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Uruguay: scoppia uno scandalo per
un progetto di cooperazione italiana
di Antonio Mazzeo
Un’inchiesta di un settimanale di
Montevideo rivela gravi irregolarità nella gara per l’acquisto di
attrezzature sanitarie, grazie a 15 milioni di euro “donati” dal nostro
governo. Tra le vincitrici due società italiane di cui sono proprietarie
banche e finanziarie. A 5 anni dall’avvio di un programma d’emergenza a
favore della popolazione uruguayana, nulla è giunto agli ospedali locali.
Di contro per monitorare “l’intervento” c’è chi ha già intascato un
milione di euro.
Montevideo, 26 febbraio 2008.
Passa dall’Uruguay l’ultimo degli scandali della malacooperazione. A
rivelare le numerose zone d’ombra di un progetto finanziato dal ministero
degli Affari Esteri italiano, è un dettagliato rapporto pubblicato dal
giornalista Daniel Feldman nell’ultimo numero del settimanale “Voces del
Frente” di Montevideo. All’inchiesta è riservata la copertina del
periodico dove fa mostra di sé il disegno grafico del noto film “Il
Padrino”. Ancora più impattante il titolo, “Salute pubblica. Cosa
nuestra o Cosa Nostra?”. Il lungo sommario chiarisce perfettamente di
cosa si parli: “Cooperazione italiana di 15 milioni di euro nella mira.
Licitazioni con gravi irregolarità. Informazioni filtrate. Lotti con nome
e cognome. Violazione della Legge sulla Concorrenza. Accordo tra
offerenti. Opinione di esperti ignorata. Chi comanda al Ministero della
Sanità?”. Ma è la lettura delle cinque pagine che “Voces del Frente”
dedica all’inchiesta, a definire il quadro per nulla edificante di certa
“cooperazione in gestione diretta” del nostro paese, dove ingenti risorse
pubbliche destinate allo sviluppo, si trasformano in profitti per
multinazionali, gruppi finanziari, banche e consulting.
<<La sanità è un settore che implica il confronto tra i più diversi
interessi economici; con l’obiettivo di potersi tenere in mano una parte
della torta>>, esordisce Daniel Fredman. <<Il tema odierno è un programma
di cooperazione del governo italiano per il rafforzamento del sistema
sanitario uruguayano, dove secondo alcune delle imprese partecipanti alla
licitazione, si starebbero commettendo gravi irregolarità, con il
conseguente pregiudizio per lo Stato e in definitiva per gli utenti del
sistema di salute pubblica>>. La vicenda prendeva il via il 5 maggio 2003,
quando l’allora governo ultraconservatore di Jorge Battle presentava
formale richiesta all’Italia con lettera protocollata n. 216/03, per la
concessione di aiuti a favore della popolazione uruguayana vittima di una
pesante congiuntura socioeconomica. Il successivo 6 ottobre il ministro
degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, firmava una delibera che disponeva
una deroga in favore dell’Uruguay per la concessione di crediti di aiuto
nel triennio 2003-2005 per la <<realizzazione di iniziative finalizzate
alla lotta alla povertà e a sostegno delle fasce più deboli della
popolazione>>. Il 21 novembre 2003, il governo uruguayano sottoscriveva un
memorandum con l’Italia, relativo alle <<condizioni e modalità di
concessione di un credito di aiuti per 15 milioni di euro a favore di un
programma di appoggio al Sistema sanitario pubblico>>. Solo due giorni più
tardi il tema era inserito all’ordine del giorno del Comitato direzionale
per la cooperazione allo sviluppo (DCGS) della Farnesina, che si esprimeva
favorevolmente sul programma. A questo punto l’iter che sino ad allora era
stato rapidissimo avvertiva i primi rallentamenti. Solo il 5 luglio 2004
il memorandum veniva approvato con Legge n. 17.788 dalla Camera dei
rappresentanti della Repubblica di Uruguay, dopo che il ministro Reinaldo
Gargano aveva dichiarato trattarsi <<praticamente di una donazione del
governo italiano>>. In realtà il ministero degli Affari Esteri si era
limitato a prevedere <<anche componenti a dono, in gestione diretta e
multibilaterale, per assistenza tecnica e monitoraggio>> attraverso <<vari
esecutori>>. Sorge così, secondo “Voces del Frente”, il dubbio che non
siano stati forniti elementi certi sulle condizioni del prestito.
L’articolo 2 della legge di ratifica del memorandum afferma infatti che
<<Il Ministero dell’Economia e Finanze definirà con la banca italiana
Medio Credito Centrale Spa gli aspetti finanziari di esecuzione del
Programma, nell’ambito dei termini e delle condizioni stipulati con
l’Italia”. Secondo un rapporto interno del ministero della Sanità
uruguayano del 7 dicembre 2007, le spese relative alla licitazione
pubblica verrebbero coperte <<con finanziamento proveniente da
indebitamento esterno, una volta che saranno aperti i crediti dell’anno
2008>>. Nessuna donazione dunque, solo un prestito bancario che accrescerà
il debito statale della Repubblica Orientale d’Uruguay.
Una gara tra amici
Molto più allarmanti le modalità di svolgimento delle diverse licitazioni
del programma. A partire dalla gara per l’acquisto di attrezzature
sanitarie effettuata il 5 dicembre 2006. <<Il bando era stato pubblicato
il mese di ottobre – denuncia Daniel Feldman - tuttavia le quantità delle
apparecchiature da licitare così come le loro caratteristiche tecniche
circolavano ampiamente in alcune imprese internazionali da diversi mesi
prima. Ciò ha reso possibile che alcune società partecipassero con certi
vantaggi, dato che hanno avuto tempi di preparazione maggiori di altre e
incluso hanno potuto incidere con cambi nelle specificazioni a loro
favore>>. Ad elaborare le specificazioni tecniche del bando di gara erano
stati l’ingegnere Gonzalo Ambrois del ministero della Sanità uruguayano e
l’ingegnere Valerio Di Virgilio, in rappresentanza dell’International
Management Group (IMG), la consulting prescelta dal governo
italiano come controparte del programma di “cooperazione”.
Più concretamente la gara prevedeva la fornitura di 11 lotti, 4 dei quali
del tutto “vincolati”, cioè riservati obbligatoriamente all’acquisto di
prodotti di origine italiana. Questo in ossequio al testo del memorandum
che stabiliva come condizione per il prestito, che perlomeno il 50% dei
beni o servizi da acquisire fossero italiani, riservando il resto
all’acquisto a livello locale e regionale. Un’imposizione purtroppo sempre
più comune nei progetti proposti dai cosiddetti “donatori” internazionali.
Ebbene, stando al settimanale, <<gravi irregolarità>> sono state
riscontrate in almeno 3 dei lotti attribuiti, quelli contraddistinti dai
numeri 1, 2 e 10. Il primo di essi, per un valore massimo di euro
2.980.000, comprendeva la fornitura di 22 ecografi di alta complessità e
70 ecografi portatili. Il lotto 2 (valore 3.480.000 euro) corrispondeva a
46 apparecchiature di radiologia portatile, 12 attrezzature di radioscopia
portatile, 8 unità di radiologia con intensificatori d’immagine e 3 unità
di radiologia convenzionale. Il lotto 10 (valore 2.120.000 euro)
comprendeva una unità di risonanza magnetica e una unità di tomografia. Di
questi tre lotti, che insieme raggiungono la somma di 8.580.000 euro (il
57,2% del valore totale del prestito), l’1 e 2 rientrano tra quelli
<<vincolati>> all’acquisto di prodotti italiani. E sono proprio questi i
più contestati.
<<La questione centrale del lotto 1 – spiega “Voces del Frente” - è che in
Italia esiste solo un fabbricante di ecografi, la società ESAOTE, la quale
commercializza in forma diretta i suoi prodotti. Inoltre, in questo lotto
la licitazione si converte in una farsa. Le “forme” vengono salvate con la
presentazione di una seconda offerta da parte dell’impresa INSO, che però
si limita a proporre gli stessi ecografi prodotti da ESAOTE. La società
che aveva offerto la quotizzazione ad INSO è stata la stessa ESAOTE. INSO
è cioè quella che in gergo viene definita una packager; non produce
nulla, ciò che fa è di acquistare da differenti fornitori e presentarsi
alle licitazioni>>. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un accordo
tra due imprese per partecipare nella licitazione a beneficio di una di
esse, in violazione delle norme sulla concorrenza prevista dai
procedimenti dell’Unione Europea e dalla Legge n. 18.159 di “Promozione e
Difesa della Concorrenza” vigente in Uruguay. In realtà più di un dubbio
sorge analizzando alcune delle quotizzazioni delle due imprese. Ad
esempio, in quella relativa alla fornitura di 14 sonde, le due offerte
sembrano essere state elaborate dalla stessa persona: è del tutto identica
la descrizione dei modelli e delle loro caratteristiche tecniche, uguale
l’importo richiesto (66.000 euro), uguali perfino i caratteri utilizzati
per la compilazione del modulo. Uniche differenze, ovviamente, la firma e
il timbro delle due società e la data di presentazione: il 30 novembre
2006 quella di INSO e il 5 dicembre 2006 quella di ESAOTE.
Il valore complessivo delle attrezzature offerte da ESAOTE è stato di
2.899.800, 50 mila euro in meno di quanto offerto da INSO. Un margine
maggiore si rileva invece relativamente alla voce “servizio tecnico”, la
manutenzione annuale delle attrezzature; qui l’offerta di ESAOTE è stata
di 275.478 euro e quella di INSO di 436.554. Ciò ha aperto la strada
all’aggiudicazione del lotto ad ESAOTE. Stando tuttavia all’autore
dell’inchiesta giornalistica, il costo di manutenzione dei 92 ecografi
pattuito <<è totalmente sproporzionato e distante dai valori di mercato>>;
inoltre non sarebbe coperto dal prestito italiano.
Un poco differente il caso del lotto numero 2, quello relativo alla
fornitura di equipaggiamenti radiologici. Stavolta il soggetto
aggiudicatario è la stessa INSO di cui sopra, che ha come impresa
referente in Uruguay la Intermédica Ltda.. <<Un’impresa quest’ultima –
scrive Feldman - senza alcun tipo di precedenti nell’area delle
attrezzature radiologiche (i suoi precedenti si riferiscono all’ossigeno
medico)>>. Di contro, la ditta esclusa, Tera Ingenerios Srl,
rappresentante di Vila Sistemi, <<possiede 30 anni di presenza nel paese,
con un ampio numero di attrezzature installate alle quali fornisce pure
supporto tecnico>>. Tera Ingenerios aveva poi richiesto per le
attrezzature e la loro manutenzione 3.438.140 euro, 670.314 euro in meno
della concorrente. In questi casi l’offerta più cara è dichiarata
vincitrice solo se ci sono caratteristiche qualitative superiori. Un
rapporto della Scuola di Tecnologia Medica dell’Università uruguayana,
prodotto su richiesta del ministero della Salute, avrebbe tuttavia
dimostrato l’inesistenza di sostanziali differenze qualitative tra le due
proposte. Inspiegabilmente però la Commissione aggiudicatrice ha
attribuito la commessa alla società italiana che era uscita sconfitta
dalla gara per il lotto numero 1.
Infine la gara relativa al lotto 10 che ha visto concorrenti due colossi
internazionali, General Electric e Conatel S.A., quest’ultima in
rappresentanza della tedesca Siemens. È a Conatel che è stato attribuito
il punteggio più alto. General Electric ha però presentato un ricorso per
violazione di una norma del bando che prevedeva che l’eventuale
rappresentante nazionale di un’impresa straniera dovesse essere iscritta
nell’albo delle fornitrici di attrezzature presso il Dipartimento di
tecnologia medica del ministero della Sanità. Al momento dell’espletazione
della gara, il 6 dicembre 2006, l’autorizzazione di Conatel era scaduta da
un anno. Sembra tuttavia che le fu assegnato un termine di 15 giorni per
regolarizzare la posizione, cosa che tuttavia non è avvenuto. Secondo
“Voces del Frente”, la società si sarebbe limitata a presentare una
propria dichiarazione giurata, in cui si faceva riferimento ad una mera
richiesta di rinnovo risalente al febbraio 2006. Allegata all’inchiesta
del settimanale compare copia della risoluzione a firma della ministra
María Julia Muñoz che solo in data 22 agosto 2007, otto mesi cioè dopo
l’apertura delle buste, rinnova l’abilitazione al funzionamento
dell’impresa come importatrice e distributrice di attrezzature mediche.
Ciononostante la commissione non ha escluso Conatel-Seamens, cosa che è
stata fatta invece per le stesse ragioni ai danni una seconda società
operante in Uruguay, Servimedic. L’intera vicenda appare ancora più
intrigata alla luce di una nota emessa il 18 dicembre 2006 dalla
direttrice del Dipartimento di tecnologia medica, Ana Pérez, in cui si
affermava che Conatel <<s’incontrava abilitata sin dal precedente 5
dicembre>>. Grazie a questa dichiarazione la socia Siemens si è
aggiudicata la commessa. Alla stessa Conatel è stato pure attribuito il
lotto numero 8, relativo alle attrezzature di odontologia. In questa gara,
l’azienda uruguayana era l’unica partecipante. Sì, perché diversamente da
come è previsto dalle condizioni generali dei progetti dell’Unione europea
affidati alle organizzazioni non governative dove per ogni acquisto
superiore ai 5 mila euro sono necessari preventivi di tre fornitori, le
licitazioni effettuate in Uruguay sono state considerate valide nonostante
la partecipazione di due candidati o meno.
Un affare tra banche
Lo scoop di “Voces del Frente” ha già
causato un terremoto all’interno del ministero della Sanità. Intervistata
dal quotidiano “La República”, la ministra María Julia Muñoz ha respinto
ogni addebito, affermando che l’inchiesta giornalistica è frutto <<degli
interessi privati delle imprese che non sono risultate vincitrici della
licitazione>>. La Muñoz ha tuttavia ammesso che l’intero fascicolo sulle
licitazioni è finito sotto esamina della Corte dei Conti: <<Se l’alta
Corte dovesse esprimere dubbi sul procedimento, esso sarà annullato>>.
Come se non bastasse, è stato pure convocato un comitato d’inchiesta
parlamentare.
Ciò che sino ad oggi nessuno ha rilevato è l’intrigata rete di banche e
finanziarie italiane beneficiatesi dal cosiddetto “progetto di
cooperazione allo sviluppo” del Ministero degli Affari Esteri. Medio
Credito Centrale, l’istituto inizialmente prescelto per definire gli
aspetti finanziari del programma in Uruguay, è controllato in buona parte
da Capitalia, holding bancaria fusasi recentemente in Unicredit.
Ovviamente è sempre una banca il nuovo soggetto individuato dal MAE per la
definizione delle modalità di gestione del credito. Si tratta di
Artigiancassa che, nonostante il nome, dal 1994 è a tutti gli effetti una
società per azioni che offre finanziamenti alle imprese e il cui controllo
è in mano al gruppo francese BNP Paribas attraverso la Banca Nazionale del
Lavoro. A risultati ben più sorprendenti si giunge invece analizzando le
società italiane in lizza per aggiudicarsi buona parte delle forniture di
apparecchiature mediche. ESAOTE, considerata come uno dei maggiori
produttori mondiali di sistemi diagnostici e di risonanza magnetica, vanta
un giro d’affari annuale di 240 milioni di euro ed opera da vera e propria
transnazionale con due poli tecnologici a Genova e Firenze ed impianti in
Francia, Germania, Spagna, Olanda, Russia, Cina e Stati Uniti. Fondata nei
primi anni ’80 dall’Ansaldo per operare nel settore della produzione di
attrezzature per la medicina, dopo il processo di privatizzazioni del
gruppo IRI avviato nella seconda metà degli anni ’90, ESAOTE fu acquisita
dal gruppo farmaceutico Bracco. Nel gennaio 2006 il 100% della società fu
rilevato da un consorzio d’investitori guidato da Banca Intesa e composto
da un gruppo di manager della stessa ESAOTE, Imi Investimenti (Gruppo
SanPaolo-IMI), Mps Venture (Gruppo Monte dei Paschi di Siena), Banca
Carige ed Equinox Investment Company. Quest’ultima ha sede nel paradiso
fiscale del Lussemburgo ed opera nel mercato italiano dei fondi di
private equity. Ancora una volta sono banche e finanzieri i soci della
Company. Innanzitutto Salvatore Mancuso, odierno presidente del
Banco di Sicilia, istituto controllato da Capitalia/Unicredit e dalla
Regione Siciliana. A seguire, in Equinox ci sono pure Banca Intesa,
Fininvest e Pirelli & C..
Presidente del consiglio d’amministrazione ed azionista di minoranza di
ESAOTE è il professore Carlo Castellano, già dirigente di Italsider,
Itaimpianti ed Ansaldo ed ex consulente degli uffici studi di Pirelli e
Mediobanca. Carlo Castellano ricopre pure l’incarico di presidente di
Genova High Tech Spa ed è membro del Cda della Camera di Commercio
Italia-Russia e del Comitato di reggenza della Banca d’Italia (filiale di
Genova), nonché membro della Società Italia-Argentina. Il manager, ex
militante del Pci, oggi vicino ai leader liguri del Partito Democratico,
nel novembre 1977 fu vittima di un grave attentato da parte delle Brigate
Rosse che gli scaricarono addosso il caricatore di un’intera mitraglietta,
lasciandolo esanime per strada.
Per quanto riguarda INSO, ci troviamo di fronte ad un’altra società per
azioni che opera come prime contractor in progetti di edilizia
abitativa o ad alto contenuto tecnologico (impianti industriali,
commerciali, farmaceutici ed agroalimentari, ospedali e strutture
sanitarie), scuole, porti turistici e ferrovie, e solo in seconda battuta
nella fornitura e installazione di attrezzature mediche. INSO ha
realizzato complessi ospedalieri in varie regioni italiane (Lombardia,
Lazio, Toscana) e nell’area mediterranea e mediorientale (Algeria, Libia,
Slovenia, Grecia, Arabia Saudita, Iraq, Cina, Russia e nei paesi dell’ex
Unione Sovietica).
Singolarmente la storia di INSO presenta molte analogie con quella della
“concorrente” ESAOTE. La società nacque infatti negli anni ’60 come
“divisione prefabbricati” del Nuovo Pignone (Gruppo ENI), per operare a
favore della rete di vendita di AGIP petroli. Solo successivamente si è
passati al settore infrastrutturale. Nel 1994, sempre con il processo di
smantellamento e svendita dell’industria a capitale pubblico, INSO e il
Nuovo Pignone furono acquisite dalla multinazionale americana General
Electric, la stessa che abbiamo incontrato in una delle conteste gare
della cooperazione italiana in Uruguay. Poi, nel 2000, INSO passò nelle
mani di una cordata guidata dal Gruppo Consorzio Etruria e di cui fanno
parte la Cassa di Risparmio di San Miniato e il C.T.C. Consorzio Toscano
Costruzioni. Azienda leader del Gruppo Consorzio Etruria è a sua volta la
Cooperativa Consorzio Etruria (socia di LegaCoop) che opera
prevalentemente in Toscana nel settore costruzioni. Del Consorzio Etruria
fanno pure parte il Monte dei Paschi di Siena (già visto tra gli azionisti
di ESAOTE), ancora la Cassa di Risparmio San Miniato e la Finec Holding
S.p.A., la finanziaria a capo di società operanti nelle più svariate aree
economico-commerciali che vede come maggiori azionisti il Gruppo Unipol
Assicurazioni e ancora una volta il Monte dei Paschi di Siena. Presidente
di INSO è l’ingegnere Massimo Pagnini, contestualmente amministratore
delegato del Consorzio Etruria e presidente di Co.e.stra, altra società
del gruppo Etruria operante nel settore delle costruzioni. INSO e
Co.e.stra fanno parte, insieme alla controllante Consorzio Etruria, del
Consorzio Stabile Ergon attivo nel settore delle grandi opere. Tra i più
recenti lavori acquisiti tramite Ergon da segnalare la realizzazione del
2° maxilotto del contestatissimo sistema di collegamento viario denominato
“Quadrilatero Umbria Marche”, il project financing per la
costruzione della bretella autostradale Lastra a Signa-Prato ed alcune
nuove stazioni della linea ferroviaria ad Alta Velocità in Toscana.
Inutile ogni commento sulla vocazione solidale e internazionalista di
ESAOTE, INSO, General Electric e Siemens…
I soliti noti
Qualche perplessità pure sulla scelta
di International Mangement Group come fiduciaria del ministero Affari
Esteri (MAE) per l’implementazione del programma sanitario in Uruguay.
Nato nel 1993 sotto l’egida dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati
(UNHCR) e il supporto dell’Ufficio Umanitario della Commissione Europea
(ECHO) in vista del piano di ricostruzione post-bellica in Bosnia
Herzegovina, IMG è oggi presente un po’ in tutto il mondo. Staff del
gruppo operano in particolare in Kosovo, Serbia, Montenegro, Macedonia,
Palestina, Libano, Sudan, Somalia, Tanzania, Laos, Afghanistan, Iraq ed
Uruguay. Diversissimi i settori d’intervento della consulting: si
va dalla valutazione dei danni in caso di conflitto alla ricostruzione
delle infrastrutture; dalla fornitura di sistemi per l’energia e le
telecomunicazioni al credito alle piccole e medie imprese, ecc.. Un
contributo determinante all’espansione delle attività di IMG è stato
determinato dall’accordo-quadro sottoscritto nel 2004 con la Direzione
generale della cooperazione allo sviluppo del MAE, finalizzato al
<<sostentamento e lo sviluppo dei Paesi meno avanzati, anche al fine di
promuovere e consolidare i rapporti politici, economici, sociali e
culturali tra l’Italia e detti Paesi>>. Grazie all’accordo, a favore di
International Management Group sono stati erogati rilevanti fondi
pubblici, spesso a discapito delle agenzie dell’Onu e delle organizzazioni
non governative. Stando a quanto dichiarato dal gruppo, dal
febbraio 2004 esso avrebbe gestito direttamente 470 contratti per un
valore complessivo di 522 milioni di euro, fornendo inoltre un supporto
tecnico ad altri 2.000 progetti per un totale di 3,9 miliardi di euro.
Siamo di fronte cioè ad uno dei maggiori gestori dell’aiuto internazionale
allo sviluppo.
Va tuttavia detto che il rapporto fiduciario con il breve governo di
centrosinistra si è progressivamente raffreddato, anche a seguito della
pubblicazione di contraddittorie notizie sul suo modus operandi.
Hanno pesato particolarmente sull’immagine di IMG i “Libri bianchi 2006 e
2007” sulle politiche pubbliche di cooperazione pubblicati dalla “Campagna
Sbilanciamoci!” a cui aderiscono decine di associazioni ed
organizzazioni non governative italiane. Dopo aver rilevato come nel solo
2006, su un totale di 102 milioni di euro di progetti affidati ad IMG, ben
87 derivavano dal governo o dal Ministero degli Esteri, “Sbilanciamoci!”
ha sottolineato come <<più volte in passato questo organismo
internazionale ha conosciuto le luci della ribalta, per la verità assai
poco edificanti, a causa della totale mancanza di trasparenza nella
gestione delle risorse ad esso assegnate…>>. Di International Management
Group è stata poi denunciata la spiccata visione “commerciale”: <<Grazie
ai finanziamenti pubblici italiani, il gruppo apre a sua volta linee di
credito agevolate per le piccole e medie imprese straniere che vogliono
acquisire macchinari e tecnologie italiani>>, operando apertamente come
<<efficace promozione del made in Italy in molti dei settori chiave
dell’imprenditoria italiana>>.
Tra i progetti più controversi affidati dal DGCS-MAE ad IMG, quello
relativo all’ampliamento del Policlinico Universitario di Tirana legato
all’italiano Istituto Dermopatico dell’Immacolata. Si tratta di un
contributo di 10 milioni di euro, <<finanziamento da più parti considerato
addirittura illegittimo per diverse ragioni, a cominciare dal fatto che la
quantificazione dei costi necessari alla realizzazione del progetto viene
demandata all’IMG ad approvazione e finanziamento già avvenuti…>>. Alla
stessa consulting, è stato pure affidato il monitoraggio e la
valutazione del progetto da loro stessi realizzato.
Recentemente IMG è stato al centro di alcune polemiche per la gestione
dell’ospedale pediatrico Avamposto 55 in Darfur, finanziato con fondi del
festival di Sanremo e avviato nonostante l’insufficienza di fondi lo renda
praticamente inutilizzabile.
Incerto anche l’esito di un secondo intervento di International Management
Group in Uruguay, realizzato quasi in contemporanea al progetto sanitario.
Grazie ad un contributo MAE di quasi un milione di euro, IMG ha coordinato
un programma a sostegno del credito a favore delle medie e piccole imprese
uruguayane e italiane operanti nel paese sudamericano. La decisione fu
formalizzata durante la riunione del Comitato direzionale del Ministero
del 13 ottobre 2003. Con delibera n. 141,<<tenuto conto della critica
situazione socioeconomica che attraversa attualmente la Repubblica
dell’Uruguay, aggravata da una congiuntura che coinvolge le fasce meno
favorite della popolazione e vista la richiesta del Governo della
Repubblica dell’Uruguay del 5 maggio 2003, trasmessa dalla Rappresentanza
italiana in loco il 16 maggio 2003>>, venne concesso ad IMG il
finanziamento a dono di euro 400.000 quale componente in gestione diretta
del programma per le piccole e medie imprese. In realtà la stessa delibera
rimanda ad una successiva dello stesso direzionale, la n. 142, con la
quale veniva approvato un secondo finanziamento di euro 592.904, sempre a
favore di IMG, per il <<monitoraggio e verifica dell’iniziativa>>. Nella
stesa seduta del 13 ottobre, il Comitato direzionale esprimeva parere
favorevole alla concessione di un “credito di aiuto” per un importo di 20
milioni di euro a favore dello stesso programma pro-imprese in Uruguay,
<<attraverso il sostegno a progetti ad elevato impatto sociale>> e in cui
fino al 50% del finanziamento <<potrà essere utilizzato per l’acquisto di
beni e servizi locali>>. Un mese più tardi, il 25 novembre 2003, venivano
attribuiti ad IMG e all’Organizzazione Panamericana della Salute, le
funzioni di assistenza tecnica e monitoraggio del programma sanitario in
Uruguay, grazie ad un finanziamento di 934.000 euro. Nel dettaglio, 90.000
euro finivano al “fondo esperti”, 402.000 ad IMG e 442.000 all’OPS. Anche
stavolta veniva specificata che la richiesta del programma era giunta dal
governo uruguayano il precedente 5 maggio 2003.
Sommando il valore delle tre delibere, IMG intascava per il paese
sudamericano 1.394.904 euro. Non poco. Dando però un’occhiata alla pagina
Internet della consulting, i conti non tornano. Nella sezione sui
progetti realizzati o in fase di realizzazione in Uruguay, dei due
progetti a favore delle piccole e medie imprese ne compare uno solo,
quello denominato “Credit Lines in support of the SME-s”,
corrispondente ad un contributo MAE di 592,904 euro (esattamente quello
previsto dalla delibera n. 142), che si dice realizzato in un periodo
compreso tra l’1 dicembre 2004 e l’1 dicembre 2007. Compare invece il
programma “Credit Lines in support of the Public Health”, (“linee
di credito a favore della sanità Pubblica”), con relativo contributo MAE
di 402.000 euro per un periodo compreso tra l’1 gennaio 2006 e il 31
dicembre 2007. Il progetto, cioè, che aveva goduto di una corsia
preferenziale per le sue caratteristiche di urgenza onde alleviare gli
effetti della critica situazione socioeconomica che aveva colpito la
popolazione, è stato avviato solo 25 mesi dopo la delibera del MAE.
Ammesso che servissero davvero, a quasi cinque anni dall’avvio del
programma, nessuna delle attrezzature mediche è stata consegnata agli
ospedali uruguayani. Con lo scandalo sui presunti accordi tra le imprese
in gara, l’indigesto dono italiano forse non arriverà mai.
Antonio Mazzeo |