L’America vanta un’etica troppo marcata per ottenere benzina a basso
costo?
Questa è stata l’inevitabile domanda presentata agli investitori e
ai politici statunitensi dopo la visita di stato del presidente
cinese Hu Jintao, mentre cresceva il prezzo alla pompa.
In questo momento gli Stati Uniti sono i più grandi consumatori
mondiali di energia ma la Cina è il consumatore mondiale dalla
crescita più rapida. Ciò li pone in diretta competizione per ogni
nuova risorsa di petrolio greggio, gas naturale, carbone ed uranio
che si materializza attraverso l’esplorazione e la ricerca – per non
menzionare ogni attuale risorsa che produttori in cerca di profitto
decidono di rendere disponibile a prezzi stracciati.
Sono in costante aumento le nuove risorse energetiche che la Cina
sta acquistando da paesi che gli Stati Uniti disdegnano. La maggior
parte di questi si trova in Africa: paesi come il Sudan, il Ciad e
la Repubblica del Congo, in cui si registrano le più terribili
violazioni dei diritti umani. E la maggior parte delle risorse è
controllata da despoti rapaci nella repubblica del Kazakistan, in
Asia centrale, o in Myanmar (la ex-Birmania, NdT), nel Sud-est
asiatico.
L’acquisizione di energia è un sfida a tutto campo, nel quale ci
sono vincitori e vinti. Ogni nuova risorsa di energia che la Cina
incamera per accrescere la sua galoppante economia è, per gli Stati
Uniti, automaticamente persa per sempre. Perciò, bisogna solo
chiedersi se non sia stata l’avversione americana nel trattare con
il peggiore degli “stati canaglia” del mondo a portare la benzina a
salire inesorabilmente a 4 dollari al gallone durante la primavera.
Il nuovo potere coloniale
Dan Zhou, analista-capo alla CEB Monitor Group di Pechino,
sottolinea come la Cina sia diventata un partner interessante per
l’Africa e l’Asia centrale per quattro ragioni principali.
Innanzitutto, una maggiore domanda provoca l’aumento dei prezzi per
i prodotti in questione, e stiamo parlando perlopiù di materie prime
come petrolio, zinco e rame. In secondo luogo, la Cina non utilizza
virtualmente alcuno standard di trasparenza politica o di riforma
economica, per portare a compimento gli affari. Ancora, la Cina
ignora le violazioni interne dei diritti umani – considerati, di
fatto, un ostacolo agli affari. Ed infine, essa rappresenta una
sorta di all-inclusive commerciale: offrendo non solo investimenti,
commercio, operai specializzati e armi militari ma anche protezione
militare sotto forma del proprio veto al Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite.
La caccia della Cina al petrolio africano l’ha trasformata nella
nuova colonizzatrice del paese, polverizzando il ricordo delle
vecchie potenze europee come il Belgio, l’Italia, i Paesi Bassi, la
Gran Bretagna e la Francia. Ha ottenuto questo status in un tempo da
record: il commercio tra la Cina e l’Africa era di 10 miliardi di
dollari nel 2000 ed è arrivato a 39.7 miliardi nel 2005. Seguono i
dati delle attività cinesi nel continente africano, secondo la
relazione di CEB Monitor:
• Sudan: La Cina ha 4 miliardi di dollari di
investimenti nel paese che si crede abbia la più grande riserva di
petrolio ancora intatta di tutta l’Africa. La China National
Petroleum Corp. controlla il 40% della Greater Nile Petroleum, che
possiede giacimenti petroliferi, un condotto petrolifero, una grossa
raffineria e un porto. Lo scorso anno, la Cina ha acquistato più
della metà del petrolio esportato dal Sudan. Al contrario, il Sudan
ha coperto il 6% dell’importazione cinese di petrolio, circa 200,000
barili al giorno.
• Angola: I suoi pozzi offshore hanno fatto di
questo paese il secondo maggior produttore africano di petrolio. Al
febbraio di quest’anno, l’Angola aveva esportato il 13% del suo
petrolio alla Cina – facendone il maggior acquirente del paese. La
Cina ha depositato circa 3 miliardi di dollari sotto forma di
prestiti per assicurarsi il diritto di precedenza sul petrolio
angolano e ha fornito al paese ingegneri e operai specializzati per
lo sviluppo dei giacimenti. La Cina è anche il più grosso donatore
di aiuti del paese.
• Nigeria: Questo è il maggior produttore di
petrolio africano e fino a poco tempo fa non era compreso tra i
paesi fornitori della Cina. Ad ogni modo, la più grossa compagnia
petrolifera statale cinese, la Cnooc, lo scorso mese ha acquistato
il 45% di un giacimento petrolifero e di gas per 2.27 miliardi di
dollari e ha acquistato inoltre il 35% della licenza di esplorazione
del Delta del Niger per 60 miliardi di dollari.
• Altre parti dell’Africa: la Cina è attiva nella
Guinea equatoriale, in Ciad e Gabon, ha fatto investimenti per 170
miliardi di dollari nelle miniere dello Zambia ed è diventato il
maggior fornitore e commerciante di armi dello Zimbabwe; questo
commercio è portato avanti attraverso Robert Mugabe, “proscritto”
dalla diplomazia globale.
Acquirenti meno inopportuni
In America Latina, la storia è più o meno la stessa: la Cina è
diventata pian piano una sorta di partner elitaria per regimi
oppressivi, paranoici o con ambizioni regionali che vogliono
acquistare armi e carri armati con la vendita di petrolio e di
minerali.
Secondo il Los Angeles Times, l’amministrazione Bush ha
discusso seriamente con i diplomatici cinesi, incoraggiandoli a
cambiare atteggiamento e spedendo forze nel sud del paese. Questa
situazione diventerà sicuramente un problema perchè il Sudamerica,
ricchissimo di metalli, energia e risorse agricole, è sempre più
nelle mani di ideologi decisi a snobbare gli interessi degli Stati
Uniti, a favore di acquirenti meno propensi alle ingerenze interne.
In questo momento, la Cina è il secondo partner commerciale del
Sudamerica, avendo sorpassato l’Europa. Dal 2001 al 2006, le
esportazioni verso la Cina sono aumentate del 500%. Stando a fonti
pubblicate, nel solo 2004, il presidente Hu Jintao ha firmato
accordi del valore di 100 miliardi di dollari per i prossimi dieci
anni. Seguono i dati della CEB Monitor, sugli accordi commerciali
suddivisi per paese:
• Brasile: il paese più grande del Sudamerica
vende alla Cina minerale di ferro, soia, cotone, petrolio e zucchero
e insieme stanno sviluppando satelliti e equipaggiamento
aerospaziale. La Cina ha promesso nuovi investimenti a breve termine
del valore di 10 miliardi di dollari.
• Argentina: ha firmato accordi con la Cina per un
totale di 20 miliardi di dollari di investimento nei prossimi dieci
anni. La Cnooc sta costruendo una base petrolifera offshore.
• Venezuela: Questo paese è la terza risorsa più
importante per l’approvvigionamento petrolifero degli Stati Uniti,
ma i contrasti politici e sociali hanno portato il capo del governo,
Hugo Chavez a ricercare partner alternativi. Chavez ha in progetto
di raddoppiare l’esportazione del petrolio alla Cina fino a 300.000
barili al giorno, circa un quinto del milione e mezzo di barili che
vengono spediti giornalmente agli Stati Uniti. I cinesi stanno
acquistando partecipazioni in diversi giacimenti petroliferi,
rendendo la loro quota inaccessibile ai consumatori statunitensi.
• Ecuador: Questo è uno dei tre maggior produttori
di petrolio per l’approvvigionamento della costa orientale degli
Stati Uniti. La Cina ha acquistato un solo giacimento e sta
negoziando per altri pozzi.
Nel frattempo, il presidente Hu JinTao ha trovato nell’Arabia
Saudita un altro regime repressivo che vuole prendere le distanze
dagli Stati Uniti. Hu Jintao vi si è recato lo scorso gennaio e ci è
ritornato questo mese durante il suo viaggio di ritorno dagli Stati
Uniti: il commercio di armi e di trasferimenti di tecnologie sono
stati gli argomenti principali di discussione. La Cina ottiene circa
un ottavo delle sue importazioni dai sauditi, e il commercio si è
quasi decuplicato, fino ad arrivare a 14 miliardi di dollari dal
2000.
Come è facile immaginare, l’Iran è il paese della regione del Golfo
che più velocemente sta stringendo i legami con la Cina. Ci sono
voci, non confermate, che stimano da 70 a 100 miliardi di dollari la
somma che Hu Jintao si è impegnato di spendere per lo sviluppo di un
immenso bacino petrolifero in Iran; un quinto della somma, circa 20
miliardi di dollari, servirebbe per l’acquisto di gas naturale allo
stato liquido per i prossimi venticinque anni. Zhou afferma che una
compagnia cinese sta ampliando la linea della metropolitane di
Teheran, un’altra sta dotando la rete urbana di fibre ottiche ed
altre stanno costruendo fabbriche automobilistiche ed elettroniche.
Non ci vorrà molto tempo prima che l’Iran diventi la più grossa
fornitrice di petrolio cinese: e ciò significherebbe contrapporre i
suoi interessi politici ed economici a quelli dei politici e dei
consumatori degli Stati Uniti.
I nostri vicini e i loro
Possiamo infine concludere con le repubbliche dell’Asia centrale,
una volta appartenenti all’Unione Sovietica, tutte situate a ridosso
della Cina. Da qui, partono giornalmente in direzione Cina circa
500.000 barili di petrolio, attraverso oleodotti e petroliere.
Questo è stato un grande aiuto ai “commissari del popolo” del
Kazakistan, il cui PIL ha raggiunto i 56 miliardi di dollari grazie
allo sviluppo dei suoi bacini ricchi di energia tramite le
esplorazioni statunitensi, europee e russe. Il paese confina da un
lato con l’enorme provincia cinese dello Xinjian, e si sta
sviluppando velocemente per incrementare il commercio da entrambe le
parti, non soltanto quello riguardante petrolio e gas ma anche
cemento e manufatti.
In ogni modo, i cinesi non hanno lasciato i paesi democratici fuori
dalla lista dei possibili acquirenti. Un paio di anni fa, la Cina ha
acquistato una grossa quota di partecipazione della grande miniera
canadese Noranda, e ha dozzine di rapporti d’affari con i singoli
produttori di petrolio, gas e carbone delle regioni di Alberta e
Saskatchewan. Come dire, niente è lasciato al caso; nello stesso
palazzo dove si trova il mio ufficio a Seattle, uno speculatore ha
aiutato degli imprenditori cinesi ad acquistare privatamente
partecipazioni su miniere di carbone, oro e argento.
Per i distaccati investitori statunitensi, la cosa più ovvia da fare
è semplicemente aggregarsi, prendendo posizione tra le compagnie
nazionali ed internazionali che riforniscono il colosso cinese:
siano esse la canadese Falconbridge (metallo), un produttore di
energia turco come la Toreador Resources in Texas, un produttore di
petrolio e gas venezuelano come Harvest Natural Resources oppure
come le due grosse compagnie energetiche cinesi, la Cnooc o la China
Petroleum & Chemical.
Il consumatori non possono far molto, a parte indignarsi e, al
massimo, limitare il proprio consumo del combustibile fossile. La
Cina non ha nessun incentivo per sottomettersi alla richiesta degli
Stati Uniti di esigere un cambiamento dei regimi repressivi dei suoi
partner commerciali. E i politici non sono inclini a far posto a
regole che limitino la partecipazione statunitense a quella sorta di
mediazione corrotta e per mezzo di armi che sembra essere
indispensabile quando si fanno affari nella zona equatoriale, luogo
dove si sta scoprendo la maggior parte delle nuove fonti energetiche.
E così, siamo di fronte a un solito caso di “se non li puoi battere,
fatteli amici”. Stringere la mano alla Cina se si deve ma continuare
comunque ad acquistare miniere e a trivellare il fondo marino in
questo mercato al rialzo per accaparrarsi le materie prime, a
vendere SUV (Sport Utility Veichles, NdT), a traslocare vicino all’ufficio,
ad installare pannelli solari e a far pace con l’energia nucleare.
Jon D. Markman è direttore del notiziario di investimento
indipendente 'The Daily Advantage' e scrive settimanalmente per CNBC
su MSN Money, i cui articoli vengono ripubblicati su TheStreet.com.