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appendice: le molte strade delle armi

Appendice

Le molte strade delle armi

Abbiamo segnalato di sfuggita nella Bibliografia ragionata sulla guerra il documentatissimo libro di Sergio Finardi e Carlo Tombola, Le strade delle armi, Jaca Book, Milano, 2002 , che ricostruisce con dati dettagliati “la guerra come affare” in permanente crescita negli ultimi anni dopo un breve rallentamento. Ma vale la pena di parlarne più ampiamente. I due autori, che lavorano da anni sul sistema mondiale dei trasporti, sostengono che la maggior parte del commercio delle armi avviene per vie legali e che perfino quello totalmente illegale può essere ricostruito a partire da una decifrazione di dati di vario genere, da quelli dei porti e aeroporti alle fonti doganali, mettendo a confronto le statistiche dei paesi esportatori con le ammissioni spesso divergenti di quelli importatori (il che vale anche per altre merci, come i diamanti, strettamente legati almeno in Africa alle forniture militari, e occultati con vari espedienti, non insormontabili, da paesi come Israele che della trasformazione dei diamanti grezzi è paese leader). Naturalmente Finardi e Tombola sanno bene che mai come nel settore degli armamenti le statistiche sono sottoposte a manipolazioni e coperte nei limiti del possibile dal segreto militare.

Una rapida panoramica in un capitolo su “conflitti odierni ed eserciti del XXI secolo” segue in primo luogo le tracce dei principali fornitori del Pentagono. Le aziende statunitensi hanno esportato nel 1999 armi per 33 miliardi di dollari, sbaragliando i più agguerriti concorrenti inglesi (5 miliardi) e russi (3 miliardi). Per avere un’idea del grado di concentrazione, basti dire che le prime cento società hanno assorbito 82,5 miliardi di dollari di commesse nel 2000, e le prime dieci 50,6 (diventati già 58,7 nel 2001): per un termine di confronto, l’intero PIL dell’Algeria nel 2000 era di 53 miliardi di dollari, e quello dell’Ecuador di 13,6!

Nel suo piccolo l’Italia già nel 1999 dichiarava un bilancio militare di 23 miliardi di dollari. Probabilmente la spesa reale è molto superiore, perché una parte notevole di essa è mimetizzata sotto la voce “protezione civile”. Falco Accame da moltissimi anni ha documentato casi in cui la Marina Militare ha acquistato 4 navi, mentre altrettante dello stesso tipo erano state commissionate dalla protezione civile, che ha tra l’altro nei suoi libri paga centinaia di ufficiali superiori. Un commento maligno: forse per questo la protezione “civile” è così inefficiente in caso di catastrofi naturali?

La cifra delle spese militari italiane sembra modestissima rispetto ai 281 miliardi del bilancio USA del 1999, portato già da Clinton a cifre ben superiori (preventivava 324 miliardi di dollari per il 2002, e Bush lo ha subito portato a 379 miliardi per il 2003, con l’obiettivo di arrivare entro il 2007 a 451 miliardi di dollari). Ma bisogna pensare, per valutare a pieno le sue dimensioni che nel 1999 solo 58 paesi al mondo avevano un PIL superiore ai 23 miliardi di dollari.

Appena arrivato alla Casa Bianca Bush ha firmato il maggiore contratto militare di tutti i tempi (200 miliardi di dollari, evidentemente in più del bilancio ordinario) per produrre il JSF, Joint Strike Fighter, l’aereo da caccia multiruolo della Lockeed Martin. Finardi, che vive da tempo negli Stati Uniti, ha ricostruito come la pioggia di investimenti verrà equamente divisa (per la produzione di singole parti) dalla società capocommessa con i suoi “concorrenti”, ognuno dei quali a sua volta è intestatario principale di altri remunerativi progetti, e naturalmente disposto a ricambiare il favore.

Gli autori ricostruiscono rigorosamente e “tecnicamente” questi processi, ma non senza che traspaia qua e là lo sdegno per queste spese che sono insensate dal punto di vista degli interessi complessivi della società umana, ma non certo dal punto di vista del funzionamento “normale” del capitalismo. Finardi e Tombola si riallacciano a un certo punto alla denuncia contenuta nel “Rapporto Brandt” del 1980, che calcolava, già allora, che con ciò che viene speso nel mondo in una sola mezza giornata per il mantenimento degli apparati militari si potrebbe finanziare completamente il programma dell’Oganizzazione Mondiale della Sanità per sradicare la malaria e l’oncocercosi; con il costo di un solo carro armato si potrebbero costruire 1000 aule scolastiche o migliorare l’immagazzinamento di 100.000 tonnellate di riso, riducendone le perdite dovute a cattiva conservazione; con l’equivalente del costo di un caccia si potrebbero allestire 40.000 farmacie di villaggio; una riduzione di appena lo 0,5% della spesa militare mondiale poteva pagare le attrezzature agricole per accrescere la produzione portando in dieci anni a rendere quasi autosufficienti dal punto di vista alimentare i paesi a basso reddito.

Commentando quei dati, Finardi e Tombola fanno un “aggiornamento al 2002”: i casi di malaria clinicamente accertati sono diventati 300 milioni, mentre in Africa i malati di oncocercosi sono un milione, di cui 100.00 sono ormai ciechi. Farei un altro aggiornamento, che permette di ridimensionare il significato del “Rapporto Brandt”: nel 1999 la Germania era il quinto paese esportatore di armi, il quarto se si considerano carri armati e veicoli corazzati, il terzo esportatore di armi leggere... E Brandt è stato per anni il principale esponente politico del suo paese, e il suo partito continua a governarlo. Sarebbe bene ricordarlo, insieme al fatto che è stato lui a coniare i termini “Nord e Sud del mondo”, che gran parte del mondo cattolico e della sinistra hanno fatto propri, senza cogliere che servivano a rendere apparentemente obsoleta la definizione classica marxista di imperialismo, perfettamente applicabile anche alla Germania che lui guidava, sostituendola con un termine geografico vago e impreciso.

A parte questa “annotazione a margine”, il libro è utilissimo perché esamina diversi casi concreti: dal punto di vista della produzione, ad esempio, il “distretto Beretta” nella Valtrompia, di cui poi in appendice si ricostruisce l’incidenza come “gruppo di pressione” nel processo di progressivo smantellamento della legge 185/90 sulla trasparenza nelle vendite delle armi, avviato dal governo D’Alema e giunto alla fase finale con quello Berlusconi, con la complicità o indifferenza di gran parte della sinistra (non escluso lo stesso PRC, assente in diverse scadenze della discussione in commissione).

Quanto ai tantissimi destinatari delle armi, il libro si concentra soprattutto su due casi, quello dell’Angola, ricostruito anche in tutti gli aspetti politici (comprese le gravissime complicità della Cina nell’armamento e addestramento – insieme al Sudafrica razzista – dell’FNLA di Holden Roberto prima e poi dell’UNITA di Savimbi). Va detto che gli autori, in vari casi, hanno trovato tracce di legami tra il complesso militare-industriale sudafricano e l’UNITA anche nel periodo post apartheid.

Non altrettanto facilmente utilizzabile la panoramica dell’area mediterranea e mediorientale, sia per l’eccesso di particolari, sia e soprattutto perché prende in esame un blocco troppo vasto ed eterogeneo di paesi. Ma in ogni caso risulta il “ruolo centrale dell’Italia”, anche se ridimensionato per alcuni anni proprio per effetto della legge 185. Soprattutto oggi, alla luce della mobilitazione popolare e sindacale contro i carichi di armi destinati alla guerra in Iraq, è preziosa la ricostruzione tanto delle reti mondiali di trasporti marittimi (tra cui al primo posto si colloca l’autorità portuale di Singapore, che controlla o partecipa a tredici terminal container, comprese Genova-Voltri e Venezia), quanto dei venticinque siti militari USA in Italia. Che tuttavia sono solo in parte determinanti nei trasporti d’armi, che sono per ragioni molteplici quasi tutti “esternalizzati” e “terziarizzati” (col risultato aggiuntivo di una militarizzazione dei trasporti “civili”).

Ancora sull’Italia: quando avevamo per la prima volta segnalato questo libro, avevamo osservato che le notizie riguardanti direttamente l’Iraq non sono molte, perché per ovvie ragioni i fornitori hanno cercato di occultare i loro traffici con un regime dalla pessima fama. Tuttavia non mancano dati poco conosciuti sul ruolo di imprese italiane come la Valsella (di cui si ricostruisce la storia) nell’eludere l’embargo con l’appoggio della filiale di Singapore della Banca Nazionale del Lavoro (ma una volta scoperta, dati i suoi legami con la FIAT, la Valsella trovò un giudice che insabbiò il processo e derubricò il reato da esportazione illegale di armi a semplici infrazioni valutarie).

Segnalo, tra l’altro, che Sergio Finardi è intervenuto puntualmente su “il manifesto” di poche settimane fa su questa guerra ridimensionando il “movente petrolio” in quanto tale (più che la conquista diretta, gli USA pensano casomai al controllo complessivo delle aree in cui si produce); la stessa tesi è stata sostenuta da Immanuel Wallerstein, in un efficace articolo sulle pagine dello stesso giornale, purtroppo presentato da redattori disattenti con un titolo che contraddiceva totalmente quello che c’era nel testo. In conclusione, anche se il libro è stato scritto nel 2002, e accenna solo di sfuggita ai preparativi di questa nuova fase della guerra infinita, ci sembra che possa essere veramente utile per i militanti del movimento contro la guerra. (aprile 2003)

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