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Miti a sinistra
Chávez, il buon
dittatore
«socialista»
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di
Pierluigi Battista
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Fonte:
Corriere della Sera
La nascita di una
dittatura, il lento
ma inesorabile
cristallizzarsi di
un nuovo dispotismo
rivoluzionario:
basta guardare alla
Caracas di Hugo
Chávez per capire in
tempo come si forma
l'ennesima tirannia
animata da propositi
palingenetici di
giustizia sociale.
Una dittatura che
non indigna perché
non si presenta con
i tratti lugubri dei
militari golpisti le
cui gesta hanno
infestato la storia
latino- americana.
Un dispotismo
solare, caldo,
esotico. Un nuovo
castrismo che
incatena il
Venezuela ma che
elettrizza i cuori
dei sempre
inappagati turisti
della rivoluzione
mondiale. Ora il
caudillo di Caracas
proclama un ritocco
costituzionale che
semplicemente gli
frutterebbe la
rielezione a vita
come incontrastato
presidente del
Venezuela.
Abroga de iure la
proprietŕ privata
giŕ minata da
un’ondata di
nazionalizzazioni e
da un uso
spregiudicato
dell’arma del
petrolio, brandita
alla maniera non di
una ricchezza
economicamadi una
risorsa politica per
accreditarsi come
avanguardia della
rivoluzione mondiale.
Si candida ad
autoritŕ suprema
della banca
nazionale,
concentrando sulla
sua figura un
agglomerato di
potere finanziario e
politico destinato a
schiacciare ogni
tentativo di
opposizione.
Nessuno sdegno
internazionale per
l’uomo che sta
disegnando a suo
piacimento
l’architettura
istituzionale di una
democrazia che sta
soffocando
nell’indifferenza
generale. Per il
dittatore con la
smania di entrare
nell’eletto gruppo
degli «Stati
canaglia», vantando
un rapporto
privilegiato con
l’estremismo di
Ahmadinejad. Per la
nuova bandiera di
una mitologia
rivoluzionaria che
non vuole
comprendere il
significato delle
televisioni scomode
imbavagliate in
Venezuela e ridotte
al silenzio, per gli
squadroni
paramilitari
chiamati a seminare
il terrore nei
quartieri riottosi
di Caracas,
appoggiate e
assecondate dalle
autoritŕ che
rispondono soltanto
a lui, a Hugo
Chávez. Al Chávez
che sembra incarnare
alla perfezione lo
stereotipo
dell’agitatore
antimperialista e
che per questo
alimenta attorno
alle sue malefatte
un’atmosfera di
indulgenza, di
bonaria
accondiscendenza,
quando non
addirittura di
adesione alle sue
invettive
antiamericane.
Sembrano quasi
innocui il suo
istrionismo
oratorio, la sua
figura cosě poco
marziale eppure
trasfigurata nelle
forme di un nuovo
condottiero
rivoluzionario che
quando deve
annunciare al mondo
i suoi propositi di
dittatore a vita lo
fa citando Toni
Negri, il pensatore
della «moltitudine»
bizzarramente
equiparato
nientemeno che ad
Aristotele,
Machiavelli e
Antonio Gramsci. Ma
per un Toni Negri
che va a Caracas
alla ricerca del
nuovo Eldorado
rivoluzionario,
quanta solitudine
attorno al Mario
Vargas Llosa che
identifica in Chávez
il nuovo dittatore
destinato a
perpetuare la
maledizione
latino-americana. E
quanta scarsa voglia
di capire perché si
vada a finire sempre
allo stesso modo, da
Cuba al Nicaragua
sandinista al
Venezuela di Chávez.
Di capire qual č la
dinamica
dell’autoritarismo
rivoluzionario che
porta passo dopo
passo alla sepoltura
di ogni parvenza di
democrazia e di
tutela dei diritti
civili. E di
comprendere la
chiave di un
processo
degenerativo che č
inscritto negli
stessi cromosomi
dell’avventura
rivoluzionaria e
anti-imperialista
anche se ogni volta
adduce circostanze e
pretesti i piů
diversi per
giustificare il giro
di vite tirannico,
il perfezionamento
dell’apparato
repressivo, la
sterzata autoritaria
che dapprima stringe
in modo asfissiante
ogni forma di
presenza democratica
e poi si compie nel
solito trionfo di
prigioni piene di
dissidenti, censura
totale sui mezzi di
informazione,
annichilimento di
ogni genere di
resistenza civile. E
tutto attraverso
l’ossessivo ricorso
alla mobilitazione
«di massa», alla
galvanizzazione
populista dei
pasdaran della
rivoluzione, giŕ
eccitati per aver
trovato un leader
capace di sfidare
con la sua demagogia
tribunizia i «potenti
della terra».
Ecco perché il
Venezuela di Chávez
assume il valore di
un laboratorio
politico, di un
esperimento che, al
prezzo della
vittimizzazione dei
venezuelani, offre
una chiave
privilegiata per
penetrare nei
segreti del
dispotismo
«socialista»: la
vecchia storia che
si ripresenta
rimpannucciandosi
con nuove vesti.
18 agosto 2007 |