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Città del Messico - Il Messico sta
vivendo in queste ore la più grave convulsione sociale dal 1988 ad oggi.
Allora, il Partido Revolucionario Institucional, un ossimoro longevo
quanto il Pcus sovietico, forte della sua condizione di partito-stato,
riuscì a deviare la storia nazionale portandola sul binario morto della
continuità. Per perpetuarsi, il Pri scelse sfacciatamente la via della
frode elettorale.
Non che l’avesse disdegnata in
precedenza, anzi. Decenni di elezioni vinte a “carro completo” gli
avevano fatto disegnare una complessa utensileria: la “urna embarazada”,
l’urna già piena di schede prima della votazione; il “rasuramiento del
padrón”, la misteriosa sparizione di votanti dalle liste elettorali; il
“ratón loco”, la corsa disperata degli elettori in cerca di un seggio
introvabile; la “compra de votos”, a volte con viveri o regali, spesso
in contanti.
Ma quella volta, nel 1988, l’ingegner
Cuauhtemoc Cárdenas, candidato dell’opposizione di centro-sinistra e
figlio del presidente più amato del Novecento messicano, andava forte.
Bisognava escogitare qualcosa di grande e nuovo. Si ricorse allora alla
storica “caída del sistema”, un improvviso blackout che sospese il
computo elettronico delle preferenze. Mentre prima dell’interruzione il
conteggio favoriva Cárdenas e il composito Frente Democrático Nacional
che lo sosteneva, quando si riallacciarono i collegamenti Carlos Salinas
de Gortari era ormai in testa e fu dichiarato vincitore. Anche allora,
di fronte all’evidenza di brogli, il Frente chiese un nuovo spoglio
delle schede, garanzia prevista dalla legge. Ma il Pan si associò al Pri,
disponendone invece l’incinerazione in nome della “pacificazione
nazionale”.
Quella mossa, con cui il Pri credeva di
perpetuarsi al potere, servì comunque a mantenerlo alla presidenza per i
successivi 12 anni. Nel 1994 non ci fu neanche
bisogno di mettere le mani nelle urne. Bastò il “voto del miedo”,
imperniato sull’insurrezione zapatista di gennaio e sull’omicidio di
Donaldo Colosio, il candidato del Pri assassinato in marzo a Tijuana,
che provocò un prevedibile “effetto simpatia”. Quella di Ernesto Zedillo,
un grigio burocrate educato alla scuola neoliberale, fu l’ultima
presidenza (1994-2000) del Partido Revolucionario Institucional. Poi,
nel 2000, arrivò Fox, che era più simpatico a Washington degli
impresentabili dinosauri priisti, e vinse.
Lo aiutarono certamente gli esperti di
marketing politico e i capitali statunitensi, convogliati attraverso
un’apposita associazione di finanziatori, gli Amigos de Fox. E il nuovo
“presidente del cambio” corse subito, dopo la vittoria, a regalare un
paio di stivali di sua produzione al presidente Bush. Qualcuno si
domandò, in quell’occasione, se glieli avesse anche lucidati prima.
Nell’elezione del 2 luglio scorso hanno
prevalso nuovamente gli interessi dell’onnipotente vicino, preoccupato
dalla presenza di un “pericoloso populista” nella sua backyard di sempre.
L’amministrazione Bush non ha lesinato aiuti alla candidatura di Felipe
Calderón, espressione dell’estrema destra cattolica e degli imprenditori-finanzieri
più rapaci e “malinchistas” tanto ammirati dagli strateghi neoliberali.
Non è un caso che George W. Bush, che ha aiutato la campagna di Calderón
con l’invio di consiglieri, sia stato il primo a felicitarsi con il
nuovo “presidente”.
Quello che appare più grave – e meno
previsto - sono le congratulazioni dello spagnolo Rodriguez Zapatero,
che rappresentano una presa di posizione prematura in un processo ancora
in corso, e la campagna informativa a favore della destra orchestrata
dai grandi media internazionali, alcuni insospettabili. xml:namespace
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Repubblica, per esempio, ha pubblicato un articolo
senza firma, nella sua edizione in internet, intitolato “La destra vince
le elezioni”, in cui si designa Felipe Calderón “presidente eletto”
quando la stessa stampa messicana si limita a definirlo “virtuale
presidente”.
Le “irregolarità” elettorali, commesse
prima, durante e dopo la giornata del 2 luglio, continuano ad affiorare
come cadaveri mal zavorrati. Una campagna di odio senza precedenti, che
dipingeva Lopez Obrador come “un pericolo per il Messico” e a cui non
era estraneo il consigliere aznarista Antonio Solá, è costata decine di
milioni di dollari in spot televisivi. In un paese in cui la maggioranza
non riesce a riempirsi lo stomaco e va a cercare lavoro negli Stati
uniti a rischio della vita. Nell’ultimo sessennio, ben quattro milioni
di disoccupati hanno dovuto prendere il cammino dell’autoesilio da
Foxilandia, il migliore dei paesi possibili secondo l’ex-gerente della
Coca Cola.
Domenica 2 luglio, la parte più
sofferente della società messicana sperava di voltare pagina recandosi
alle urne. Li aspettava più di una brutta sorpresa. Migliaia di elettori
che non hanno potuto votare per mancanza di schede o per un’inspiegabile
cancellazione dalle liste, l’Instituto Federal Electoral che si è
comportato come un qualsiasi arbitro venduto, milioni di voti spariti e
poi improvvisamente ricomparsi - ma non tutti – proprio negli stati con
una forte preferenza per Amlo.
Poi l’ultima, impressionante
rivelazione. Il Pri ha “venduto” milioni di suoi voti al Pan grazie alla
mediazione della potentissima Elba Esther Gordillo, soprannominata “la
maestra assassina”, e alla complicità di vari governatori.
Andrés Manuel Lopez Obrador, candidato
del popolo con i colori del Partido de
la
Revolución Democrática, fondato da Cárdenas dopo la sua
sconfitta, ha riempito lo Zocalo domenica scorsa, contestando l’intero
processo elettorale e chiamando alla resistenza civile pacifica e di
massa. Il Prd ha addirittura evocato l’immagine di Gandhi. Sembrava la
riedizione della lotta contro il “desafuero”, quando nell’aprile del
2005 più di un milione di persone – non necessariamente perrediste –
avevano smontato una manovra per inabilitare Amlo alle elezioni. In
Messico, il popolo si è ormai svegliato e, a quasi un secolo dalla
Rivoluzione del 1910, somiglia sempre più a un vulcano prima dell’eruzione,
per riprendere un’immagine di Elena Poniatowska.
Se Washington – e Enron, Halliburton,
Walmart e la spagnola Repsol – pensavano di aver fatto un buon affare,
avranno tempo per ricredersi. Intanto, la festa in borsa è rovinata. O
quanto meno rimandata. Con un’elezione che puzza di scippo sarà
difficile convincere i messicani a inghiottire quest’ultimo rospo.
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