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Nelle elezioni presidenziali peruviane,
l’ex militare Ollanta Humala ha vinto con il 30% dei voti e passa agevolmente al
secondo turno. L’ultraconservatrice Lourdes Flores, che gli istituti dei
sondaggi davano come gran favorita, è fortemente insidiata dall’ex Presidente
Alan Garcia del Partito Aprista, che la tallona con il 24% e potrebbe
estrometterla dal “ballotage” finale del 7 maggio con Ollanta Humala.
Questi risultati confermano la
prevalente tendenza regionale ad archiviare il continuismo ultraliberista, e
castigare i politici che vengono identificati come candidati favoriti delle
elites dominanti.
I peruviani si sono pronunciati a
favore di una rottura definitiva con il lungo ciclo iniziatosi con Fujimori,
continuato poi con Toledo , dove l’estremismo liberista ha privatizzato tutto
il privatizzabile, ma gli indicatori macro-economici non riescono ad occultare
l’emoraggia di un’emigrazione massiva, e una povertà che si è estesa ed
aggravata.
Il vento nuovo che soffia in Sudamerica
marca l’affermazione di nuovi leaders, esterni e contrapposti agli screditati
ceti politici tradizionali, che pongono l’accento sul nazionalismo e la
sovranità nazionale come arma antiglobalizzazione.
Riescono ad affermarsi contro le
oligarchie interne e la forza dilagante del “partito mediatico”, perchè
coinvogono nella partecipazione politica attiva l’area estesa area dell’emarginazione
sociale, tradizionalmente esclusa o assente dall’agonismo elettorale.
La forza del carisma manda riesce a
scombinare i giochi degli apologeti della modernità.
In questo contesto, emergono con più
nitidezza i limiti del sistema monopolista dell’informazione privata, e il
“partito mediatico” della propaganda manichea, deve incassare sconfitte con
sempre maggiore frequenza, oggi in Perù, ieri in Bolivia.
Il ciclone di Ollanta Humala ha già
ridimensionato la destra, ora ridotta ad un quarto dell’elettorato, e avviata
all’opposizione, ma rischia addirittura la frammentazione, qualora Lourdes
Flores non arrivi a conquistare nemmeno il secondo posto.
Ha vinto il candidato più indigesto e
osteggiato da Washington, quello che non convaliderà il Trattatto di Libero
Commercio con gli Stati Uniti firmato frettolasamente dal saliente Presidente
Toledo, e che metterà il Perù in sintonia con il Venezuela, la Bolivia, Cuba e
il MERCOSUR.
L’ostilità con cui è stato accolto
Ollanta Humala nel suo seggio elettorale della Lima-bene, e il fatto che siano
dovuti accorrere due squadre di poliziotti anti-sommossa per evitare il suo
linciaggio, la dice lunga sullo stato d’animo della classe alta e dei ceti medi.
Il Perù è diviso in due, e una delle
fazioni è composta dal “blocco anti-Humala”, che riunisce tutti i partiti
coalizzati contro “l’autoritarismo antidemocratico e militarista” del nuevo
outsider peruviano.
Rientra in scena, dopo il lungo
purgatorio, il Partito Aprista: recupera un protagonismo che aveva perduto,
grazie a un invidiabile organizzazione partitica che è riuscita a captare un
significativo capitale di voti.
Più delle alchimie politiche o degli
equilibrismi partitici con cui si deciderà il secondo turno elettorale –e che
spaccherà trasversalmente l’elettorato anti Humala- sicuramente ci sarà una
forte polarizzazione sociale tra le arroganti elites cosmopolite, affatto
rassegnate alla perdita sia pure parziale del potere politico, e la maggioranza
impoverita dal neoliberismo, decisa a trasformare una vittoria politica in
concreti benefici materiali.
La partita per la Presidenza è alla
prima mano, l’esito finale è quanto mai incerto, ma gli accadimenti di ieri si
sono abbattuti come un tornado sull’anchilosata istituzionalità peruviana: Lima
perde centralità e protagonismo, a vantaggio del Perù andino e contadino, che si
apresta ad occupare la scena centrale della nuova rappresentatività.
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