La retta finale delle
elezioni presidenziali del Perù è animata da due protagonisti, uno nuovo
e sorprendente, l’altro è una specie di ritorno del naufrago.
Ollanta Humala calca per la prima volta le scene
della politica, e lo fa con notevole successo, visto che senza disporre
di un partito e con l’ostilità dichiarata della grande stampa e dei
media radiotelevisivi, è arrivato al ballottaggio.
Humala rappresenta l’unica opzione apertamente
antiliberista e si propone di invertire la rotta mantenuta dal Perù
negli ultimi 20 anni. Contro Humala si è creato un fronte unito
trasversale, eterogeneo e visceralmente antipopolare. Persino Wladimiro
Montesinos, l’ex capo della polizia segreta di Fujimori, dal fondo delle
galere in cui è rinchiuso, è intervenuto nella campagna elettorale
lanciando bordate contro Humala.
Questo fronte più che schierarsi a favore di Alan
Garcia, si batte in modo pugnace contro Humala. Perchè?
Chi è Alan
Garcia, il beniamino dell’ultimo momento delle classi alte e del
Dipartimento di Sato?
Sul finire degli anni 80, prima di Fujimori e del
cholo Toledo, Alan Garcia era alla testa del Perù, godeva fama di
progresista e i suoi avversari -interni ed esterni- lo fulminavano con
accuse al vitriolo. Quelli di casa lo accusavano di nepotismo e
corruzione, quelli esterni lo bollavano con il marchio di infamia di
“populista”.
In quegli anni, Alan Garcia denunciava con veemenza
lo scambio diseguale tra mondo industrializzato e paesi del sud;
attaccava l’ingiustizia del debito estero, denunciava l’impossibilità di
pagare gli iniqui interessi esponenziali, senza annullare le politiche
sociali.
Fatto sta che il politico dell’APRA si avventurò a
ventilare una solitaria ed unilaterale moratoria parziale del debito
estero. In realtà, non andò oltre la retorica e gli slogan, limitandosi
ad applicare a fasi alterne il tetto massimo del 10% al rimborso del
debito.
Tanto bastò perchè il Perù si ritrovasse al centro
di una tempesta, con l’inflazione al 7500%, e venne messo in quarantena.
Il FMI fece del suo peggio, la banca privata congelò ogni flusso
finanziario, e l’ambasciata degli Stati Uniti accelerò la
destabilizzazione.
L’epilogo della vicenda fu rapido: il “populista”
venne travolto da scandali di corruzione e affidato alle cure della
magistratura. Poi il golpe “creativo” di Fujimori fece il resto, il
governo spazzato via in un battibaleno, e Alan Garcia costretto a
partire per l’esilio.
Oggi, il Giano bifronte delle Ande si è reincarnato
come difensore del Trattato di Libero Commercio (TLC) con gli Stati
Uniti, frontiere full aperte, e per tale scopo è disposto a cambiare
persino Costituzione e leggi nazionali.
Ora A. Garcia difende con veemenza il FMI e l’OMC,
ha messo nel ripostiglio l’integrazione sudamericana e si candida ad
essere la pedina incondizionale degli USA sullo scacchiere andino. In
questo ruolo, vuole competere con Uribe e la Colombia.
Alan Garcia, demagogo “populista” o neofita
neoliberista? I peruviani chiamati a sciogliere l’enigma non hanno
dimenticato, invece, la gran corruzione che lo travolse e l’inflazione
stratosferica. Ai poteri forti che ora lo sponsorizzano, calza bene un
leader con queste caratteristiche: venale, bifronte e con poca
credibilità.
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