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Liberazione
"L'Italia
sia ponte col
Sudamerica"
Angela Nocioni
3 gennaio 2007
Il ministro degli
esteri Massimo
D'Alema era a
Brasiila a Capodanno
per l'insediamento
di Lula al suo
secondo mandato. La
settimana scorsa ha
incontrato Michelle
Bachelet in Cile e
oggi è in Perù dove
si vedrà con il
presidente Alan
Garcia.
D. Le tappe
del suo viaggio sono
nei Paesi della
sinistra
latinoamericana
considerata meno
radicale. E' una
scelta politica?
R. "La scelta
nasce anche da
rapporti di simpatia
ed amicizia, in
particolare con la
presidenta Bachelet
e con il presidente
Lula. In Perù,
certamente, c'è
l'interesse per il
ritorno al governo
di Alan Garcia, un
esponente storico
della sinistra. La
visita a Lima ha poi
ragioni specifiche:
andiamo a firmare un
accordo per la
riconversione del
debito".
D. L'America
latina della
sinistra light e
quella radicale
dell'asse Avana-Caracas-La
Paz pensa che sia
una distinzione
possibile o che non
abbia nulla a che
vedere con la realtà
politica di questo
continente?
R. "Ciascun Paese
ha una sua vicenda
particolare. Non ha
molto senso
omologare esperienze
tra loro molto
diverse. C'è una
differenza
fondamentale tra
Cuba, Venezuela e
Bolivia: Chavez e
Morales hanno
partecipato alle
elezioni e le hanno
vinte. Questo a Cuba
non accade ed è una
differenza piuttosto
importante. Si deve
valutare l'azione
dei diversi governi:
ci sono governi che
definirei populisti
piuttosto che
radicali e governi
che intraprendono
con maggior coerenza
un cammino di
ricerca della
giustizia sociale
nel quadro di
economie di mercato
aperte. Da questa
punto di vista penso
che l'esperienza
brasiliana e di
altri Paesi sia più
significativa di
altre. Lula è
riuscito a tenere
insieme valori di
grande forza della
sinistra, ha
perseguito
l'obiettivo della
riduzione delle
disuguaglianze con
risultati concreti,
mostrando
contemporaneamente
la capacità di
rimettere il Brasile
sul cammino dello
sviluppo economico
con la realizzazione
d'una politica di
bilancio rigorosa.
Ritengo questa
un'esperienza molto
più espansiva
rispetto a quella
dei governi
populisti. Non a
caso il Brasile è
andato acquisendo
sul piano
internazionale un
ruolo di grande
prestigio: è il
risultato di una
politica aperta.
Vale anche per il
Cile che ha
coltivato relazioni
con gli Stati Uniti,
con l'Europa e con
l'Asia.
L'intensificarsi
delle relazioni con
l'Asia è la grande
novità
latinoamericana
degli ultimi anni.
L'Italia in questo
momento ha grandi
opportunità
politiche in America
latina. Senza
togliere nulla al
ruolo di Spagna e
Portogallo, l'Italia
si pone come l'altro
grande Paese europeo
che può
rappresentare un
ponte possibile tra
America latina ed
Europa. E' stato
compiuto un errore
di valutazione,
qualche anno fa,
quando è parso che
questo continente
fosse emarginato
dalla
globalizzazione, che
perdesse via via
d'importanza
rispetto al grandi
processi economici.
I rapporti si sono
rinsecchiti. Banche
italiane si sono
ritirate da questi
mercati. Tuttavia
l'Italia c'è ancora.
Ci sono la Fiat, la
Pirelli, la Telecom.
Le imprese piccole e
medie italiane hanno
una grande
opportunità da
queste parti".
D. E in
Argentina? Lì i
rapporti rimangono
freddini.
R. "Abbiamo dei
problemi fortemente
legati alla vicenda
del debito argentino
che ha coinvolto
molti piccoli
risparmiatori,
stiamo cercando una
via d'uscita perché
è evidente che
l'Italia non può
rimanere in un
rapporto negativo
con un Paese in cui
più della metà della
popolazione è di
origine italiana. E'
necessario trovare
una via d'uscita a
questa difficoltà.
D. Una
comunità italiana
numerosa c'è anche
in Venezuela: quali
sono i rapporti
attuali del nostro
governo con quello
di Hugo Chavez? Come
giudica il crescente
coinvolgimento di
militari
nell'amministrazione
venezuelana?
R. "Nel passato
abbiamo più volte
espresso
preoccupazione sia
per la presenza dei
militari nella vita
pubblica venezuelana,
sia per la veemenza
spesso registrata a
Caracas nella lotta
politica. Questo non
toglie che Chavez ha
vinto le elezioni e
non mette certo in
discussione la
legittimità del suo
governo. Credo però
che la veemenza
propagandistica non
giovi all'immagine
del Venezuela. La
candidatura
venezuelana al
Consiglio di
sicurezza delle
Nazioni unite, ad
esempio, non è stata
aiutata dal discorso
in cui Chavez ha
inutilmente
aggredito gli Stati
Uniti, con i quali
si può esser critici,
a noi tante volte è
capitato di esserlo.
Credo però, in
generale, che
definire "diavolo"
qualcuno, come ha
fatto Chavez con
Bush, sia una
sciocchezza. Le
nostre
preoccupazioni nei
confronti del
Venezuela non
nascono da
pregiudizi, ma da
comportamenti
concreti della
leadership di quel
governo. Ciò
nonostante
manteniamo un
rapporto aperto.
L'Eni in Venezuela
ha un contenzioso
serio, importanti
concessioni sono
state di fatto
espropriate dal
governo. Non per
questo rompiamo le
relazioni
diplomatiche".
D. Tracce di
populismo nel
governo Lula non ne
vede?
R. "Credo che la
sfida per la
sinistra sia
conciliare il
raggiungimento dei
suoi ideali con la
logica di
un'economia aperta e
di una società
plurale: il Brasile
questo sta facendo.
Durante la prima
campagna di Lula
c'era una grande
paura nei suoi
confronti da parte
del mondo economico.
Ricordo di aver
incontrato qui in
Brasile imprenditori
italiani molto
preoccupati, che
temevano le
nazionalizzazioni.
Questo mondo
imprenditoriale ha
trovato invece in
lui un interlocutore
serio, valido. Il
governo Lula è
l'esperienza
significativa di una
sinistra moderna che
persegue la
giustizia sociale e
la dignità del
lavoro, ma lo fa
ricercando la
costituzione di un
blocco sociale e non
attraverso
l'agitazione di una
parte della società
contro l'altra.
Quest'impressione è
condivisa anche da
ambienti
conservatori.
L'amministrazione
americana, che ha
perduto molta
influenza in America
latina e che guarda
a questo continente
con preoccupazione,
vorrebbe rafforzare
il dialogo con il
presidente del
Brasile. Lo
considera un ottimo
interlocutore".
D. "Lula ha
ottenuto buoni
risultati nella
redistribuzione
della ricchezza
elargendo sussidi ai
poveri. Anche Chavez
ha ottenuto buoni
risultati in
Venezuela
redistribuendo la
rendita petrolifera.
Perché il primo
metodo di
redistribuzione le
piace e il secondo
invece lo condanna?
In fondo sempre di
elemosina ai poveri
si tratta.
R. "Elemosina è
una parola sbagliata.
Redistribuire la
ricchezza è uno dei
compiti principali
degli Stati moderni.
In Europa per farlo
abbiamo creato il
welfare state che è
una forma di
redistribuzione
della ricchezza.
Detto questo il
problema è che Lula
redistribuisce una
ricchezza prodotta
dal Brasile perché è
consapevole che per
redistribuire
ricchezza bisogna
crearla attraverso
lo sviluppo
economico.
Redistribuire la
rendita petrolifera
è invece meno
lungimirante. Se non
si utilizza quel
denaro per
sviluppare
un'economia moderna,
si rischia di
dilapidare il
capitale, di
guadagnare un facile
consenso ma di
lasciarsi dietro un
Paese povero".
D. Lula,
esattamente come
Chavez, ha
moltiplicato la sua
politica di sussidi
ai poveri in
campagna elettorale.
R. "Anche
Berlusconi nella
civilissima Europa
ha ridotto le tasse
alla vigilia delle
elezioni".
D. Perché alla
distribuzione di
denaro pubblico
compiuta da Lula lei
guarda con
benevolenza e la
stessa operazione
compiuta da Chavez
la fa gridare al
populismo? Lo
strumento usato è lo
stesso, l'obiettivo
pure.
D. "Non è lo
stesso strumento.
Lula si sforza di
unire il Paese,
Chavez governa anche
attraverso la
mobilitazione
permanente dei suoi
seguaci nei
confronti dell'altra
parte del Paese. Il
populismo non
coincide con la
redistribuzione del
reddito e il Brasile
non è un Paese
populista, è una
democrazia moderna e
solida, fondata
sulla società civile
articolata in forme
diverse di
partecipazione. Non
mi pare che questo
sia il modello di
altri Paesi
sudamericani. Lula è
il leader più
significativo
dell'area, non
foss'altro che per
la ragione banale
che il suo è un
Paese enorme e guida
il continente. Lula
ha elaborato
un'esperienza del
tutto originale: il
partito dei
lavoratori non
appartiene al
dogmatismo della
sinistra
tradizionale, era
una forza eretica,
eterodossa,
innovatrice,
originale".
D. Considera
il discorso
pronunciato da Raul
Castro il 2 dicembre
a L'Avana un
discorso di
investitura?
R. "Non lo so.
Indubbiamente Raul
Castro è l'uomo sul
quale grava la
responsabilità di
condurre quella che
io spero sia una
transizione verso
una società più
aperta e democratica.
Aggiungo che spero
sia una transizione
rapida".
D. Quali
conseguenze pensa
comporti
l'esecuzione di
Saddam Hussein?
R. "C'è anzitutto
una questione di
principio: la pena
di morte è uno
strumento
inaccettabile e
inefficace. Se
Saddam Hussein fosse
stato condannato
all'ergastolo per i
suoi numerosi
crimini il messaggio
diffuso sarebbe
stato di civiltà e
di grande forza. Mi
dispiace vedere la
sua fine festeggiata
in Iran e negli
Stati Uniti. E' un
accostamento che mi
colpisce dal punto
di vista dei valori.
Dal punto di vista
politico, poi, credo
che ucciderlo sia
stato un grave
errore, ma questa è
una valutazione
secondaria. Certo la
sua morte non
aiuterà la
pacificazione
dell'Iraq. Lascerà
una scia di rancore,
seminerà volontà di
vendetta".
D. Quali sono
i principali
obiettivi della sua
politica estera?
R. "Allargare
l'orizzonte della
politica estera
italiana: l'Italia
deve guardare al
mondo, anziché con
la paura della
globalizzazione, con
una visione aperta e
ottimistica,
considerarla una
grande opportunità.
Considero poi
necessario
adoperarsi per il
rilancio
dell'integrazione
europea, che è in
stallo. E, infine,
giocare il nostro
ruolo di media
potenza, operare nel
Mediterraneo per la
pace. Quando
l'abbiamo fatto, di
recente, abbiamo
svolto un ruolo
fondamentale che ci
è stato
universalmente
riconosciuto.
Vogliamo operare per
imprimere una netta
svolta politica in
Medio Oriente dove
la logica della
guerra al terrorismo
non ha dato
risultati e, al
contrario, ha
aggravato i
conflitti. Questa
svolta politica
individua nella
soluzione del
conflitto israelo-palestinese
una priorità". |