|
Tito Pulsinelli
Lula da Silva ha
effettuato la sua
prima visita
uficiale, come
Presidente rieletto,
in Venezuela. Nella
regione amazzonica,
dove la parte
meridionale
venezuelana è divisa
dal Brasile dal
maestoso fiume
Orinoco, congiuntamente
a Chavez hanno
inaugurato un ponte
che è costato 1
miliardo e 200
milioni di dollari.
Si tratta di una
gran opera di
infrastruttura
basica, lunga 4
chilometri,
destinata al
traffico
automobilistico e a
una linea
ferroviaria. Il
ponte Orinoquia è il
fiore all'occhiello
del governo di
Chavez, che ha dato
la precedenza
assoluta alla
creazione di linee
di comunicazione
ferrioviaria,
autostradale e
metropolitana nelle
tre maggiori città.
Il Venezuela odierno
è un grande cantiere
di costruzione, al
punto che la
produzione nazionale
di cemento è
insufficiente per
soddisfare la
domanda crescente.
Si è dovuto far
ricorso
all'importazione di
cemento cubano e di
tondini brasiliani,
per non rallentare
la costruzione di
centomila case
popolari.
Le elezioni
presidenziali del 3
di dicembre prossimo
non hanno storia, il
risultato è scontato,
l'unica incertezza è
il margine di
vantaggio con cui
Chavez verrà
confermato. Tutte i
sondaggi concordano
sul risultato, con
una variazione del
20% a 30% a favore
del movimento
bolivariano.
Al di là dei
sondaggi, si impone
un dato: nessun
politico che ha
praticato una
generosa politica di
welfare ha mai perso
elezioni. Il governo
di Caracas ha
destinato il 30% del
suo bilancio del
2006 alla spesa
sociale: istruzione,
salute, pensioni.
Questa è, in
sostanza, la
politica che i
neoliberisti bollano
con disprezzo come
"populista", o
quello che a
Washington designano
come "uso pericoloso
del petrolio come
arma geopolitica".
Un Paese che
possiede i maggiori
giacimenti del
mondo, usa le
straordinarie
entrate petrolifere
per attuare una
politica di
ridistribuzione.
D'altronde, che
dovrebbe fare un
governo che si è
sbarazzato otto anni
fa del FMI? Che
dovrebbe fare un
governo
antiliberista?
In altre parole, il
"populismo" è la
bolla di scomunica
con cui i settori
minoritari che prima
di Chavez
accaparravano la
rendita del petrolio,
cercano
disperatamente di
far abortire la
nuova politica di
redistribuzione. Gli
Stati Uniti, va da
sè, sponsorizzano
questi settori
perchè sono
favorevoli alla
privatizzazione dei
giacimenti e delle
materie prime.
Cercano di rimettere
in gioco quelle
multinazionali
anglosassoni che,
fino a 9 anni,
avevano in mano il
pallino.
Il Presidente Lula
ha ratificato
l'alleanza
strategica con il
Venezuela e il suo
appoggio pieno a
Chavez, nell'avvio
delle trivellazioni
sottomarine nella
foce dell'Orinoco,
dove Petrobras -congiuntamente
alla venezuelana
PDVSA- ha messo mano
alla fase iniziale
del progetto che
dovrà culminare nel
Gran Gasodotto del
Sud.
Parallelamente, nel
mondo fittizio della
comunicazione
monopolizzata,
continua il
carnevale di
dichiarazioni
fantasiose e
provocatorie di
leader o ex leader,
campioni di cause
perse. Tra questi,
brillano l'ex
caudillo
neo-falangista
spagnolo Jose Maria
Aznar, lo scrittore
"londinese" Vargas
Llosa, il giro
mediatico di Miami e
quello della
sinistra liberista
europea (El Paìs,
L'Espresso).
O quelli autoctoni,
come Teodoro Petkof,
ultimo ministro
venezuelano delle
finanze, noto per
aver abolito il
fondo pensioni, e per
risarcire i
banchieri che, dopo,
il crack
trasferirono
all'estero il
bottino del
risparmio pubblico.
Poi abbonda una
nuova tipologia,
quelli che -dopo
averla avversata e
combattuta con ogni
mezzo- spiegano alla
sinistra come si fa
una politica di
sinistra "moderna" e
"matura". Per loro,
la sinistra "civilizzata"
è quella che mette
in pratica i diktat
fondomonetaristi, o
che continua a
privilegiare le
oligarchie. Sono i
reduci della breve
vita della "teoria
delle due sinistre",
come il messicano
Castañeda, ora in
servizio permanente
effettivo del
neoliberismo del
PAN, in salsa Opus
Dei.
La confezione di una
realtà pret-a-porter
è l'attività
preferita di queste
lobby minoritarie,
che agiscono
scopertamente come
surrogati del
sistema (in crisi)
dei partiti politici.
Ultimamente, di
fronte ai movimenti
sociali che sono un
fattore deteminante
della svolta
politica di questo
continente, la nuova infamia
lanciata da Vargas
Llosa -e banalizzata
dal coro mediatico-
è che questo nuovo
protagonismo storico
delle popolazioni
originarie sarebbe "fondamentalismo
indigeno" (sic).
La confezione di una
rappresentazione
della realtà
fittizia,
strumentale, che si
sostanzia e si
ispira ai manuali
della guerra
psicologica, in
Venezuela non riesce
a cancellare la
realtà quotidiana di
una cittadinanza che
si beneficia dello
Stato sociale. La
realtà è più forte
della sua
rappresentazione,
anche quando la
sceneggiatura viene
scritta da abili
romanzieri.
Costoro, hanno fatto
fiasco anche quando tentarono
di dare una
verniciatura "democratica" al
gioco sporco dei
gorilla: un golpe e
un sabotaggio
dell'industria
petrolifera, costato
20 miliardi di
dollari, e un crollo
del 15% della
produzione nel 2002.
L'esecrato asse
Caracas-Buenos
Aires-Brasilia tiene
botta, rafforza la
sua area di
influenza e si proietta
al di là delle Ande
(Bolivia) e sconfina
persino nel "cortile
blindato"
centroamericano
(Nicaragua).
C'è qualcosa di
marcio tra gli
sceneggiatori della
rappresentazione
della realtà
latinoamericana.
Siamo alla fine
della mega-tornata
elettorale
continentale del
2006 e i conti non
tornano, la realtà
supera la loro
necrotizzata
fantasia.
|