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Da Carlo
Cartocci
1.
Non è un referendum come gli altri.
Il 25 e 26 giugno il popolo italiano sarà chiamato alle
urne per lo svolgimento del Referendum costituzionale, avente ad oggetto
l’approvazione o la bocciatura della legge di riforma della II Parte della
Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro destra nella scorsa
legislatura, e non ancora entrata in vigore.
La legge votata dal centrodestra è un accordo politico tra
Berlusconi, Bossi e Fini.
Bossi ha voluto la
“devolution”, che aggredisce i
beni pubblici repubblicani . Si ridefiniscono i
poteri delle Regioni, pregiudicando i diritti sociali più importanti per
ciascuno di noi (il diritto alla salute ed il diritto all’istruzione) e
mettendo a repentaglio l’unità sociale e politica del Paese.
Infatti attribuire alle Regioni la competenze legislativa
esclusiva in materia di assistenza ed organizzazione sanitaria significa
demolire il Servizio Sanitario Nazionale ed introdurre 20 diversi Servizi
Sanitari, con diverse regola di accesso ai servizi ed alle prestazioni
erogate. In questi differenti sistemi sanitari la capacità di assicurare
le prestazioni a tutela della salute di ciascun cittadino, dipenderà
concretamente dalla capacità finanziaria di ciascuna Regione.
Ciò comporterà una violazione del principio di eguaglianza
dei cittadini, di cui faranno le spese soprattutto i cittadini delle
regioni meridionali. Concretamente in molte regioni d’Italia, specie a
Sud, questo significherà Ospedali più scadenti, liste di attesa
sempre più lunghe, oneri e costi delle cure crescenti per il cittadino.
Un altro diritto sociale fondamentale per tutti i
cittadini italiani, il diritto all’istruzione, rimarrebbe fortemente
pregiudicato dalla “devolution”, che attribuisce alle Regioni potestà
legislativa esclusiva in organizzazione scolastica, gestione degli
istituti scolastici e di formazione e nella definizione della parte dei
programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione.
L’istruzione perderebbe il suo carattere universale per
diventare essenzialmente un servizio organizzato e gestito sulla base di
valutazione ed esigenze localistiche, con differenti standard qualitativi,
differenti regole di accesso e di fruizione delle prestazioni erogate.
Anche in questo caso la qualità del servizio dipenderebbe dalla capacità
finanziaria delle singole Regioni. I cittadini delle regioni meridionali
sarebbero maggiormente penalizzati e gli insegnanti meridionali
troverebbero maggiori difficoltà o potrebbero andare incontro a
discriminazioni nell’accesso al lavoro.
Come se non bastasse la “devolution” attribuisce alla
Regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa
regionale e locale. Questo significa non solo competenza a regolare le
funzioni amministrative di polizia, ma soprattutto la competenza ad
istituire dei nuovi “corpi armati”, con funzioni di polizia, ed a
disciplinarne l’armamento e le funzioni.
L’istituzione di corpi armati regionali comporterà degli
ulteriori costi che graveranno su ogni cittadino italiano una situazione
di crisi dell’unità nazionale.
Berlusconi ha voluto una nuova
forma di governo contro la democrazia.
La forma di Governo è il cuore di ogni ordinamento
democratico. La riforma costituzionale imposta dal Centro-destra opera un
vero e proprio trapianto di cuore, sostituendo la forma di governo della
Costituzione del 1948, basata – come generalmente avviene nelle democrazie
occidentali – sulla centralità del Parlamento e sull’equilibrio dei
poteri, con una inusitata forma di governo, basata sulla prevalenza del
Capo del Governo sullo stesso Governo e sulle Assemblee Parlamentari. Una
forma di governo che non esiste in nessun altro ordinamento di democrazia
occidentale, ma non è una novità per il nostro paese, che ha già
conosciuto, nell’epoca fascista, un sistema fondato sulla prevalenza del
Primo Ministro.
In questo nuovo ordinamento vengono concentrati nella mani
del Capo del Governo (Primo Ministro) tutti i poteri sottratti al
Parlamento, al Presidente della Repubblica ed allo stesso Governo.
Il Primo Ministro;
- prevale sul Governo, perché determina lui, da solo, la
politica del Governo ed, inoltre, nomina revoca i Ministri a suo
piacimento;
- prevale sul Parlamento perché può sciogliere la Camera
dei Deputati a suo piacimento e, con la minaccia dello scioglimento, può
costringere i deputati ad approvare le sue leggi nel termine che egli
stesso stabilisce;
- prevale sul Senato Federale della Repubblica, perché se
il Senato dovesse bocciare le leggi che gli stanno particolarmente a
cuore, il Primo Ministro può togliergli la competenza legislativa e
trasferirla alla Camera dei Deputati;
- prevale sulla sua stessa maggioranza parlamentare che
non può esercitare nessun controllo sul Primo Ministro e può sostituirlo
solo con una decisione assunta quasi all’unanimità;
- prevale sul Presidente della Repubblica, che perde il
potere di scegliere il Primo Ministro, perde il potere di decidere in
ordine allo scioglimento della Camera dei Deputati, perde il potere di
risoluzione delle crisi politiche e perde il potere di impedire al Governo
ed al Primo Ministro di presentare disegni di legge o decreti leggi
incostituzionali.
Il Parlamento (Camera dei Deputati) viene trasformato in
un organo esecutivo degli ordini del Primo Ministro assunti in forma di
legge ed addirittura i Parlamentari vengono divisi in due corpi separati,
tanto che ai deputati dell’opposizione viene impedito di esercitare il
diritto di voto rispetto alla scelte fondamentali di indirizzo politico.
Per effetto di queste modifiche, il volto della democrazia
italiana viene profondamente sfigurato.
Il ricorso alle elezioni non servirà più al popolo
italiano per eleggere i propri rappresentanti, ma servirà ad investire un
Capo politico, al quale verranno conferiti poteri pressoché assoluti.
Con le elezioni politiche il popolo non istituisce più un’assemblea di
propri rappresentanti che deve concorrere, con un Governo che goda della
fiducia dei rappresentanti, a determinare l’indirizzo politico, ma
conferisce ogni potere nelle mani di un Capo politico, elegge un sovrano e
la sua Corte. Il Parlamento (la Camera dei deputati) viene trasformato in
un consesso di “consiglieri del Principe” poiché i parlamentari possono
svolgere le loro funzioni soltanto se in sintonia con i desideri del
Principe, altrimenti vengono mandati via. Per questo i deputati
dell’opposizione, che consiglieri del Principe non sono (e non possono
diventare), non contano.
E’ vero che viene ridotto il numero dei deputati (che nel
2016 passerà da 630 a 518), ma – una volta che i parlamentari non possono
più esercitare liberamente la loro funzione di rappresentanti del popolo
italiano (cioè di rappresentare i bisogni, gli interessi e le aspirazioni
degli elettori), il loro numero è fin troppo elevato.
Con questa
nuova forma di Governo vengono demolite tutte le garanzie apprestate dalla
Costituzione italiana per evitare ogni forma di dittatura della
maggioranza. Persino la Corte Costituzionale, che rappresenta l’ultima
garanzia contro il pericolo di abusi della maggioranza a danno dei diritti
dei cittadini italiani, viene manipolata. Modificando la sua composizione
(con l’aumento della componente di derivazione politico-parlamentare), la
Corte viene politicizzata ed attratta, nel lungo periodo, nell’orbita
dell’influenza del Primo Ministro.
Con questa riforma il nostro paese esce fuori dal
sentiero della democrazia, come conosciuta nei paesi di tradizione
occidentale, e viene nuovamente spinto nell’avventura – che abbiamo già
percorso nel nostro passato - di un ordinamento fondato sulla “dittatura
elettiva” del Primo Ministro.
Un nuovo ordinamento che travolge
i diritti fondamentali dei cittadini.
I promotori della riforma della Costituzione ci hanno
assicurato che le nuove regole costituzionali non avrebbero modificato la
I Parte della Costituzione, cioè che non avrebbero pregiudicato i diritti
e le libertà che la Costituzione italiana garantisce a tutti i cittadini.
Questo non è assolutamente vero!
I diritti e le libertà non esistono in natura: possono
essere attuati, riconosciuti, garantiti e sviluppati soltanto attraverso
il funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri. Per esistere,
pertanto, hanno bisogno di un ordinamento democratico, di un assetto dei
pubblici poteri che, attraverso meccanismi istituzionali adeguati, dia
concretezza, protezione e tutela ai diritti ed alle libertà.
Attraverso la modifica della forma di Governo risultano
pregiudicati ed indeboliti sia i diritti a contenuto sociale, sia i
diritti a contenuto eminentemente politico (i diritti di libertà).
Infatti i
diritti sociali (come la dignità del lavoro) ed i diritti di libertà, si
sviluppano e si attuano attraverso la legislazione ordinaria, nel contesto
di un ordinamento democratico. Anche beni pubblici fondamentali per il
popolo italiano, come il ripudio della guerra (affermato dall’art. 11
della Costituzione), trovano la loro garanzia nei meccanismi della
democrazia.
I diritti
e le libertà solennemente sanciti dalla prima parte della Costituzione,
infatti, hanno ricevuto solidità e saldezza con gli istituti attraverso i
quali è stata organizzata la rappresentanza e sono stati distribuiti,
bilanciati e divisi i poteri. Spogliati di tali istituti, attraverso la
demolizione dell’architettura della parte II della Costituzione, i
diritti e le libertà appassiscono, cessano di essere garantiti a tutti e
perdono il vincolo dell’inviolabilità.
Per questo la controriforma della Costituzione, approvata
dalla maggioranza di centro-destra nel novembre del 2005, riscrivendo
l’intera II parte, travolge anche la I parte, pregiudicando l’impianto
della Costituzione italiana nel suo complesso.
Di conseguenza la riforma costituzionale voluta dalla
destra ci spoglia del patrimonio di diritti e di libertà che la
Costituzione italiana, nata dalla resistenza, ha attribuito ad ogni
cittadino italiano.
Essa ci deruba del patrimonio di beni pubblici
repubblicani che i costituenti ci hanno lasciato in eredità a garanzia
della libertà, della dignità, della felicità e della vita stessa di
ciascuno di noi.
In ogni società, la scelta sulla Costituzione è una scelta
politica suprema nella quale si mette in gioco il destino e l’identità
stessa di un popolo organizzato in comunità politica. Per questo il
referendum che si svolgerà nel giugno del 2006 è un referendum
istituzionale, paragonabile soltanto a quello del 2 giugno 1946 nel
quale il popolo fu chiamato a scegliere fra Monarchia e Repubblica.
La controriforma della Costituzione colpisce l’identità
politica stessa del popolo italiano, distruggendo quell’ordinamento
attraverso il quale si sostanzia la democrazia e si garantisce il rispetto
della dignità umana alle generazioni future.
Il Referendum è l’ultima occasione per salvare i beni
pubblici che i costituenti hanno prescritto per il popolo italiano,
facendo tesoro delle esperienze di lotta contro il nazifascismo. Oggi si
vogliono cancellare le radici della Costituzione che affondano nella
Resistenza
Non ci sarà una prova d’appello per la democrazia
italiana!
Se la riforma dovesse passare, la Costituzione italiana
sarebbe cancellata ed il suo patrimonio di libertà e di diritti disperso
per sempre.
La scelta che siamo chiamati a compiere con il Referendum
è cruciale per il destino del nostro Paese, com’è stata – a suo tempo - la
Resistenza.
Oggi, come allora, è necessario ritrovare lo stesso
spirito, la stessa coscienza di un dovere civile da adempiere:
sconfiggere il progetto di demolizione della Costituzione, votando
NO
al referendum per ricostruire il primato della convivenza civile
orientata al perseguimento del bene comune.
NO alla controriforma Berlusconi-Bossi
No la premierato assoluto e al regime del capo
No alla devolution che divide socialmente il paese
Salviamo la Costituzione della Repubblica
Il 25/26
giugno con il referendum le cittadine e i cittadini possono cancellare la
controriforma costituzionale voluta dal governo di centrodestra, che
distrugge la Seconda parte della Carta costituzionale, cioè le istituzioni
volte a garantire i diritti fondamentali sanciti nella Prima parte.
La
Costituzione italiana è stata sempre o disattesa o attaccata: come disse
Piero Calamandrei in Italia si è assistito da sempre al ‘disfattismo
costituzionale’. Prima, per decenni la Costituzione non è stata attuata,
poi, da più di vent’anni, è stata attaccata con l’intento di stravolgerla
per introdurre la ‘democrazia del capo’, che è la negazione della
democrazia costituzionale.
La
democrazia costituzionale ha i suoi capisaldi nei diritti fondamentali
delle persone, nel Parlamento, nella partecipazione popolare, e negli
istituti di garanzia - la Corte costituzionale, il Presidente della
repubblica e il Consiglio superiore della magistratura.
La
legge Bossi-Berlusconi è una vera e propria ‘rottura costituzionale’
perché:
- cambia
l’intera Seconda parte della Carta del ’48, ledendo le disposizioni
dell’art.138 che impone al legislatore della revisione costituzionale di
intervenire con modifiche puntuali di singoli istituti;
-
stravolge la forma di governo parlamentare attraverso l’introduzione del
premierato assoluto, annullando il ruolo del Parlamento ridotto a
esecutore della volontà del Primo ministro;
-
trasforma le elezioni in un processo di investitura del Primo ministro che
non dovrà richiedere neppure la fiducia del Parlamento e potrà controllare
a suo piacimento la stessa sua maggioranza disponendo del potere di
scioglimento della Camera;
-
manomette le istituzioni di garanzia – Presidente della Repubblica, CSM,
Corte costituzionale –svuotandole dei loro compiti di salvaguardia del
pluralismo istituzionale, dei diritti, civili politici e sociali, di ogni
cittadino/a;
- dietro
un falso federalismo, dato che il Senato non sarebbe organo
rappresentativo delle realtà istituzionali territoriali, provoca la
secessione dei ricchi dai ceti poveri attraverso la devolution delle
competenze in materia sanitaria ed educativa, così da spezzare l’unità
giuridica e politica della Repubblica e annullare il diritto di
uguaglianza e la pari dignità sociale delle persone, sancita dall’art. 3
della Costituzione.
Il 25/26
giugno con il referendum popolare possiamo cancellare la controriforma e
affermare il legame e sostegno di tutti/e noi cittadini/e alla
Costituzione nata dalla lotta di Liberazione. |