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Data Paese Autore Titolo Lingua
Fecha Pais Autor Tituolo Idioma
05/05/2006 Bolivia Tito Pulsinelli Gas boliviano: Evo rafforza blocco sudamericano Italiano
05/04/2006 Bolivia

Tito Pulsinelli

La vittoria di Evo Morales in Bolivia

Italiano

§

Raffiche di vento mediatico -e no- sul Sudamerica, giunto alla metà della mega tornata elettorale che riguarda una mezza dozzina di Paesi. La portaerei nucleare Washington solca le acque dei Caraibi nel quadro delle esercitazioni militari più massicce che sia dato ricordare. I giornali delle due sponde atlantiche dipingono un paesaggio a tinte fosche: i leaders dei Paesi sudamericani di sinistra si darebbero colpi bassi"!(1).

La destra continentale rialza la testa e a pieni polmoni catodici intona canti di giubilo al “tramonto dell’integrazione”,

La carne al fuoco è davvero molta, tanto da richiedere la minacciosa esibizione di muscoli nucleari per inviare messaggi non certo criptati. Sul tavolo dell’integrazione regionale si giocano in rapida successione le carte delle alleanze commerciali ed economiche. C’è chi muove portaerei e supersonici e chi muove le leve della politica e della geo-economia.

E’ in atto un rimescolamento generale delle carte che –sebbene acceleri una ridefinizione necessaria delle modalità e dei tempi dell’integrazione- proietta anche incertezze e dubbi.

Il Presidente Uribe ha accettato il  Trattato di Libero Commercio (TLC) e spalanca definitivamente le porte del mercato colombiano, mettendo a repentaglio l’agricoltura e l’industria agro-alimentare nazionale, che soccomberà all’invasione di prodotti “made in USA”, altamente sovvenzionati.

Una delle prime vittime immediate è la Bolivia che perderà il principale mercato per la propria soya, a vantaggio di quella transgenica proveniente dal Canada e dagli Stati Uniti.

A poche settimane dalla sua uscita di scena, il Presidente del Perù –el cholo Toledo- subito dopo il trionfo inatteso di Ollanta Humala nel primo turno delle presidenziali, ha rotto gli indugi si è precipitato a Washington a firmare il TLC. Humala è un aperto oppositore del TLC. Toledo ha fatto lo strappo nonostante non conterà su nessun deputato, nonostante siano già state depositate le firme necessarie per sottopporre a referendum l’avversato TLC.

Il Venezuela, membro della Comunità Andina delle Nazioni (CAN), congiuntamente alla Bolivia, ha reagito con rapidità denunciando che il governo del Perù e della Colombia hanno assestato un colpo mortale alla CAN, cedendo quote significative dei rispettivi mercati agli Stati Uniti, sacrificando in questo modo i soci regionali.

Il governo di Caracas ha deciso di ritirarsi dalla CAN perchè vede minacciati i propri interessi. La Colombia è il suo primo socio commerciale all’interno della CAN, da cui importa per 2 miliardi di dollari ed esporta solo per 1 miliardo di dollari. Nessuno può garantire che, come nel gioco delle tre sponde, la Colombia riesporti nell’area andina le merci sovvenzionate provenienti dal nord, a cui aggiungerebbe solo un minimo simbolico di valore aggiunto.

Il TLC, inoltre, impone la revisione delle leggi nazionali che devono stare in simbiosi con quelle nordamericane, al fine di garantire gli investimenti da qualsiasi alterazione negativa, causata da nuove normative salariali o ecologiche.

Ogni contenzioso sui brevetti concernenti la biodiversità, farmaci a basso costo, miglioramenti della sicurezza sociale, difesa ambientale, sarà materia impugnabile dalle multinazionali e rimessa alla magistratura degli Stati Uniti.

Evo Morales ha denunciato con parole dure la decisione presa da Toledo ed Uribe –“traditori dei popoli indigeni”- rilevando l’incompatibilità tra l’appartenenza al più antico processo integrativo regionale (CAN, 1969) e l’accettazione supina del liberismo.

Da più parti, si fa notare che i Paesi che si associano con gli Stati Uniti solo potranno continuare ad essere esportatori di materia di prime, perdendo però definitivamente il settore agricolo, cioè aggravando la dipendenza alimentare.

I governi di Bogotà e Lima hanno replicato che non si può proibire loro di accedere al mercato nordamericano, mentre il Venezuela lo fa liberamente collocando quote significative di petrolio e derivati.

E’ un argomento debole perchè il mercato venezuelano non è stato svenduto indiscriminatamente alla concorrenza extra-regionale. Nè il Perù nè la Colombia sono esportatori significativi di idrocarburi. La situazione era già così in epoca anteriore alla CAN.

La serie di “levantamientos” degli indigeni ecuadoriani ha finora impedito al traballante Presidente Palacios di aggiungere la sua firma a quella di Uribe e Toledo, per cui vi è una discontinuità territoriale  all’egemonismo al di là delle Ande.

Cionostante la sorte della CAN è ormai segnata e –come effetto collaterale immediato per controbilanciare la mossa dei due peones imperiali- ha prodotto il Trattato di Coperazione dei Popoli (TCP), con cui Bolivia, Cuba e Venezuela si impegnano a commerciare senza nessun dazio doganale.

Anche l’altro patto di integrazione sudamericano (Mercosur), che si sviluppò in pieno auge neoliberista, riproducendone logica e distorsioni, risente dei sussulti regionali e delle contraddizioni interne ai suoi soci.

Il Mercosur, così com’è, è disegnato alla misura degli interessi della borghesia industriale di Sao Paulo, al peso geopolitico del gigante brasiliano e alle priorità della sua economia. I soci minori come Bolivia, Uruguay e Paraguay soffrono l’asimmetria esistente e vedono troppo spesso ignorati i loro interessi. Il paradosso dell’elefante (brasiliano) e della formica (uruguayana).

Questo malessere di fondo è venuto a galla nel recente vertice di fine aprile ad Asunción, in cui i Presidenti del Venezuela, Bolivia, Paraguay e Uruguay deliberarono la costruzione di un gasodotto che modifica il primitivo progetto promosso dall’Argentina, Brasile, Perù e Cile.

La crisi delle “papeleras” tra Argentina e Uruguay, a proposito della costruzione di fabbriche di cellulosa sulle sponde fluviali comuni, è un ulteriore fattore che segnala il cattivo stato di salute del Mercosur. E’ solo una crisi di crescita?

Il disagio crescente dei soci minori, ha indotto il governo di Montevideo a ventilare un possibile TLC con gli Stati Uniti, in realtà cerca di ampliare il proprio raggio d’azione, e così esercita una pressione efficace e insidiosa sui brasiliani ed argentini.

Pochi giorni dopo il vertice di Asunción, Lula Chavez e Kirchner si sono incontrati a Sao Paulo e hanno disaminato i problemi relativi alla conformazione del blocco regionale. Ormai non si presenta più come confluenza progressiva del CAN nell’attuale Mercosur che –in ogni caso- deve essere adattato alla nuova fase dell’allargamento al Venezuela e alla Bolivia. .

L’integrazione effettiva ci sarà se riuscirà ad articolarsi attorno all’asse portante dell’autonomia energetica e del gran gasodotto trans-amazzonico. Si tratta, quindi, di pianificare per il medio periodo quale tipo di sviluppo si pesergue,e come rimpiazzare la concorrenza con la complementarietà e la coperazione tra economie che il neoliberismo ha reso più vulnerabili e dipendenti.

Chavez ha fatto appello ad un “nuovo Mercosur” che rappresenti in modo più armoso anche gli interessi degli Stati più piccoli, cosa che Lula sembra aver raccolto. Infatti, pochi giorni dopo, nelle assisi del PT con cui ha messo a punto il piano per la rielezione, Lula ha detto che “non siamo interessati ad un Brasile forte e ricco, circondato da paesi poveri”.

Il Venezuela gioca a tutto campo e dispiega la funzione strategica di paese-cerniera che gli è propria, stimolando un contrappeso importante di fronte al gigante carioca.

Svaniscono i dubbi, l’unica alternativa per i Paesi dei due blocchi (CAN e Mercosur) è la sedimentazione accelerata del blocco sudamericano. Questo processo può avvenire solo con un piano concordato di sviluppo, però non all’insegna del liberismo selvaggio e dei mercati nazionali consegnati al capitale finanziari.

Da più parti viene rilevata l’importanza di assimilare la lezione dell’unificazione europea, che si basò sull’acciaio e il carbone (CECA). Chavez ripete che il Gran gasodotto del sud “sarà la locomotrice di un nuovo processo di integrazione, che ha come obiettivo la fine della povertà e dell’esclusione”.

A parte il costo ragguardevole di una ventina di miliardi di dollari, il gasodotto lungo 10mila chilometri è un’opera che non sarebbe terminata prima di dieci anni, e questo implica che ci dovrà essere una continuità di azione che va oltre la durata dei singoli governi. L’integrazione sarà possibile solo se diventerà politica di Stato, almeno per i Paesi strategicamente determinanti dell’area.

La nazionalizzazione degli idrocarburi boliviani, dopo il diluvio ecumenico di distorsioni, preoccupazioni, intimazioni e messaggi mafiosi, toglie definitivamente la Bolivia dall’isolamento. Tutti gli occhi sono su La Paz.

Il governo boliviano è al centro del grande gioco geopolitico subcontinentale e mette sulla bilancia il peso dei giacimenti di gas.

Contrariamente ai desideri della vulgata mediatica -che rielabora canovacci propagandistici stilati a Washington- siamo di fronte ad un’accelerazione considerevole nella conformazione del blocco sudamericano.

Ossia un polo che concretamente –succeda quel che succeda- è l’unione della potenzialità della decima economia del mondo, dell’arsenale agroalimentare argentino, del gas boliviano e degli idrocarburi e materie prime venezuelane. Autonomia energetica garantita per un secolo.

Le risorse energetiche dell’area sono un bene comune, per lo sviluppo comune, pertanto la loro difesa dalle mire predatrici esterne non è più una mera questione nazionale.

Questo è il fulcro di gravitazione attorno a cui ruoteranno le economie e con cui dovranno misurarsi i Paesi a sud del Panama.

E’ necessaria la lungimiranza per andare oltre le contraddittorie aggregazioni sovranazionali attualmente esistenti e i contrasti contingenti. Superare i limiti degli attuali patti commerciali, perchè l’integrazione è altra cosa, e non può sacrificare la questione sociale.

Le classi subalterne possono contribuire significativamente a sbloccare la situazione, e oltrepassare il bivio in cui ci si trova ora.

La consapevolezza è che la prospettiva peggiore è quella dell’orizzonte plumbeo del TLC, che è restaurazione del pieno potere delle oligarchie,  accentuazione dell`esclusione, livello di vita in caduta libera verso il basso, esodo.

Bisogna “adottare un neo-protezionismo ragionevole sul breve periodo” (Gullo), a difesa della sovranità nazionale, giuridica, ambientale, alimentare e culturale. Su queste cose, e sulle conquiste sociali, non può deliberare un giudice di New York. Le multinazionali non devono più designare i governi nazionali.

Il blocco sudamericano emergerà sconfiggendo le elites riunite nel “partito imperiale”, e il loro disegno di ridurre le sovranità nazionali a spazi geografici consegnati alla dittatura finanziaria del G7. Non è una questione teorica, è solo il buonsenso comune di un continente sopravvissuto al neoliberismo.

L’integrazione è il cammino per il superamento delle divisioni storiche ereditate dal colonialismo spagnolo e dal neo-colonialismo successivo, e implica il superamento dei settori organici al vassallaggio.

Costoro si dividono in due categorie: quelli che già fanno salti di gioia e celebrano prematuramente il “tramonto dell’integrazione”, e quelli che cercano di dividere la sinistra latinamericana in una parte “buona” e civilizzata (Lula e Tabarè Vazquez) e in un’altra cattiva perchè “populista” (2).

Jorge Castañeda dice che Chavez, Evo Morales, Kirchner, Humala e persino Lopez Obrador sono intrisi di fetore “populista”. L’ex dirigente guerrigliero salvadoregno Joaquin Villalobos, dopo il riciclaggio ad Harvard, parla di “sinistra religiosa”, e il venezuelano Teodoro Petkoff di “sinistra borbonica”.

Non è dato sapere che cosa intendano dire esattamente, visto che i paesi governati dalla sinistra continentale collaborano tra loro a diverso titolo, e tutti indistintamente hanno rinsaldato le relazioni con Cuba.

Nell’Organizzazione degli Stati Americani hanno una ferrea condotta comune contro le ingerenze destabilizzanti di Washington, memori delle disgrazie dell’epoca di Allende e dell’impossibilità del riformismo in un solo paese.

Risulta criptico e pretestuoso il teorema delle “due sinistre”, quindi è meglio affidarsi alle fatiche non letterarie dei suoi teorici. Di sicuro c’è che la più recente impresa di J.Castañeda è aver fatto il ministro degli esteri per conto di Fox,  il più reazionario Presidente del Messico moderno.

Teodoro Petkoff, invece, si prodigò come ministro dell’economia dell’ultimo governo venezuelano prono al FMI, per conto del quale salvò i banchieri, annullò i contributi previdenziali dei lavoratori ed aprì il petrolio alle multinazionali. Due anni fa, inoltre, inneggiò all’effimero colpo di Stato portato a segno dal capo degli industriali venezuelani Carmona Estanga. “Ciao Hugo” era il titolo che Petkoff sparò sulla prima pagina del suo giornale.

La nazionalizzazione del gas boliviano sarebbe “borbonica”, “religiosa” e/o “populista”? Il welfare di Chavez è deplorevole? Le ragioni della Repsol o della British Petroleum devono prevalere sugli interessi dei boliviani? La sinistra non sarà “moderna” però governa, con ampio consenso.

L’appoggio incondizionale al corrotto ex Presidente peruviano Alan Garcia, lascia intravedere che il  grido di guerra “tutti uniti contro Humala” lanciato dal “partito imperiale”, raccoglie sotto le sue bandiere la destra razzista, la tecnocrazia opusdeista e il fascino discreto del neoliberismo di sinistra.

E’ finito il tempo degli economisti e degli avvocati, e per recuperare governi perduti si torna al riciclaggio di politici stagionati, poco importa se corrotti. Sono i paladini della democrazia-di-mercato nella fase di transizione a mercato-della-democrazia.

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Note

(1) http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=609


05/05/2006 - La vittoria di Evo Morales in Bolivia. L'analisi di Tito Pulsinelli
Ma il potere politico, non è il potere...

L'analisi, dopo la vittoria di Evo Morales, di Tito Pulsinelli

Il parlamento boliviano approva l'assemblea costituente il 4 febbraio 2006

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La storica affermazione di Evo Morales è stata possibile grazie all’azione convergente della sinistra politica con quella sociale, sulla priorità strategica della rottura dell’ordine oligarchico boliviano.
E’ stato seriamente incrinato il potere illimitato delle elites inamovibili che, dopo aver disposto ed  esaurito a proprio esclusivo vantaggio delle miniere di stagno, ora vorrebbero fare altrettanto con le riserve di gas.

Hanno perso il potere politico, non il potere.
Ora il governo centrale  è l’espressione di quella maggioranza sociale storicamente esclusa dalle istituzioni boliviane. Non altrettanto, però, può dirsi della composizione della macchina  istituzionale dello Stato, che continua ad essere la medesima, cioè basata sulla discriminazione, razzismo, difesa degli interessi minoritari.

Evo Morales e il suo governo avranno potere decisionale, effettivo e crescente, se sapranno manovrare, resistere ed imporsi progressivamente al potere economico, alla banca nazionale e straniera, al potere militare, alle alte gerarchie religiose, alla mafia dei mezzi di comunicazione e agli organismi della pianificazione economica globalizzata (FMI, OMC, Banca mondiale).

La realtà del potere politico è questa; pertanto sognano ad occhi aperti quanti immaginano che -per “proclamare” l’equità sociale- sia sufficiente firmare una raffica di decreti.
La conquista del governo non è il punto culminante, bensì solo l’inizio di un processo in cui le classi subalterne –riunite nel “partito nazionale”- cominciano ad affermarsi come nuovo blocco sociale egemonico. Vale a dire: sottrarre protagonismo, iniziativa e spazi sociali al “partito imperiale”, a cui il neoliberismo conferisce  un programma e una identità.

Declina lo Stato delle oligarchie aliene ad ogni spirito di condivisione, ma il nuovo blocco egemonico emergerà solo se i movimenti sociali manterranno l’offensiva generale, in primo luogo sul gas.
Senza l’aumento sostanzioso della rendita gasifera, semplicemente non ci saranno i mezzi sufficienti per finanziare l’indispensabile politica sociale (1). Senza il controllo pieno del gas, lo Stato boliviano è un asse economico troppo debole (2) rispetto al potere ostentato dalle elites, ora più che mai in aperto e sfrontato concubinaggio con gli interessi transnazionali.

La partita che si gioca sulle maggiori riserve di gas continentali è un nodo in cui si intrecciano tutti i fili della trama e dell’ordito del tessuto sociale boliviano: dai rapporti tra i vari settori sociali interni (e il loro futuro prossimo), all’unità nazionale o separatismo, l’affermazione della cultura popolare negata,  fino alle ripercussioni geopolitiche.

Oltre alle corporazioni rappresentate dalla Casa Bianca, sono coinvolte anche la multinazionale spagnola REPSOL (3), e la statale brasiliana Petrobras che –agli infimi prezzi attuali- genera il 20% degli introiti fiscali di La Paz.
La nuova Bolivia ha una esigenza minima e irrinunciabile: il pieno possesso giuridico e materiale degli idrocarburi. Soprattutto perchè non dispone di una propria industria estrattiva.

E’ bene ricordare che gran parte della libertà di manovra di Chavez sulla scena internazionale, si basa su di uno Stato che non solo possiede invidiabili riserve petrolifere e gas, ma anche una industria di estrazione e trasformazione, che è la terza multinazionale del settore. Dispone, inoltre, di 8 raffinerie operanti negli Stati Uniti.
Questi strumenti generano potere e risorse che hanno consentito il faticoso ed osteggiato inizio della trasformazione interna, l’autonomia multipolarista e l’impulso al blocco sudamericano.

Evo Morales, forte delle esperienze affini del Brasile, Venezuela, è consapevole che è solo una questione di tempo, ma la controffensiva restauratrice è sicura, puntuale ed inevitabile.
Questa dipende solo relativamente dalla moderazione o dalla radicalità: il “partito imperiale” non rinuncia mai al potere politico, con le buone o le cattive.
Inoltre non fa nessuna distinzione tra riformismo e rivoluzione (4), anzi –come sostiene Attilio Boron- ha sempre dimostrato che per sventare qualsiasi avvisaglia di rivoluzione, preferisce stroncare sul nascere ogni tentativo trasformatore.
Il nuovo governo, pertanto, dovrà prendere subito le decisioni vitali (nazionalizzazione, assemblea costituente), ora che il fronte avverso ha perso l’iniziativa , ed è ancora disorientato e confuso.

Questa è la lezione degli  anni ’70, quando il “partito imperiale” stroncò senza pietà il processo riformista di Salvador Allende. Suonò come una ulteriore conferma della brutale invasione del Guatemala, nel 1954, per strangolare sul nascere la pur moderata riforma agraria del governo di Jacobo Arbenz.

Fino ai nostri giorni, in America latina -per la via elettorale- è sempre tabù il tentativo di rottura dell’ordine coloniale, basato sul potere delegato alle oligarchie autoctone.
C’è di più: il superamento di questo modello è stato possibile solo con la rivoluzione messicana, evidenza confermata negli anni ’60 dalla rivoluzione cubana. Poi il prologo negativo in Nicaragua e Salvador chiude definitivamente un ciclo storico. Non è una forzatura, quindi, affermare che sinora la riforma agraria è stata realizzata unicamente laddove è avvenuta una rottura rivoluzionaria.
Votare, non votare, questo è il falso dilemma. In realtà, votare non è sufficiente.

In questa latitudine, riformismo e Stato sociale  non sono certo una fittizia e fuorviante diversificazione merceologica della politica. Alla segregazione atavica delle popolazioni originarie -10% degli abitanti del continente- si è sommata l’esclusione massiva dei settori urbani, prodotta dall’applicazione integrale del ricettario neoliberista.
Dalla volontà imperiale di congelare il tempo della depredazione, sono scaturite società chiuse, pre-capitaliste, senza mobilità  sociale interna. Più che cittadini , salariati o elettori, c’è una plebe -straniera ai diritti- ostaggio dell’economia informale-marginale-illegale, che detiene nelle sue spire il 70%  degli “occupati”.

Questo scorcio del nuovo secolo disvela che la “globalizzazione” è ormai un totem desacralizzato nel continente-cavia. Il movimento reale che trasforma lo stato di cose esistenti cammina su due gambe.
La sinistra politica e quella sociale, nelle strade e dai parlamenti, ha destituito ben 10 capi di Stato negli ultimi dieci anni.

Per la prima volta, il “partito imperiale” si trova a dover recuperare il potere politico sfuggito –in rapida successione- in un arco di paesi sudamericani.
Si schiude un nuovo ciclo, dove perde senso la contrapposizione riforma/rivoluzione, e il movimento reale non si preclude aprioristicamente l’incursione all’interno dell’alto potere politico. Mantiene gelosamente, però, la sua autonomia, e continua ad espandere il controllo del territorio geografico e sociale.
In Ecuador non esitò ad abbandonare il sotegno al governo di Lucio Gutierrez,  e riuscì a conservare l’offensiva, fino ad estrometterlo dal potere.

Ci sono le pre-condizioni per i cambiamenti, perchè il movimento reale si proietta oltre i limiti dei singoli Stati nazionali, e si configura con tratti di sufficiente omogeneità.
Al suo interno confluiscono –e tendono ad amalgamarsi- la specificità della ritrovata forza indigena e contadina, la teologia della liberazione, la dimensione antimperialista del guevarismo, il crescente protagonismo delle donne e il risveglio conservazionista contro la bio-pirateria.
Nel movimento reale si riversa l’auto-organizzazione delle opposizioni sociali, e si difende la loro autonomia. I movimenti sociali sono esterni allo Stato, non subordinati alla logica dei partiti. I campi d’azione sono delimitati.

In Brasile è rimasto disatteso il clamore per la terra, addirittura ne è stata distribuita meno che nei due governi anteriori.
I Sem Terra, però, non mollano e continuano a dispiegare a macchia di leopardo i loro accampamenti. Non si fanno disorientare dalla destra, e mantengono l’offensiva sugli obiettivi, preparati alla lotta di lungo periodo.

Il livellamento verso il basso di tutti i settori sociali subalterni–inclusi i ceti medi- sarà indetenibile qualora si imponesse l’ALCA o i suoi surrogati. L’offerta è quella di un futuro prossimo come eterna riproduzione del passato remoto.

All’interno del blocco regionale è senz’altro più agevole attestare una linea di difesa più efficace contro il neoliberismo di guerra e la sua vocazione totalitaria.
Il Mercosur non è il toccasana per tutti i mali e, così come si configura sinora, sembra disegnato alla misura della borghesia di Sao Paulo.
E’ compito degli altri paesi membri fare da contrappeso al ruolo egemonico del gigante brasiliano (5), e permane un obiettivo dei movimenti perseguire l’equità tra i settori sociali, all’interno di ogni Stato nazionale e del blocco regionale. Si tratta di riscrivere il contratto sociale e cambiare le regole del gioco.

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Note

(1) Un trilione di piedi cubici di gas ammontano ad un valore tra i 4 e 5 miliardi di dollari. Le riserve accertate sono di 57 trilioni di piedi cubici, ossia 285 miliardi di dollari.

(2) Le multinazionali minerarie esportarono 520 milioni di    dollari e lasciarono in Bolivia solo 11 milioni (Bolpress)

(3) La Repsol registrò le riserve gasifere boliviane nella Borsa di New York come se fossero di sua propietà, denunció Andrés Solíz, esperto in materia energetica e membro della commissione per la transizione del goverrno de Evo Morales, ora ministro degli Idrocarburi.
www.visionesalternativas.com, 14 gennaio 2006

(4) L’unica sinistra buona è quella che accetta tutti i dogmi del mercato, viceversa si tratterebbe di “pernicioso populismo”. In tal senso, vedasi le lodi innalzate dai conservatori delle due sponde atlantiche alla nuova Presidente del Cile.

(5) Nel vertice dell’OMC ad Hong Kong, la condotta del Brasile è stata incerta e altalenante; combattuto tra l’essere ferma guida del G20 o cedere alle lusinghe dell’ammissione nel club dei grandi.

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