settembre) che mettono a fuoco le radici lontane dell’intolleranza e della pretesa degli Stati Uniti di assumersi il compito di “difendere il bene contro il male”. Portelli, che è uno storico della letteratura americana, le riconduce ad alcuni modelli consolidati: romanzi e film sull’epopea del West, ma anche lo stereotipo della “geremiade” che interpreta con la perdita dell’originario fervore religioso un flagello minaccioso e imprevisto. Portelli risale per questo alla “testimonianze di prigionia” al tempo della cosiddetta “guerra di re Filippo” del 1675, quando i coloni della Nuova Inghilterra rischiarono di essere buttati a mare dal contrattacco delle tribù indiane coalizzate contro gli invasori sotto la guida del capo Metacomet (ribattezzato dagli inglesi appunto “re Filippo”), e alcuni di loro caddero nelle mani dei “selvaggi”. Una ricostruzione utile per spiegare la “lunga durata” del processo di formazione dell’ideologia attuale, risalente già a un secolo prima dell’indipendenza, e basata fin da allora sulla convinzione di essere minacciati da “forze del male” interpretate a volte come punizione divina per le proprie trasgressioni, mai come risposta a concreti torti subiti.

Il libro è di gradevolissima lettura, ed è efficace per contrastare le interpretazioni dell’attuale politica di Washington come una novità assoluta riconducibile solo all’ideologia di Runsfeld e Bush (col rischio di definire “nazifascista” l’attuale governo degli Stati Uniti, come fa Fidel Castro).

Sul tema della continuità della politica aggressiva ed espansionistica degli USA è ancor più stimolante un pur ponderoso saggio di uno storico statunitense, Francis Jennings, sulla “creazione dell’America”.[3] Pubblicato nel 2000 negli Stati Uniti al termine della lunga carriera dello studioso, morto in quello stesso anno, è stato giustamente riproposto ai lettori italiani quest’anno. Il testo risente un po’ della destinazione originaria: la demistificazione dei luoghi comuni della “Storia sacra” sulle origini divulgate nelle università del suo paese, fatta da Jennings senza “il minimo rispetto per la mitologia popolata da tromboni che declamano Verità Profonde nell’ambito di resoconti totalmente in contrasto con la realtà dei fatti”.

Il risultato è la demistificazione radicale del mito centrale degli apologeti: la “Rivoluzione” è prima di tutto una secessione di tredici colonie che non solo puntano a essere un clone dell’impero da cui si sono staccate, ma combattono ferocemente tra loro; i coloni ingannano ripetutamente i nativi con cui sono stati alleati contro la Gran Bretagna, e che li avevano soprattutto aiutati a sopravvivere nei primi difficili decenni; la schiavitù invece di essere eliminata viene rafforzata, negando la natura umana di neri e “indiani” e quindi tutti i loro diritti. Inoltre Jennings ricostruisce non solo le cruente guerre civili tra le colonie per l’egemonia, ma l’esistenza di un consistente strato di coloni che rimasero filobritannici.

Anche sul piano della libertà religiosa il nuovo assetto risulta ben diverso dalle sue mitizzazioni: i puritani perseguitano e discriminano (pretendendo professioni di fede obbligatorie) quaccheri ed altri dissidenti. Benjamin Franklin, “maestro delle pubbliche relazioni” divulgò in Francia (fornendone una copia anche a Voltaire) la costituzione della Pennsylvania che aveva contribuito a elaborare, omettendo però di informare su tutte le misure discriminatorie nei confronti delle minoranze.

Tutto questo è riferito agli anni immediatamente precedenti e di poco successivi alla proclamazione di indipendenza. Ma la passione etica di Jennings, nelle brevi conclusioni, lo porta ad accennare ad alcuni degli atti antidemocratici del XX secolo, all’esterno e nel paese stesso (come la legislazione contro gli stranieri), riconducendoli ai peccati originali di quella “creazione dell’America”.

* * *

Due altri libri affrontano invece più direttamente il tema della cosiddetta “ostilità del mondo” nei confronti degli Stati Uniti. Il primo, di due autori britannici, è il più esplicito.[4] Ziauddin Sardar e Merryl Wyn Davies partono naturalmente dalla reazione popolare al crollo delle Due Torri, basata sull’assioma che “loro” (cioè “il Male”) odiano “l’America”, perché è l’incarnazione del “Bene”. Ma spostano subito il problema su un dato del tutto ignorato dalla maggior parte dei cittadini statunitensi: quest’odio non nasce a distanza e per scarsa conoscenza, ma per la presenza in decine di paesi di basi permanenti o forze militari temporanee degli Stati Uniti, di consiglieri che assistono dittatori sanguinari, di agenti della CIA, ecc. I due autori riportano integralmente un elenco di 134 interventi, grandi e piccoli, nell’arco dei 111 anni tra il 1890 e il 2001, stilato dal pacifista statunitense Zoltan Grossman subito dopo l’11 settembre. Citando William Blum[5], i due autori riportano un’altra ragione di comprensibile ostilità contro gli USA: le 150 occasioni in cui tra il 1984 e il 1997 (in soli tre anni!) gli Stati Uniti hanno opposto ( soli o in piccola e cattiva compagnia) il loro veto a risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU che condannavano qualche crimine contro un popolo (in particolare contro quello palestinese, ovviamente).

Anche Sardar e Wyn Davies partono da lontano, riallacciandosi a quella “guerra del re Filippo” del 1675-1676 a cui abbiamo già accennato, ma anche al modo in cui “l’esercizio della democrazia può semplicemente cancellare con un voto il problema dell’appropriazione dei diritti di proprietà”. E citano come esempio un’assemblea della Nuova Inghilterra che nel 1640 approvò tre risoluzioni semplicissime: “1°: La Terra è del Signore e sua è la sua pienezza. Votato. 2°: Il Signore può concedere la Terra o sue singole parti al Suo popolo eletto. Votato. 3°: Noi siamo il Suo popolo eletto. Votato.”

Semplicissimo. Si direbbe che l’esempio sia stato studiato bene dai dirigenti sionisti, e comunque spiega la costante simpatia dei dirigenti statunitensi per lo Stato di Israele e l’indulgenza nei confronti delle sue pratiche di espulsione degli abitanti della Palestina.

Ma Sardar e Wyn Davies colgono anche altri aspetti importanti: la prima ragione, scrivono, per cui gli Stati Uniti sono odiati è che “hanno semplicemente reso troppo difficile l’esistenza altrui”. Gli USA hanno “strutturato l’economia globale in modo da arricchirsi perpetuamente e ridurre le società non occidentali a un’abietta povertà”. l’argomento è fondato, ma sottovaluta che questo è stato fatto non solo dagli Stati Uniti, bensì anche da altri paesi imperialisti. Tuttavia non c’è dubbio che nella fase attuale la responsabilità maggiore è statunitense, per una ragione che i due autori colgono bene: “Il dollaro USA è la principale valuta di riserva, il mezzo di cui chiunque ha bisogno per pagare le importazioni estere, e non c’è freno alla capacità USA di stampare moneta per finanziare i propri deficit commerciali con il resto del mondo. Poiché i prestiti internazionali si svolgono in dollari, i paesi debitori in crisi, oberati da deficit commerciali, debbono sempre assumere carichi debitorii in dollari più alti della loro capacità di rimborso. Se a questo aggiungiamo il controllo USA di istituzioni finanziarie internazionali quali l’FMI, la Banca Mondiale e il WTO, vedremo come l’economia mondiale opera per marginalizzare il mondo meno sviluppato.”

La conclusione che “l’America sta togliendo letteralmente il pane di bocca al mondo in via di sviluppo”, al di là dell’inopportunità di definire “in via di sviluppo” il mondo dei paesi sfruttati e in crescente sprofondamento nella miseria, è discutibile anche perché sottovaluta il grado di complicità degli altri paesi sviluppati (almeno gli altri sei del G7) nella gestione di quei criminali organismi finanziari internazionali. Ma il punto più debole è che rimane solo la denuncia etica, e non si coglie l’elemento di grave distorsione dell’economia mondiale rappresentato dall’indebitamento degli Stati Uniti con gli stessi paesi sviluppati, che è uno dei problemi su cui indagano invece altri autori.

In particolare Mark Hertsgaard, in un singolare libro-inchiesta basato su un viaggio di un anno intorno al mondo, e forse concepito prevalentemente per un uso all’interno degli Stati Uniti (paese di origine dell’autore),[6] fornisce dati interessanti sui livelli di ignoranza delle questioni internazionali del cittadino medio (ma anche della maggior parte degli uomini politici).[7] Pur cercando di mettersi più volte dal punto di vista dei suoi concittadini, Hertsgaard finisce per fornire un quadro spietato dell’inconsistenza dei pregiudizi più diffusi dimostrando che un paese tanto invidiato all’estero (e su questo fornisce testimonianze spesso divertenti sulle illusioni riposte nel “modello americano” al Cairo, a Palermo, a Pechino) è in realtà un paese in netto regresso, da tutti i punti di vista.

In primo luogo da quello economico e sociale, per le sperequazioni crescenti; per il rifiuto delle più elementari norme di convivenza (ad esempio col rifiuto unilaterale delle modestissime indicazioni del Protocollo di Kyoto), col risultato di cancellare una lunga tradizione di rispetto dell’ambiente iniziata nel 1872 con la creazione del primo parco naturale integrale e rilanciata efficacemente negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, quando furono imposte misure avanzatissime di protezione ambientale che ora sono state annullate, anche grazie alla interessata “mediazione” del WTO.

Aumenta costantemente la disuguaglianza interna, con la distruzione dello Stato sociale, mentre il rapporto tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi (come gli Stati Uniti, con tutto il loro bagaglio di povertà crescente all’interno) e il quinto che vive nei più poveri è passato dal 30 a 1 del 1960 a 60 a 1 del 1990, e poi ancora a 78 a 1 nel 1998. E “tra le 100 principali entità economiche al mondo, 52 sono corporation e solo 48 sono nazioni”.

Sarebbe già un bel pamphlet, anche se non ci fosse il capitolo sulla recente distruzione della democrazia, con la cancellazioni di cinque dei dieci emendamenti della Bill of Right attraverso l’USA Patriot Act approvato a tambur battente subito dopo l’11 settembre.[8]

Anche Hertsgaard accenna più volte al “peccato originale” di una fondazione basata sullo “sterminio dei nativi americani e il furto delle loro terre”, e aggiunge che tra i furti inconfessati e di cui è stato rimosso perfino il ricordo, c’ è perfino quello del modello assunto da Benjamin Franklin per gettare le basi, nel 1754, di una costituzione delle colonie che cominciavano la lotta contro la dominazione britannica: quello della Lega Irochese, un’antica alleanza, basata su principi democratici, tra sei nazioni irochesi.[9]

Un libro utile ed efficace, ma come quelli precedenti rivolto soprattutto ad analizzare la politica estera degli Stati Uniti (e le sue ripercussioni sull’opinione pubblica mondiale), più che le prospettive di questo grande paese in un contesto di forte e crescente isolamento politico.

A questo puntano invece gli ultimi due libri di questa rassegna. Un sociologo e demografo francese, Emmanuel Todd, affronta i problemi in un testo provocatorio fin dal titolo.[10] Riallacciandosi a tesi di Brzezinski, Paul Kennedy e Chalmers Johnson (ma egli discute con eccessivo rispetto anche quelle di Fukuyama e Huntington), Todd sostiene che il rischio maggiore per gli Stati Uniti è di “rimanere isolati nel loro nuovo mondo”, di fronte a “un’Eurasia riunificata dal crollo del comunismo”. Anche se le argomentazioni sono a volte bizzarre (Todd si vanta di aver previsto nel 1976 il crollo finale del sistema sovietico basandosi su statistiche demografiche, in particolare il calo della fecondità, e ora ripropone il metodo per altre previsioni), la tesi centrale è che all’inizio del XX secolo gli Stati Uniti “non avevano bisogno del mondo” mentre il mondo aveva bisogno di loro, come si vide al momento delle due guerre mondiali. Tuttavia, se nel 1945 il Pnl statunitense rappresentava più della metà di quello mondiale, e “l’effetto di dominazione fu automatico, immediato” anche per il compito assuntosi di arginare un inesistente espansionismo sovietico, nel corso degli anni “quello stesso predominio ha colpito, ma in profondità, anche la struttura interna della nazione dominante, indebolendone l’economia e deformandone la società”.[11]

Anche se all’inizio il processo è stato lento e graduale, e l’inversione del rapporto di dipendenza è cominciata “senza che gli attori della storia se ne siano resi conto”, negli ultimi due decenni “il deficit commerciale americano è comparso come un elemento strutturale dell’economia mondiale”. Tra il 1990 e il 2000 è passato da 100 a 450 miliardi di dollari, e “per riequilibrare i suoi conti esteri, l’America ha bisogno di un flusso di capitali stranieri di volume equivalente. In quest’inizio di terzo millennio, gli Stati Uniti non possono più vivere della loro produzione.”

La conclusione di Todd è che “nel momento stesso in cui il mondo, in corso di stabilizzazione educativa, demografica e democratica (sic!), è sul punto di scoprire che può fare a meno dell’America, l’America si accorge che non può più fare a meno del mondo”.[12]

Todd parla di una superpotenza che vive alla giornata, e che vede ridursi di anno in anno i vantaggi acquisiti in passato: ad esempio se la produzione USA alla vigilia del 1929 rappresentava il 44,5% di quella mondiale contro l’11,6% della Germania, il 9,3% della Gran Bretagna, il 2,4 del Giappone, oggi il prodotto indistriale statunitense è di poco inferiore a quelle dell’UE e appena superiore a quello del Giappone; e ciò vale anche per le produzioni  ad alto livello tecnologico, tanto è vero che nel 2003 l’europea Airbus produrrà la stessa quantità di aerei della Boeing.[13]

Todd vede come probabile e anzi già annunciata da vari sintomi l’ipotesi di un avvicinamento tra Europa e Giappone, che renderebbe più difficile la “riscossione del tributo” (come Todd chiama il ruolo schiacciante degli USA nell’esportazione di armi, mentre ritiene che la posizione dominante delle multinazionali americane del petrolio, se può spiegare la “fissazione ossessiva della politica estera americana su questo bene particolare” non può bastare “a finanziare le importazioni americane di beni di ogni genere”. Che tuttavia vengono pagati, facendo dire ad alcuni economisti che il “ruolo economico mondiale degli Stati Uniti non è più produrre beni, come le altre nazioni, ma moneta”.[14]

Il libro di Todd ha anche un intero capitolo sul ritorno della Russia sulla scena mondiale, che egli ritiene possibile e necessario.[15] Egli sostiene che le indecisioni degli Stati Uniti hanno impedito di raggiungere i due obiettivi essenziali indicati a suo tempo da Brzezinski: la disintegrazione della Russia, e il “mantenimento di un certo livello di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia”, che avrebbe dovuto “impedire il riavvicinamento tra l’Europa e la Russia”, di cui invece Todd ricostruisce le solide basi materiali (un intercambio di beni tra Russia e Europa per 75 miliardi di euro, mentre quello con gli USA è appena di 10 miliardi.

Emmanuel Todd ritiene che l’innegabile superiorità militare degli USA non annulla gli effetti negativi della loro strategia: “Non potendo padroneggiare le vere potenze del suo tempo – controllare il Giappone e l’Europa in campo industriale, distruggere la Russia in campo militare nucleare – l’America, per mettere in scena una parvenza di impero, ha dovuto scegliere un’azione militare e diplomatica che si esercita nel campo delle non-potenze: l’asse del male e il mondo arabo, due sfere la cui intersezione è l’Iraq. L’azione militare, per il suo livello d’intensità e di rischio, ormai si situa tra la guerra vera e il videogioco. Si mettono sotto embargo dei paesi incapaci di difendersi, e si bombardano eserciti insignificanti”.[16]

Per molti aspetti l’ultimo libro preso in esame in questa rassegna è il più importante.[17] John Mearsheimer è uno studioso della prestigiosa e “laica” Università di Chicago, discepolo della scuola realista di Hans Morgenthau e convinto che sia meglio “guardare il mondo così com’è, e non come ci piacerebbe che fosse. Nel suo volume, che nell’edizione originale aveva il titolo più inquietante di The Tragedy of Great Power, si tenta un compendio della storia mondiale dalle guerre napoleoniche a oggi, smantellando a una a una le certezze ottimistiche e tranquillizzanti.

Identificando le varie ragioni che hanno portato alle guerre, e soprattutto quelle che hanno determinato la vittoria di una coalizione sull’altra, spesso contro tutte le previsioni basate sulla popolazione, le risorse, gli armamenti (ad esempio analizzando in dettaglio i rapporti di forza tra la Francia napoleonica e la Russia nel 1812, quando il fattore morale pesò più di quello numerico e materiale), Mearsheimer traccia un grande affresco a volte prolisso, a volte perfino con affermazioni lapalissiane, ma sempre nel complesso avvincente e utile per spazzare via illusioni infondate..

Nella prefazione Sergio Romano, uno tra i più intelligenti e lucidi conservatori italiani (e per giunta con una notevole esperienza di storico,oltre che di diplomatico e di politico), valorizza questa impostazione, che riassume efficacemente così: “I grandi Stati - ricorda Mearsheimer - non sono né buoni né cattivi, non perseguono la virtù ma l’egemonia, non si conformano alle tavole della legge morale ma alle dure regole della sopravvivenza”.

Per orientarsi, bisogna dunque “ricordare che la società internazionale è anarchica” (e a questo proposito va ricordato che solo in due pagine delle 460 del libro si fa un accenno all’ONU, per sottolinearne l’impotenza); che le grandi potenze dispongono di una considerevole forza militare e sono quindi, nei loro reciproci rapporti, potenzialmente pericolose; che nessuno Stato può essere certo delle intenzioni degli altri; che la principale preoccupazione di ogni Stato è la sopravvivenza; che i comportamenti dei singoli Stati sono tuttavia razionali e quindi attenti a calcolare, per quanto possibile, le reazioni altrui.”[18]

Sergio Romano aggiunge che Mearsheimer sa bene “che la maggioranza dei suoi connazionali non condivide queste premesse, crede ottimisticamente nel progresso e si ostina a giudicare il mondo secondo criteri morali” ma sa anche che il moralismo dell’opinione pubblica non ha un’influenza determinante sulla politica estera degli Stati Uniti. Al massimo i governanti statunitensi “sono costretti ad avvolgere le loro decisioni nelle argomentazioni dell’ottimismo liberale e umanitario”, senza che questo impedisca loro di parlare “il linguaggio del potere” quando si riuniscono a porte chiuse.[19]

Sergio Romano osserva che se questo libro “fosse stato pubblicato dopo lo scoppio della crisi irachena, Mearsheimer avrebbe constatato che gli ultimi sviluppi della politica estera americana confermano la sua analisi. Quando si è accorto che il disarmo dell’Iraq non giustificava, per una parte della pubblica opinione, il ricorso alle armi, Bush ha sostenuto che la guerra avrebbe permesso la diffusione della democrazia nel mondo arabo”, cioè ha “appiccicato un obiettivo ideale su un obiettivo politico-militare.” In genere l’autore si spinge più lontano dei suoi maestri “nel descrivere e prescrivere comportamenti che un pacifista definirebbe probabilmente cinici e brutali”, e nella franchezza con cui afferma di non credere che gli Stati democratici possano trovare più facilmente soluzioni pacifiche alle loro divergenze.

L’ultimo capitolo su La politica di potenza nel XXI secolo abbozza alcune previsioni sul ruolo degli Stati Uniti nel prossimo futuro, in un mondo in cui tutte le fantasie sulla fine dei conflitti appaiono campate in aria. Mearsheimer non cita mai Tony Negri o Michael Hardt, ma ne fa a pezzi le teorie. Probabilmente non sa neppure chi siano, dato che frequenta altri ambienti, ma evidentemente polemizza con gli autori statunitensi “non realisti” che li hanno ispirati. “Il mondo reale rimane un mondo realista”, scrive polemizzando con le fumisterie di Clinton, e osservando che “gli Stati continuano ad aver paura l’uno dell’altro e a cercare di guadagnare potere a spese altrui, perché l’anarchia internazionale – principale determinante del comportamento delle grandi potenze – non è terminata con la fine della guerra fredda, e vi sono ben pochi segni che un tale cambiamento si verifichi in tempi brevi. Gli Stati restano i principali attori della politica mondiale e non c’è ancora nessun guardiano notturno che vigili su di essi.”.[20]

Anche se è innegabile che il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato uno spostamento radicale nella distribuzione globale del potere, tuttavia “non ha dato origine ad alcun attenuamento della struttura anarchica del sistema – semmai il contrario – e non c’è quindi motivo di aspettarsi che le grandi potenze assumano nel nuovo secolo comportamenti molto diversi da quelli adottati nei due secoli precedenti.” La miglior prova di ciò sta, secondo Mearsheimer, nel fatto “che gli Stati Uniti mantengono circa centomila soldati di stanza in ciascuno dei due continenti, l’europeo e l’asiatico”. Egli non è sicuro che ciò sia utile oggi, e che non esistano altri mezzi meno costosi per ottenere il risultato di mantenere l’egemonia nell’emisfero occidentale e impedire la nascita di un rivale in Europa o in Asia Orientale. Non c’è dubbio che egli teme soprattutto la Cina, che tuttavia non è ancora un pericolo militare, e che va fronteggiata per ora con altri mezzi: “gli Stati Uniti- dice senza reticenza – hanno un forte interesse a determinare una minore crescita dell’economia cinese nei prossimi anni”.

Abbiamo già ricordato Sergio Romano come attento prefatore del libro di Mearssheimer, ma va detto che in un breve e incisivo saggio egli ha gettato nel dibattito politico italiano le stesse tesi.[21]  In un brevissimo primo capitolo spazza via tutte le ricostruzioni apologetiche del ruolo morale degli Stati Uniti, spiegando che la dottrina Monroe copriva la volontà di concentrare le forze sul proprio continente escludendo i rivali europei. Fin dai primi anni, scrive “la giovane repubblica non fu mai né pacifista né indifferente all’importanza delle armi nelle vicende della politica internazionale”.[22]

Uscita dalla guerra di secessione avendone ricavato, “con qualche anno di anticipo rispetto ai grandi Stati europei, una straordinaria lezione sull’uso di grandi masse, attrezzate con armi nuove” la “giovane repubblica” era pronta ad altre imprese: “Frenate e assopite dalla guerra civile, le energie imperiali si risvegliarono verso la fine del secolo. La guerra di Cuba fu un’operazione maramaldesca, decisa con un futile pretesto (l’esplosione dell’incrociatore americano Maine nel porto dell’Avana non fu provocata dagli spagnoli)”. Viva la franchezza!

Il libro ripercorre le varie tappe del periodico disimpegno degli Stati Uniti in altri continenti, in genere dettato dalla speranza che i contendenti si logorassero a vicenda. L’entrata nella Prima Guerra Mondiale fu decisa quando emerse il pericolo per la libertà di navigazione e di commercio rappresentato dalla guerra sottomarina della Germania, e sorse il timore di una sconfitta della Gran Bretagna, con cui da quasi un secolo si era stabilita una ragionevole divisione di compiti, mentre nella Seconda, fu decisiva la percezione della minaccia giapponese ai possedimenti diretti nel Pacifico e agli interessi statunitensi in Cina (mentre Truman, che era presidente del congresso, auspicava ancora il disimpegno, per lasciare che Germania e Unione Sovietica si dissanguassero reciprocamente). Roosevelt, come è stato ricordato subito dopo l’11 settembre, era stato preavvertito dell’attacco a Pearl Harbor, ma evitò di prendere misure per usare quei morti per vincere le resistenze isolazioniste o apertamente filonaziste in molti ambienti politici e militari.

Sergio Romano paragona poi la politica di Kissinger a quella bismarckiana dell’equilibrio tra le potenze, basata sul rientro in gioco della Cina in funzione antisovietica, e accenna a nuove tentazioni imperiali emerse con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, ma si concentra soprattutto sul periodo successivo al 1989: “Capimmo subito che gli Stati Uniti erano ormai, dopo il collasso dell’impero sovietico e la disintegrazione dell’URSS, la sola grande potenza mondiale. Ma non capimmo quale uso avrebbero fatto dello straordinario potere che la fine della guerra fredda aveva depositato nelle loro mani”.[23]

In tutti i capitoli successivi Romano ripercorre le scelte statunitensi dell’ultimo decennio con inquietudine, giungendo però alla conclusione che ciò è stato facilitato dal fatto che l’Europa è “irrilevante”, perché divisa, non adeguatamente attrezzata sul piano militare, ecc. La tesi è discutibile, perché sorvola sulle affinità politiche e morali degli imperialismi europei con gli Stati Uniti, ma non è questo l’essenziale. Sergio Romano è fortemente preoccupato per il futuro perché, se è vero - come dicono i “partigiani dell’egemonia americana” - che gli Stati Uniti “sono una grande democrazia”, perché ha una stampa vivace e un forte associazionismo, egli sa bene che “le democrazie non sono necessariamente sagge e la maggioranza, in molte circostanze, può avere clamorosamente torto. Fu la maggioranza che linciava i neri nel Sud e voleva la segregazione razziale, (...) che sostenne il senatore McCarthy, (...) che sollecita il Congresso di approvare le leggi extraterritoriali con cui l’America pretende di estendere la sua giurisdizione a qualsiasi Paese straniero, (...) che autorizza il presidente e il Congresso a respingere i maggiori accordi internazionali stipulati negli ultimi anni: dal trattato contro le mine antiuomo ai protocolli di Tokio”, ecc.[24]

“Gli errori delle democrazie non mi sorprendono e non mi scandalizzano” scrive Romano. “Sarei sorpreso, al contrario, se il numero fosse garanzia di verità”. Il pericolo, se mai, è nella convinzione che “la democrazia sia sempre virtuosa e giusta”. D’altra parte “quando fa politica estera, l’America è la prima a non farsi illusioni. Anche se affermano il contrario, i suoi uomini di Stato sanno che la democrazia non è una Gerusalemme terrestre”. E a questo punto Sergio Romano elenca tutte le dittature appoggiate dagli Stati Uniti, osservando che “pericoloso e fuorviante è invece (...) il sovrappiù di miele retorico con cui viene continuamente condita e spacciata la ricetta democratica”.

“Una certa dose di retorica è fisiologica e accettabile. I veri guai cominciano quando l’America, trascinata dalle proprie inclinazioni morali o dalla necessità di meglio giustificare i propri obiettivi, pretende di agire in nome di un principio ideale.” E fa l’esempio della scelta di Bush di “mascherare le intenzioni originali della sua politica irachena dietro un ambizioso disegno politico-morale: la creazione di un Iraq democratico come passo iniziale per la trasformazione democratica dell’intera regione”.

Nel migliore dei casi, se tradirà la promessa, susciterà delusioni e critiche, ma “nel peggiore, se cercherà di mantenerla, creerà regimi artificiali che avranno una vita breve, un trapasso traumatico e incalcolabili effetti sulla stabilità del Medio Oriente. Ecco perché il mondo ha bisogno dell’Europa.”[25]

Probabilmente la fiducia di Sergio Romano nell’Europa non è ben riposta, ma la sfiducia nella capacità degli Stati Uniti di gestire il dopoguerra in Iraq mi sembra fondatissima. Vedremo.

Nessuno di questi saggi, ovviamente, ci dice davvero “dove sta andando l’impero americano” (per parafrasare il titolo dell’articolo di Hobsbawm), ma un po’ tutti, da varie angolazioni e con metodologie a volte molto diverse, ci dicono che questa fase della politica statunitense, pur riallacciandosi a precedenti ben radicati nella storia del paese, si scontra oggi con problemi nuovi e pericolosi di “sovraesposizione”, e soprattutto con difficoltà – sul terreno dell’economia - probabilmente sottovalutate dall’attuale gruppo dirigente. Ci dicono insomma che dobbiamo seguire con grande attenzione le vicende degli Stati Uniti, senza ignorare la complessità di un paese che ha saputo o dovuto mutare la sua politica più volte nell’ultimo secolo, e che contrariamente a quel che può pensare Donald Runsfeld, è potente ma non onnipotente. (giugno 2003)

Note


[1] Antonio Gambino, Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani, Colloquio con Marco Galeazzi, Editori Riuniti, Roma, 2003.

[2] Alessandro Portelli, America, dopo. Immaginario e immaginazione dall’11 settembre alla guerra irachena, Donzelli, Roma, 2003 (seconda edizione ampliata).

[3] Francis Jennings, La creazione dell’America, Einaudi, Torino, 2003.

[4] Ziauddin Sardar, Merryl Wyn Davies, Perché il mondo detesta l’America?, Feltrinelli, Milano, 2003. 

[5] William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea, Milano, 2002. questo libro, che abbiamo già segnalato precedentemente, è interessante, anche se l’autore, ex agente della CIA, tende ad attribuire all’organizzazione di cui faceva parte oltre ai tanti crimini certi, anche molte vicende dovute probabilmente ad altre cause, in particolare allo sfacelo per cause endogene dei paesi del “socialismo reale”.

[6] Mark Hertsgaard, L’ombra dell’aquila. Perché gli Stati Uniti sono così amati e così odiati, Garzanti, Milano, 2003.

[7] Tra l’altro lo stesso presidente Reagan, che come l’85% .degli statunitensi non era mai stato all’estero, al ritorno dal primo viaggio ufficiale in Sudamerica disse ai giornalisti: “voi non ci crederete, ma laggiù sono tutti singoli Stati”. Ivi, p. 13.

[8] Ivi, p. 53.

[9] “I nostri libri di storia – scrive Hertsgaard – citano i debiti filosofici dei nostri padri fondatori nei confronti degli antichi greci e di pensatori europei come Locke e Rousseau, ma l’influenza degli irochesi passa inosservata, sebbene essa sia chiaramente riconoscibile negli articoli della Confederazione e della Costituzione, soprattutto per quanto concerne il diritto delle nazioni e la separazione dei poteri”. (Ivi, pp. 59-60). Ma quanti cittadini degli Stati Uniti sono in grado oggi di riconoscere questa influenza?

[10] Emmanuel Todd, Dopo l’impero. La dissoluzione dell’impero americano, Marco Tropea, Milano, 2003.

[11] Ivi, p. 21.

[12] Ibidem.

[13] Secondo Robert J Samuelson, Tutti i guai della Boeing,  “Newsweek” (tradotto da “Internazionale”, n° 495, 4 luglio 2003, la Boeing è già stata scavalcata dalla Airbus all’inizio del 2003. La stessa tesi sostiene Umberto Venturini, sul supplemento economico del “Corriere della sera” ddel 30 giugno 2003, che sottolinea che per “ritentare il decollo” la Boeing deve aggrapparsi non solo alle commesse militari statunitensi (o imposte ai nuovi alleati come Polonia e Cecoslovacchia), ma deve ricorrere a generose contribuzioni statali per mantenere le posizioni nel settore civile.

[14] Ivi, p. 85.

[15] Ivi, pp. 134-154.

[16] Ivi p. 176. Considerazioni analoghe sono state esposte anche in un ampio articolo di Eric Hobsbawm, Dove sta andando l’impero americano?, in “Le Monde Diplomatique”, giugno 2003.

[17] John Mearsheimer, La logica di potenza. L’America, le guerre, il controllo del mondo, prefazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, Milano, 2003.

[18] Ivi, Prefazione di Sergio Romano, p. VIII.

[19] Di Sergio Romano va segnalato sugli stessi temi anche il libro Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, Milano, 2003.

[20] Ivi, p. 328.

[21] Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, Milano, 2003.

[22] Ivi,  pp-13-14.

[23] Ivi, p. 25.

[24] Ivi, pp. 123-124.

[25] Ivi, p. 126.

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