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martedì, 21 ottobre 2008 01:21:33
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Referendum 2006 - Rifondazione Comunista

Il referendum costituzionale del 25/26 giugno 2006

NO alla controriforma Berlusconi-Bossi

Da Carlo Cartocci

1.     Non è un referendum come gli altri.

Il 25 e 26 giugno il popolo italiano sarà chiamato alle urne per lo svolgimento del Referendum costituzionale, avente ad oggetto l’approvazione o la bocciatura della legge di riforma della II Parte della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro destra nella scorsa legislatura, e non ancora entrata in vigore.

La legge votata dal centrodestra è un accordo politico tra Berlusconi, Bossi e Fini.

Bossi ha voluto la

 “devolution”, che aggredisce i beni pubblici repubblicani . Si ridefiniscono i poteri delle Regioni, pregiudicando i diritti sociali più importanti per ciascuno di noi (il diritto alla salute ed il diritto all’istruzione) e mettendo a repentaglio l’unità sociale e politica del Paese.

Infatti attribuire alle Regioni la competenze legislativa esclusiva in materia di assistenza ed organizzazione sanitaria significa demolire il Servizio Sanitario Nazionale ed introdurre 20 diversi Servizi Sanitari, con diverse regola di accesso ai servizi ed alle prestazioni erogate. In questi differenti sistemi sanitari la capacità di assicurare le prestazioni a tutela della salute di ciascun cittadino, dipenderà concretamente dalla capacità finanziaria di ciascuna Regione.

Ciò comporterà una violazione del principio di eguaglianza dei cittadini, di cui faranno le spese soprattutto i cittadini delle regioni meridionali. Concretamente in molte regioni d’Italia, specie a Sud, questo significherà Ospedali più scadenti, liste di attesa sempre più lunghe, oneri e costi delle cure crescenti per il cittadino.

Un altro diritto sociale fondamentale per tutti i cittadini italiani, il diritto all’istruzione, rimarrebbe fortemente pregiudicato dalla “devolution”, che attribuisce alle Regioni potestà legislativa  esclusiva in  organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione e nella definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione.

L’istruzione perderebbe il suo carattere universale per diventare essenzialmente un servizio organizzato e gestito sulla base di valutazione ed esigenze localistiche, con differenti standard qualitativi, differenti regole di accesso e di fruizione delle prestazioni erogate. Anche in questo caso la qualità del servizio dipenderebbe dalla capacità finanziaria delle singole Regioni. I cittadini delle regioni meridionali sarebbero maggiormente penalizzati e gli insegnanti meridionali troverebbero maggiori difficoltà o potrebbero andare incontro a discriminazioni nell’accesso al lavoro.

Come se non bastasse la “devolution” attribuisce alla Regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa regionale e locale. Questo significa non solo competenza a regolare le funzioni amministrative di polizia, ma soprattutto la competenza ad istituire dei nuovi “corpi armati”, con funzioni di polizia, ed a disciplinarne l’armamento e le funzioni.

L’istituzione di corpi armati regionali comporterà degli ulteriori costi che graveranno su ogni cittadino italiano una situazione di crisi dell’unità nazionale.

Berlusconi ha voluto una nuova forma di governo contro la democrazia.

La forma di Governo è il cuore di ogni ordinamento democratico. La riforma costituzionale imposta dal Centro-destra opera un vero e proprio trapianto di cuore, sostituendo la forma di governo della Costituzione del 1948, basata – come generalmente avviene nelle democrazie occidentali – sulla centralità del Parlamento e sull’equilibrio dei poteri, con una inusitata forma di governo, basata sulla prevalenza del Capo del Governo sullo stesso Governo e sulle Assemblee Parlamentari. Una forma di governo che non esiste in nessun altro  ordinamento di democrazia occidentale, ma non è  una novità per il nostro paese, che ha già conosciuto, nell’epoca fascista, un sistema fondato sulla prevalenza del Primo Ministro.

In questo nuovo ordinamento vengono concentrati nella mani del Capo del Governo (Primo Ministro)  tutti i poteri sottratti al Parlamento, al Presidente della Repubblica ed allo stesso Governo.

Il Primo Ministro;

- prevale sul Governo, perché determina lui, da solo, la politica del Governo ed, inoltre, nomina revoca i Ministri a suo piacimento;

- prevale sul Parlamento perché può sciogliere la Camera dei Deputati a suo piacimento e, con la minaccia dello scioglimento, può costringere i deputati ad approvare le sue leggi nel termine che egli stesso stabilisce;

- prevale sul Senato Federale della Repubblica, perché se il Senato dovesse bocciare le leggi che gli stanno particolarmente a cuore, il Primo Ministro può togliergli la competenza legislativa e trasferirla alla Camera dei Deputati; 

- prevale sulla sua stessa maggioranza parlamentare che non può esercitare nessun controllo sul Primo Ministro e può sostituirlo solo con una decisione assunta quasi all’unanimità;

- prevale sul Presidente della Repubblica, che perde il potere di scegliere il Primo Ministro, perde il potere di decidere in ordine allo scioglimento della Camera dei Deputati, perde il potere di risoluzione delle crisi politiche e perde il potere di impedire al Governo ed al Primo Ministro di presentare disegni di legge o decreti leggi incostituzionali.

Il Parlamento (Camera dei Deputati) viene trasformato in un organo esecutivo degli ordini del Primo Ministro assunti in forma di legge ed addirittura i Parlamentari vengono divisi in due corpi separati, tanto che ai deputati dell’opposizione viene impedito di esercitare il diritto di voto rispetto alla scelte fondamentali di indirizzo politico.

Per effetto di queste modifiche, il volto della democrazia italiana viene profondamente sfigurato.

Il ricorso alle elezioni non servirà più al popolo italiano per eleggere i propri rappresentanti, ma servirà ad investire un Capo politico, al quale verranno conferiti poteri pressoché assoluti.

Con le elezioni politiche il popolo non istituisce più un’assemblea di propri rappresentanti che deve concorrere, con un Governo che goda della fiducia dei rappresentanti, a determinare l’indirizzo politico, ma conferisce ogni potere nelle mani di un Capo politico, elegge un sovrano e la sua Corte. Il Parlamento (la Camera dei deputati) viene trasformato in un consesso di “consiglieri del Principe” poiché i parlamentari possono svolgere le loro funzioni soltanto se in sintonia con i desideri del Principe, altrimenti vengono mandati via. Per questo i deputati dell’opposizione, che consiglieri del Principe non sono (e non possono diventare),  non contano.

E’ vero che viene ridotto il numero dei deputati (che nel 2016 passerà da 630 a 518), ma – una volta che i parlamentari non possono più esercitare liberamente la loro funzione di rappresentanti del popolo italiano (cioè di rappresentare i bisogni, gli interessi e le aspirazioni degli elettori), il loro numero è fin troppo elevato.

Con questa nuova forma di Governo vengono demolite tutte le garanzie apprestate dalla Costituzione italiana per evitare ogni forma di dittatura della maggioranza. Persino la Corte Costituzionale, che rappresenta l’ultima garanzia contro il pericolo di abusi della maggioranza a danno dei diritti dei cittadini italiani, viene manipolata. Modificando la sua composizione (con l’aumento della componente di derivazione politico-parlamentare), la Corte viene politicizzata ed attratta, nel lungo periodo, nell’orbita dell’influenza del Primo Ministro.

 Con questa riforma il nostro paese esce fuori dal sentiero della democrazia, come conosciuta nei paesi di tradizione occidentale, e viene nuovamente spinto nell’avventura – che abbiamo già percorso nel nostro passato - di un ordinamento fondato sulla “dittatura elettiva” del Primo Ministro.

 

Un nuovo ordinamento che travolge i diritti fondamentali dei cittadini.

 

I promotori della riforma della Costituzione ci hanno assicurato che le nuove regole costituzionali non avrebbero modificato la I Parte della Costituzione, cioè che non avrebbero pregiudicato i diritti e le libertà che la Costituzione italiana garantisce a tutti i cittadini.

Questo non è assolutamente vero!

I diritti e le libertà non esistono in natura: possono essere attuati, riconosciuti, garantiti e sviluppati soltanto attraverso il funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri. Per esistere, pertanto, hanno bisogno di un ordinamento democratico, di un assetto dei pubblici poteri che, attraverso meccanismi istituzionali adeguati, dia concretezza, protezione e tutela ai diritti ed alle libertà.

Attraverso la modifica della forma di Governo risultano pregiudicati ed indeboliti sia i diritti a contenuto sociale, sia i diritti a contenuto eminentemente politico (i diritti di libertà).

Infatti i diritti sociali (come la dignità del lavoro) ed i diritti di libertà, si sviluppano e si attuano attraverso la legislazione ordinaria, nel contesto di un ordinamento democratico. Anche beni pubblici fondamentali per il popolo italiano, come il ripudio della guerra (affermato dall’art. 11 della Costituzione), trovano la loro garanzia nei meccanismi della democrazia.

I diritti e le libertà solennemente sanciti dalla prima parte della Costituzione, infatti,  hanno ricevuto solidità e saldezza con gli istituti attraverso i quali è stata organizzata la rappresentanza e sono stati distribuiti, bilanciati e divisi i poteri. Spogliati di tali istituti, attraverso la demolizione dell’architettura  della parte II della Costituzione, i diritti e le libertà appassiscono, cessano di essere garantiti a tutti e perdono il vincolo dell’inviolabilità.

Per questo la controriforma della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro-destra nel novembre del 2005, riscrivendo l’intera II parte, travolge anche la I parte, pregiudicando l’impianto della Costituzione italiana nel suo complesso.

Di conseguenza la riforma costituzionale voluta dalla destra ci spoglia del patrimonio di diritti e di libertà che la Costituzione italiana, nata dalla resistenza, ha attribuito ad ogni cittadino italiano.

Essa ci deruba del patrimonio di beni pubblici repubblicani che i costituenti ci hanno lasciato in eredità a garanzia della libertà, della dignità, della felicità e della vita stessa di ciascuno di noi.  

In ogni società, la scelta sulla Costituzione è una scelta politica suprema nella quale si mette in gioco il destino e l’identità stessa di un popolo organizzato in comunità politica. Per questo il referendum che si svolgerà nel giugno del 2006 è un referendum istituzionale, paragonabile soltanto a quello del 2 giugno 1946 nel quale il popolo fu chiamato a scegliere fra Monarchia e Repubblica.

La controriforma della Costituzione colpisce l’identità politica stessa del popolo italiano, distruggendo quell’ordinamento attraverso il quale si sostanzia la democrazia e si garantisce il rispetto della dignità umana alle generazioni future.

Il Referendum è l’ultima occasione per salvare i beni pubblici che i costituenti hanno prescritto per il popolo italiano, facendo tesoro delle esperienze di lotta contro il nazifascismo. Oggi si vogliono cancellare  le radici della Costituzione che affondano nella Resistenza

Non ci sarà una prova d’appello per la democrazia italiana!

Se la riforma dovesse passare, la Costituzione italiana sarebbe cancellata ed il suo patrimonio di libertà e di diritti disperso per sempre.

La scelta che siamo chiamati a compiere con il Referendum è cruciale per il destino del nostro Paese, com’è stata – a suo tempo - la Resistenza.

Oggi, come allora, è necessario ritrovare lo stesso spirito, la stessa coscienza di un dovere civile da adempiere: sconfiggere il progetto di demolizione della Costituzione, votando NO al referendum  per ricostruire il primato della convivenza civile orientata al perseguimento del bene comune.

 NO alla controriforma Berlusconi-Bossi

No la premierato assoluto e al regime del capo

No alla devolution che divide socialmente il paese

Salviamo la Costituzione della Repubblica

 Il 25/26 giugno con il referendum le  cittadine e i cittadini possono cancellare la controriforma costituzionale voluta dal governo di centrodestra, che distrugge la Seconda parte della Carta costituzionale, cioè le istituzioni volte a garantire i diritti fondamentali sanciti nella Prima parte.

La Costituzione italiana è stata sempre o disattesa o attaccata: come disse Piero Calamandrei in Italia si è assistito da sempre al ‘disfattismo costituzionale’. Prima, per decenni la Costituzione non è stata attuata, poi, da più di vent’anni, è stata attaccata con l’intento di stravolgerla per introdurre la ‘democrazia del capo’, che è la negazione della democrazia costituzionale.

La democrazia costituzionale ha i suoi capisaldi nei diritti fondamentali delle persone, nel Parlamento, nella partecipazione popolare, e negli istituti di garanzia - la Corte costituzionale, il Presidente della repubblica  e il Consiglio superiore della magistratura.

La legge Bossi-Berlusconi è una vera e propria ‘rottura costituzionale’ perché:

- cambia l’intera Seconda parte della Carta del ’48, ledendo le disposizioni dell’art.138 che impone al legislatore della revisione costituzionale di intervenire con modifiche puntuali di singoli istituti;

- stravolge la forma di governo parlamentare attraverso l’introduzione del premierato assoluto, annullando il ruolo del Parlamento ridotto a esecutore della volontà del Primo ministro;

- trasforma le elezioni in un processo di investitura del Primo ministro che non dovrà richiedere neppure la fiducia del Parlamento e potrà controllare a suo piacimento la stessa sua maggioranza  disponendo del potere di scioglimento della Camera;

- manomette le istituzioni di garanzia – Presidente della Repubblica, CSM, Corte costituzionale –svuotandole dei loro compiti di salvaguardia del pluralismo istituzionale, dei diritti, civili politici e sociali, di ogni cittadino/a;

- dietro un falso federalismo, dato che il Senato non sarebbe organo rappresentativo delle realtà istituzionali territoriali, provoca la secessione dei ricchi dai ceti poveri attraverso la devolution delle competenze in materia sanitaria ed educativa, così da spezzare l’unità giuridica e politica della Repubblica e annullare il diritto di uguaglianza e la pari dignità sociale delle persone, sancita dall’art. 3 della Costituzione.

Il 25/26 giugno con il referendum popolare possiamo cancellare la controriforma e affermare il legame e sostegno di tutti/e noi cittadini/e alla Costituzione nata dalla lotta di Liberazione.


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