Una vicenda agghiacciante nei racconti delle vittime raccolti dalla
“Commissione internazionale civile di osservazione”. Tutto è cominciato
per cacciare fiorai abusivi San Salvador Atenco, poliziotti e soldati
contro la società civile messicana
«Ci hanno fatto passare per il corridoio del camion e
hanno iniziato con una forte selva di colpi. Hanno chiuso tutte le
finestre: per assicurare che non si vedesse niente. Poi, ci hanno messo
uno sopra l’altro (...) i compagni sotto stavano affogando. Sopra di me
stavano violentando una compagna, sotto altri stavano morendo, affogati»:
è una delle oltre centocinquanta testimonianze raccolte in sette giorni
dalla Commissione civile internazionale di osservazione per i diritti
umani (Cciodh), in Messico dal 29 maggio al 4 giugno, incaricata di far
luce sui due operazioni delle forze di polizia che nel pomeriggio del 3
maggio e all’alba del 4 hanno distrutto il tessuto sociale della
cittadina di San Salvador Atenco, portando in carcere oltre duecento
persone e lasciando due morti sul terreno.
Al decesso ufficiale di Javier Cortés Santiago, ucciso
da un proiettile ‘volante’ (del calibro di quelli usati della polizia
statale), si aggiunge, in pratica, quello di Alexis Benhumea, studente
di economia della Unam di Città del Messico, accorso ad Atenco come
molti altri la sera del 3 di maggio e ricoverato in coma celebrale da
oltre un mese, senza speranza di risveglio, dopo esser stato colpito
alla testa - all’alba del 4 - da un proiettile di gas lacrimogeno,
sparato ad altezza d’uomo. Alexis, e con lui il padre, ha atteso per 12
ore un’ambulanza della Croce Rossa, cui la polizia ha impedito
l’ingresso nella cittadina, che si trova a una sessantina di chilometri
dalla capitale.
Una missione ‘urgente’ quella della Commissione civile,
convocata con un manifesto cui hanno aderito oltre mille persone di 29
Paesi, nata per denunciare un’aggressione che ha sconvolto il Messico
“in basso e a sinistra” e la società civile in tutto il mondo.
In carcere restano oggi una trentina di persone, uomini,
donne e minori, reclusi in due penali, quello statale di Santiaguito e
quello federale di Las Palmas, e in un istituto per minorenni; sono
accusati di “sequestro equiparato” di effettivi della polizia: un
delitto che non esiste nel Codice messicano («per cui un delitto è, o
non è, non può essere equiparato», come ci ha spiegato un medico
intervistato); un delitto - se fosse - comunque imputabile solo a quanti
avevano manifestato il mattino del 3 maggio, occupando la strada
Lecheria-Texcoco (molti tra i detenuti quel giorno non c’erano, e come
Alexis erano arrivati ad Atenco solo la sera del 3) per poi essere
sgomberati dalla polizia.
La Commissione ha intervistato i detenuti del carcere di
Santiaguito, ex detenuti, cittadini di San Salvador Atenco, sindacalisti,
attivisti di differenti organizzazioni sociali e per i diritti umani, il
Delegato Zero (il Subcomandante Marcos), rappresenti delle istituzioni
governative per i diritti umani (la Comisión Nacional por los Derechos
Humanos), la Procura della Repubblica, il direttore del carcere di
Santiaguito e quello dell’ospedale dove la polizia ha accompagnato i
feriti più gravi, il sindaco di Texcoco (la cittadina vicina ad Atenco
dov’è iniziato tutto: è stato lui, il 3 di maggio, ad impedire a otto
floricoltori associati al Fronte del Popolo in Difesa della Terra - Fpdt
- di continuare il proprio commercio ambulante e a far intervenire la
polizia contro questi, dando il là all’escalation di violenza terminata
nel tardo pomeriggio del giorno dopo). Tante voci per dare una lettura
globale dei fatti.
Da un lato, è risultata evidente la volontà del Governo
messicano di annichilire il popolo organizzato nel Fpdt, per mandare
così un messaggio a tutta la società civile organizzata in Messico: o
con noi o contro di noi, niente è possibile al di fuori delle
istituzioni, non si può far politica al di fuori dei tre partiti - Pri,
Pan e Prd - che si giocheranno la presidenza della Repubblica nelle
elezioni del prossimo 2 di luglio. Sul piatto c’era anche una certa
voglia di rivincita del Governo, contro quel movimento che - cinque anni
fa - era riuscito a fermare un progetto economico milionario (in dollari),
soldi che sarebbero finiti alle imprese legate al presidente Vicente Fox
(il gruppo degli amigos de Fox, quelli che nel 2000 avevano pagato la
campagna elettorale del ex presidente di Coca Cola, vicini a G. W. Bush):
«Non si poteva perdonare Atenco, perché la loro vittoria è stata l’unica
durante i sei anni di Fox. E la dignità di questa gente era incredibile»,
ha spiegato un difensore dei diritti umani, arrivato a testimoniare nell’ufficio
messo su dalla Commissione.
Da allora, poi, il Fronte è cresciuto: è parte attiva
dell’Altra Campagna lanciata dall’Ezln ed impegnato a portare
solidarietà ai movimenti sociali in lotta, in tutto il Messico.
Accanto a quello politico c’è poi il lato umano: quello
delle violenze, delle torture. I poliziotti si sono presentati ad Atenco
muniti di preservativi: pronti a violentare le donne catturate nell’operativo.
Poche non hanno subito abusi sessuali: «Le donne sono un bottino di
guerra», ha detto uno di loro, su uno dei camion della tortura con cui i
prigionieri (sequestrati e trasferiti in carcere senza alcun ordine di
cattura) sono stati trasportati da Atenco al carcere, compiendo in sei
ore un tragitto di un’ora e mezzo. Con fermate continue: una tortura
psicologica, oltre che fisica. La paura di sparire: di finire nella
lunga lista dei desaparecidos (in Messico sono oltre seicento).
A un mese dall’operazione - a cui hanno partecipato
oltre tremila uomini, ufficialmente della Polizia municipale, della
Polizia statale e della Polizia Federale Preventiva; ma nel corso delle
interviste dalla Cciodh è risultata evidente la partecipazione di uomini
dell’esercito messicano - i segni restano: a San Salvador Atenco c’è
paura ad uscire per strada. La gente non dimentica; non dorme; piange.
L’impunità è il rischio più grande: fa paura vedere
quelli stessi poliziotti tornare a passare per Atenco (come Venerdì 2
giugno, quando alcuni convogli dell’Agenzia di sicurezza dello Stato -
Ase - hanno passeggiato per la comunità, che ha subito avvisato la
Cciodh, chiedendo un intervento e la nostra presenza in loco), oppure
notarli in borghese intorno ai tribunali dove si svolgono le udienze dei
processi in corso a carico di centocinquanta dei detenuti del mese
scorso (quelli usciti sotto cauzione; solo 17 persone sono state
scagionate dalle accuse).
Il Delegato Zero, portavoce della Otra Campaña,
arrivando negli uffici della Commissione per portare la sua
testimonianza, ha ricordato l’importanza della nostra missione, e del
lavoro che ci spetta, come Cciodh, dopo il 4 giugno, una volta rientrati
in Europa: perché su Atenco non scenda l’oblio, come su tante altre
storie messicane, quella degli indigeni massacrati dai paramilitari ad
Acteal, il 22 dicembre del 1997, quella degli studenti massacrati dall’esercito
in Plaza Tlatelolco, alla vigilia delle Olimpiadi di Città del Messico
del 1968 (“el rojo amanecer”). L’ultimo crimine -ha detto - è quello
«che sta per perpetrarsi, se voi e noi lo lasciamo fare. » il crimine
dell’oblio, che permetterà ingiustizia e impunità a San Salvador Atenco».
*Attivista di Mani Tese. Membro della 4° Commissione
civile internazionale