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Nel poco tempo a disposizione non è
possibile fare una analisi credibile del voto degli italiani all’estero,
ma solo alcune riflessioni iniziali da approfondire. Il tema merita da
parte del partito una attenzione ed un’analisi completa. Qui mi limiterò a
toccare tre punti:
A.
I pregiudizi
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innanzi tutto si è sfatato il pregiudizio che gli
emigrati italiani siano prevalentemente di destra. Quando il pregiudizio
si è formato, molti anni fa, forse poteva avere qualche fondamento, anche
se la più antica emigrazione era spesso venata di socialismo e anarchismo,
ma oggi possiamo dire che la realtà estera è divisa fra centrodestra e
centrosinistra in una proporzione simile a quella italiana. Con una
differenza però: nella sinistra all’estero sembra aver attecchito poco la
vulgata revisionista e l’antifascismo è fortemente sentito più di quanto
non lo sia in molta parte del centrosinistra di casa nostra.
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Va anche detto che, in queste prime elezioni
all’estero, il centrosinistra si è mobilitato più del centrodestra e con
una esplicita repulsione nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo.
Si è così ridimensionato anche l’altro pregiudizio che voleva gli emigrati
ignoranti delle cose politiche italiane ed interessati solo delle
questioni locali di comunità. In realtà i due pregiudizi sono sepolti dai
risultati che vedono, su un totale di 18 seggi, andarne uno solo alla
lista fascista di Tremaglia e due soli ad indipendenti di liste cosiddette
apolitiche.
B.
I risultati
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Sui risultati del voto ha pagato la scelta di esserci
presentati ovunque con la lista dell’Unione. Ha pagato sul piano
strategico perché gli avversari si sono presentati divisi, ma soprattutto
perché ha risposto alla domanda di unità del centro sinistra che
all’estero è fortemente sentita. Al Senato il voto all’estero è stato
determinante (4 senatori all’Unione, uno a FI e uno ad un indipendente),
alla Camera si sono avuti 7 deputati al centrosinistra, quattro al
centrodestra e uno indipendente.
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Questo risultato non va considerato dall’Unione e dal
nostro partito una sorta di cambiale in bianco: gli italiani all’estero
che hanno votato per il centrosinistra saranno attenti alle politiche che
il prossimo governo farà e al rispetto del programma sottoscritto.
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Un discorso a parte va fatto per il risultato del
PRC.
Posso dire, con un poco di orgoglio
ed un poco di amarezza, che abbiamo dimostrato che si possono fare le
nozze con i fichi secchi e anche con pochi fichi secchi.
In ritardo rispetto a tutti gli altri
partiti, impegnando risorse economiche ed umane limitatissime, grazie
quasi esclusivamente all’impegno di tanti compagni all’estero (compagni
organizzati nelle quattro federazioni europee e compagni diffusi nei
territori, isolati o uniti in piccoli gruppi e circoli), abbiamo ottenuto
un buon risultato.
In Europa al Senato la nostra
compagna ha raccolto 18.800 preferenze e alla Camera il nostro compagno ha
avuto più di 10.000 voti. In America del Sud, un territorio immenso dove
esiste solo il piccolo circolo di Cordoba, il nostro candidato
ha raccolto ben 2400 voti. Si tratta di risultati di tutto rispetto che ci
permettono di essere, anche all’estero come in Italia, il terzo partito
dello schieramento di centrosinistra.
Il risultato complessivo avrebbe
potuto essere anche più consistente se i nostri candidati (lavoratori
senza propri mezzi economici) avessero potuto disporre di maggiori risorse
per spostarsi nelle proprie circoscrizioni, avessero potuto contare su un
minimo apparato e sul sostegno mediatico che la presenza di leader e
dirigenti degli altri partiti hanno assicurato ai propri candidati. La
campagna elettorale dei nostri si è dovuta contenere perché il contributo
dell’Unione è arrivato, probabilmente per cattiva volontà, soltanto pochi
giorni prima del voto e il partito ha potuto sostenere i suoi candidati
solo con 2000 euro. Credo che il partito debba dire grazie ai questi
nostri compagni.
C.
Proposte politiche
Questi risultati ci prospettano due
diversi tipi di impegni: interni al partito e nel governo. Non mi
dilungherò sulle ragioni per cui il partito deve consolidare i rapporti
con i compagni all’estero, ne ho già parlato e scritto più volte, spero
che presto potremo organizzare un seminario specifico sul tema a cui
invitare i vari dipartimenti e i nostri rappresentanti parlamentari. Per
ora mi limito a pochi punti:
1.
Nel partito occorre da un lato affrontare il tema
della nostra organizzazione all’estero: bisogna rafforzare e riorganizzare
il sistema delle federazioni e dei circoli, stabilire un circuito
comunicativo ed una attenzione alla realtà politica e culturale che i
compagni all’estero rappresentano. D’altro lato occorre contattare e
organizzare i tanti compagni sparsi nei paesi latinoamericani, in Canada e
in Australia. Queste elezioni hanno creato una prima sottile ed estesa
rete, bisogna rafforzarla. Se riusciremo a dare il segnale che il partito
si interessa ai compagni emigrati, avremo un ritorno di impegno generoso
ed entusiasta.
2.
Sul voto all’estero è forte l’influenza che hanno i
patronati: di fatto in queste elezioni sono stati eletti candidati
appoggiati o dall’Inca o dalle Acli, si tratta di padronati egemonizzati
da Ds e Margherita. Noi non possiamo continuare a guardare con sufficienza
ai padronati, dovremmo invece rapportarci ad essi, essere più presenti
così come lo siamo nei sindacati.
3.
I forti legami che ci sono fra immigrati e emigrati
vanno riconosciuti e declinati: stesse rivendicazioni di diritti, stessi
bisogni, stessa dignità, stessa autodeterminazione. Il diritto al voto per
gli emigrati resterà dimezzato se non ci sarà un analogo diritto al voto
degli immigrati in Italia, e se non si promuoveranno accordi con i paesi
di accoglienza per la concessione del voto agli emigrati. Infine non va
dimenticato il fenomeno ormai numericamente rilevante degli “emigrati di
ritorno”, provenienti soprattutto dall’America latina, che vivono in
Italia una realtà frustrante: né cittadini, né stranieri. Sarà necessario
impostare una politica comune per immigrati, emigrati ed emigrati di
ritorno ed elaborare una strategia unitaria.
4.
Sul piano organizzativo il settore degli italiani nel
mondo nel partito dovrebbe essere organizzativamente e finanziariamente
sostenuto e rafforzato e dovrebbe essere oggetto di attenzione e di
relazione da parte dei vari dipartimenti e aree di intervento del partito
stesso. Forti sono infatti le interelazioni politiche, culturali,
economiche, commerciali e di cooperazione che si possono stabilire nel
lavoro del partito e della Sinistra europea con questo settore. Va anche
affrontato il tema dell’opportunità che il settore resti legato o
meno all’area esteri, ma una cosa è auspicabile: da oggi ogni compagno
della direzione che si recherà all’estero dovrà sentire la necessità di
inserire, sempre, nel suo programma un incontro con la comunità italiana
locale e con i nostri compagni, oiù o meno organizzati.
Per quanto riguarda il
futuro governo andrà deciso quale segnale di cambiamento si dovrà dare
agli emigrati nei primi 100 giorni. Inoltre sarà necessario affrontare
presto il tema del Ministero degli Italiani all’estero, dovremo decidere,
con gli altri, se conservarlo, trasformarlo o potenziarlo, se lasciarlo
completamente nelle mani dell’Ulivo ecc. Certamente dovrà essere rivista
la legge sul voto per corrispondenza, che in questa sua prima
applicazione, ha mostrato tutte le sue incongruenze. Dovremmo infine avere
alcuni deputati e senatori che seguano il settore. In conclusione il
partito deve decidere se ritiene utile e necessario curare il rapporto con
gli emigrati e di conseguenza investirci politicamente e culturalmente. Io
spero di si. |