Libri sull’11 settembre e
sulla guerra di Bush
Negli ultimi mesi si è infittita la pubblicazione di libri sull’Iraq, su
Saddam Hussein, ecc. La maggior parte di essi sono affrettati e basati
sulle stesse dubbie “fonti” giornalistiche, e non vale la pena di parlarne
ora. Invece sono usciti alcuni libri sui retroscena dell’11 settembre, che
crediamo utile segnalare. Prima di tutto un agile libro del grande
scrittore statunitense Gore Vidal, di gradevole lettura: Le menzogne
dell’impero e altre tristi verità. Perché la Junta petroliera Cheney–Bush
vuole la guerra con l’Iraq (Fazi, Roma, 2002). Si tratta di una
raccolta di scritti di vari periodi, ma quello che dà il nome al volumetto
è particolarmente interessante perché senza tirare conclusioni affrettate,
smonta le tante bugie dell’amministrazione Bush mettendo in contraddizione
le successive dichiarazioni dei suoi diversi esponenti. Non sposa una tesi
particolare, ma, a partire dalla sua esperienza di militare (è stato
volontario nella seconda guerra mondiale, e lo sottolinea in polemica con
i tanti guerrafondai dell’amministrazione Bush che al momento dei vari
conflitti si erano imboscati), osserva che tutte le norme in vigore da
decenni sull’intercettazione immediata degli aerei civili che deviano
dalla rotta prevista non sono state osservate l'11 settembre, e che le
spiegazioni fornite dai massimi capi militari sono inverosimili e
avrebbero dovuto a rigor di logica provocare automaticamente il loro
deferimento di fronte a una corte marziale.
Non sono solo osservazioni personali, ma considerazioni fatte da molti
alti ufficiali in pensione, di cui riporta esattamente le parole. E
sull’attribuzione degli attentati delle Torri a Bin Laden Gore Vidal
esprime un forte dubbio, basandosi sulla testimonianza dell’ex ministro
degli esteri egiziano Heikal, che la definisce inverosimile, sia perché Al
Qaeda non è assolutamente paragonabile (come si fa nella propaganda
spicciola) alla Germania nazista o all’Urss, ma anche perché infiltrata da
anni da agenti dei servizi segreti pakistani, sauditi, egiziani e
statunitensi.
Gore Vidal osserva poi che lo stupore di Bush e soci per l’attacco era
molto sospetto, dal momento che il piano di attacco all’Afghanistan era
stato approvato due giorni prima dell’11 settembre. Ma l’interesse
principale del libro deriva dalla rilettura della storia degli Stati
Uniti, dei precedenti di grandi menzogne (e un capitolo è dedicato alla
questione della mancata intercettazione della flotta giapponese di cui si
sapeva che era diretta a Pearl Harbor, e alla cancellazione di tutte le
testimonianze sui tentativi del Giappone di ottenere un armistizio
prima del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki).
Questo libro appassionato e avvincente, che conserva però sempre il
carattere di un pamphlet di denuncia, ricava gran parte delle
considerazioni “tecniche” sulle incongruenze delle dichiarazioni ufficiali
sugli attentati dal migliore dei lavori dedicati a questo argomento:
quello di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo
dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, Fazi, Roma,
2002. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giovane studioso inglese, direttore
esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development di Brighton, un
ente di ricerca e intervento che si occupa di diritti umani. Il volume
parte da una ricostruzione dettagliata della crisi afgana e dei molteplici
interventi imperialisti in quello sfortunato paese a partire dal 1978, per
analizzare poi i rapporti tra l’amministrazione statunitense e i talebani
dal 1994 al 2001, prima di affrontare le notizie pervenute alla Cia sulla
preparazione di attentati con aerei usati come bombe, e le ragioni per cui
furono ignorati.
La parte centrale di questo ampio saggio, di oltre 300 pagine di grande
formato, analizza in dettaglio le informazioni fornite sui voli che si
sono schiantati sulle due torri o sul pentagono, per tentare di spiegare
perché le procedure previste in caso di dirottamento non sono state
seguite. Prudentissimo nel tirare conclusioni, l’autore fornisce comunque
elementi convincenti per avvalorare l’ipotesi di qualche complicità
all’interno di settori dell’apparato statale degli Usa. Sui rapporti
indiretti (tramite il Pakistan) e diretti della Cia e della stessa
famiglia Bush con Bin Laden c’è un intero densissimo capitolo, che
documenta come questi rapporti non siano mai stati interrotti.
Due capitoli affrontano poi nel passato recente e nel presente il “Progetto
strategico dietro i piani di guerra” degli Stati Uniti.
Tra gli allegati, una documentazione su Pearl Harbor e l’Operazione
Northwoods, che prevedeva l’organizzazione di attentati contro rifugiati
cubani negli Usa per giustificare un attacco a Cuba, elaborato prima dello
sbarco di Playa Girón, che cominciò d’altra parte con un’operazione di
pirateria aerea: alcuni aerei militari statunitensi riverniciati con i
colori cubani attaccarono gli aeroporti dell’isola per simulare
un’insurrezione di settori militari anticastristi. Anche questa parte
provocatoria dell’operazione però fallì, perché l’antiaerea dell’Avana
abbatté alcuni degli aerei, che risultarono di modelli mai posseduti da
Cuba.
È interessante notare che questo libro, che non è in alcun modo
accusabile come quello di Thierry Meyssan di trarre conclusioni affrettate
e non completamente provate, ma da cui emergono ugualmente dati molto
inquietanti sul comportamento delle autorità degli Stati Uniti prima,
durante e dopo gli attentati dell’11 settembre, non è stato bersaglio di
feroci polemiche, ma sottoposto invece a una vera e propria congiura del
silenzio.
Contro il libro di Gore Vidal invece, gli attacchi sono stati molti,
tutti tendenti a presentarne l’autore come uno scrittore geniale, ma
propenso a sostenere tesi bizzarre e non documentate. Soprattutto contro
il libro di Thierry Meyssan, L’incredibile menzogna. Nessun aereo è
caduto sul pentagono (Fandango, Roma, 2002) si è scatenata una vera
canea di denigratori. Il libro di Meyssan ha molti pregi, nella
ricostruzione complessiva dei silenzi e delle menzogne delle autorità
degli Stati Uniti, e dell’attacco senza precedenti alle tradizionali
libertà democratiche di quel paese, a partire da quella di stampa, ma
arrivando anche a privare gli stessi eletti nel Congresso e nel Senato
della possibilità di compiere un’inchiesta sui molti misteri di quegli
attentati. Ha tuttavia un punto debole nella fretta di trarre conclusioni,
sia pure in base a indizi consistenti, sull’episodio dell’aereo caduto sul
Pentagono. Poteva fermarsi al dato certissimo di un “errore” che appare
inspiegabile: Al Qaeda, presentata come quasi onnipotente, avrebbe scelto
per colpire il “cuore” della potenza militare degli Stati Uniti proprio
l’unico lato dell’enorme palazzo in cui non c’erano ufficiali ma solo
operai immigrati impegnati in lavori di ristrutturazione. È un particolare
che ricorda l’esplosione del Maine che nel 1898 servì da pretesto
per la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla Spagna (e per la
conquista di Cuba, Portorico, Filippine e Guam). Anche in quel caso nella
nave ancorata nel porto dell’Avana al momento dell’esplosione non c’era
nessun ufficiale, ma solo poveri marinai semplici.
Invece Meyssan si è lanciato in affermazioni che non può provare, tanto
più se veramente c’è stato un complotto (io sono contrario alla mania di
vedere dovunque complotti, ma questo non vuol dire che in alcuni casi i
complotti non possano esistere). Alcune delle prime testimonianze
parlavano di un rumore “simile a quello di un missile”, e di una virata
brusca impossibile in un grande aereo di linea. Inoltre il foro di entrata
era di molto inferiore a quello che sarebbe stato provocato verosimilmente
da un aereo di grandi dimensioni, dei cui resti peraltro non esiste
traccia nelle pochissime foto divulgate. È inquietante, ma insufficiente
per chiarire cosa è successo veramente, per affermare che invece di un
aereo si trattava di un missile, o per ricostruire che fine avrebbe fatto
l’aereo, effettivamente dirottato, se non è arrivato sul Pentagono.
Il libro non lo ha chiarito, e probabilmente non lo sapremo mai, come
non sapremo mai davvero cosa è accaduto all’aereo di Ustica, su cui i
“servizi” italiani, europei e statunitensi, ma anche tutte le autorità
dell’aeronautica italiana, sono riusciti a sollevare un polverone
nonostante l’episodio in sé fosse ben più modesto e verosimilmente dovuto
solo a un errore involontario. A maggior ragione non sapremo mai cosa è
veramente avvenuto a Piazza Fontana, alla Stazione di Bologna, ecc. Era
più giusto il metodo di Pasolini, che diceva “io so”, ma non tentava di
colmare i vuoti delle versioni ufficiali con ricostruzioni non
documentabili.
Il libro di Meyssan però non si limita a questa discutibile forzatura
degli indizi: analizza le incongruenze delle versioni ufficiali sul crollo
delle Due Torri, riportando dubbi espressi anche dai pompieri di New York,
o dall’associazione degli ingegneri civili, e dati inquietanti sul
sequestro di ben cinque ore di filmati effettuati da un grattacielo vicino
da due fratelli francesi, Jules e Gédéon Naudet (gli è stato restituito
solo lo spezzone di pochi minuti in cui avevano ripreso il primo aereo che
colpiva una delle Torri, che era ormai stato reso pubblico, dato che lo
avevano venduto a un’agenzia e quindi era già stato ritrasmesso in tutto
il mondo). Detto incidentalmente, questo come gli altri libri citati
segnalano che Bush aveva dichiarato di aver visto l’aereo che colpiva la
prima torre prima di entrare nella scuola in cui si trattenne per
ore mentre si susseguivano gli schianti. Ma l’immagine ormai famosa del
primo aereo fu trasmessa in realtà solo molte ore dopo dalle televisioni a
cui i due francesi le avevano vendute. Un banale errore di Bush nella
ricostruzione della sua mattinata, o c’era qualche operatore dei servizi
pronto a filmare immagini non rese pubbliche ma trasmesse su circuiti
riservati? La domanda non è irrilevante.
Meyssan riporta anche un gran numero di documenti (tra cui quello
sull’Operazione Northwoods, di cui abbiamo già parlato, e che era stato
fatto conoscere dall’ex ministro della Difesa Robert McNamara,
difficilmente definibile un estremista e un visionario).
Ma di questo le stroncature feroci del libro fatte su tutta la stampa
mondiale non parlano. Si concentrano sulla questione se a colpire il
Pentagono sia stato un aereo o un missile, e soprattutto avanzano
insinuazioni infamanti sull’autore. Invece di seguirle a una a una sulla
stampa, le possiamo trovare concentrate in un libro ignobile, preceduto da
una adeguata introduzione di Lucia Annunziata, che aveva cominciato la sua
carriera come brillante giornalista del “Manifesto” ed è finita a rendere
bassi servizi ai difensori dell’ordine esistente. Del libro (Guillaume
Dasquié, Jean Guisnel, Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati
dell’11 settembre, Guerini e Associati, Milano, 2003) si
potrebbe anche non parlare, perché a parte le insinuazioni su una presunta
contiguità con i “negazionisti” di Meyssan (che invece era noto in Francia
per vigorose campagne antifasciste) si basa sulle ritrattazioni di coloro
che l’11 settembre avevano fatto a caldo le dichiarazioni riportate da
Meyssan, e su un’antologia di sciocchezze trovate su qualche sito fascista
e antisemita di Internet, che vengono usate per insinuare che le fonti di
Meyssan sarebbero dello stesso genere. Un metodo di amalgama tipico della
propaganda stalinista! Ma dell’introduzione della signora Annunziata vale
la pena invece di parlare. Prima di tutto emerge chiaramente che non ha
mai neppure aperto il libro di Meyssan, che presenta come esempio massimo
di libro nefasto, accostandolo addirittura ai Protocolli dei Saggi di
Sion. È vero che poi parlando della mania del complotto, elenca come
esempi di allucinazioni di questo genere… le speculazioni sull’assassinio
di Kennedy, su Ustica o Stay Behind (cioè l’Operazione Gladio). Tutte
invenzioni di “maniaci del complotto”?
E poi attribuisce direttamente a Meyssan la leggenda metropolitana che
nessun ebreo sarebbe morto nelle Due Torri perché gli israeliani avrebbero
dato l’allarme ai correligionari! È la prova che non ha mai aperto il
libro di Meyssan, che al contrario accenna solo di sfuggita, ma per
criticarlo severamente, a un giornalista di Al Jazeera ( immediatamente
licenziato per questo, si noti) che aveva ripreso e “deformato”
un’affermazione di “Haaretz” e della CNN sul preavviso ricevuto da Odigo,
una società israeliana leader nel campo della posta elettronica, qualche
ora prima degli attentati. Affermazione vera e di fonte ineccepibile, ma
che Meyssan utilizza solo come testimonianza che c’erano diverse persone
al corrente degli attentati in preparazione, oltre a quelli che hanno
speculato sulle azioni delle società aeree colpite, di cui parla
ampliamente anche Mosaddeq Hafez. Al contrario di quello che affermano i
due calunniatori e la signora Annunziata, egli scrive esplicitamente che
probabilmente il preavviso non era stato preso sul serio anche perché
anonimo. Ma l’Annunziata invece attribuisce a Meyssan di aver fatto sua
una calunnia antisemita!
A Guillaume Dasquié, e Jean Guisnel, e ai tanti altri denigratori del
suo libro, Thierry Meyssan ha risposto in un nuovo libro (Il Pentagate.
Altri documenti sull’11 settembre, Fandango, Roma, 2003). Una parte di
esso punta a consolidare le affermazioni contenute nel primo libro, e a
spiegare i meccanismi della ritrattazione dei primi testimoni, ma non
aggiunge nulla di nuovo. Tuttavia Meyssan riporta anche pareri di tecnici
balistici sul tipo di danni che poteva apportare un aereo, e sul tipo di
combustione documentata dalle foto del Pentagono, che appare di colore e
di orientamento verso l’alto diversissimi da quelli risultanti dalle
fotografie scattate durante la prima fase della combustione delle Torri
(in quel caso la fiamma del kerosene incendiato scendeva a cascata verso
il basso). Molti dubbi, in particolare sulla sparizione dell’aereo in
qualche altra località non vengono chiariti, e altri ne sorgono. Ma la
documentazione fotografica, molto arricchita, in particolare sul foro di
entrata di dimensioni ridottissime rispetto all’aereo che l’avrebbe
provocata, e soprattutto il foro di uscita dal terzo edificio
attraversato che è solo di 2 metri e mezzo, sembrerebbero confermare la
tesi tanto cara all’autore: non un aereo che si sarebbe disintegrato, ma
un missile con una carica cava di esplosivo in grado di attraversare tre
edifici.
Il libro dunque non è
risolutivo, ma alimenta nuovi interrogativi, che non possono essere
certo fugati con basse insinuazioni sull’autore, e con il metodo di
riportare allucinate dichiarazioni di altri, attribuendole a Meyssan.
Non può essere dunque ignorato anche da chi non condivide il metodo di
interpretazione utilizzato, dal momento che in ogni caso dimostra che le
versioni ufficiali delle autorità statunitensi sono poco verosimili, e
si basano su un sistematico occultamento delle documentazioni
disponibili. (marzo 2003)
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