Valentino Parlato
martedì, 21 ottobre 2008 01:21:23
Edito por Asociación Civil "LPG"
Responsable: Attilio Folliero

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Questione palestinese
Fiera del Libro di Torino,  Israele ed i morti in palestina

Quest'anno alla fiera internazionale del libro di Torno è ospite d'onore Israele. Valentino aprlato si è schierato contro il boicottaggio della fiera del libro proposto da più parti. Proponiamo i seguenti due articoli ed il video sul lento genocidio del popolo palestinese.

LPG, 28/01/2008

Valentino Parlato in soccorso di Israele
di Gianluca Bifolchi

Molto opportunamente Forum Palestina segnala il penoso articolo di Valentino Parlato sul Manifesto di ieri in cui si prende posizione contro il boicottaggio della Fiera Internazionale del Libro di Torino (ospite d'onore lo stato d'Israele), nonché contro ogni ipotesi di boicottaggio tout court contro Israele. Vi invito a leggere l'articolo per rendervi conto come gli argomenti che Parlato usa potrebbero essere tratti di peso da un comunicato emesso dall'ambasciata d'Israele stessa.

L'articolo di Parlato chiarisce molte cose, e in particolare le voci di una forte corrente filosionista nella redazione del Manifesto, cui oggi i meno informati dall'interno come me possono cominciare a dare un nome e un cognome.

Uno degli argomenti chiave di Parlato è che i boicottaggi si fanno contro i razzisti sudafricani, non contro l'eroico popolo israeliano, ed ogni comparazione in questo senso è ingiusta.

Non neghiamo a Parlato il diritto a pensarla come gli pare su Israele, ma oso affermare che l'arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, ne sappia un po' più di lui di apartheid. Traduco parte di un discorso tenuto da Tutu a Boston il 27 Ottobre 2007, dopo di che, tra Tutu e Parlato, fate la vostra scelta:

"Tra la radice dell'umana solidarietà e il frutto dell'umana interezza vi è il difficile compito di dire la verità. In base alla mia esperienza in Sud Africa, so che dire la verità è difficile. Comporta gravi conseguenze per la vita e la reputazione di chi lo fa. Mette a dura prova la fede e la capacità di amare di chi lo fa. Nessuno intraprende questo compito alla leggera. Non è una scelta. Ci si senti costretti. Un'acuta consapevolezza di poter sbagliare ti accompagna costantemente in questo compito, ma dato che non c'è niente di più importante nella situazione attuale che parlare con tutta la franchezza possibile, non ci si può tirare indietro dal rendere testimonianza di ciò che uno sente e vede.

"Che cosa sento e vedo io in Terra Santa? ... Devo dire la verità: mi ricordo del giogo oppressivo che era una volta sulle nostre spalle in Sud Africa. Devo dire la verità: mi ricordo dei giorni amari in cui nel mio paese si veniva scacciati e denudati. Devo dire la verità: mi ricordo della rabbia esplosiva che infiammava il Sud Africa.

"Alcune persone si irritano al confronto tra il conflitto israelo/palestinese e ciò che accadeva in Sud Africa. Vi sono delle differenze tra le due situazioni, ma un parallelo non deve essere esatto in ogni dettaglio per gettare luce su cosa sta accadendo. Inoltre, per quelli di noi che vissero attraverso i disumani orrori dell'era dell'apartheid, il parallelo è non solo opportuno, ma anche necessario. E' necessario se dobbiamo perseverare nella nostra speranza che le cose possano cambiare... Io ho visto e sentito, e a questa verità sono tenuto a rendere testimonianza - se può succedere in Sud Africa può succedere con gli Israeliani e i Palestinesi. Non ci sono ragioni per essere ottimisti, ma c'è ogni ragione di sperare".

Boicottiamo la Fiera Internazionale del Libro di Torino.

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Mariano Heluani

Leggendo l'articolo di Valentino Parlato sul manifesto del 24/1 in cui si schiera contro il boicottaggio della fiera del libro ho provato, confesso, un senso di sgomento.

Sgomento che deriva in parte dal difficile momento storico che il popolo palestinese sta attraversando, stretto tra un'occupazione quanto mai feroce e una crescente indifferenza internazionale, che ci impone, a mio modo di vedere, urgenza nello schierarci in modo netto dalla parte degli oppressi. Ma anche le argomentazioni addotte contro il boicottaggio non mi convincono affatto.

In primo luogo viene ricordato che "dopo la seconda guerra mondiale riconoscere agli ebrei il diritto di avere uno stato e un territorio era obbligatorio". Riconoscere il diritto di fondare uno stato ebraico in Palestina, in onore al vecchio testamento, non era affatto obbligatorio e si è rivelato un colossale disastro storico anche se, come ricorda Parlato, "anche Stalin fu a favore". La domanda sorge spontanea: e con ciò? La nascita dello stato di Israele non fu un risarcimento al popolo ebraico per i torti subiti durante la guerra ma il compimento di un progetto sionista studiato nei dettagli, messo in moto da Herzl alla fine dell'800 e portato avanti in modo continuo per tutta la prima metà del XX secolo. La fine della guerra e la conoscenza in Europa degli orrori dell'olocausto determinarono un clima favorevole alle risoluzioni che portano al riconoscimento di Israele. Ben diverso dall'affermare l'obbligatorietà dell'atto. Mi sembra inoltre importante sottolineare che non credo sia obiettivo del boicottaggio la cancellazione del riconoscimento di Israele da parte della comunità internazionale, semmai ricordare a Israele che le risoluzioni della stessa comunità internazionale andrebbero applicate anche quando contrarie ai propri interessi. I confini non dovrebbero essere disegnati coi mattoni su percorsi decisi dal ministro della difesa e ci sono convenzioni che si farebbe bene a rispettare. Chi è stato cacciato dalla propria casa dovrebbe poterne far ritorno così come l'esercito israeliano non dovrebbe poter arrestare delle persone nei territori occupati per poi portarle in Israele e dimenticarle in gattabuia. L'assedio medievale che costringe Gaza alla fame non dovrebbe essere permesso. Cosa c'entra la seconda guerra mondiale con tutto questo non mi è del tutto chiaro. Sicuramente c'entra tanto quanto l'aneddoto sugli ebrei del ghetto di Varsavia che cantarono l'internazionale prima di essere massacrati. Apprezzo il racconto e mi commuove intimamente, anche in virtù di mia nonna, ebrea polacca, ricordare quel orribile massacro. Ma continuo a non trovare il nesso.

Continuiamo la lettura e arriviamo al punto cruciale, apprendendo che "c'è boicottaggio e boicottaggio, quello contro i razzisti sudafricani era più che giusto" ma "Gli israeliani - che sono sempre ebrei - per quanti torti abbiano nei confronti del popolo palestinese non sono in alcun modo paragonabili ai razzisti sudafricani". E perché? Perché per quanti torti facciano, distinguendosi sulla base di una appartenenza razziale/religiosa, ad un altro popolo, non sono paragonabili agli afrikaner? Perché uno stato che ha come fondamento l'appartenenza alla stirpe di Davide, che ritiene il colonialismo un diritto concesso dalla bibbia, che riduce alla fame, alla prigionia, all'umiliazione, il popolo palestinese, non può essere paragonato al Sudafrica razzista? Sia dalla costruzione lessicale, sia da quanto segue nell'articolo, sembrerebbe che ciò che li esonera dal confronto sia proprio la loro condizione di Ebrei. Infatti ci viene ricordato che "c'è la storica persecuzione del popolo ebraico, ci sono i ghetti e i campi di sterminio". E oggi ci sono i campi profughi, i check point, le carceri israeliane, l'occupazione, gli assasinii mirati e non. C'è il muro. Credo che un segnale di ripudio forte, netto, e soprattutto non isolato nel tempo contro queste politiche sia molto più importante che un qualsiasi dibattito letterario, per quanto interessante e costruttivo.

Mariano Heluani
Caserta

 

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