Con l'ultima
schiacciante
vittoria di Aliancia
Pais alle urne per
l'elezione dei
candidati
all'assemblea
costituente,
l'imminente
scioglimento del
congresso per il
passaggio dei pieni
poteri all'assemblea,
Correa e il suo
progetto politico
possono finalmente
cominciare a
governare.
La gran maggioranza
del paese sta con il
presidente e con la
sua promessa di
rivoluzione
“alvarista
bolivariana”. E
cominciano a vedersi
i fatti, come il
progetto di
revisione dei
contratti
petroliferi e la
legge dello scorso 6
ottobre che alza dal
50 al 99% la
partecipazione dello
stato nelle
eccedenze dei
profitti petroliferi.
Questi ed altri
fatti fanno dire al
governo “que si, la
patria ya es de
todos”. Però
rimangono alcuni
nodi da sciogliere,
in un paese il cui
PNL dipende del 62%
dall'economia del
petrolio e per il
resto da un'economia
eminentemente
primaria
estrattivista, come
l'industria
mineraria, i
gamberetti, la palma
africana.
La questione
ambientale e delle
popolazioni indigene
sono alcuni fra
questi nodi: il
controllo dello
stato sull'attività
estrattiva
significherà anche
un altro modello di
sviluppo ? C'è
spazio nel progetto
bolivariano per il
movimento indigeno e
per le
organizzazioni di
base coinvolte nei
sanguinosi conflitti
nelle terre
conquistate
dall'industria
estrattiva?
LA RIVOLUZIONE
ALVARISTA
BOLIVARIANA DI
CORREA
Rivoluzione
Costituzionale,
Rivoluzione
anticorruzione,
Rivoluzione
Economica,
Rivoluzione delle
Politiche Sociali,
Integrazione
Latinoamericana.
Ecco i cinque
pilastri della
politica di
trasformazione del
governo di Correa,
già annunciati in
campagna elettorale,
e che ora fanno i
loro primi, non
affatto timidi,
passi avanti con
misure concrete e
promulgazioni di
leggi.
“Dale Correa!”,
dicono i manifesti
elettorali rimasti
sui muri delle
strade, giocando sul
doppio significato
del cognome del
presidente Correa, “cinghia”.
Un'incitazione che
suona più o meno
“dagli di cinghiate!”,
riferendosi alla
vecchia oligarchia
che si aggrappa al
suo posto di potere.
Questo lo slogan che
ha accompagnato la
nuova schiacciante
vittoria del “Presi”
nelle elezioni per
l'assemblea
costituente, dove
Allianza Pais da
sola si è guadagnata
il 63% dei voti,
ovvero 80 dei 130
assembleisti, senza
contare quelli dei
partiti di
coalizione. Una
vittoria che
permetterà di
mantenere fede alla
prima promessa di
Correa: la riforma
dell'istituzionalità
politica del paese e
in particolare del
congresso nazionale
che è stato fino ad
oggi l'alcova delle
peggiori oligarchie
nazionali. Ma anche
e soprattutto della
costituzione
politica, per creare
una giurisprudenza
capace di porre fine
al dogma neoliberale
e ponga le basi per
un vero stato
sociale.
Secondo: sta per
finire il banchetto
dell'evasione
fiscale per gli
impresari
ecuadoriani e per le
imprese
transnazionali. E'
il progetto del
governo che sta
dentro la lotta
contro la corruzione
e l'impunità, quella
che ha portato il
paese al collasso
economico nel 1999
con la rapina dei
risparmi di milioni
di ecuadoriani,
orchestrata dalle
maggiori banche del
paese e dall'allora
presidente Jamil
Mahuad, e che ha
condotto alla
decapitalizzazione
del paese e alla
dollarizzazione
dell'economia.
Terzo: la
rivoluzione
economica. Qui
Correa e il suo
governo non
potrebbero essere
più chiari: occorre
porre fine al
paradigma
neoliberale che si è
imposto in america
latina ed in Ecuador
per venti anni. Quel
paradigma che è
servito a mantenere
il paese in una
posizione di
subordinazione
economica e
all'esigenza del
pagamento del debito
esterno, a cui sono
stati destinati
l'80% delle risorse
economiche statali
provenienti
dall'estrazione
petrolifera,
attraverso la
creazione del così
chiamato “fondo di
stabilizzazione e
riduzione del debito
pubblico”.
Gli effetti delle
politiche
neoliberali in
Ecuador si vedono
nei 3 milioni di
migranti verso il
sogno nordamericano,
spagnolo, italiano;
nella disoccupazione,
nell'aumento della
povertà, nel
saccheggio delle
risorse e la
distruzione del
bosco amazzonico. In
questi venti anni si
sono estratti
milioni di barili di
petrolio
nell'oriente
ecuadoriano,
producendo
un'incalcolabile
danno ambientale e
sociale. Basti
pensare al caso
Texaco e al giudizio
cui la compagnia è
sottoposta
attualmente nel
tribunale di Nueva
Loja, per i crimini
ambientali delle sue
operazioni in
Amazzonia.
Se una delle parole
più ricorrenti nei
discorsi del
presidente e del suo
governo in materia
economica è quella
di “sovranità”, uno
tra i temi più
dibattuti è quello
del debito. Rispetto
a questo, Correa
propone di non
pagare il “debito
illegittimo”, cioè
quello acquisito in
condizioni di
imposizione, in un
contesto di
corruzione, o di
pressione, e che
questo tema venga
dibattuto da un
tribunale
internazionale di
arbitraggio sul
debito estero,
alternativo al FMI.
E anche, di
convertire il debito
in progetti di
cooperazione
governativa, o che
questo sia in parte
cancellato in virtù
del servizio che
l'Amazzonia fornisce
per la sua capacità
di produrre ossigeno
e di assorbire
carbonio. L'Ecuador
dovrà concentrarsi
sul risparmio e
ricorrere al
prestito solo in
condizioni giuste di
pagamento del
servizio del debito,
per attuare
investimenti
veramente produttivi
per il paese.
Invece, gli
investimenti sociali,
dovranno basarsi su
risorse proprie, che
il governo
evidentemente
appunta ad acquisire
principalmente
attraverso la
revisione dei
contratti
petroliferi.
Da qui la
promulgazione della
legge sulle
eccedenze del
profitto petrolifero,
che alza al 99%
l'ingresso per lo
Stato. Decisione che
ha provocato
un'unanime reazione
contrariata da parte
di tutte le imprese
transnazionali che
operano
nell'Amazzonia
ecuadoriana (fra
queste l'italiana
Agip, la francese
Perenco, la spagnola
argentina
Repsol-YPF, la
cinese Andes
Petroleum, la
canadese Petrobell e
il gigante
Brasiliano verde-giallo
Petrobras).
I contratti di
partecipazione di
queste compagnie
tali come sono stati
stipulati
stabiliscono che,
pur essendo il
petrolio patrimonio
inalienabile dello
stato, questo
partecipa nei
profitti al 20%, e
le compagnie all'80%,
per un prezzo del
barile fissato a 25
dollari. Fino alla
promulgazione del
decreto legge delle
scorse settimane,
era stabilito che i
profitti eccedenti
dovuti al rialzo del
prezzo del barile,
si ripartissero al
50 % fra lo stato e
le imprese. Una bel
guadagno per le
compagnie, visto che
attualmente il
prezzo al barile ha
superato la soglia
dei 90,00$ . Ora, la
Costituzione attuale
prevede che il
governo abbia il
diritto di stabilire
la sua quota di
partecipazione nelle
eccedenze a partire
da una
partecipazione
minima del 50%. Il
decreto di Correa
dunque, nonostante
le minacce delle
compagnie, che come
Repsol hanno
dichiarato che
ricorreranno a
tribunali
internazionali per
far rivedere questa
“decisione
unilaterale ed
illegittima”, è
perfettamente legale
e legittima.
Soprattutto è la
base della strategia
economica del
governo e del suo
presidente e del
quarto pilastro
della sua proposta:
la rivoluzione nelle
politiche sociali e
la creazione di uno
stato sociale capace
di garantire
educazione, salute,
infrastrutture.
La legge sui
profitti eccedenti,
sarebbe solo la
prima di una serie
di misure che
appuntano alla
revisione dei
contratti di
“partecipazione” a
contratti di
“prestazione di
servizio”, in cui lo
stato sarà padrone
del 100% dei
profitti, e
pagherebbe in barili
di petrolio le
compagnie per la
loro prestazione
d'opera.
La rinegoziazione
del debito e il
cambiamento dei
contratti
petroliferi
rappresentano dunque
i capisaldi della
rivoluzione
economica proposta
da Correa, a cui si
aggiunge il quinto
pilastro del suo
programma di governo:
l'integrazione
economica
latinoamericana,
soprattutto con i
governi amici, in
primo luogo quello
chavista. Con il
Venezuela, Correa ha
già stipulato
accordi per la
vendita di petrolio
ad un prezzo
vantaggioso e la
costruzione di un
gasdotto sulla rotta
Ecuador-Colombia-Venzuela.
Inoltre, tra i
progetti futuri dei
presidenti
bolivariani, la
costruzione di un
Banco
Latinoamericano e la
possibilità di
creare una moneta
unica per il
continente.
I NODI IN SOSPESO
DEL PROGETTO
CORREISTA
Se si tratta di
rivoluzione, più che
di socialismo del
secolo XXI,
l'alvarismo
bolivariano di
Correa assomiglia di
più ad una
rivoluzione neo-kenesiana
e social democratica,
che però si deve
adattare ad una
economia
strutturalmente
estrattivista, dove
l'industria è
praticamente assente.
Di più, dove insieme
all'economia di
mercato convivono
economie informali,
economie contadine
ed indigene di
autosussistenza.
Dove, il modello
economico primario
produce innumerevoli
conflitti ambientali
tra le popolazioni
direttamente
coinvolte nei
progetti estrattivi.
Ad esempio,
sovranità nazionale
ed economica, non
significano
necessariamente il
fine della
distruzione
dell'Amazzonia.
Potrebbero
significare un suo
sacrificio, però in
nome della sovranità
nazionale.
Il movimento
indigeno, Il grande
assente
Una delle prime
questioni che si
pone è quale sarà lo
spazio nella
rivoluzione
correista per il
movimento indigeno
ecuadoriano, grande
assente delle ultime
vicissitudini
elettorali e
politiche del paese.
Un movimento
apparentemente in
crisi che, da grande
protagonista dei
levantamientos degli
anni 90 e della
costituzione
multiculturale
promulgata nel 1998,
non si è ancora
ripreso dalla caduta
di popolarità e
legittimità per la
sua , fugace,
partecipazione al
governo del
colonnello Gutierrez
nel 2003. Nelle
ultime elezioni per
i candidati alla
costituente, la
lista 35 di Allianza
Pais ha preso il 70%
nelle regioni
indigene della
Sierra come
Imbabura, Cotopaxi,
Tumgurahuae
Chimborazo. Le basi
di Conaie (l'organizzazione
indigena nazionale)
e di Ecuarunari (l'organizzazione
indigena più
importante della
Sierra) sono con
Correa dunque. Però
la dirigenza ha
espresso più volte
la preoccupazione
per un processo
costituente senza
una degna
rappresentanza del
settore indigeno. Lo
scorso 23 ottobre il
presidente di Conaie
Luis Macas e il
presidente di
Ecuarunari hanno
consegnato agli
assembleisti il loro
progetto di
costituzione e hanno
annunciato una
marcia
dall'Amazzonia e
dalle Ande a Quito
per chiedere che
l'assemblea
costituente prenda
in considerazione il
tema della
Plurinazionalità e
dell'Autonomia
giurisdizionale
indigena.
Il progetto
nazionalista di
Correa è compatibile
con l'agenda
indigena?
L'Alvarismo
bolivariano esprime
di fatto una
posizione post-post
moderna, una
riedizione della
concezione di popolo
e patria che sfida
il rimpicciolimento
dello stato e il
modello di governace
neoliberale promosso
negli ultimi
vent'anni,
attraverso la
decentralizzazione,
l'onnipresenza delle
ONG, della
cooperazione
internazionale e
delle agenzie di
sviluppo. L'agenda
del movimento
indigeno propone
autonomie
amministrative e
territoriali, e la
strutturazione dello
stato nei termini
della
plurinazionalità.
Quest'ultimo però
non ha potuto
(ancora) produrre un
progetto politico
convincente, capace
di esplicitare la
reale definizione di
un paese che si basi
sulla
plurnazionalità.
Insomma, il
movimento indigeno
non è capace di
uscire dalla sua
politica d' identità
e riconoscimento,
esplicitando il suo
progetto politico in
materia economica e
amministrativa.
Di più, durante gli
anni del
neoliberismo
selvaggio, il
modello di
governance e di
decentralizzazione
del controllo delle
risorse naturali del
paese promosso dalla
Banca Mondiale e da
altre agenzie
internazionali, è
risultato spesso in
una cooptazione
delle organizzazioni
indigene nell'agenda
neoliberale di
valorizzazione
economica delle
risorse naturali. Il
plurinazionalismo
promosso da Conaie,
si è trasformato,
nella costituzione
del 1998, nella
promulgazione di una
costituzione
multiculturale che
di fondo, riconosce
la differenza come
un capitale umano,
l'autonomia
territoriale e il
controllo delle
comunità locali
delle proprie
risorse come
strumento del
progetto di
governance
neoliberale e di
inclusione di queste
nel mercato.
Non sorprende dunque
la velata, ma non
troppo, antipatia di
Correa a discorsi
identitari e anche
alle migliaia di Ong
che lavorano nel
paese, rispetto alle
quali il presidente
ha già annunciato un
inasprimento fiscale.
Conflitti
ambientali e
frontiera
petrolifera in
Amazzonia
Il secondo nodo
della politica di
Correa, appena
sussurato per non
dire silenziato in
questi mesi dal
governo, è quello
dei movimenti
sociali e delle
organizzazioni
coinvolte nei
conflitti ambientali,
soprattutto
nell'Amazzonia.
Se è evidente che il
governo ha un piano
a lungo termine per
risolvere la
questione della
sovranità limitata
del paese rispetto
alle sue risorse
naturali, non è
ancora chiaro come
il governo gestirà
l'estrazione
petrolifera in
Amazzonia e come
risponderà
all'immediata ed
urgente situazione
di conflittività e
povertà delle
migliaia di persone
che vivono oggi nei
campi petroliferi.
L'oriente
ecuadoriano, diviso
in blocchi di
operazioni
petrolifere, è la
regione che produce
letteralmente tutta
la ricchezza de
paese, ma anche il
luogo dove
storicamente lo
stato è stato quasi
assente. Zona
selvaggia e di
frontiera quasi
inesplorata fino
alla metà del secolo
scorso, l'oriente si
è aperto
all'integrazione
nazionale solo dopo
il Boom petrolifero
degli anni settanta.
A partire da quel
momento nella
planizie amazzonica
le strade, le città,
la colonizzazione,
sono tutte dipese
dalla presenza
dell'attività
petrolifera. La
prima strada che
collegava le Ande
all'Amazzonia, tra
Ambato e il Puyo, la
costruì Shell nel
1949. Poi arrivò
Texaco, che costruì
la stada Quito Lago
Agrio negli anni
settanta. Era la
strada che serviva
per le sue
operazioni e per la
costruzione
dell'oleodotto Sote.
Con le strade e il
petrolio nacquero le
città petrolifere
come quella di Coca,
che prima
dell'avvento di
Texaco non era che
un villaggio fondato
dalla missione
cappuccina,
circondato dalla
foresta e dai
temibili “selvaggi”
Aucas.
La civilizzazione
petrolifera ha
avanzato aprendo
strade nella giungla
nella misura in cui
i blocchi di
petrolio venivano
licitati. La
strutturazione
spaziale definitiva
dell'oriente si è
sviluppata obbedendo
alla logica delle
imprese e
dell'estrazione del
petrolio, in nessun
momento come
espressione di un
controllo
pianificato dello
stato, che piuttosto
si è “servito” della
presenza delle
imprese straniere
per includere al
territorio nazionale
questa terra,
“promessa” ma mai
definitivamente
dominata nel corso
dei secoli e dei
cicli commerciali
della cannella,
dell'oro, del
caucciù. Cicli
estrattivisti che
non avevano lasciato
un'impronta
indelebile in questo
territorio. Fino al
boom del petrolio il
controllo del
territorio si
limitava alla
presenza missionaria,
che collegava i
propri insediamenti
amazzonici con Quito
attraverso sentieri
piuttosto che strade,
e che esercitava il
suo limitato
controllo pastorale
sulle anime dei
nativi, nel
tentativo di
pacificarli e
sedurli alla
sedentarizzazione.
Con il boom
petrolifero insieme
alle imprese e alle
loro inedite risorse
economiche e
capacità
trasformatrici dello
spazio, arrivavano
orde di contadini
con la promessa
dell'Eldorado, terra
e capacitazione
tecnica. Perché la
foresta non era
percepita come
nient'altro che un
insieme di alberi
,vale a dire un
ostacolo passeggero
alla creazione di
terre da coltivare e
pascoli.
La razionalità
dominante e
imperante nella
conformazione
dell'oriente attuale,
quella estrattiva
del petrolio, ha
dominato sulla
dimensione umana e
ambientale,
producendo oggi, una
situazione sempre al
punto di esplodere,
sia socialmente e
sia per il grave
impatto sugli
ecosistemi.
Questo fino agli
inizi degli anni
novanta, quando
esplode
internazionalmente
il caso di Texaco
denunciata per il
suoi crimini
ambientali,
l'avanzata
dell'industria del
petrolio fu rapace e
selvaggia. Come se
la restituzione
dell'Amazzonia
all'Ecuador
attraverso
l'avanzata
civilizzatoria
dell'industria
petrolifera, la sua
reificazione oltre
il mito che l'aveva
attanagliata per
secoli, fosse
sufficiente per le
oligarchie di turno
a giustificare il
furto di petrolio
negoziato a
condizioni sempre
troppo vantaggiose
per le imprese; il
disastro ambientale
per la politica del
doppio standard
delle compagnie (
pulite a casa
propria,
devastatrici nel
loro cortile
posteriore); la
condizione di
miseria dei colonos
che ben presto si
ritrovarono a vivere
in terre ostili,
senza il credito
promesso e in un
ambiente contaminato.
O l'altissimo prezzo
pagato dai nativi
come ad esempio i
Tetetes che si
estinsero, i Cofanes,
i Sionas e i Secoia
che furono decimati
e il cui territorio
venne ridotto a una
piccola porzione di
terra imbrattata
dalle vasche di
drenaggio tossiche
di Texaco, o gli
Huaoranis, che
attraverso
un'operazione in
concerto tra
missionari
evangelici e
funzionari di Texaco
furono sottoposti a
un processo di
riduzione, lasciando
libero un favoloso
territorio per
l'estrazione
petrolifera.
Negli anni novanta,
una serie di
congiunture,
nazionali ed
internazionali, come
la Conferenza
Impresariale sullo
Svilippo Sostenibile
del '92, il
rinnovato movimento
ambientalista,
l'intensificarsi dei
conflitti
nell'oriente che
diventava via via
una regione sempre
più ingovernabile,
fa si che le forme
di intervento delle
imprese petrolifere
adottino tecnologie
di controllo dello
spazio più sottili.
La sicurezza
affidata a privati e
le convenzioni
illegali con i
militari, altri
protagonisti della
storia dell'oriente,
non sono più
sufficienti per
controllare la
situazione. Le
imprese sono
costrette ad
assumere nel
conteggio dei rischi
dei propri
investimenti non
solo il fattore
tecnico, ma anche
quello sociale.
Nasce l'approccio
degli stakeholders,
e l'idea della
Corporate Social
Responsibility. “Se
si vuole continuare
ad operare in
Amazzonia”, scrive
un'articolista del
Oil and Journal Gas
nel 1992, “le
imprese devono
assumere la sfida
delle relazioni
comunitarie. Bisogna
dare qualcosa alla
gente, perché la
situazione non
esploda”.
Da questo momento
le imprese
cominciano ad
aggiungere alle loro
funzioni
territorializzatrici
para-statali nella
civilizzazione
dell'amazzonia,
quella di providers
di servizi di varia
natura. Appoggio
alla salute,
all'educazione, alle
opere
infrastrutturali e a
progetti di sviluppo
delle comunità
coinvolte nella zona
di operazioni
petrolifere, che
diventano l'arena di
contesa e di
negoziazione
costante tra le
comunità di base e
l'impresa.
La firma di
convenzioni annuali
con i dirigenti,
l'indennizzazione
delle famiglie per
opere
infrastrutturali
nuove o per il
risarcimento per i
danni causati dagli
sversamenti di
petrolio o sostanze
tossiche
nell'ambiente,
diventano il terreno
di scontro perenne e
lo strumento di
controllo e
cooptazione della
resistenza locale.
Si produce così in
questi anni una
situazione
parossistica in cui,
le organizzazioni
indigene e di
colonos che vivono
tra le torri di
perforazione e gli
oleodotti delle
imprese petrolifere
sono obbligati a
negoziare con le
imprese in cambio di
attenzione medica ed
educazione per i
loro figli.
L'impresa paga il
pranzo scolare,
l'impresa assiste
nel campo base con i
suoi centri di
salute. L'impresa
costruisce il campo
da calcio. Quando
deve, l'impresa paga
un leader e si
risolve un
grattacapo.
Conflitto e
negoziazione con
l'impresa sono
diventati l'unico
strumento, quasi una
forma di
sopravvivenza, per
alcune migliaia di
persone tra le più
povere dell'Ecuador.
Per l'impresa fare
responsabilità
sociale significa
garantirsi la
possibilità di
operare in questi
territori. Però ha
assunto un ruolo che
non le compete, un
ruolo a cui di fatto
non è interessata se
non nella misura in
cui gli permetta di
portare a termine il
proprio lavoro.
In altre parole, ciò
che muove l'impresa
è un mero calcolo
economico: un giorno
di paralizzazione
dell'attività
estrattiva dovuto
alla conflittività
sociale, costa più
che una
convenzioneannuale
stipulato con le
comunità.
La responsabilità
sociale dell'impresa
si è convertita così
in un arma
potentissima a suo
favore, per una
duplice ragione:
prima di tutto il
marketing che queste
attività “benefiche”
le permettono di
fare verso
l'opinione pubblica;
secondo per il
controllo
biopolitico che gli
permette di
esercitare sulle
comunità.
Ci si potrebbe
chiedere perché lo
stato non compia con
le sue funzioni in
questi territori, se
non conoscessimo che
il modello
estrattivoin Ecuador
è frutto di
relazioni economiche
internazionali
asimmetriche, lo
stesso che ha
svuotato lo Stato
delle sue funzioni,
che ha impedito
l'istituirsi di uno
stato capace di
controllare il
proprio territorio e
la sua popolazione,
e lo ha privato
delle risorse
economiche per
giocare questo ruolo.
Soprattutto in
Amazzonia, dove
migliaia di ettari
sono stati di fatto
assegnati alle
imprese petrolifere,
per estrarre
petrolio a
condizioni
svantaggiose per lo
stato, rendendo
questo incapace di
intervenire nella
regione e delegando
quindi alle stesse
imprese che
impoveriscono il
paese l'opera
civilizzatoria della
regione.
Le mobilitazioni
degli ultimi mesi e
la risposta del
governo
Ora, il problema è
come il governo di
Correa intenda
affrontare questa
eredità.
Il dato è che da
quando Aliancia Pais
si è istallata al
potere si sono già
verificate diversi
conflitti e tensioni
nella zona
petrolifera
dell'Amazzonia, in
particolare nella
provincia di
Orellana.
Lo scorso luglio,
c'è stato un “paro”
(blocco) delle
organizzazioni
sociali del Pindo,
dove opera la
compagnia Cinese
Andes Petroleum, nel
Bloque 14. Il paro
era dovuto
principalmente al
non rispetto delle
convenzioni da parte
della compagnia
riguardo
all'assunzione di
lavoratori locali
nelle sue operazioni.
Per disperdere il
“paro” intervengono
i militari e la
sicurezza privata
della compagnia.
Risultato, diversi
feriti ed uno grave,
con una ferita
d'arma da fuoco
quasi mortale alla
gola.
Però silenzio stampa.
Da quando l'ex
ministro
dell'ambiente,
attuale assembleista
Alberto Acosta ha
deciso di
legalizzare le
convenzioni tra
militari ed
industrie
petrolifere il
giugno scorso, ci
dovrebbe essere più
trasparenza. Se ci
sono morti o feriti
lo stato dovrebbe
rispondere. Dovrebbe.
Il Ministero di
Governo manda
qualcuno a negoziare.
Nella pratica sono
più preoccupati di
ottenere una
promessa dalle
organizzazioni di
base di non bloccare
le operazioni
petrolifere. Sarebbe
troppo costoso per
il governo. I
movimenti di base
tornano alle loro
baracche scontenti.
4 Ottobre 2007.
Altro paro nella
provincia di
Orellana. Questa
volta è la gente del
Campo Tiguino.
Protestano contro
uno sversamento di
petrolio e chiedono
un' indennizzazione
alla compagnia
Petrobell. Però la
risposta la danno
ancora una volta la
sicurezza privata e
i militari. Questa
volta il bilancio è
peggiore. Tre feriti
e un morto. Ha 28
anni, è un contadino.
I militari lo
trasportano
all'obitorio della
città di Coca.
L'hanno ucciso i
suoi propri compagni
dichiarano i
militari. Per il
resto silenzio
stampa. Si ha
l'impressione che
questo morto
potrebbe offuscare
la rivoluzione di
Correa.
Tiguino e Pindo non
sono gli unici nodi
della geografia del
conflitto nel paese.
C'è la questione
delle imprese
minerarie e il
fronte popolare che
vi si oppone nella
regione dell'Azuay e
delle mobilitazioni
represse con
violenza in giugno.
Ci sono poi i
movimenti di base
sulle Ande contro i
megaprogetti
idroelettrici.
Non è una questione
da poco, perché
sulle teste dei loro
leader pendono
denunce di
terrorismo che
provengono dalle
imprese.
Mentre il governo
propone di
costituire una
commissione di
vigilanza su questi
conflitti, il
prossimo 6 novembre
tutti i movimenti di
base si daranno
appuntamento nella
città amazzonica di
Macas. Chiedono che
decadano le denunce
ai loro compagni. Ma
soprattutto che il
governo parli chiaro
rispetto alle
concessioni
minerarie e si
posizioni nel
conflitto tra le
comunità e le
compagnie.
Il fatto è, che fino
ad ora la posizione
del governo, seppur
non dichiarata,
appare chiara in
questo tema.
L'industria
mineraria/estrattiva
rappresenta una
fonte d'ingresso
irrinunciabile per
il paese. E per
quanto riguarda i
conflitti nei campi
petroliferi, lo
stato ha il suo
piano a lungo
termine per
controllare le sue
riserve modificando
i contratti
petroliferi. Non ha
intenzione di farsi
rovinare il gioco
dai movimenti di
base. E intanto ci
si chiede, se per
questa gente
condannata a cedere
alle compagnie
petrolifere terra in
cambio di educazione,
salute e strade, il
governo attuerà una
politica migliore
delle imprese, o se
continuerà la stessa
logica però
nazionalizzata.
E qui arriviamo
alla questione più
ampia, di quale
modello di sviluppo
la rivoluzione
correista intenda
applicare in Ecuador
e nella sua
Amazzonia.
Questa incertezza e
ambiguità hanno per
esempio
caratterizzato tutta
la campagna del
governo per il
progetto della ITT,
ovvero la proposta
di lasciare sotto
terre le riserve
petrolifere del
campo Ishpingo
Tambococha Tiputini,
che si trova in
pieno parco
nazionale Yasunì e
che corrisponde al
territorio degli
ultimi clan di
indios non
contattati
dell'amazzonia
ecuatoriana.
Lasciare il petrolio
sotto terra,
contribuire al
contenimento del
cambiamento
climatico globale
rinunciando a
disperdere
nell'atmosfera
tonnellate di
carbonio, in cambio
e solo nella
condizione in cui la
comunità
internazionale sarà
disposta a ripagare
lo sforzo economico
dell'Ecuador con la
cifra di quasi 4
mila milioni di
dollari.
Se questa proposta
sembra tuttavia
avere gambe, lo si
deve soprattutto
alla campagna di
pressione delle
organizzazioni della
società civile
“Amazonia Por la
Vida” (www.amazoniaporlavida.org)
Mentre il
vicepresidente Lenin
Moreno dichiara
l'importanza del
progetto ITT alla
conferenza sul
cambiamento
climatico “Clima
Latino” che si è
chiusa lo scorso 18
ottobre a Quito,
Correa negozia la
concessione della
licenza ambientale
ai brasiliani di
Petrobras per lo
sfruttamento delle
riserve di petrolio
nel Parco nazionale
Yasuni nel blocco
31, limitrofo con
l'ITT. Non solo
un'altra ferita in
uno dei parchi più
biodiversi del
pianeta, ma
un'iniziativa che
svuoterebbe di
significato la
proposta dell'ITT
che è una proposta
di intangibilità del
parco di Yasunì.
Concedere la licenza
ambientale del
blocco 31, dello
Yasunì , dove già
opera Repsol-YPF ,
Andes Petroleum e
Petro Ecuador,
riduce a solo
300.000 mila gli
ettari di parco. Non
solo. Il “bloque” 31
si trova in
territorio indigeno
Huaorani e questa
volta la
organizzazione
indigena che li
rappresenta, la NAWE,
non è disposta ad
accettare la
presenza di una
nuova compagnia nel
territorio
tradizionale. Per
questo motivo lo
scorso 17 ottobre
una delegazione di
Huaorani è arrivata
a Quito per
manifestare contro
la licenza di
Petrobras.
Il fatto che questa
zona di estrazione
nel parco Yasuni sia
stata licitata al
gigante brasiliano,
al quale le stesse
leggi del proprio
paese impediscano in
casa propria di
operare in aree
protette, apre un
altro legittimo
interrogativo sulla
cosiddetta
Integrazione
Latinoamericana.
Tanto che qualcuno
già parla del nuovo
imperialismo verde
giallo in america
latina. Un' egemonia
che riflette la
costituzione e il
rafforzarsi
dell'asse economico
Cina-Brasile
all'interno
dell'ordine
imperiale globale e
l'indebolimento
dell'egemonia
nordamericana.
Che significato
assume l'idea di
Rivoluzione
Bolivariana in
questo scenario?
E' certo che la
sovranità nazionale
economica e la
creazione di uno
stato sociale
effettivo siano
obiettivi sacrosanti
e che Correa, come
Chavez o Morales
rappresentino un
fase nuova e di
trasformazione
radicale. Invece, il
costo ambientale
della rivoluzione
Bolivariana in
america latina e la
proposta di sviluppo
ad esso inerente, è
ancora tutto da
stimare.