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Valentino Parlato in
soccorso di Israele
di Gianluca
Bifolchi
Molto opportunamente
Forum Palestina
segnala il penoso
articolo di
Valentino Parlato
sul Manifesto di
ieri in cui si
prende posizione
contro il
boicottaggio della
Fiera Internazionale
del Libro di Torino
(ospite d'onore lo
stato d'Israele),
nonché contro ogni
ipotesi di
boicottaggio tout
court contro Israele.
Vi invito a leggere
l'articolo per
rendervi conto come
gli argomenti che
Parlato usa
potrebbero essere
tratti di peso da un
comunicato emesso
dall'ambasciata
d'Israele stessa.
L'articolo di
Parlato chiarisce
molte cose, e in
particolare le voci
di una forte
corrente
filosionista nella
redazione del
Manifesto, cui oggi
i meno informati
dall'interno come me
possono cominciare a
dare un nome e un
cognome.
Uno degli argomenti
chiave di Parlato è
che i boicottaggi si
fanno contro i
razzisti sudafricani,
non contro l'eroico
popolo israeliano,
ed ogni comparazione
in questo senso è
ingiusta.
Non neghiamo a
Parlato il diritto a
pensarla come gli
pare su Israele, ma
oso affermare che
l'arcivescovo
Desmond Tutu, premio
Nobel per la pace,
ne sappia un po' più
di lui di apartheid.
Traduco parte di un
discorso tenuto da
Tutu a Boston il 27
Ottobre 2007, dopo
di che, tra Tutu e
Parlato, fate la
vostra scelta:
"Tra la radice
dell'umana
solidarietà e il
frutto dell'umana
interezza vi è il
difficile compito di
dire la verità. In
base alla mia
esperienza in Sud
Africa, so che dire
la verità è
difficile. Comporta
gravi conseguenze
per la vita e la
reputazione di chi
lo fa. Mette a dura
prova la fede e la
capacità di amare di
chi lo fa. Nessuno
intraprende questo
compito alla leggera.
Non è una scelta. Ci
si senti costretti.
Un'acuta
consapevolezza di
poter sbagliare ti
accompagna
costantemente in
questo compito, ma
dato che non c'è
niente di più
importante nella
situazione attuale
che parlare con
tutta la franchezza
possibile, non ci si
può tirare indietro
dal rendere
testimonianza di ciò
che uno sente e
vede.
"Che cosa sento e
vedo io in Terra
Santa? ... Devo dire
la verità: mi
ricordo del giogo
oppressivo che era
una volta sulle
nostre spalle in Sud
Africa. Devo dire la
verità: mi ricordo
dei giorni amari in
cui nel mio paese si
veniva scacciati e
denudati. Devo dire
la verità: mi
ricordo della rabbia
esplosiva che
infiammava il Sud
Africa.
"Alcune persone si
irritano al
confronto tra il
conflitto israelo/palestinese
e ciò che accadeva
in Sud Africa. Vi
sono delle
differenze tra le
due situazioni, ma
un parallelo non
deve essere esatto
in ogni dettaglio
per gettare luce su
cosa sta accadendo.
Inoltre, per quelli
di noi che vissero
attraverso i
disumani orrori
dell'era
dell'apartheid, il
parallelo è non solo
opportuno, ma anche
necessario. E'
necessario se
dobbiamo perseverare
nella nostra
speranza che le cose
possano cambiare...
Io ho visto e
sentito, e a questa
verità sono tenuto a
rendere
testimonianza - se
può succedere in Sud
Africa può succedere
con gli Israeliani e
i Palestinesi. Non
ci sono ragioni per
essere ottimisti, ma
c'è ogni ragione di
sperare".
Boicottiamo la Fiera
Internazionale del
Libro di Torino.
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Mariano Heluani
Leggendo l'articolo
di Valentino Parlato
sul manifesto del
24/1 in cui si
schiera contro il
boicottaggio della
fiera del libro ho
provato, confesso,
un senso di sgomento.
Sgomento che deriva
in parte dal
difficile momento
storico che il
popolo palestinese
sta attraversando,
stretto tra
un'occupazione
quanto mai feroce e
una crescente
indifferenza
internazionale, che
ci impone, a mio
modo di vedere,
urgenza nello
schierarci in modo
netto dalla parte
degli oppressi. Ma
anche le
argomentazioni
addotte contro il
boicottaggio non mi
convincono affatto.
In primo luogo viene
ricordato che "dopo
la seconda guerra
mondiale riconoscere
agli ebrei il
diritto di avere uno
stato e un
territorio era
obbligatorio".
Riconoscere il
diritto di fondare
uno stato ebraico in
Palestina, in onore
al vecchio
testamento, non era
affatto obbligatorio
e si è rivelato un
colossale disastro
storico anche se,
come ricorda Parlato,
"anche Stalin fu a
favore". La domanda
sorge spontanea: e
con ciò? La nascita
dello stato di
Israele non fu un
risarcimento al
popolo ebraico per i
torti subiti durante
la guerra ma il
compimento di un
progetto sionista
studiato nei
dettagli, messo in
moto da Herzl alla
fine dell'800 e
portato avanti in
modo continuo per
tutta la prima metà
del XX secolo. La
fine della guerra e
la conoscenza in
Europa degli orrori
dell'olocausto
determinarono un
clima favorevole
alle risoluzioni che
portano al
riconoscimento di
Israele. Ben diverso
dall'affermare
l'obbligatorietà
dell'atto. Mi sembra
inoltre importante
sottolineare che non
credo sia obiettivo
del boicottaggio la
cancellazione del
riconoscimento di
Israele da parte
della comunità
internazionale,
semmai ricordare a
Israele che le
risoluzioni della
stessa comunità
internazionale
andrebbero applicate
anche quando
contrarie ai propri
interessi. I confini
non dovrebbero
essere disegnati coi
mattoni su percorsi
decisi dal ministro
della difesa e ci
sono convenzioni che
si farebbe bene a
rispettare. Chi è
stato cacciato dalla
propria casa
dovrebbe poterne far
ritorno così come
l'esercito
israeliano non
dovrebbe poter
arrestare delle
persone nei
territori occupati
per poi portarle in
Israele e
dimenticarle in
gattabuia. L'assedio
medievale che
costringe Gaza alla
fame non dovrebbe
essere permesso.
Cosa c'entra la
seconda guerra
mondiale con tutto
questo non mi è del
tutto chiaro.
Sicuramente c'entra
tanto quanto
l'aneddoto sugli
ebrei del ghetto di
Varsavia che
cantarono
l'internazionale
prima di essere
massacrati. Apprezzo
il racconto e mi
commuove intimamente,
anche in virtù di
mia nonna, ebrea
polacca, ricordare
quel orribile
massacro. Ma
continuo a non
trovare il nesso.
Continuiamo la
lettura e arriviamo
al punto cruciale,
apprendendo che "c'è
boicottaggio e
boicottaggio, quello
contro i razzisti
sudafricani era più
che giusto" ma "Gli
israeliani - che
sono sempre ebrei -
per quanti torti
abbiano nei
confronti del popolo
palestinese non sono
in alcun modo
paragonabili ai
razzisti sudafricani".
E perché? Perché per
quanti torti
facciano,
distinguendosi sulla
base di una
appartenenza
razziale/religiosa,
ad un altro popolo,
non sono
paragonabili agli
afrikaner? Perché
uno stato che ha
come fondamento
l'appartenenza alla
stirpe di Davide,
che ritiene il
colonialismo un
diritto concesso
dalla bibbia, che
riduce alla fame,
alla prigionia,
all'umiliazione, il
popolo palestinese,
non può essere
paragonato al
Sudafrica razzista?
Sia dalla
costruzione
lessicale, sia da
quanto segue
nell'articolo,
sembrerebbe che ciò
che li esonera dal
confronto sia
proprio la loro
condizione di Ebrei.
Infatti ci viene
ricordato che "c'è
la storica
persecuzione del
popolo ebraico, ci
sono i ghetti e i
campi di sterminio".
E oggi ci sono i
campi profughi, i
check point, le
carceri israeliane,
l'occupazione, gli
assasinii mirati e
non. C'è il muro.
Credo che un segnale
di ripudio forte,
netto, e soprattutto
non isolato nel
tempo contro queste
politiche sia molto
più importante che
un qualsiasi
dibattito letterario,
per quanto
interessante e
costruttivo.
Mariano Heluani
Caserta
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