Dei nostri
connazionali all’estero vogliamo capire il loro apporto ai risultati
elettorali nostrani, voto su voto. Poco ci interessa delle loro distanze
dalla penisola d’origine, non chilometriche, ma culturali, di
responsabilità politica e partecipazione sociale.
In queste settimane,
gli emigrati hanno assunto un indiscutibile protagonismo e sono alla
ribalta delle cronache negli Stati Uniti come in Italia.
Infatti le maggiori
città nordamericane sono state teatro di proteste moltitudinarie contro
il progetto di legge che vorrebbe trasformare 11 milioni di lavoratori
stranieri in “delinquenti sociali”. La volontà governativa statunitense
di classificare il lavoro-nero come un delitto penale sanzionabile con
la carcerazione, ha immediatamente prodotto l’insorgere delle
organizzazioni della società civile, organizzazioni sindacali, religiose
e sociali, che ha riportato alla memoria gli anni 70 e Martin Luther
King. Per ora la legge è stata bloccata e, con essa, la
criminalizzazione del lavoro salariato.
I fratelli (lontani)
d’Italia, invece, alla prima occasione che è stata loro concessa, hanno
provveduto a immettere un pò di buon senso nelle elezioni più mediatiche
e provinciali che sia dato ricordare.
Quelli delle “valige di
cartone”, dagli schermi delle loro televisioni satellitari, di internet,
dalla stampa dei rispettivi Paesi di residenza, assistevano allibiti
alla grande sagra paesana del « lesso di bimbo cinese » o dell’abolizione
delle tasse sulla spazzatura... E si chiedevano se erano elezioni
comunali o politiche.
Per gli italiani che
vivono in altre latitudini economiche ed etno-culturali, era
raccapricciante udire politici che mentre esaltano l’era aurea della
globalizzazione, invocano l’innalzamento di mura per recintare borghi e
castelli, sotto lo stendardo delle “radici cristiane”. Trasmettevano,
loro malgrado, la sensazione di una identità debole e vacillante.
Il problema è la crisi
demografica, ma loro si abbarbicano pateticamente a Costantino, immemori
della Grecia antica e altro. Il Colosseo è uno scenario dei tempi d’oro
di Cinecittà?
“l’Italietta”
scrutata da lontano
Visti con gli occhi
della lontananza, lo spettacolo offerto dai politici nel Teatro “Porta a
Porta” appartiene al genere del cabaret.
Agli occhi della
identità-forte che ha resistito l’intemperie del vivere altrove e in
minoranza, il chiacchiericcio meta-politico celebrato in TV, trasuda
superficialità e un auto-compiaciuto provincialismo “eurocentrista”. C’è
di più, il linguaggio televisivo è affollato da troppi anglicismi.
Il ceto politico ha
dimostrato che l’emigrazione italiana è oggetto di una radicale
rimozione freudiana.
L’affrettata ostentazione di modernità non
può tollerare le immagini color seppia delle “valige di cartone”.
Soprattutto i tempi in cui le rimesse monetarie estere apparivano tra le
prime quattro voci delle entrate. Non si vuol ricordare questa parte del
film, meglio tagliarla, non sia mai che il “terzo mondo” smetta di
essere un luogo comune.
Questa rimozione è
d’obbligo, si sono capovolti i ruoli, adesso si importa “mano d’opera” e
si discrimina.
Due miti residuali
vengono adottati trasversalmente: “italiani all’estero tutti fascisti” e
quello degli “emigrati italiani hanno fatto tutti fortuna”.
Oggi che Berlusconi è
un ex Presidente, persino Mirko Tremaglia s’è accorto a sue spese che è
caduto il primo dei due miti. Con la sua lista è rimasto con un pugno di
mosche: l’emigrazione non è un feudo personale. Gli altri partiti di
destra, in ordine sparso, hanno scoperto che l’emigrazione non è una
loro riserva di caccia privatizzata.
L’altro mito dell’
“emigrato italiano, emigrato ricco” ha fatto sì che tra i candidati
scelti dai partiti a Roma, abbondino notabili, imprenditori , classe
medio alta. Assenti i ricercatori e tecnici dell’ultima emigrazione,
ignorati gli impoveriti e i precarizzati della vecchia.
Si è ignorato che il
ventennio ultraliberista ha portato al crack di un’Argentina
dollarizzata e fedelissima alle encicliche del FMI, al collasso
uruguayano e ad un diffuso riflusso generale che ha seriamente colpito
persino i ceti medi e professionali.
Gli italiani non sono stati risparmiati,
non ne sono usciti indenni.
Molti
hanno dovuto riprendere il cammino del ritorno, ed oggi fanno le code
davanti alle Questure per i permessi di soggiorno dati con il
contagoccie.
Le
liste dell’Unione non rispecchiano questo fenomeno, ed hanno visto tra
gli eletti candidati/e ostili a quei governi sudamericani che hanno
rinforzato le politiche sociali e il welfare - come il Venezuela - o
applicano politiche neoprotezioniste, come Argentina e Uruguay.
Il voto estero ha
semplicemente bocciato un governo dalla mimica fortemente ideologizzata
– allo stile opusdeista del Partido Popular spagnolo - che soffiava sul
fuoco della polarizzazione per camuffare gli interessi di un clan.
Forse gli emigrati non
sono di sinistra, però hanno preferito votare quella parte che ha
perlomeno una bozza di lavoro.
Premeva l’urgenza di
cambiare il simbolo più visibile dell’Italia all’estero, in cui era
sempre più imbarazzante identificarsi.
Questo, non altro, ha
motivato la partecipazione al voto, perchè le relazioni concrete e
materiali con le istituzioni italiane all’estero sono pessime. Tagli al
bilancio, ideologia dell’esportazione del “made in Italy”, inesistenza
di legami con gli “italiani esportati”. Svilimento perverso della
proiezione geopolitica a specie minore del commercio estero.
In Latinamerica,
l’Italia ha una presenza complessiva inversamente proporzionale alla
dimensione delle comunità di italos. Oltre la retorica di ogni 2 di
giugno, la realtà è che per il rinnovo di un passaporto bisogna
aspettare minimo sei mesi. Ci vogliono due anni per registrare un
certificato di matrimonio o l’atto di nascita di un figlio. Bisogna
aspettare fino a quattro anni per un certificato di cittadinanza. Per
le eredità, meglio non parlare.
Non è un servizio da
Stato risorgimentale, è peggio. L’orologio si è fermato su un tempo a-storico,
anteriore alle reti aeree, telefoniche e informatiche.
La modernità è
rintracciabile solo nelle laute remunerazioni del personale addetto al
lavoro consolare. Si va dai 25 mila euro mensili di un console generale
agli oltre 10 mila euro dell’incaricato all’ufficio notarile o del
responsabile dell'Assistenza Sociale. In aggiunta, due mesi di ferie e
viaggio pagato, più vari altri eccetera previsti dalla Legge consolare
(1).
A fronte di tanta
elevata qualificazione si eroga un servizio inaccetabile, dove il
rapporto ora/prodotto è al di sotto di ogni livello di produttività.
Se è problema solo di
regolamenti burocratici, che cosa si aspetta a cambiarli?
Il mondo dell’emigrazione
è più complesso e raffinato di quanto comunemente si suppone. Nei nuovi
movimenti sociali ci sono tanti dirigenti di origine italiana, nipoti e
pronipoti di un’emigrazione cominciata con l’esilio dei Carbonari,
proseguita con i garibaldini.
Nelle fila dei nuovi
governi sudamericani ci sono vari ministri con ascendenza italiana che
–se un giorno decidessero di richiedere il passaporto- scoprirebbero che
è più efficiente la burocrazia dei Paesi da loro diretti.
L’emigrazione è una
risorsa strategica sottovalutata di cui si ignora persino l’esatta
consistenza statistica. Il primo passo della geopolitica dell’Italia nel
mondo, passa obligatoriamente per l’istaurazione di relazioni dignitose
con la propria emigrazione, e nel rispetto dei loro diritti di
cittadinanza.
(1) Dati dell’1
ottobre 2005 tratti da un volantino distribuito a Caracas dalla Red
Italo-Venezuelani ed ampiamente diffuso in Internet
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