A
proposito
di
Tibet
... e
di
autodecisione
di
Antonio
Moscato
In un
dibattito
recente,
avevo
accennato
al
Tibet
appena
di
sfuggita,
solo
per
sottolineare
l'ipocrisia
di chi
si
riempie
la
bocca
con
discorsi
sui
"diritti
umani"
ma poi,
se ci
sono di
mezzo
affari
d'oro,
come in
questo
caso
con la
Cina,
fa
finta
di
niente
o si
limita
a una
generica
deplorazione,
evitando
di
prendere
misure
concrete
o di
minacciare
il
boicottaggio
delle
Olimpiadi
di
Pechino...
Ho
scoperto
con mia
sorpresa
che
qualcuno
dei
presenti
si era
indignato
perché,
secondo
lui,
stavo
appoggiando
una
rivolta
chiaramente
provocata
dagli
Stati
Uniti
per
destabilizzare
la
Cina...
E
naturalmente
mi
accusava,
contro
ogni
evidenza,
di
volere
il
regime
teocratico
del
Dalai
Lama.
Ho
faticato
a
spiegare
che non
appoggio
né il
Dalai
Lama,
che
considero
un
relitto
del
passato
(come
il
papa...),
né i
giovani
(monaci
o
laici)
che lo
contestano
per la
sua
moderazione
e che
mi ero
limitato
a dire
che non
sta a
noi
decidere
se la
migliore
soluzione
per
quel
territorio
è
l'autonomia
o
l'indipendenza
come
alternativa
alla
centralizzazione
e alla
colonizzazione
cinese.
Tanto
meno
posso
dire se
i morti
sono
stati 6
o 16 o
160
(cosa
che non
cambia
molto
il
giudizio
sulla
repressione),
ma mi è
parso
sintomatico
che la
cifra
vera
non si
possa
sapere,
perché
nel
Tibet
gli
occupanti
bloccano
telefoni,
vietano
cellulari
e
internet,
espellono
giornalisti
e
turisti.
Non è
il
giudizio
sul
Tibet
che mi
preoccupa
di più,
ma il
fatto
che la
scelta
di
parteggiare
incondizionatamente
per la
Cina
deriva
dal
fatto
che la
si
considera
in
qualche
modo
"socialista",
e
quindi
diventa
automaticamente
"reazionario"
anche
chi la
critica
da
sinistra.
Come è
avvenuto
per
decenni
con
l'URSS,
il cui
governo
calpestava
popoli,
uccideva
comunisti,
distruggeva
l'ambiente
e...
precipitava
verso
una
crisi
irreversibile,
che
l'ha
fatta
esplodere
e ha
portato
al
potere,
negli
spezzoni
in cui
si è
suddivisa,
una
frangia
di
burocrati
e di
sbirri
ex
comunisti
convertiti
al
capitalismo.
La Cina
per ora
sembra
solida
e in
piena
crescita,
ma è
minata
da
profonde
contraddizioni
che
spiegano
perché
il suo
governo
reagisce
con la
repressione
di
fronte
all'emergere
di ogni
forma
di
dissenso,
da
quello
delle
minoranze
etniche
a
quello
dei
lavoratori
che
tentano
di
organizzare
sindacati
veri.
La sua
economia
ha
fatto
balzi
in
avanti
sorprendenti,
ma il
livello
di vita
è
rimasto
per una
parte
notevole
della
popolazione
molto
basso,
mentre
è stata
distrutta
quasi
ogni
forma
di
protezione
sociale.
Ma
soprattutto
la Cina
è tutto
meno
che
socialista.
Che
"socialismo"
è
quello
che fa
morire
più
minatori
che nel
resto
del
mondo
in
incidenti
provocati
dall'assenza
di
misure
di
sicurezza,
e fa
perfino
lavorare
i
bambini
delle
scuole
elementari
in
attività
pericolose
come la
fabbricazione
di
fuochi
di
artificio,
senza
protezione
alcuna,
per
mantenere
la
propria
scuola?
E che
dire
della
proiezione
della
Cina
nel
mondo,
alla
ricerca
di
materie
prime a
buon
mercato?
Alcune
imprese
cinesi
stanno
operando
in
molti
paesi
dell'Africa
e
dell'America
Latina,
con
ottimi
rapporti
con
regimi
reazionari,
senza
preoccuparsi
minimamente
delle
condizioni
di
estremo
sfruttamento
praticate
in
aziende
a cui
partecipano
con i
propri
capitali.
Ma di
questo
bisognerà
parlare
più
ampiamente
in
altra
sede.
Quando
la
discussione
si è
spostata
sul
diritto
all'autodecisione
dei
popoli,
ho
scoperto
che un
certo
numero
di
compagni
ritiene
che sia
un
diritto
da
riconoscere
solo a
chi la
pensa
come
noi...
Avevo
incontrato
già nel
PRC non
pochi
sostenitori
di
questa
tesi
nell'area
dei
"giustificazionisti"
e dei
"nostalgici"
più o
meno
aperti
del
"socialismo
reale"
(quella
che fa
capo a
Grassi
e
Burgio),
e un
certo
contributo
alla
rimessa
in
circolazione
di
questa
concezione
di
derivazione
staliniana
era
venuto
anche
dall'opera
infaticabile
di uno
dei più
appassionati
sostenitori
della
"teoria
del
complotto",
Fulvio
Grimaldi.
Penso
utile
affrontare
brevemente
questa
questione,
che mi
preoccupa
soprattutto
perché
profondamente
diseducativa:
permette
infatti
di
rimuovere
il
problema
delle
cause
endogene
delle
crisi
di
regimi
sedicenti
socialisti,
e
rafforza
una
"concezione
poliziesca
della
storia"
che
attribuisce
ogni
movimento
all'opera
di
"sobillatori".
Scherzando
ho
spesso
ricordato
che
questa
concezione
è molto
vecchia,
e che
già
Alessandro
Manzoni
la
aveva
descritta
in modo
insuperabile:
aveva
raccontato
dapprima
come il
buon
Renzo
Tramaglino
si
fosse
trovato
per
caso
nel
mezzo
dei
moti di
Milano
per il
pane, e
si
fosse
sbracciato
a far
da
"pompiere",
scortando
fuori
dei
tumulti
la
carrozza
col
governatore,
ma
fosse
poi
stato
preso
di mira
da due
sbirri
che lo
avevano
sentito
in
osteria
raccontare
con
troppa
enfasi
la sua
partecipazione
a
quella
giornata.
Arrestato
come
organizzatore
per
conto
del re
di
Francia,
era
riuscito
a
fuggire
ma era
stato
messo
nella
lista
nera
dei
sovvertitori
da
catturare
a ogni
costo.
Il
Manzoni
insomma,
cattolico
e
moderato,
ma buon
osservatore
del
mondo,
aveva
rappresentato
in
quella
vicenda,
come in
quella
della
caccia
agli
untori,
la
necessità
dei
potenti
di
additare
dei
capri
espiatori,
inventandoli
o
scegliendoli
a caso,
e
mettendoli
in
conto
all'avversario
del
momento.
Questa
"teoria"
al
tempo
del
Manzoni
era
indubbiamente
patrimonio
esclusivo
di
tutti i
reazionari,
e così
è
rimasta
per
oltre
un
secolo;
di essa
hanno
fatto
le
spese
moltissimi
innocenti,
e poi
molti
dei
primi
organizzatori
del
movimento
operaio,
accusati
spesso
di
crimini
comuni
in base
a
"prove"
o
"testimonianze"
costruite
dai
"tutori
dell'ordine"
preoccupati
di far
vedere
ai
superiori
la
propria
abilità
investigativa.
Ma
nell'epoca
dello
stalinismo
questa
teoria
è stata
fatta
propria
dal
movimento
comunista,
per
spiegare
ogni
problema
dell'URSS
con il
"sabotaggio
di
traditori
al
servizio
del
nemico".
Si
pensi
alle
accuse
inverosimili
con cui
nei
"Processi
di
Mosca"
fu
sterminata
la
grande
maggioranza
dei
dirigenti
bolscevichi
che
erano
stati
protagonisti
della
rivoluzione
d'ottobre,
o a
come
nel
secondo
dopoguerra
questo
metodo
fu
esteso
ad
altri
paesi,
come
l'Ungheria
o la
Cecoslovacchia.
Ma era
stato
usato
già
nelle
giornate
del
maggio
1937 a
Barcellona,
di cui
furono
protagonisti
gli
operai
della
Centrale
telefonica
che
cercavano
di
difendere
la loro
azienda,
occupata
fin dai
giorni
del
golpe
franchista.
Quella
vicenda
è
invece
diventata,
nella
memoria
storica
dei
partiti
comunisti,
"la
criminale
insurrezione
dei
trotskisti".
Per
avvalorare
l'accusa
inverosimile
di
complicità
con
Franco,
e per
preparare
lo
scioglimento
del
POUM e
il
processo
ai suoi
dirigenti
che
doveva
concludersi
con la
loro
esecuzione,
nelle
sedi di
quel
piccolo
partito
che
aveva
dato un
enorme
contributo
di
uomini
alla
resistenza
al
fascismo,
durante
le
perquisizioni
furono
collocate
dagli
sbirri
staliniani
coccarde
fasciste
e
volantini
franchisti.
Tutti
gli
avvenimenti
che
squassarono
il
sistema
staliniano
negli
ultimi
tre
decenni
della
sua
lunga
agonia
furono
spiegati
dai
partiti
comunisti
di
tutto
il
mondo
come il
frutto
di
un'eterna
"manovra
della
CIA".
Nel
giugno
1953 la
prima
rivolta
operaia
a
Berlino
Est,
nata
dall'esasperazione
degli
edili
sottoposti
a ritmi
stressanti
per i
continui
tagli
dei
tempi
del
cottimo,
fu
attribuita
ai
"rigurgiti
nazisti"
(mentre
i
nazisti
si
erano
spostati
in
genere
nella
Germania
occidentale,
da cui
invece
erano
venuti
a Est
molti
lavoratori
comunisti
o
socialdemocratici
di
sinistra),
e lo
stesso
fu
fatto
quando
a
scendere
in
piazza
per il
salario,
gli
approvvigionamenti
e
migliori
condizioni
di vita
furono
gli
operai
di
Poznan.
Che
essi
fossero
scesi
in
piazza
nel
giugno
1956
con le
bandiere
rosse e
al
canto
dell'Internazionale,
fu
negato
anche
dal
sofisticato
Togliatti,
che
parlava
invece
di
"presenza
del
nemico",
e così
avvenne
per la
enorme
sollevazione
dei
Consigli
operai
di
Budapest
nell'ottobre
novembre
dello
stesso
anno.
Eppure
negli
archivi
sovietici
e anche
del
Dipartimento
di
Stato
sono
stati
trovati
telegrammi
con cui
gli
Stati
Uniti
assicuravano
Mosca
di "non
avere
interessi
in
Ungheria",
il che
voleva
dire in
pratica
"fate
pure,
noi
abbaieremo
un po'
a scopo
propagandistico,
ma
sappiamo
che
quello
è il
vostro
giardino
di
casa".
Ovviamente,
venivano
ricambiati
con la
stessa
moneta...
A volte
mi sono
chiesto
come è
possibile
che gli
appassionati
sostenitori
della
teoria
del
complotto
della
CIA
come
causa
di ogni
crisi
del
sistema
sovietico
non si
siano
domandati
perché
il KGB
non
faceva
lo
stesso
in
altri
paesi...
Eppure
le
uniche
rivoluzioni
che ci
sono
state
negli
ultimi
decenni,
da Cuba
alla
Bolivia,
dal
Nicaragua
alle
tante
che
pure
sono
state
soffocate
o non
sono
arrivate
alla
vittoria
ma
erano
vere
rivoluzioni
(il
Salvador)
non
vedevano
alcun
ruolo
dei
sovietici
e dei
loro
partiti,
che
caso
mai
erano
alleati
dei
generali
di
destra,
come in
Argentina
e altri
paesi
latinoamericani.
E
quello
che mi
preoccupa
di più
è che
grazie
a
questa
"teoria"
presa
in
prestito
dai
reazionari
di
tutti i
tempi,
tutti i
sintomi
di una
crisi
irreversibile,
che era
stata
colta
lucidamente
non
solo
dal
movimento
trotskista
ma
dallo
stesso
Che
Guevara
negli
ultimi
anni
prima
della
sua
morte,
furono
rimossi:
quando
la
crisi
arrivò
alla
sua
fase
terminale,
non
c'era
più
rimedio.
È un
preambolo
un po'
lungo,
ma temo
necessario.
Spiegare
quel
che
accade
nel
Tibet
solo
con un
complotto
della
CIA
significa
ignorare
le
tensioni
che
squassano
il
gigante
cinese,
che
pure è
apparentemente
fortissimo.
Nonostante
la sua
crescita
impetuosa,
la Cina
ha
ancora
una
parte
notevole
della
popolazione
che non
gode
affatto
dei
benefici
dell'espansione
economica,
e vive
al
margine
della
soglia
di
povertà,
in un
paese
in cui
una
minoranza
ostenta
ricchezze
favolose.
Questa
crescita
spiega
l'ostilità
degli
Stati
Uniti:
della
Cina
non
temono
un
assai
improbabile
"ritorno
al
comunismo",
ma la
concorrenza
sui
mercati
mondiali.
Gli
Stati
Uniti
sono
memori
di
quando
il
Giappone,
che
avevano
assecondato
e avuto
come
complice
nella
penetrazione
in Asia
per
ottanta
anni,
era
diventato
dopo
l'esplosione
della
crisi
del
1929 un
rivale
pericoloso.
È
questa
preoccupazione
che ha
spinto
a
circondare
cautelativamente
di basi
militari
la Cina
(ma
anche
la
Russia,
in cui
pure
l'idea
di
comunismo
è
impopolarissima
per
l'esperienza
fattane).
Ma
questo
dato
reale
non
giustifica
affatto
la
liquidazione
di ogni
movimento
delle
minoranze
etniche
(non
solo i
tibetani,
ma
anche
gli
ujguri
del
Xinjiang)
come
organizzato
o
"sobillato"
dalla
CIA.
Probabilmente
l'esperienza
dell'URSS
dell'ultimo
decennio
prima
del
crollo,
in cui
il
disagio
sociale
ed
economico
è stato
interpretato
soprattutto
in
chiave
etnica,
accelerando
la
crisi,
preoccupa
particolarmente
i
dirigenti
cinesi,
che
reagiscono
con
violenza
sproporzionata
a ogni
manifestazione
di
opposizione.
Non
sono
però
solo le
minoranze
etniche
ad
essere
colpite:
una
pesante
anche
se meno
clamorosa
repressione
colpisce
ogni
tentativo
di
organizzare
veri
sindacati
autorganizzati
o anche
soltanto
l'autodifesa
contadina
rispetto
alle
esazioni
di
burocrati
rapaci
e
onnipotenti.
È
questo
che
spiega
perché
si
reprime
un
movimento
così
circoscritto
in un
territorio
periferico,
in cui
per
giunta
i
cinesi
sono
diventati
maggioranza
grazie
alla
colonizzazione.
Stupisce
anche
che si
attacchi
così
violentemente
e in
modo
offensivo
il
vecchio
Dalai
Lama,
che
pure è
evidentemente
sconfessato
dai
giovani
ribelli
stufi
della
sua
non-violenza.
C'è il
rischio
che,
come è
avvenuto
in
tanti
altri
casi,
il
rifiuto
di
trattare
con i
moderati
porti
all'egemonia
degli
estremisti.
L'inquietudine
del
gruppo
dirigente
cinese
è però
comprensibile:
va
ricordato
che nei
primi
mesi
del
1989
erano
scoppiati
analoghi
disordini
nel
Tibet,
di cui
era
"vicerè"
(cioè
segretario
del
partito
locale)
proprio
l'attuale
presidente
Hu
Jintao.
La
repressione
fu
durissima,
ma
molti,
quando
esplose
pochi
mesi
dopo il
movimento
studentesco
(e,
verso
la
fine,
anche
operaio)
di
piazza
Tien
Anmen,
pensarono
che Hu,
che
stava
più a
Pechino
che a
Lhasa, avesse
percepito
i
sintomi
di una
crisi
imminente,
e
avesse
voluto
"dare
un
esempio".
Finora
i
dirigenti
cinesi
hanno
reagito
sempre
in
questo
modo di
fronte
a ogni
protesta,
per
timore
di una
rottura
del
monolitismo
di
derivazione
staliniana,
indipendentemente
dal
tipo di
rivendicazioni.
La
nuova
direzione
sorta
dopo la
morte
di Mao,
con
tutte
le sue
oscillazioni
tra
irrigidimenti
e
blando
riformismo,
vuole
il
pluralismo
economico,
non
quello
politico.
È
questo
che ha
portato
al non
mantenimento
di una
parte
degli
impegni
presi
al
momento
del
ritorno
di Hong
Kong
sotto
la
sovranità
cinese,
col
risultato
di
rendere
problematica
l'estensione
anche a
Taiwan
del
modello
"un
paese,
due
sistemi",
in sé
non
impossibile
dopo
che è
tornato
al
governo
dell'isola
il Kuo
Mintang,
che ha
battuto
i
fautori
della
separazione
definitiva
dalla
Cina.
Più che
l'immagine
delle
Olimpiadi,
in
gioco è
la
capacità
della
Cina di
usare
efficacemente
la sua
grande
potenza
materiale,
in un
mondo
che
conosce
crisi
economiche
e
politiche
sempre
più
gravi.
Cina e
Tibet
I
maoisti
hanno
ripetuto
sempre
che il
Tibet è
una
provincia
cinese.
In
realtà
è
diventata
tale
solo
dopo
l'occupazione
violenta
del
1950,
facilitata
anche
dalla
debolezza
e dalla
moderazione
del
giovane
Dalai
Lama,
che
sconfessò
più
volte i
guerriglieri
che
tentavano
di
resistere
all'occupazione.
Il
Tibet
aveva
avuto
un
regno
fin dal
II
secolo
a.c.,
in
certi
periodi
totalmente
indipendente,
in
altri
vassallo
dell'impero
cinese,
o
appoggiato
ai
mongoli
contro
la
Cina.
Conobbe
numerose
guerre
con la
Cina:
durante
una di
queste,
guidata
dal suo
quarantesimo
re
Ngadak
Triral,
che
governò
dall'815
all'838,
conquistò
una
parte
notevole
dell'Impero
di
mezzo,
che
conosceva
gravi
tensioni
dopo la
morte
dell'imperatore
Xianzong,
e
impose
un
trattato
che
definiva
i
confini.
Uno
stato
di
vassallaggio
rispetto
alla
Cina,
sancito
da un
tributo
e dalla
presenza
di
ambasciatori
(non
un'annessione
vera e
propria,
quindi),
comincia
nel
1721,
al
tempo
del
settimo
Dalai
Lama,
Kelsang
Gyatso.
Ma già
al
momento
del
"rinvenimento"
del
XIII
Dalai
Lama,
Thubten
Gyatso,
nel
1876,
era
finita
l'ingerenza
cinese
nella
cerimonia
della
sua
scelta
e
proclamazione.
Casomai
in
quegli
anni
cominciava
un
interessamento
britannico:
analogamente
a
quanto
avveniva
in
Afghanistan,
nel
quadro
del
"grande
gioco"
tra
Inghilterra
e
impero
russo,
nel
1904
c'era
stato
un
breve
tentativo
di
occupazione.
Il
Dalai
Lama
aveva
lasciato
un
reggente
e si
era
rifugiato
in
Mongolia,
che era
indipendente
e non
ancora
spartita
tra
Cina e
Russia.
Nel
1906 il
generale
inglese
Younghusband,
che
aveva
concluso
un
accordo
col
reggente
nel
quale
si
stabiliva
che il
Tibet
avrebbe
impedito
ad
altre
potenze
di
influire
sulle
sue
vicende
interne,
lo
faceva
ratificare
dal
governo
cinese
che
quindi
perdeva,
dal
punto
di
vista
giuridico,
ogni
diritto
sul
Tibet.
Un
tentativo
cinese
di
rimettervi
piede
nel
1910,
finiva
l'anno
successivo
in
seguito
alla
proclamazione
della
repubblica
da
parte
di Sun
Yatsen.
Nel
1912 il
Dalai
Lama
rientrava
a
Lhasa:
il
Tibet
avrebbe
conosciuto
da
allora
38 anni
di
indipendenza
totale.
Pochi?
Per
qualcuno
sembra
di si.
Eppure
la
Polonia,
dopo la
sua
riapparizione
nel
1918,
ne
aveva
conosciuti
solo
21, e
la
Cecoslovacchia,
che non
era mai
esistita
sotto
questa
forma,
solo
20. E
che
dire di
Finlandia,
Lituania,
Lettonia
ed
Estonia,
anch'esse
esistite
in
questa
forma
solo
tra le
due
guerre
mondiali?
Per
Lenin
non
c'era
dubbio,
la loro
indipendenza
non era
in
questione,
a
prescindere
dalla
sua
scarsa
simpatia
per i
governanti
di quei
paesi.
L'occupazione
cinese
del
1950,
condotta
con la
violenza
e
l'inganno
(Mao
offrì
al
Dalai
Lama
promesse
menzognere
accompagnate
da un
fiore...)
e poi
consolidata
con i
massacri
del
1956,
del
1967,
del
1989, è
stata
vergognosamente
giustificata
da gran
parte
della
sinistra
italiana,
che ha
anche
raccolto
molte
delle
menzogne
della
propaganda
maoista
sulla
società
tibetana.
Tra
l'altro
la
religione
è stata
conculcata,
riducendo
i
monasteri
da
2.500 a
70,
distruggendo
a
cannonate
e
profanando
gli
altri,
sia in
occasione
delle
repressioni
"a
caldo",
sia
durante
la
"rivoluzione
culturale".
Non era
certo
così
che
Marx e
Lenin
concepivano
la
lotta
alla
religione!
Oggi il
Dalai
Lama è
sempre
meno
popolare
nel suo
paese
per il
suo
moderatismo
e lo
spirito
di
conciliazione.
Già si
è visto
che
molti
dei
giovani
tibetani
ignoravano
i suoi
appelli
alla
non-violenza,
e si
sono
scagliati
contro
i
coloni
cinesi.
In
tutta
la Cina
intanto
si è
creato
un
clima
di
isterismo
contro
le
minoranze
(in
particolare
quella
ujgura
e
islamica
del
Xinjiang).
Per
quanto
questo
servirà
a
deviare
il
malcontento
nei
confronti
delle
disuguaglianze
e delle
ingiustizie
diffuse?
(24/3/08)
Con
mio
grande
stupore,
ho
scoperto
che
anche
difendere
i
diritti
dei
ceceni
che
lottano
da un
paio
di
secoli
contro
l'oppressione
russa
per
alcuni
nostalgici
è un
crimine:
la
Russia
di
Putin
in
cui
la
maggior
parte
dei
lavoratori
muore
di
fame
e
pochi
oligarchi
hanno
ricchezze
smisurate,
è
ancora
percepita
come
erede
della
rivoluzione
d'Ottobre.
Alcuni
di
questi
nostalgici
hanno
messo
in
rete
un
attacco
stupido
e
volgare
al
mio
articolo
sulla
Cecenia
apparso
su
“Liberazione”
nel
settembre
2004,
in
cui
mi
accusano
di
complicità
con
Brzezinski,
Pannella
e
Himmler
nei
progetti
di
“squartare
la
Russia”.
Col
loro
metodo
dovrei
dire
che
quelli
che
mi
attaccano
sono
agenti
di
Forza
Italia
o
dello
Stato
di
Israele…
Se ne
potrebbe
fare
un
elenco,
che
arriva
fino
alle
bottiglie
Molotov
portate
dai
poliziotti
nella
scuola
Diaz
di
Genova
dove
dormivano
ignari
e
inermi
manifestanti.
In
realtà
anche
nei
casi
di
reati
comuni,
per
dimostrare
l'infallibilità
degli
inquirenti,
si
cerca
di
"incastrare"
con
nuovi
elementi
chi è
stato
casualmente
discolpato.
Un
esempio
da
manuale
della
pervicacia
delle
autorità
di
polizia
e
della
magistratura
nel
"non
mollare"
chi
era
stato
indicato
come
responsabile
di un
reato
e che
è
risultato
innocente,
è
venuto
da
non
pochi
episodi
di
cronaca
nera
recentissimi
come
quello
del
padre
dei
due
bambini
caduti
nel
pozzo
ad
Acquaviva.
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