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Rassegna bibliografica sugli USA
Nell’ultimo anno, e soprattutto negli ultimi mesi, sono usciti molti
libri che affrontano da vari punti di vista le ragioni dell’avversione
crescente per gli Stati Uniti. Sorvoliamo, per decenza, su quelli che,
come quello del radicale Massimo Teodori, ripropongono gli argomenti
volgarmente apologetici dell’ideologia statunitense (riassumibile, in
parole povere, nel “ci odiano perché siamo buoni e idealisti e difendiamo
la libertà nel mondo”).
Un agile volumetto di Antonio Gambino che dava una
prima risposta a questa impostazione (non molto rappresentata a livello di
libri, ma ben presente nei media, a partire da quei quotidiani che
offrivano ai lettori la bandiera a stelle e strisce da appendere in
contrapposizione a quelle della pace), ha avuto, probabilmente anche per
la tempestività con cui è uscito, un notevole successo editoriale.
Tuttavia, per il taglio giornalistico, e per l’attenzione dedicata solo
all’ultima fase, con molte considerazioni in genere giuste, ma con
un’insufficiente documentazione, soprattutto sul lungo periodo, non ha
affrontato i principali problemi posti dall’ultima fase della politica
USA. Ad esempio non prende in considerazione neppure la sfasatura tra la
potenza militare e quella economica degli Stati Uniti, considerate
equivalenti, e riconduce alla categoria del servilismo la politica di
tutti gli altri principali Stati, ignorando o sottovalutando tensioni e
conflitti di interessi.
Un libro di Alessandro Portelli, uscito nel 2002 ma
ristampato ora con un aggiornamento sull’ultima guerra, affronta invece
efficacemente il processo di formazione dell’ideologia attualmente
dominante negli Stati Uniti.
Si tratta in realtà di una raccolta di articoli apparsi sul “manifesto” in
periodo diverso (ma quasi tutti dopo l’11 settembre) che mettono a fuoco
le radici lontane dell’intolleranza e della pretesa degli Stati Uniti di
assumersi il compito di “difendere il bene contro il male”. Portelli, che
è uno storico della letteratura americana, le riconduce ad alcuni modelli
consolidati: romanzi e film sull’epopea del West, ma anche lo stereotipo
della “geremiade” che interpreta con la perdita dell’originario fervore
religioso un flagello minaccioso e imprevisto. Portelli risale per questo
alla “testimonianze di prigionia” al tempo della cosiddetta “guerra di re
Filippo” del 1675, quando i coloni della Nuova Inghilterra rischiarono di
essere buttati a mare dal contrattacco delle tribù indiane coalizzate
contro gli invasori sotto la guida del capo Metacomet (ribattezzato dagli
inglesi appunto “re Filippo”), e alcuni di loro caddero nelle mani dei
“selvaggi”. Una ricostruzione utile per spiegare la “lunga durata” del
processo di formazione dell’ideologia attuale, risalente già a un secolo
prima dell’indipendenza, e basata fin da allora sulla convinzione di
essere minacciati da “forze del male” interpretate a volte come punizione
divina per le proprie trasgressioni, mai come risposta a concreti torti
subiti.
Il libro è di gradevolissima lettura, ed è efficace per contrastare le
interpretazioni dell’attuale politica di Washington come una novità
assoluta riconducibile solo all’ideologia di Runsfeld e Bush (col rischio
di definire “nazifascista” l’attuale governo degli Stati Uniti, come fa
Fidel Castro).
Sul tema della continuità della politica aggressiva
ed espansionistica degli USA è ancor più stimolante un pur ponderoso
saggio di uno storico statunitense, Francis Jennings, sulla “creazione
dell’America”.
Pubblicato nel 2000 negli Stati Uniti al termine della lunga carriera
dello studioso, morto in quello stesso anno, è stato giustamente
riproposto ai lettori italiani quest’anno. Il testo risente un po’ della
destinazione originaria: la demistificazione dei luoghi comuni della
“Storia sacra” sulle origini divulgate nelle università del suo paese,
fatta da Jennings senza “il minimo rispetto per la mitologia popolata da
tromboni che declamano Verità Profonde nell’ambito di resoconti totalmente
in contrasto con la realtà dei fatti”.
Il risultato è la demistificazione radicale del mito centrale degli
apologeti: la “Rivoluzione” è prima di tutto una secessione di tredici
colonie che non solo puntano a essere un clone dell’impero da cui si sono
staccate, ma combattono ferocemente tra loro; i coloni ingannano
ripetutamente i nativi con cui sono stati alleati contro la Gran Bretagna,
e che li avevano soprattutto aiutati a sopravvivere nei primi difficili
decenni; la schiavitù invece di essere eliminata viene rafforzata, negando
la natura umana di neri e “indiani” e quindi tutti i loro diritti. Inoltre
Jennings ricostruisce non solo le cruente guerre civili tra le colonie per
l’egemonia, ma l’esistenza di un consistente strato di coloni che rimasero
filobritannici.
Anche sul piano della libertà religiosa il nuovo assetto risulta ben
diverso dalle sue mitizzazioni: i puritani perseguitano e discriminano
(pretendendo professioni di fede obbligatorie) quaccheri ed altri
dissidenti. Benjamin Franklin, “maestro delle pubbliche relazioni” divulgò
in Francia (fornendone una copia anche a Voltaire) la costituzione della
Pennsylvania che aveva contribuito a elaborare, omettendo però di
informare su tutte le misure discriminatorie nei confronti delle
minoranze.
Tutto questo è riferito agli anni immediatamente precedenti e di poco
successivi alla proclamazione di indipendenza. Ma la passione etica di
Jennings, nelle brevi conclusioni, lo porta ad accennare ad alcuni degli
atti antidemocratici del XX secolo, all’esterno e nel paese stesso (come
la legislazione contro gli stranieri), riconducendoli ai peccati originali
di quella “creazione dell’America”.
* * *
Due altri libri affrontano invece più direttamente
il tema della cosiddetta “ostilità del mondo” nei confronti degli Stati
Uniti. Il primo, di due autori britannici, è il più esplicito.
Ziauddin Sardar e Merryl Wyn Davies partono naturalmente dalla reazione
popolare al crollo delle Due Torri, basata sull’assioma che “loro” (cioè
“il Male”) odiano “l’America”, perché è l’incarnazione del “Bene”. Ma
spostano subito il problema su un dato del tutto ignorato dalla maggior
parte dei cittadini statunitensi: quest’odio non nasce a distanza e per
scarsa conoscenza, ma per la presenza in decine di paesi di basi
permanenti o forze militari temporanee degli Stati Uniti, di consiglieri
che assistono dittatori sanguinari, di agenti della CIA, ecc. I due autori
riportano integralmente un elenco di 134 interventi, grandi e piccoli,
nell’arco dei 111 anni tra il 1890 e il 2001, stilato dal pacifista
statunitense Zoltan Grossman subito dopo l’11 settembre. Citando William
Blum,
i due autori riportano un’altra ragione di comprensibile ostilità contro
gli USA: le 150 occasioni in cui tra il 1984 e il 1997 (in soli tre anni!)
gli Stati Uniti hanno opposto ( soli o in piccola e cattiva compagnia) il
loro veto a risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU che condannavano
qualche crimine contro un popolo (in particolare contro quello
palestinese, ovviamente).
Anche Sardar e Wyn Davies partono da lontano, riallacciandosi a quella
“guerra del re Filippo” del 1675-1676 a cui abbiamo già accennato, ma
anche al modo in cui “l’esercizio della democrazia può semplicemente
cancellare con un voto il problema dell’appropriazione dei diritti di
proprietà”. E citano come esempio un’assemblea della Nuova Inghilterra che
nel 1640 approvò tre risoluzioni semplicissime: “1°: La Terra è del
Signore e sua è la sua pienezza. Votato. 2°: Il Signore può concedere la
Terra o sue singole parti al Suo popolo eletto. Votato. 3°: Noi siamo il
Suo popolo eletto. Votato.”
Semplicissimo. Si direbbe che l’esempio sia stato studiato bene dai
dirigenti sionisti, e comunque spiega la costante simpatia dei dirigenti
statunitensi per lo Stato di Israele e l’indulgenza nei confronti delle
sue pratiche di espulsione degli abitanti della Palestina.
Ma Sardar e Wyn Davies colgono anche altri aspetti importanti: la prima
ragione, scrivono, per cui gli Stati Uniti sono odiati è che “hanno
semplicemente reso troppo difficile l’esistenza altrui”. Gli USA hanno
“strutturato l’economia globale in modo da arricchirsi perpetuamente e
ridurre le società non occidentali a un’abietta povertà”. l’argomento è
fondato, ma sottovaluta che questo è stato fatto non solo dagli Stati
Uniti, bensì anche da altri paesi imperialisti. Tuttavia non c’è dubbio
che nella fase attuale la responsabilità maggiore è statunitense, per una
ragione che i due autori colgono bene: “Il dollaro USA è la principale
valuta di riserva, il mezzo di cui chiunque ha bisogno per pagare le
importazioni estere, e non c’è freno alla capacità USA di stampare moneta
per finanziare i propri deficit commerciali con il resto del mondo. Poiché
i prestiti internazionali si svolgono in dollari, i paesi debitori in
crisi, oberati da deficit commerciali, debbono sempre assumere carichi
debitorii in dollari più alti della loro capacità di rimborso. Se a questo
aggiungiamo il controllo USA di istituzioni finanziarie internazionali
quali l’FMI, la Banca Mondiale e il WTO, vedremo come l’economia mondiale
opera per marginalizzare il mondo meno sviluppato.”
La conclusione che “l’America sta togliendo letteralmente il pane di
bocca al mondo in via di sviluppo”, al di là dell’inopportunità di
definire “in via di sviluppo” il mondo dei paesi sfruttati e in crescente
sprofondamento nella miseria, è discutibile anche perché sottovaluta il
grado di complicità degli altri paesi sviluppati (almeno gli altri sei del
G7) nella gestione di quei criminali organismi finanziari internazionali.
Ma il punto più debole è che rimane solo la denuncia etica, e non si
coglie l’elemento di grave distorsione dell’economia mondiale
rappresentato dall’indebitamento degli Stati Uniti con gli stessi paesi
sviluppati, che è uno dei problemi su cui indagano invece altri autori.
In particolare Mark Hertsgaard, in un singolare
libro-inchiesta basato su un viaggio di un anno intorno al mondo, e forse
concepito prevalentemente per un uso all’interno degli Stati Uniti (paese
di origine dell’autore),
fornisce dati interessanti sui livelli di ignoranza delle questioni
internazionali del cittadino medio (ma anche della maggior parte degli
uomini politici).
Pur cercando di mettersi più volte dal punto di vista dei suoi
concittadini, Hertsgaard finisce per fornire un quadro spietato
dell’inconsistenza dei pregiudizi più diffusi dimostrando che un paese
tanto invidiato all’estero (e su questo fornisce testimonianze spesso
divertenti sulle illusioni riposte nel “modello americano” al Cairo, a
Palermo, a Pechino) è in realtà un paese in netto regresso, da tutti i
punti di vista.
In primo luogo da quello economico e sociale, per le sperequazioni
crescenti; per il rifiuto delle più elementari norme di convivenza (ad
esempio col rifiuto unilaterale delle modestissime indicazioni del
Protocollo di Kyoto), col risultato di cancellare una lunga tradizione di
rispetto dell’ambiente iniziata nel 1872 con la creazione del primo parco
naturale integrale e rilanciata efficacemente negli anni ’60 e ’70 del XX
secolo, quando furono imposte misure avanzatissime di protezione
ambientale che ora sono state annullate, anche grazie alla interessata
“mediazione” del WTO.
Aumenta costantemente la disuguaglianza interna, con la distruzione
dello Stato sociale, mentre il rapporto tra il quinto della popolazione
mondiale che vive nei paesi più ricchi (come gli Stati Uniti, con tutto il
loro bagaglio di povertà crescente all’interno) e il quinto che vive nei
più poveri è passato dal 30 a 1 del 1960 a 60 a 1 del 1990, e poi ancora a
78 a 1 nel 1998. E “tra le 100 principali entità economiche al mondo, 52
sono corporation e solo 48 sono nazioni”.
Sarebbe già un bel pamphlet, anche se non ci fosse
il capitolo sulla recente distruzione della democrazia, con la
cancellazioni di cinque dei dieci emendamenti della Bill of Right
attraverso l’USA Patriot Act approvato a tambur battente subito dopo l’11
settembre.
Anche Hertsgaard accenna più volte al “peccato
originale” di una fondazione basata sullo “sterminio dei nativi americani
e il furto delle loro terre”, e aggiunge che tra i furti inconfessati e di
cui è stato rimosso perfino il ricordo, c’ è perfino quello del modello
assunto da Benjamin Franklin per gettare le basi, nel 1754, di una
costituzione delle colonie che cominciavano la lotta contro la dominazione
britannica: quello della Lega Irochese, un’antica alleanza, basata su
principi democratici, tra sei nazioni irochesi.
Un libro utile ed efficace, ma come quelli precedenti rivolto
soprattutto ad analizzare la politica estera degli Stati Uniti (e le sue
ripercussioni sull’opinione pubblica mondiale), più che le prospettive di
questo grande paese in un contesto di forte e crescente isolamento
politico.
A questo puntano invece gli ultimi due libri di
questa rassegna. Un sociologo e demografo francese, Emmanuel Todd,
affronta i problemi in un testo provocatorio fin dal titolo.
Riallacciandosi a tesi di Brzezinski, Paul Kennedy e Chalmers Johnson (ma
egli discute con eccessivo rispetto anche quelle di Fukuyama e
Huntington), Todd sostiene che il rischio maggiore per gli Stati Uniti è
di “rimanere isolati nel loro nuovo mondo”, di fronte a “un’Eurasia
riunificata dal crollo del comunismo”. Anche se le argomentazioni sono a
volte bizzarre (Todd si vanta di aver previsto nel 1976 il crollo finale
del sistema sovietico basandosi su statistiche demografiche, in
particolare il calo della fecondità, e ora ripropone il metodo per altre
previsioni), la tesi centrale è che all’inizio del XX secolo gli Stati
Uniti “non avevano bisogno del mondo” mentre il mondo aveva bisogno di
loro, come si vide al momento delle due guerre mondiali. Tuttavia, se nel
1945 il Pnl statunitense rappresentava più della metà di quello mondiale,
e “l’effetto di dominazione fu automatico, immediato” anche per il compito
assuntosi di arginare un inesistente espansionismo sovietico, nel corso
degli anni “quello stesso predominio ha colpito, ma in profondità, anche
la struttura interna della nazione dominante, indebolendone l’economia e
deformandone la società”.
Anche se all’inizio il processo è stato lento e graduale, e l’inversione
del rapporto di dipendenza è cominciata “senza che gli attori della storia
se ne siano resi conto”, negli ultimi due decenni “il deficit commerciale
americano è comparso come un elemento strutturale dell’economia mondiale”.
Tra il 1990 e il 2000 è passato da 100 a 450 miliardi di dollari, e “per
riequilibrare i suoi conti esteri, l’America ha bisogno di un flusso di
capitali stranieri di volume equivalente. In quest’inizio di terzo
millennio, gli Stati Uniti non possono più vivere della loro produzione.”
La conclusione di Todd è che “nel momento stesso in
cui il mondo, in corso di stabilizzazione educativa, demografica e
democratica (sic!), è sul punto di scoprire che può fare a meno
dell’America, l’America si accorge che non può più fare a meno del mondo”.
Todd parla di una superpotenza che vive alla
giornata, e che vede ridursi di anno in anno i vantaggi acquisiti in
passato: ad esempio se la produzione USA alla vigilia del 1929
rappresentava il 44,5% di quella mondiale contro l’11,6% della Germania,
il 9,3% della Gran Bretagna, il 2,4 del Giappone, oggi il prodotto
indistriale statunitense è di poco inferiore a quelle dell’UE e appena
superiore a quello del Giappone; e ciò vale anche per le produzioni ad
alto livello tecnologico, tanto è vero che nel 2003 l’europea Airbus
produrrà la stessa quantità di aerei della Boeing.
Todd vede come probabile e anzi già annunciata da
vari sintomi l’ipotesi di un avvicinamento tra Europa e Giappone, che
renderebbe più difficile la “riscossione del tributo” (come Todd chiama il
ruolo schiacciante degli USA nell’esportazione di armi, mentre ritiene che
la posizione dominante delle multinazionali americane del petrolio, se può
spiegare la “fissazione ossessiva della politica estera americana su
questo bene particolare” non può bastare “a finanziare le importazioni
americane di beni di ogni genere”. Che tuttavia vengono pagati, facendo
dire ad alcuni economisti che il “ruolo economico mondiale degli Stati
Uniti non è più produrre beni, come le altre nazioni, ma moneta”.
Il libro di Todd ha anche un intero capitolo sul
ritorno della Russia sulla scena mondiale, che egli ritiene possibile e
necessario.
Egli sostiene che le indecisioni degli Stati Uniti hanno impedito di
raggiungere i due obiettivi essenziali indicati a suo tempo da Brzezinski:
la disintegrazione della Russia, e il “mantenimento di un certo livello di
tensione tra gli Stati Uniti e la Russia”, che avrebbe dovuto “impedire il
riavvicinamento tra l’Europa e la Russia”, di cui invece Todd ricostruisce
le solide basi materiali (un intercambio di beni tra Russia e Europa per
75 miliardi di euro, mentre quello con gli USA è appena di 10 miliardi.
Emmanuel Todd ritiene che l’innegabile superiorità
militare degli USA non annulla gli effetti negativi della loro strategia:
“Non potendo padroneggiare le vere potenze del suo tempo – controllare il
Giappone e l’Europa in campo industriale, distruggere la Russia in campo
militare nucleare – l’America, per mettere in scena una parvenza di
impero, ha dovuto scegliere un’azione militare e diplomatica che si
esercita nel campo delle non-potenze: l’asse del male e il mondo arabo,
due sfere la cui intersezione è l’Iraq. L’azione militare, per il suo
livello d’intensità e di rischio, ormai si situa tra la guerra vera e il
videogioco. Si mettono sotto embargo dei paesi incapaci di difendersi, e
si bombardano eserciti insignificanti”.
Per molti aspetti l’ultimo libro preso in esame in
questa rassegna è il più importante.
John Mearsheimer è uno studioso della prestigiosa e “laica” Università di
Chicago, discepolo della scuola realista di Hans Morgenthau e convinto che
sia meglio “guardare il mondo così com’è, e non come ci piacerebbe che
fosse. Nel suo volume, che nell’edizione originale aveva il titolo più
inquietante di The Tragedy of Great Power, si tenta un compendio
della storia mondiale dalle guerre napoleoniche a oggi, smantellando a una
a una le certezze ottimistiche e tranquillizzanti.
Identificando le varie ragioni che hanno portato alle guerre, e
soprattutto quelle che hanno determinato la vittoria di una coalizione
sull’altra, spesso contro tutte le previsioni basate sulla popolazione, le
risorse, gli armamenti (ad esempio analizzando in dettaglio i rapporti di
forza tra la Francia napoleonica e la Russia nel 1812, quando il fattore
morale pesò più di quello numerico e materiale), Mearsheimer traccia un
grande affresco a volte prolisso, a volte perfino con affermazioni
lapalissiane, ma sempre nel complesso avvincente e utile per spazzare via
illusioni infondate..
Nella prefazione Sergio Romano, uno tra i più intelligenti e lucidi
conservatori italiani (e per giunta con una notevole esperienza di
storico,oltre che di diplomatico e di politico), valorizza questa
impostazione, che riassume efficacemente così: “I grandi Stati - ricorda
Mearsheimer - non sono né buoni né cattivi, non perseguono la virtù ma
l’egemonia, non si conformano alle tavole della legge morale ma alle dure
regole della sopravvivenza”.
Per orientarsi, bisogna dunque “ricordare che la
società internazionale è anarchica” (e a questo proposito va ricordato che
solo in due pagine delle 460 del libro si fa un accenno all’ONU, per
sottolinearne l’impotenza); che le grandi potenze dispongono di una
considerevole forza militare e sono quindi, nei loro reciproci rapporti,
potenzialmente pericolose; che nessuno Stato può essere certo delle
intenzioni degli altri; che la principale preoccupazione di ogni Stato è
la sopravvivenza; che i comportamenti dei singoli Stati sono tuttavia
razionali e quindi attenti a calcolare, per quanto possibile, le reazioni
altrui.”
Sergio Romano aggiunge che Mearsheimer sa bene “che
la maggioranza dei suoi connazionali non condivide queste premesse, crede
ottimisticamente nel progresso e si ostina a giudicare il mondo secondo
criteri morali” ma sa anche che il moralismo dell’opinione pubblica non ha
un’influenza determinante sulla politica estera degli Stati Uniti. Al
massimo i governanti statunitensi “sono costretti ad avvolgere le loro
decisioni nelle argomentazioni dell’ottimismo liberale e umanitario”,
senza che questo impedisca loro di parlare “il linguaggio del potere”
quando si riuniscono a porte chiuse.
Sergio Romano osserva che se questo libro “fosse stato pubblicato dopo
lo scoppio della crisi irachena, Mearsheimer avrebbe constatato che gli
ultimi sviluppi della politica estera americana confermano la sua analisi.
Quando si è accorto che il disarmo dell’Iraq non giustificava, per una
parte della pubblica opinione, il ricorso alle armi, Bush ha sostenuto che
la guerra avrebbe permesso la diffusione della democrazia nel mondo
arabo”, cioè ha “appiccicato un obiettivo ideale su un obiettivo
politico-militare.” In genere l’autore si spinge più lontano dei suoi
maestri “nel descrivere e prescrivere comportamenti che un pacifista
definirebbe probabilmente cinici e brutali”, e nella franchezza con cui
afferma di non credere che gli Stati democratici possano trovare più
facilmente soluzioni pacifiche alle loro divergenze.
L’ultimo capitolo su La politica di potenza nel
XXI secolo abbozza alcune previsioni sul ruolo degli Stati Uniti nel
prossimo futuro, in un mondo in cui tutte le fantasie sulla fine dei
conflitti appaiono campate in aria. Mearsheimer non cita mai Tony Negri o
Michael Hardt, ma ne fa a pezzi le teorie. Probabilmente non sa neppure
chi siano, dato che frequenta altri ambienti, ma evidentemente polemizza
con gli autori statunitensi “non realisti” che li hanno ispirati. “Il
mondo reale rimane un mondo realista”, scrive polemizzando con le
fumisterie di Clinton, e osservando che “gli Stati continuano ad aver
paura l’uno dell’altro e a cercare di guadagnare potere a spese altrui,
perché l’anarchia internazionale – principale determinante del
comportamento delle grandi potenze – non è terminata con la fine della
guerra fredda, e vi sono ben pochi segni che un tale cambiamento si
verifichi in tempi brevi. Gli Stati restano i principali attori della
politica mondiale e non c’è ancora nessun guardiano notturno che vigili su
di essi.”.
Anche se è innegabile che il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato
uno spostamento radicale nella distribuzione globale del potere, tuttavia
“non ha dato origine ad alcun attenuamento della struttura anarchica del
sistema – semmai il contrario – e non c’è quindi motivo di aspettarsi che
le grandi potenze assumano nel nuovo secolo comportamenti molto diversi da
quelli adottati nei due secoli precedenti.” La miglior prova di ciò sta,
secondo Mearsheimer, nel fatto “che gli Stati Uniti mantengono circa
centomila soldati di stanza in ciascuno dei due continenti, l’europeo e
l’asiatico”. Egli non è sicuro che ciò sia utile oggi, e che non esistano
altri mezzi meno costosi per ottenere il risultato di mantenere l’egemonia
nell’emisfero occidentale e impedire la nascita di un rivale in Europa o
in Asia Orientale. Non c’è dubbio che egli teme soprattutto la Cina, che
tuttavia non è ancora un pericolo militare, e che va fronteggiata per ora
con altri mezzi: “gli Stati Uniti- dice senza reticenza – hanno un forte
interesse a determinare una minore crescita dell’economia cinese nei
prossimi anni”.
Abbiamo già ricordato Sergio Romano come attento
prefatore del libro di Mearssheimer, ma va detto che in un breve e
incisivo saggio egli ha gettato nel dibattito politico italiano le stesse
tesi.
In un brevissimo primo capitolo spazza via tutte le ricostruzioni
apologetiche del ruolo morale degli Stati Uniti, spiegando che la dottrina
Monroe copriva la volontà di concentrare le forze sul proprio continente
escludendo i rivali europei. Fin dai primi anni, scrive “la giovane
repubblica non fu mai né pacifista né indifferente all’importanza delle
armi nelle vicende della politica internazionale”.
Uscita dalla guerra di secessione avendone ricavato, “con qualche anno
di anticipo rispetto ai grandi Stati europei, una straordinaria lezione
sull’uso di grandi masse, attrezzate con armi nuove” la “giovane
repubblica” era pronta ad altre imprese: “Frenate e assopite dalla guerra
civile, le energie imperiali si risvegliarono verso la fine del secolo. La
guerra di Cuba fu un’operazione maramaldesca, decisa con un futile
pretesto (l’esplosione dell’incrociatore americano Maine nel porto
dell’Avana non fu provocata dagli spagnoli)”. Viva la franchezza!
Il libro ripercorre le varie tappe del periodico disimpegno degli Stati
Uniti in altri continenti, in genere dettato dalla speranza che i
contendenti si logorassero a vicenda. L’entrata nella Prima Guerra
Mondiale fu decisa quando emerse il pericolo per la libertà di navigazione
e di commercio rappresentato dalla guerra sottomarina della Germania, e
sorse il timore di una sconfitta della Gran Bretagna, con cui da quasi un
secolo si era stabilita una ragionevole divisione di compiti, mentre nella
Seconda, fu decisiva la percezione della minaccia giapponese ai
possedimenti diretti nel Pacifico e agli interessi statunitensi in Cina
(mentre Truman, che era presidente del congresso, auspicava ancora il
disimpegno, per lasciare che Germania e Unione Sovietica si dissanguassero
reciprocamente). Roosevelt, come è stato ricordato subito dopo l’11
settembre, era stato preavvertito dell’attacco a Pearl Harbor, ma evitò di
prendere misure per usare quei morti per vincere le resistenze
isolazioniste o apertamente filonaziste in molti ambienti politici e
militari.
Sergio Romano paragona poi la politica di Kissinger
a quella bismarckiana dell’equilibrio tra le potenze, basata sul rientro
in gioco della Cina in funzione antisovietica, e accenna a nuove
tentazioni imperiali emerse con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, ma
si concentra soprattutto sul periodo successivo al 1989: “Capimmo subito
che gli Stati Uniti erano ormai, dopo il collasso dell’impero sovietico e
la disintegrazione dell’URSS, la sola grande potenza mondiale. Ma non
capimmo quale uso avrebbero fatto dello straordinario potere che la fine
della guerra fredda aveva depositato nelle loro mani”.
In tutti i capitoli successivi Romano ripercorre le
scelte statunitensi dell’ultimo decennio con inquietudine, giungendo però
alla conclusione che ciò è stato facilitato dal fatto che l’Europa è
“irrilevante”, perché divisa, non adeguatamente attrezzata sul piano
militare, ecc. La tesi è discutibile, perché sorvola sulle affinità
politiche e morali degli imperialismi europei con gli Stati Uniti, ma non
è questo l’essenziale. Sergio Romano è fortemente preoccupato per il
futuro perché, se è vero - come dicono i “partigiani dell’egemonia
americana” - che gli Stati Uniti “sono una grande democrazia”, perché ha
una stampa vivace e un forte associazionismo, egli sa bene che “le
democrazie non sono necessariamente sagge e la maggioranza, in molte
circostanze, può avere clamorosamente torto. Fu la maggioranza che
linciava i neri nel Sud e voleva la segregazione razziale, (...) che
sostenne il senatore McCarthy, (...) che sollecita il Congresso di
approvare le leggi extraterritoriali con cui l’America pretende di
estendere la sua giurisdizione a qualsiasi Paese straniero, (...) che
autorizza il presidente e il Congresso a respingere i maggiori accordi
internazionali stipulati negli ultimi anni: dal trattato contro le mine
antiuomo ai protocolli di Tokio”, ecc.
“Gli errori delle democrazie non mi sorprendono e non mi scandalizzano”
scrive Romano. “Sarei sorpreso, al contrario, se il numero fosse garanzia
di verità”. Il pericolo, se mai, è nella convinzione che “la democrazia
sia sempre virtuosa e giusta”. D’altra parte “quando fa politica estera,
l’America è la prima a non farsi illusioni. Anche se affermano il
contrario, i suoi uomini di Stato sanno che la democrazia non è una
Gerusalemme terrestre”. E a questo punto Sergio Romano elenca tutte le
dittature appoggiate dagli Stati Uniti, osservando che “pericoloso e
fuorviante è invece (...) il sovrappiù di miele retorico con cui viene
continuamente condita e spacciata la ricetta democratica”.
“Una certa dose di retorica è fisiologica e accettabile. I veri guai
cominciano quando l’America, trascinata dalle proprie inclinazioni morali
o dalla necessità di meglio giustificare i propri obiettivi, pretende di
agire in nome di un principio ideale.” E fa l’esempio della scelta di Bush
di “mascherare le intenzioni originali della sua politica irachena dietro
un ambizioso disegno politico-morale: la creazione di un Iraq democratico
come passo iniziale per la trasformazione democratica dell’intera
regione”.
Nel migliore dei casi, se tradirà la promessa,
susciterà delusioni e critiche, ma “nel peggiore, se cercherà di
mantenerla, creerà regimi artificiali che avranno una vita breve, un
trapasso traumatico e incalcolabili effetti sulla stabilità del Medio
Oriente. Ecco perché il mondo ha bisogno dell’Europa.”
Probabilmente la fiducia di Sergio Romano nell’Europa non è ben riposta,
ma la sfiducia nella capacità degli Stati Uniti di gestire il dopoguerra
in Iraq mi sembra fondatissima. Vedremo.
Nessuno di
questi saggi, ovviamente, ci dice davvero “dove sta andando l’impero
americano” (per parafrasare il titolo dell’articolo di Hobsbawm), ma un
po’ tutti, da varie angolazioni e con metodologie a volte molto diverse,
ci dicono che questa fase della politica statunitense, pur
riallacciandosi a precedenti ben radicati nella storia del paese, si
scontra oggi con problemi nuovi e pericolosi di “sovraesposizione”, e
soprattutto con difficoltà – sul terreno dell’economia - probabilmente
sottovalutate dall’attuale gruppo dirigente. Ci dicono insomma che
dobbiamo seguire con grande attenzione le vicende degli Stati Uniti,
senza ignorare la complessità di un paese che ha saputo o dovuto mutare
la sua politica più volte nell’ultimo secolo, e che contrariamente a
quel che può pensare Donald Runsfeld, è potente ma non onnipotente.
(giugno 2003)
Note
Francis Jennings, La creazione dell’America, Einaudi, Torino,
2003.
Ziauddin Sardar, Merryl Wyn Davies, Perché il mondo detesta
l’America?, Feltrinelli, Milano, 2003.
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