INTERVISTA di Martin E. Iglesias
presidente e coordinatore Associazione selvas.org (www.selvas.org). Note
su Rodolfo Riccci
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- Innanzitutto
ci racconti brevemente la storia e obiettivi della Federazione Italiana
Emigrazione Immigrazione, e che diffusione e valore ha tra i nostri
connazionali
La FIEI è
nata nel 1999 ed è stata promossa da due storiche organizzazioni
dell’emigrazione Italiana, cioè la FILEF (Federazione Italiana Lavoratori
Emigranti e Famiglie), fondata nel 1967 da Carlo Levi e l’Istituto
Fernando Santi. Ad essa aderiscono diverse altre federazioni regionali in
Italia e all’estero, complessivamente oltre 400 associazioni diffuse in
tutti i principali paesi meta dei flussi di emigrazione italiana, dal Nord
Europa, all’Australia, dal Canada all’America Latina, che sono impegnate
sia sul versante degli italiani all’estero che su quello dell’immigrazione
nel nostro paese. Gli organismi rappresentativi della FIEI vedono infatti
al loro interno sia emigrati che immigrati e direi che l’obiettivo
specifico per cui è nata, è proprio quello di saldare e far valere i
diritti degli immigrati e degli emigrati come un unicum; noi crediamo che
al di là dello svolgimento diacronico di questi fenomeni, c’è un’unità
sostanziale e strutturale dei problemi che i migranti hanno di fronte: i
problemi del riconoscimento di pari diritti con i cittadini autoctoni,
dell’integrazione paritaria nei luoghi di lavoro e nella società, sono più
o meno gli stessi per un italiano in Svizzera o per un extracomunitario in
Italia ...
Naturalmente, ci sono situazioni differenti da paese a paese; il
multiculturalismo australiano o il modello di integrazione canadese
continuano ad essere un esempio per molti altri paesi di immigrazione;
mentre i modelli tedesco e svizzero e ancor più il nostro, sono modelli
che riteniamo molto inadeguati e da superare rapidamente. Inoltre non si
deve dimenticare che ci sono differenze di classe e di status consistenti
all’interno delle stesse comunità di migranti: per esempio quando si parla
di “italiani all’estero” si parla di un’entità molto astratta e generica;
pur essendo tutti cittadini, vivono situazioni e condizioni di vita molto
diverse sia tra i paesi di arrivo, che all’interno degli stessi paesi…
In questo
senso, la FIEI intende rappresentare e rappresenta quella parte
maggioritaria della popolazione migrante che vivendo, o meno, situazioni
di disagio e marginalità, si batte tuttavia per la piena integrazione nei
paesi di accoglienza come per il giusto riconoscimento dei diritti che
l’Italia “deve” a coloro che hanno lasciato il suo territorio: tra questi
c’è anche il diritto ad essere riconosciuti e valorizzati in quanto
risorsa sociale, economica e politica “transnazionale” nell’epoca della
globalizzazione: attraverso le comunità migranti è possibile immaginare
modelli di cooperazione bilaterale o tra aree continentali (es.
Europa/Mercosur) più democratica e anche più efficace. Come è possibile
immaginare una crescita delle relazioni politiche tra paesi che siano
improntate alla solidarietà e alla pace, alla redistribuzione delle
risorse e delle ragioni di scambio….
- Avete avuto la
posibilità di "tastare il polso" degli italiani all'estero in occasione
della loro partecipazione alle loro prime elezioni... Relativamente al
Latinoamerica, come hanno vissuto questo appuntamento con la nostra
democrazia, ma anche la burocrazia esportata per l'occasione?
Anche qui, direi
chee bisogna evitare l’errore di generalizzare; ci sono settori della
nostra emigrazione che sono, se così si può dire, attardate su una visione
vecchia e nostalgica del rapporto con l’Italia. Ciò, per la verità,
riguarda a mio parere, più alcuni leader di comunità che le masse dei
nostri emigrati; tuttavia, in questa occasione, questi ambienti
riconducibili alla destra hanno ricevuto uno scarso riconoscimento
elettorale. Poi, ci sono ambiti che invece hanno reagito dimostrando
particolare competenza e conoscenza della situazione politica del nostro
paese ed hanno votato per la lista dell’Unione in modo consistente.
Infine, un altro settore ha optato per le “liste indipendenti” di cui, la
principale è l’AISA (Associazioni Italiane del Sud America),
dell’industriale argentino Luigi Pallaro, ha ottenuto un risultato molto
significativo; in questo caso ha giocato a suo favore, la capacità di
aggregare un numero importante di leader di comunità riconosciuti nei
diversi paesi della ripartizione del Sud America, che avevano più o meno
tutti la prerogativa di non essere prioritariamente schierati né a destra
né a sinistra, anche perché, magari, erano stati trascurati dalle varie
parti politiche…
Inoltre
c’è da dire che, da quanto si è visto, l’investimento di questa lista
nella campagna elettorale, è stato decisamente superiore alle altre.
Quanto al
gradimento dell’occasione elettorale, io direi che la gente ha reagito con
molto interesse, anche al di sopra delle aspettative, se si considerano le
difficoltà oggettive, ma soprattutto la insufficiente azione di
informazione istituzionale e il fatto che circa un milione di persone sono
state escluse dal voto per il mancato aggiornamento degli elenchi
elettorali, una responsabilità questa, a totale carico del Governo, del
Ministero dell’Interno, degli Esteri ed evidentemente dello stesso
Tremaglia.
- Quali sono le
gravi lamentele dei nostri connazionali con diritto di voto e quali i
riconoscimenti per l'iniziativa?
Le lamentele riguardano il fatto che le indicazioni per il
voto erano di difficile comprensione, che i plichi sono arrivati spesso in
ritardo e in molti casi non sono affatto arrivati, che l’informazione
istituzionale su liste e programmi è stata insufficiente, che in troppi
sono rimasti di fatto esclusi dal voto.
Il
riconoscimento riguarda essenzialmente il fatto che per la prima volta un
numero comunque consistente di elettori (oltre il 42%) ha potuto
esprimersi ed eleggere propri rappresentanti in Parlamento, cosa non da
poco, se si pensa che per decenni, le nostre comunità all’estero (circa 4
milioni di persone con cittadinanza) sono state quasi del tutto ignorate.
- La scelta dei
candidati delle circoscrizioni estere come è stata definita? (ndr.
problemi di non conoscenza delle realtà locali?)
Io penso che in Europa, in Australia e in Nord America, la
definizione dei candidati è stata, almeno a sinistra, abbastanza
soddisfacente, cioè ha tenuto conto in buona parte, del tessuto sociale e
della società civile organizzata che ha effettivamente lavorato a favore
dei nostri emigrati negli ultimi decenni.
Meno
soddisfacente, dal mio punto di vista, in America Latina, dove credo
sarebbe stata opportuna una maggiore presenza di figure più in sintonia
con l’attuale quadro evolutivo di questo continente, un contesto che
riguarda anche le nostre comunità le quali hanno subito in gran parte la
stessa sorte dei cittadini autoctoni, alle prese con le diverse crisi
economiche e sociali susseguitesi negli ultimi anni, e che esprimono
visioni e culture politiche spesso molto avanzate. Diverse candidature
invece, mi pare rappresentino circoli abbastanza ristretti e fuori da
questi processi.
- Quanto hanno
influito e in che modo le cosiddette corporazioni di italiani, o
addirittura interessi imprenditoriali nella scelta dei rappresentanti?
Credo che un problema sia stato, alla fonte, trovare un
accordo tra gli otto partiti dell’Unione, ognuno dei quali rivendicava una
propria visibilità; poi, come ho detto, c’è forse un deficit generale di
conoscenza delle concrete dinamiche politico-sociali, almeno dell’America
Latina. In tale contesto, alcuni hanno pensato che personaggi importanti
sul piano imprenditoriale, potessero risultare decisivi. Io credo che
l’esito del voto dimostri invece come il centrosinistra abbia acquisito i
propri consensi contando essenzialmente sul patrimonio e sulla capacità di
mobilitazione delle organizzazioni sociali e di servizio che sono attive
sul campo da molti anni.
Per quanto
riguarda invece le altre liste, è certo che le candidature siano state
espresse in grande maggioranza proprio dal mondo dell’impresa o da quello
che lei chiama dalle “corporazioni”.
- Era
pensabile, come qualcuno ha chiesto, che si tenessero almeno tra i
candidati vicini all'Unione, le primarie anche tra i nostri connazionali
all'estero?
Credo di sì; o quantomeno, credo che la discussione e il
coinvolgimento delle aggregazioni di base, potesse essere decisamente più
ampio. Una maggiore partecipazione nelle scelte avrebbe consentito una più
efficace collaborazione e mobilitazione e, probabilmente, avrebbe anche
consentito di eleggere qualche parlamentare della sinistra in più, anche
se complessivamente si può essere soddisfatti dell’esito del voto.
- Ha influito,
secondo lei, la storia attuale di rinnovamento democratico del
continente, sul risultato del voto per le nostre camere?
Sì, ne sono certo; dieci anni fa, il risultato conseguito
dall’Unione, sarebbe stato molto improbabile; in questi ultimi anni, la
partecipazione consapevole degli italiani alla vita politica dell’America
Latina è andata via via crescendo e gli orientamenti verso le sinistre dei
diversi paesi altrettanto; ciò è stato agevolato dalla forte presenza di
oriundi italiani in importanti partiti come il PT brasiliano, i partiti
socialisti o quelli che discendono dai movimenti rivoluzionari degli anni
’60 e ’70 come il MPP uruguayano, nei sindacati dei diversi paesi (CUT,
CTA, PNCT, ecc.), in movimenti sociali come quello dei Sem Terra, negli
stessi governi, dove, dal Venezuela all’Argentina, sono molti i ministri
che portano cognomi italiani. Durante la campagna elettorale, moltissimi
oriundi (che non avrebbero votato), hanno partecipato attivamente alla
mobilitazione per l’Unione di centrosinistra.
Nell’ottica latino-americana, quella del “cambio”, poter contribuire alla
sconfitta di Berlusconi e delle destre in un paese importante come
l’Italia, era un risultato per cui valeva la pena impegnarsi.
- Insomma gli
italiani all'estero potrebbero portare una qualche novità politica e di
idee all'interno dei Palazzi nostrani? Oppure c'è una consapevolezza di
non poter esportare verso l'Italia le peculiarità latinoamericane comprese
le tante proposte democratiche innovative?
Ogni processo storico ha bisogno dei suoi tempi: cambiare
una cultura politica spesso provinciale e allo stesso tempo italo-centrica
come quella italiana, non è una cosa semplice. Dipende molto dai
parlamentari eletti, dalle loro qualità e dalle loro capacità; dalla
visibilità positiva che sapranno conquistarsi presso l’opinione pubblica
“stanziale”. Ma io credo che sia possibile; anche perché molti temi e
pratiche inaugurate in America Latina dopo il tragico periodo delle
dittature cominciano ad affermarsi in molti luoghi d’Europa; il tema della
partecipazione, del bilancio partecipato, per fare solo un esempio; quello
dei gravi danni sociali ed ambientali indotti dalla globalizzazione
neoliberista, per farne un altro; della oggettiva necessità di un nuovo
rapporto nord-sud, della necessità del multipolarismo…; io penso che
potenzialmente il rapporto tra America Latina ed Europa sia uno dei più
fecondi. E in un certo senso, ciò che arriva da questo continente può
essere visto come una sorta di regalo inatteso, del ritorno,
rivitalizzato, di qualcosa che ci riguarda e che storicamente ci
appartiene…che proviene in buona misura da due secoli di lotte sociali e
di battaglie civili nate nel grembo stesso dell’Europa …
Penso che in
questa direzione, ci sia molto da fare, ma ciò riguarda molto di più le
organizzazioni che i singoli eletti. La sollecitazione verso un nuovo
rapporto tra America Latina ed Europa è un compito che ci possiamo dare
per il futuro prossimo, per i prossimi 5 anni….
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Rodolfo Ricci è coordinatore nazionale della FILEF e Segretario generale
della FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione), collegata alla
CGIL nazionale, che raccoglie oltre 400 associazioni federate in Italia e
in tutti i paesi di emigrazione.
Dal 1986 al
2001 ha vissuto in Germania, lavorando nell'ambito di attività sociali,
formative, di sostegno scolastico a favore degli italiani e di altre
collettività straniere emigrate in questo paese.
Dal 1989 al
2001 ha diretto il Centro di Formazione e Cultura della CGIL Germania a
Francoforte sul Meno, realizzando azioni di formazione, orientamento e di
creazione di impresa in ambito transnazionale che hanno avuto
riconoscimenti ufficiali da parte di diverse istituzioni tedesche,
italiane e comunitarie.
Dal 1997 al
2004 ha progettato e diretto per la FILEF interventi di ricerca,
formazione, sviluppo locale e cooperazione in Brasile, Argentina, Uruguay,
Canada, Australia, Belgio, Francia, Svizzera, Svezia e Gran Bretagna. |