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Raffiche di vento
mediatico -e no- sul Sudamerica, giunto alla metà della mega tornata
elettorale che riguarda una mezza dozzina di Paesi. La portaerei
nucleare Washington solca le acque dei Caraibi nel quadro delle
esercitazioni militari più massicce che sia dato ricordare. I
giornali delle due sponde atlantiche dipingono un paesaggio a tinte
fosche: i leaders dei Paesi sudamericani di sinistra si darebbero colpi
bassi"!(1).
La destra
continentale rialza la testa e a pieni polmoni catodici intona canti
di giubilo al “tramonto dell’integrazione”,
La carne al fuoco è
davvero molta, tanto da richiedere la minacciosa esibizione di
muscoli nucleari per inviare messaggi non certo criptati. Sul tavolo
dell’integrazione regionale si giocano in rapida successione le
carte delle alleanze commerciali ed economiche. C’è chi muove
portaerei e supersonici e chi muove le leve della politica e della
geo-economia.
E’ in atto un
rimescolamento generale delle carte che –sebbene acceleri una
ridefinizione necessaria delle modalità e dei tempi dell’integrazione-
proietta anche incertezze e dubbi.
Il Presidente Uribe
ha accettato il Trattato di Libero Commercio (TLC) e spalanca
definitivamente le porte del mercato colombiano, mettendo a
repentaglio l’agricoltura e l’industria agro-alimentare nazionale,
che soccomberà all’invasione di prodotti “made in USA”, altamente
sovvenzionati.
Una delle prime
vittime immediate è la Bolivia che perderà il principale mercato per
la propria soya, a vantaggio di quella transgenica proveniente dal
Canada e dagli Stati Uniti.
A poche settimane
dalla sua uscita di scena, il Presidente del Perù –el cholo Toledo-
subito dopo il trionfo inatteso di Ollanta Humala nel primo turno
delle presidenziali, ha rotto gli indugi si è precipitato a
Washington a firmare il TLC. Humala è un aperto oppositore del TLC.
Toledo ha fatto lo strappo nonostante non conterà su nessun deputato,
nonostante siano già state depositate le firme necessarie per
sottopporre a referendum l’avversato TLC.
Il Venezuela,
membro della Comunità Andina delle Nazioni (CAN), congiuntamente
alla Bolivia, ha reagito con rapidità denunciando che il governo del
Perù e della Colombia hanno assestato un colpo mortale alla CAN,
cedendo quote significative dei rispettivi mercati agli Stati Uniti,
sacrificando in questo modo i soci regionali.
Il governo di
Caracas ha deciso di ritirarsi dalla CAN perchè vede minacciati i
propri interessi. La Colombia è il suo primo socio commerciale all’interno
della CAN, da cui importa per 2 miliardi di dollari ed esporta solo
per 1 miliardo di dollari. Nessuno può garantire che, come nel gioco
delle tre sponde, la Colombia riesporti nell’area andina le merci
sovvenzionate provenienti dal nord, a cui aggiungerebbe solo un
minimo simbolico di valore aggiunto.
Il TLC, inoltre,
impone la revisione delle leggi nazionali che devono stare in
simbiosi con quelle nordamericane, al fine di garantire gli
investimenti da qualsiasi alterazione negativa, causata da nuove
normative salariali o ecologiche.
Ogni contenzioso
sui brevetti concernenti la biodiversità, farmaci a basso costo,
miglioramenti della sicurezza sociale, difesa ambientale, sarà
materia impugnabile dalle multinazionali e rimessa alla magistratura
degli Stati Uniti.
Evo Morales ha
denunciato con parole dure la decisione presa da Toledo ed Uribe
–“traditori dei popoli indigeni”- rilevando l’incompatibilità tra
l’appartenenza al più antico processo integrativo regionale (CAN,
1969) e l’accettazione supina del liberismo.
Da più parti, si fa
notare che i Paesi che si associano con gli Stati Uniti solo
potranno continuare ad essere esportatori di materia di prime,
perdendo però definitivamente il settore agricolo, cioè aggravando
la dipendenza alimentare.
I governi di Bogotà
e Lima hanno replicato che non si può proibire loro di accedere al
mercato nordamericano, mentre il Venezuela lo fa liberamente
collocando quote significative di petrolio e derivati.
E’ un argomento
debole perchè il mercato venezuelano non è stato svenduto
indiscriminatamente alla concorrenza extra-regionale. Nè il Perù nè
la Colombia sono esportatori significativi di idrocarburi. La
situazione era già così in epoca anteriore alla CAN.
La serie di
“levantamientos” degli indigeni ecuadoriani ha finora impedito al
traballante Presidente Palacios di aggiungere la sua firma a quella
di Uribe e Toledo, per cui vi è una discontinuità territoriale all’egemonismo
al di là delle Ande.
Cionostante la
sorte della CAN è ormai segnata e –come effetto collaterale
immediato per controbilanciare la mossa dei due peones imperiali- ha
prodotto il Trattato di Coperazione dei Popoli (TCP), con cui
Bolivia, Cuba e Venezuela si impegnano a commerciare senza nessun
dazio doganale.
Anche l’altro patto
di integrazione sudamericano (Mercosur), che si sviluppò in pieno
auge neoliberista, riproducendone logica e distorsioni, risente dei
sussulti regionali e delle contraddizioni interne ai suoi soci.
Il Mercosur, così
com’è, è disegnato alla misura degli interessi della borghesia
industriale di Sao Paulo, al peso geopolitico del gigante brasiliano
e alle priorità della sua economia. I soci minori come Bolivia,
Uruguay e Paraguay soffrono l’asimmetria esistente e vedono troppo
spesso ignorati i loro interessi. Il paradosso dell’elefante (brasiliano)
e della formica (uruguayana).
Questo malessere di
fondo è venuto a galla nel recente vertice di fine aprile ad
Asunción, in cui i Presidenti del Venezuela, Bolivia, Paraguay e
Uruguay deliberarono la costruzione di un gasodotto che modifica il
primitivo progetto promosso dall’Argentina, Brasile, Perù e Cile.
La crisi delle
“papeleras” tra Argentina e Uruguay, a proposito della costruzione
di fabbriche di cellulosa sulle sponde fluviali comuni, è un
ulteriore fattore che segnala il cattivo stato di salute del
Mercosur. E’ solo una crisi di crescita?
Il disagio
crescente dei soci minori, ha indotto il governo di Montevideo a
ventilare un possibile TLC con gli Stati Uniti, in realtà cerca di
ampliare il proprio raggio d’azione, e così esercita una pressione
efficace e insidiosa sui brasiliani ed argentini.
Pochi giorni dopo
il vertice di Asunción, Lula Chavez e Kirchner si sono incontrati a
Sao Paulo e hanno disaminato i problemi relativi alla conformazione
del blocco regionale. Ormai non si presenta più come confluenza
progressiva del CAN nell’attuale Mercosur che –in ogni caso- deve
essere adattato alla nuova fase dell’allargamento al Venezuela e
alla Bolivia. .
L’integrazione
effettiva ci sarà se riuscirà ad articolarsi attorno all’asse
portante dell’autonomia energetica e del gran gasodotto trans-amazzonico.
Si tratta, quindi, di pianificare per il medio periodo quale tipo di
sviluppo si pesergue,e come rimpiazzare la concorrenza con la
complementarietà e la coperazione tra economie che il neoliberismo
ha reso più vulnerabili e dipendenti.
Chavez ha fatto
appello ad un “nuovo Mercosur” che rappresenti in modo più armoso
anche gli interessi degli Stati più piccoli, cosa che Lula sembra
aver raccolto. Infatti, pochi giorni dopo, nelle assisi del PT con
cui ha messo a punto il piano per la rielezione, Lula ha detto che
“non siamo interessati ad un Brasile forte e ricco, circondato da
paesi poveri”.
Il Venezuela gioca
a tutto campo e dispiega la funzione strategica di paese-cerniera
che gli è propria, stimolando un contrappeso importante di fronte al
gigante carioca.
Svaniscono i dubbi,
l’unica alternativa per i Paesi dei due blocchi (CAN e Mercosur) è
la sedimentazione accelerata del blocco sudamericano. Questo
processo può avvenire solo con un piano concordato di sviluppo, però
non all’insegna del liberismo selvaggio e dei mercati nazionali
consegnati al capitale finanziari.
Da più parti viene
rilevata l’importanza di assimilare la lezione dell’unificazione
europea, che si basò sull’acciaio e il carbone (CECA). Chavez ripete
che il Gran gasodotto del sud “sarà la locomotrice di un nuovo
processo di integrazione, che ha come obiettivo la fine della
povertà e dell’esclusione”.
A parte il costo
ragguardevole di una ventina di miliardi di dollari, il gasodotto
lungo 10mila chilometri è un’opera che non sarebbe terminata prima
di dieci anni, e questo implica che ci dovrà essere una continuità
di azione che va oltre la durata dei singoli governi. L’integrazione
sarà possibile solo se diventerà politica di Stato, almeno per i
Paesi strategicamente determinanti dell’area.
La
nazionalizzazione degli idrocarburi boliviani, dopo il diluvio
ecumenico di distorsioni, preoccupazioni, intimazioni e messaggi
mafiosi, toglie definitivamente la Bolivia dall’isolamento. Tutti
gli occhi sono su La Paz.
Il governo
boliviano è al centro del grande gioco geopolitico subcontinentale e
mette sulla bilancia il peso dei giacimenti di gas.
Contrariamente ai
desideri della vulgata mediatica -che rielabora canovacci
propagandistici stilati a Washington- siamo di fronte
ad un’accelerazione considerevole nella conformazione del blocco
sudamericano.
Ossia un polo che
concretamente –succeda quel che succeda- è l’unione della
potenzialità della decima economia del mondo, dell’arsenale
agroalimentare argentino, del gas boliviano e degli idrocarburi e
materie prime venezuelane. Autonomia energetica garantita per un
secolo.
Le risorse
energetiche dell’area sono un bene comune, per lo sviluppo comune,
pertanto la loro difesa dalle mire predatrici esterne non è più una
mera questione nazionale.
Questo è il fulcro
di gravitazione attorno a cui ruoteranno le economie e con cui
dovranno misurarsi i Paesi a sud del Panama.
E’ necessaria la
lungimiranza per andare oltre le contraddittorie aggregazioni
sovranazionali attualmente esistenti e i contrasti contingenti.
Superare i limiti degli attuali patti commerciali, perchè
l’integrazione è altra cosa, e non può sacrificare la questione
sociale.
Le
classi subalterne possono contribuire significativamente a sbloccare
la situazione, e oltrepassare il bivio in cui ci si trova ora.
La consapevolezza è
che la prospettiva peggiore è quella dell’orizzonte plumbeo del TLC,
che è restaurazione del pieno potere delle oligarchie, accentuazione
dell`esclusione, livello di vita in caduta libera verso il basso,
esodo.
Bisogna “adottare
un neo-protezionismo ragionevole sul breve periodo” (Gullo), a
difesa della sovranità nazionale, giuridica, ambientale, alimentare
e culturale. Su queste cose, e sulle conquiste sociali, non può
deliberare un giudice di New York. Le multinazionali non devono più
designare i governi nazionali.
Il blocco
sudamericano emergerà sconfiggendo le elites riunite nel “partito
imperiale”, e il loro disegno di ridurre le sovranità nazionali a
spazi geografici consegnati alla dittatura finanziaria del G7. Non è
una questione teorica, è solo il buonsenso comune di un continente
sopravvissuto al neoliberismo.
L’integrazione è il
cammino per il superamento delle divisioni storiche ereditate dal
colonialismo spagnolo e dal neo-colonialismo successivo, e implica
il superamento dei settori organici al vassallaggio.
Costoro si dividono
in due categorie: quelli che già fanno salti di gioia e celebrano
prematuramente il “tramonto dell’integrazione”, e quelli che cercano
di dividere la sinistra latinamericana in una parte “buona” e
civilizzata (Lula e Tabarè Vazquez) e in un’altra cattiva perchè
“populista” (2).
Jorge Castañeda
dice che Chavez, Evo Morales, Kirchner, Humala e persino Lopez
Obrador sono intrisi di fetore “populista”. L’ex dirigente
guerrigliero salvadoregno Joaquin Villalobos, dopo il riciclaggio ad
Harvard, parla di “sinistra religiosa”, e il venezuelano Teodoro
Petkoff di “sinistra borbonica”.
Non è dato sapere
che cosa intendano dire esattamente, visto che i paesi governati
dalla sinistra continentale collaborano tra loro a diverso titolo, e
tutti indistintamente hanno rinsaldato le relazioni con Cuba.
Nell’Organizzazione
degli Stati Americani hanno una ferrea condotta comune contro le
ingerenze destabilizzanti di Washington, memori delle disgrazie dell’epoca
di Allende e dell’impossibilità del riformismo in un solo paese.
Risulta criptico e
pretestuoso il teorema delle “due sinistre”, quindi è meglio
affidarsi alle fatiche non letterarie dei suoi teorici. Di sicuro
c’è che la più recente impresa di J.Castañeda è aver fatto il
ministro degli esteri per conto di Fox, il più reazionario
Presidente del Messico moderno.
Teodoro Petkoff,
invece, si prodigò come ministro dell’economia dell’ultimo governo
venezuelano prono al FMI, per conto del quale salvò i banchieri,
annullò i contributi previdenziali dei lavoratori ed aprì il
petrolio alle multinazionali. Due anni fa, inoltre, inneggiò all’effimero
colpo di Stato portato a segno dal capo degli industriali
venezuelani Carmona Estanga. “Ciao Hugo” era il titolo che Petkoff
sparò sulla prima pagina del suo giornale.
La nazionalizzazione del gas boliviano sarebbe “borbonica”,
“religiosa” e/o “populista”? Il welfare di Chavez è deplorevole? Le
ragioni della Repsol o della British Petroleum devono prevalere
sugli interessi dei boliviani? La sinistra non sarà “moderna” però
governa, con ampio consenso.
L’appoggio
incondizionale al corrotto ex Presidente peruviano Alan Garcia,
lascia intravedere che il grido di guerra “tutti uniti contro
Humala” lanciato dal “partito imperiale”, raccoglie sotto le sue
bandiere la destra razzista, la tecnocrazia opusdeista e il fascino
discreto del neoliberismo di sinistra.
E’ finito il tempo
degli economisti e degli avvocati, e per recuperare governi perduti
si torna al riciclaggio di politici stagionati, poco importa se
corrotti. Sono i paladini della democrazia-di-mercato nella fase di
transizione a mercato-della-democrazia.
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Note
(1) http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=609
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05/05/2006 - La vittoria di Evo Morales in
Bolivia. L'analisi di Tito Pulsinelli |
| Ma il potere politico, non è il potere...
L'analisi, dopo la vittoria di Evo Morales, di Tito Pulsinelli
Il parlamento boliviano approva l'assemblea costituente il 4 febbraio 2006
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La storica affermazione di Evo Morales è stata
possibile grazie all’azione convergente della sinistra politica con quella
sociale, sulla priorità strategica della rottura dell’ordine oligarchico
boliviano.
E’ stato seriamente incrinato il potere illimitato delle elites inamovibili che,
dopo aver disposto ed esaurito a proprio esclusivo vantaggio delle miniere di
stagno, ora vorrebbero fare altrettanto con le riserve di gas.
Hanno perso il potere
politico, non il potere.
Ora il governo centrale è l’espressione di quella maggioranza sociale
storicamente esclusa dalle istituzioni boliviane. Non altrettanto, però, può
dirsi della composizione della macchina istituzionale dello Stato, che continua
ad essere la medesima, cioè basata sulla discriminazione, razzismo, difesa degli
interessi minoritari.
Evo Morales e il suo governo avranno potere
decisionale, effettivo e crescente, se sapranno manovrare, resistere ed imporsi
progressivamente al potere economico, alla banca nazionale e straniera, al
potere militare, alle alte gerarchie religiose, alla mafia dei mezzi di
comunicazione e agli organismi della pianificazione economica globalizzata (FMI,
OMC, Banca mondiale).
La realtà del potere politico è questa;
pertanto sognano ad occhi aperti quanti immaginano che -per “proclamare”
l’equità sociale- sia sufficiente firmare una raffica di decreti.
La conquista del governo non è il punto culminante, bensì solo l’inizio di un
processo in cui le classi subalterne –riunite nel “partito nazionale”-
cominciano ad affermarsi come nuovo blocco sociale egemonico. Vale a dire:
sottrarre protagonismo, iniziativa e spazi sociali al “partito imperiale”, a cui
il neoliberismo conferisce un programma e una identità.
Declina lo Stato delle oligarchie aliene ad
ogni spirito di condivisione, ma il nuovo blocco egemonico emergerà solo se i
movimenti sociali manterranno l’offensiva generale, in primo luogo sul gas.
Senza l’aumento sostanzioso della rendita gasifera, semplicemente non ci saranno
i mezzi sufficienti per finanziare l’indispensabile politica sociale
(1). Senza
il controllo pieno del gas, lo Stato boliviano è un asse economico troppo debole
(2) rispetto al potere ostentato dalle elites, ora più che mai in aperto e
sfrontato concubinaggio con gli interessi transnazionali.
La partita che si gioca sulle maggiori riserve
di gas continentali è un nodo in cui si intrecciano tutti i fili della trama e
dell’ordito del tessuto sociale boliviano: dai rapporti tra i vari settori
sociali interni (e il loro futuro prossimo), all’unità nazionale o separatismo,
l’affermazione della cultura popolare negata, fino alle ripercussioni
geopolitiche.
Oltre alle corporazioni
rappresentate dalla Casa Bianca, sono coinvolte anche la multinazionale spagnola
REPSOL (3), e la statale brasiliana Petrobras che –agli infimi prezzi attuali-
genera il 20% degli introiti fiscali di La Paz.
La nuova Bolivia ha una esigenza minima e irrinunciabile: il pieno possesso
giuridico e materiale degli idrocarburi. Soprattutto perchè non dispone di una
propria industria estrattiva.
E’ bene ricordare che gran parte della libertà
di manovra di Chavez sulla scena internazionale, si basa su di uno Stato che non
solo possiede invidiabili riserve petrolifere e gas, ma anche una industria di
estrazione e trasformazione, che è la terza multinazionale del settore. Dispone,
inoltre, di 8 raffinerie operanti negli Stati Uniti.
Questi strumenti generano potere e risorse che hanno consentito il faticoso ed
osteggiato inizio della trasformazione interna, l’autonomia multipolarista e
l’impulso al blocco sudamericano.
Evo Morales, forte delle esperienze affini del
Brasile, Venezuela, è consapevole che è solo una questione di tempo, ma la
controffensiva restauratrice è sicura, puntuale ed inevitabile.
Questa dipende solo relativamente dalla moderazione o dalla radicalità: il
“partito imperiale” non rinuncia mai al potere politico, con le buone o le
cattive.
Inoltre non fa nessuna distinzione tra riformismo e rivoluzione (4), anzi –come
sostiene Attilio Boron- ha sempre dimostrato che per sventare qualsiasi
avvisaglia di rivoluzione, preferisce stroncare sul nascere ogni tentativo
trasformatore.
Il nuovo governo, pertanto, dovrà prendere subito le decisioni vitali (nazionalizzazione,
assemblea costituente), ora che il fronte avverso ha perso l’iniziativa , ed è
ancora disorientato e confuso.
Questa è la lezione
degli anni ’70, quando il “partito imperiale” stroncò senza pietà il processo
riformista di Salvador Allende. Suonò come una ulteriore conferma della brutale
invasione del Guatemala, nel 1954, per strangolare sul nascere la pur moderata
riforma agraria del governo di Jacobo Arbenz.
Fino ai nostri giorni, in America latina -per
la via elettorale- è sempre tabù il tentativo di rottura dell’ordine coloniale,
basato sul potere delegato alle oligarchie autoctone.
C’è di più: il superamento di questo modello è stato possibile solo con la
rivoluzione messicana, evidenza confermata negli anni ’60 dalla rivoluzione
cubana. Poi il prologo negativo in Nicaragua e Salvador chiude definitivamente
un ciclo storico. Non è una forzatura, quindi, affermare che sinora la riforma
agraria è stata realizzata unicamente laddove è avvenuta una rottura
rivoluzionaria.
Votare, non votare, questo è il falso dilemma. In realtà, votare non è
sufficiente.
In questa latitudine, riformismo e Stato
sociale non sono certo una fittizia e fuorviante diversificazione merceologica
della politica. Alla segregazione atavica delle popolazioni originarie -10%
degli abitanti del continente- si è sommata l’esclusione massiva dei settori
urbani, prodotta dall’applicazione integrale del ricettario neoliberista.
Dalla volontà imperiale di congelare il tempo della depredazione, sono scaturite
società chiuse, pre-capitaliste, senza mobilità sociale interna. Più che
cittadini , salariati o elettori, c’è una plebe -straniera ai diritti- ostaggio
dell’economia informale-marginale-illegale, che detiene nelle sue spire il 70%
degli “occupati”.
Questo scorcio del nuovo
secolo disvela che la “globalizzazione” è ormai un totem desacralizzato nel
continente-cavia. Il movimento reale che trasforma lo stato di cose esistenti
cammina su due gambe.
La sinistra politica e quella sociale, nelle strade e dai parlamenti, ha
destituito ben 10 capi di Stato negli ultimi dieci anni.
Per la prima volta, il
“partito imperiale” si trova a dover recuperare il potere politico sfuggito –in
rapida successione- in un arco di paesi sudamericani.
Si schiude un nuovo ciclo, dove perde senso la contrapposizione riforma/rivoluzione,
e il movimento reale non si preclude aprioristicamente l’incursione all’interno
dell’alto potere politico. Mantiene gelosamente, però, la sua autonomia, e
continua ad espandere il controllo del territorio geografico e sociale.
In Ecuador non esitò ad abbandonare il sotegno al governo di Lucio Gutierrez, e
riuscì a conservare l’offensiva, fino ad estrometterlo dal potere.
Ci sono le pre-condizioni
per i cambiamenti, perchè il movimento reale si proietta oltre i limiti dei
singoli Stati nazionali, e si configura con tratti di sufficiente omogeneità.
Al suo interno confluiscono –e tendono ad amalgamarsi- la specificità della
ritrovata forza indigena e contadina, la teologia della liberazione, la
dimensione antimperialista del guevarismo, il crescente protagonismo delle donne
e il risveglio conservazionista contro la bio-pirateria.
Nel movimento reale si riversa l’auto-organizzazione delle opposizioni sociali,
e si difende la loro autonomia. I movimenti sociali sono esterni allo Stato, non
subordinati alla logica dei partiti. I campi d’azione sono delimitati.
In Brasile è rimasto disatteso il clamore per
la terra, addirittura ne è stata distribuita meno che nei due governi anteriori.
I Sem Terra, però, non mollano e continuano a dispiegare a macchia di leopardo i
loro accampamenti. Non si fanno disorientare dalla destra, e mantengono
l’offensiva sugli obiettivi, preparati alla lotta di lungo periodo.
Il livellamento verso il
basso di tutti i settori sociali subalterni–inclusi i ceti medi- sarà
indetenibile qualora si imponesse l’ALCA o i suoi surrogati. L’offerta è quella
di un futuro prossimo come eterna riproduzione del passato remoto.
All’interno del blocco
regionale è senz’altro più agevole attestare una linea di difesa più efficace
contro il neoliberismo di guerra e la sua vocazione totalitaria.
Il Mercosur non è il toccasana per tutti i mali e, così come si configura sinora,
sembra disegnato alla misura della borghesia di Sao Paulo.
E’ compito degli altri paesi membri fare da contrappeso al ruolo egemonico del
gigante brasiliano (5), e permane un obiettivo dei movimenti perseguire l’equità
tra i settori sociali, all’interno di ogni Stato nazionale e del blocco
regionale. Si tratta di riscrivere il contratto sociale e cambiare le regole del
gioco.
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Note
(1) Un trilione di piedi cubici di gas
ammontano ad un valore tra i 4 e 5 miliardi di dollari. Le riserve accertate
sono di 57 trilioni di piedi cubici, ossia 285 miliardi di dollari.
(2) Le multinazionali minerarie
esportarono 520 milioni di dollari e lasciarono in Bolivia solo 11 milioni (Bolpress)
(3) La Repsol registrò le riserve
gasifere boliviane nella Borsa di New York come se fossero di sua propietà,
denunció Andrés Solíz, esperto in materia energetica e membro della commissione
per la transizione del goverrno de Evo Morales, ora ministro degli Idrocarburi.
www.visionesalternativas.com, 14 gennaio 2006
(4) L’unica sinistra buona è quella che
accetta tutti i dogmi del mercato, viceversa si tratterebbe di “pernicioso
populismo”. In tal senso, vedasi le lodi innalzate dai conservatori delle due
sponde atlantiche alla nuova Presidente del Cile.
(5) Nel vertice dell’OMC ad Hong Kong,
la condotta del Brasile è stata incerta e altalenante; combattuto tra l’essere
ferma guida del G20 o cedere alle lusinghe dell’ammissione nel club dei grandi.
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