|
A cura dei
lavoratori di Sesto
san Giovanni -
assemblealavoratori@libero.it
La lotta per la
difesa e i il
miglioramento dei
salari è sempre
stato la base e il
motore scatenante
della lotta di
classe. Da una
parte le aziende
hanno utilizzato il
contenimento e
l'abbassamento dei
salari per aumentare
i margini di
profitto, essenziali
per tenere testa
alle imprese
concorrenti a
livello
internazionale. I
lavoratori lottano
per migliorare le
proprie condizioni
di vita, sia
attraverso aumenti
salariali, sia
attraverso l'aumento
di quella quota di
"salario indiretto"
sotto forma di
pensioni, TFR,
abbassamento delle
tasse, casa, servizi
sociali (trasporti,
scuola, sanità).
Negli ultimi venti
anni, l'inasprirsi
della crisi
economica
internazionale, e
quindi della
competizione fra
padroni, Paesi e
blocchi regionali
(USA-UE-Giappone) ha
portato da una parte
a continue guerre di
conquista e di
rapina, dall'altra
ad un attacco ai
salari della classe
operaia dei Paesi
capitalistici "avanzati".
Con la solita
promessa di futuri
benefici in cambio
di attuali sacrifici,
l'obiettivo che in
questi anni
Confindustria ha
ottenuto è stato
quello di portare i
salari italiani ai
livelli più bassi
d'Europa, aumentando
al tempo stesso
l'instabilità e la
precarietà del
lavoro. Ciò si è
riflesso nelle
politiche dei vari
Governi di
differenti
orientamenti (DC, "pentapartito",
governi "tecnici",
di centro-destra e
di centro-sinistra)
tutti in perfetta
continuità nei
termini di
legislazioni a
scapito del lavoro e
del salario. Un
breve sunto storico,
solo per rinfrescare
la memoria: nel 1985
un referendum
conferma la
decisione del
governo Craxi di
congelare
parzialmente la "scala
mobile", ossia quel
meccanismo che
legava gli aumenti
di salario a quelli
del costo della vita,
sebbene non in forma
adeguata; nel
biennio 1992-1993,
il governo Ciampi
presiede i famosi
accordi fra
confindustria e cgil-cisl-uil
sulla famosa
politica dei redditi,
con l'articolazione
della contrattazione
su due livelli (il
CCNL di categoria e
gli integrativi
aziendali) e
l'adeguamento dei
salari sulla base di
una "inflazione
programmata" da
sempre inferiore a
quella reale; nel
1995 la Riforma Dini
aumenta l'età
pensionabile e
sgancia l'erogazione
della pensione dal
sistema retributivo
e lo aggancia a
quello contributivo;
nello stesso anno
viene firmato dai
sindacati l'accordo
per la
regolamentazione
delle agenzie
interinali, in
pratica si legalizza
il precariato; nel
1997 il Pacchetto
Treu norma
l'utilizzo della
manodopera precaria
(interinali e
co.co.co.); nel 2001
la riforma del
Titolo V della
Costituzione da
parte del governo
D'Alema (che segue
la riforma Bassanini)
assegna alle regioni
la gestioni di
importanti servizi
sociali, come la
sanità e la scuola,
smantellando interi
pezzi di welfare
state, come il
Sistema Sanitario
Nazionale; nel 2003
entra in vigore la
Legge 30, che amplia
a dismisura i casi
di ricorso a lavoro
precario da parte
delle aziende,
individuando ed
ordinando tutta una
serie di figure
lavorative (lavoro
somministrato,
apprendistato,
co.co.pro, a
chiamata,
intermittente, ecc.);
infine arriviamo
alla riforma del TFR
e alla ventilata
nuova riforma delle
pensioni, imposta da
Prodi nei 12 punti
della sua azione di
governo. Nel mezzo
ci sono state Leggi
Finanziarie e
rinnovi contrattuali
che hanno sempre più
aumentato il divario
fra profitti e
rendite da una
parte, salari
dall'altra.
Ma al di là di
chiacchiere e
propaganda, contano
i fatti. E allora
vediamo che, sul
fronte salariale,
assistiamo ad una
progressiva
diminuzione degli
aumenti salariali:
+7,7% nel 1986-'90,
+5,8% nel 1991-'95,
+2,9% nel 1996-2000
e +3% nel 2001-05.
Come giustamente
scrivevano alcuni
delegati e operai di
Sesto nel 2005 "Nella
realtà i prezzi sono
aumentati
dall'introduzione
dell'EURO del 35%
negli ultimi quattro
anni che fa una
media dello 8,7%
annuo contro un dato
strumentale
dell'ISTAT del 2% .
La riduzione dei
salari di quasi il
20% di questi ultimi
due anni è un dato
incontestabile, ad
esempio in media i
prezzi degli affitti
sono cresciuti del
80%, e così i
prodotti
ortofrutticoli che
sono aumentati dal
35 al 40 % ad ogni
cambio di stagione,
i trasporti hanno
subito aumenti del
60% e gli alimenti
di prima necessità (pane,
latte, uova e sale)
hanno subito
complessivamente
aumenti medi del 40
%." A fronte di
questo, l'ex
governatore della
Banca d'Italia,
Fazio esultava "In
Italia, secondo la
contabilità
nazionale, nel
settore privato la
quota del capitale
sul valore aggiunto
(.) è cresciuta
ininterrottamente
dalla metà degli
anni settanta fino
al 2001,
raggiungendo livelli
storicamente elevati.
(.) La quota dei
profitti è aumentata
in misura più
elevata nei
trasporti, nelle
comunicazioni e
nella produzione e
distribuzione di
energia, settori
caratterizzati da
condizioni di
mercato meno
concorrenziale (.) e
interessati negli
anni recenti da un
processo di
privatizzazione".
(.)". In soldoni, il
10% delle famiglie
più ricche possiede
il 45,1%
dell'ammontare della
ricchezza netta.
Non contento, il
vice-presidente di
Confindustria,
Alberto Bombassei
rilancia : per i
padroni il salario
dovrà differenziarsi
sul territorio
perchè ''è la stessa
Unione Europea che
spinge verso
differenziazioni
territoriali''.
Bombassei allarga le
richieste
confindustriali con
una detassazione
delle ore di lavoro
straordinario.
Con queste premesse
e con questo
contesto, la
stagione
contrattuale del
2007, che riguarda
quasi 10 milioni di
lavoratori e
interessa vari
settori
dell'Industria (per
primi i
metalmeccanici), dei
Servizi, della
Pubblica
amministrazione e
dell'Artigianato,
assumerà
un'importanza
cruciale, proprio
perché si salderà
allo scippo del TFR
e alla controriforma
delle pensioni. Da
questa base
oggettiva deve
partire il movimento
di lotta. Con una
ristrutturazione che
determina un aumento
della precarietà e
della disoccupazione,
il movimento dei
lavoratori incontra
ostacoli "oggettivi"
non facili da
superare. Ma non
sono questi ostacoli
oggettivi a
costituire il
problema principale.
Il continuo
peggioramento delle
condizioni di vita e
di lavoro porta
inevitabilmente alla
ricomposizione della
condizione
proletaria,
indipendentemente
dal tipo di
contratto. Il
problema vero sta,
invece,
nell'atteggiamento
dei vertici del
sindacatoconfederale,
nella sua rinuncia a
sostenere e
unificare il
movimento, e nel
suo tentativo di
portare il
proletariato a
sostenere il
capitale italiano,
pubblico e privato,
ad aumentare la
produttività e lo
sfruttamento della
forza-lavoro.
In queste prime
mobilitazioni
operaie che si sono
espresse contro la
Finanziaria, contro
lo scippo del TFR,
contro la riforma
delle pensioni e poi
nei rinnovi
contrattuali, sempre
più chiara diventa
la linea di
demarcazione tra la
concertazione e il
conflitto. Come
lavoratori e
lavoratrici,
delegati e delegate,
il nostro compito è
di sviluppare il
movimento di lotta,
collegandolo in
tutti i suoi momenti
ed in tutti i
territori. Nel
lavoro costante e
quotidiano di
organizzazione, di
agitazione e di
lotta, nelle
assemblee, negli
scioperi, nelle
manifestazioni,
dobbiamo tutti e
tutte contribuire a
ristabilire quella
indispensabile
autonomia teorica,
politica e materiale
di classe che è
l'unica garanzia del
futuro. Un'autonomia
che dovrà trovare
negli organismi di
lotta e di
partecipazione di
cui i lavoratori si
doteranno, la sua
manifestazione
concreta.
PENSIONI E TFR
Dopo gli anni
'60-'70, sia in
Italia che nel resto
d'Europa, i
lavoratori hanno
conosciuto una
lenta, ma costante e
inesorabile erosione
di tutti quei
diritti e quelle
conquiste in campo
sociale e salariale
ottenute con dure
lotte e sacrifici.
Da una fase in cui
il livello delle
tutele era molto
elevato si è passati
oggi ad una fase di
neoliberismo
selvaggio in cui si
sviluppa un sistema
economico capace
solo di costruire
una società con
sempre maggior
differenziazioni al
suo interno, in cui
il sistema di "protezione
sociale" va sempre
più indebolendosi a
danno delle fasce a
basso reddito, ma
non solo (la
percentuale di
popolazione che non
supera la soglia di
povertà cresce
costantemente).
In questa strategia
antisociale
complessiva anche il
sistema
pensionistico
pubblico è stato
oggetto di continui
attacchi, anche
tramite campagne
allarmistiche che
ipotizzavano e
ipotizzano tuttora
il cosiddetto "crack
delle pensioni",
previsto
inizialmente per
l'anno 2000, poi
spostato al 2020 e
poi proiettato al
2030 secondo alcuni,
al 2050 secondo
altri.
La strategia
dominante, quindi, è
quella di realizzare
un sistema
contributivo privato
per tutti, e di
abolire di
conseguenza quello
pubblico.
Oggi ci troviamo in
una fase di "transizione".
Le varie riforme
pensionistiche
succedutesi negli
ultimi 15 anni,
(dalla riforma Amato
- legge 503/92-,
alla Riforma Dini -
legge 335/95-, alla
controriforma
Berlusconi ) aprono
la strada proprio a
questo.
E' infatti nel 1993
che viene introdotta
in Italia la "
previdenza
complementare", che
si configura come un
sistema volto ad
affiancare la tutela
pubblica con forme
di assicurazione a
capitalizzazione di
tipo privatistico.
Ma è solo nel 1995,
con la Riforma Dini
e l'introduzione del
"calcolo
Contributivo"(1) che
si sancisce il
bisogno di ricorrere
a tali strumenti per
assicurarsi una
vecchiaia serena (
ma vedremo poi che
nemmeno questo è
vero).
Dunque, ad oggi, il
sistema di
previdenza in Italia
si basa su tre "pilastri":
· I°:
pubblico
obbligatorio (
versamenti all'Inps
)
· II°:
integrativo o
complementare ( dato
dai Fondi negoziali
o chiusi, dai Fondi
aperti di banche e
assicurazioni )
· III°:
economie private che
il lavoratore ha
accumulato nel corso
della vita e/o
polizze di
assicurazione sulla
vita.
I vari Governi
succedutesi si sono
affannati a dire che
i conti dell'INPS
sono in rosso (
falso!) e che non
sarebbe più
sostenibile erogare
pensioni secondo il
"calcolo
retributivo"(2), (l'ultima
generazione a
raggiungere la
pensione con questo
metodo sarà quella
che maturerà i
requisiti nel 2017),
ma nessuno di loro
ha mai dato
spiegazioni sul
fatto che esiste una
legge del 1989, che
stabilisce la
separazione tra
Previdenza (di
competenza dell'INPS)
e Assistenza ( di
competenza dello
Stato, ma da sempre
data in gestione
all'INPS), mai
applicata(3).
Nonostante oggi
l'INPS continui a
farsi carico anche
dell' Assistenza,
non chiude
ugualmente il
bilancio in
negativo.
E'evidente che se si
attuasse tale
separazione si
determinerebbe una
situazione ben più
favorevole al
mantenimento del
vecchio sistema
previdenziale
obbligatorio, ma
verrebbero meno
quegli equilibri di
bilancio pubblico
forzati e
finalizzati
esclusivamente alla
stabilizzazione
delle logiche
monetariste di
Maastricht ( le
logiche che
determinano lo stare
dentro o fuori "
l'Europa" ).
Cercare di tutelare
il sistema
previdenziale
pubblico non è in
linea nemmeno con
l'obiettivo in atto
anche nel nostro
paese di rafforzare
e rilanciare i
processi di
finanziarizzazione
dell'economia.
Dal 2017 al 2036 si
potrà accedere alla
pensione con un
calcolo cosiddetto "misto"(4),
dal 2036 solo con
calcolo contributivo
puro. Ciò
determinerà
l'aumento
esponenziale di
masse di "nuovi
poveri". Per cercare
di arginare ora il
problema che i
Governi dovranno
affrontare dopo il
2017, cioè quando i
lavoratori
accederanno ad una
pensione che non
permetterà loro di
vivere, ecco che ci
si ricorda di quella
riserva di denaro
fresco su cui molte
volte tanti soggetti
hanno cercato di
mettere le mani, e
cioè i TFR (
Trattamento di Fine
Rapporto) dei
lavoratori, di cui
la stima annua è
nell'ordine dei 19
miliardi di euro.
Il TFR è salario dei
lavoratori differito
(5). Per i
lavoratori esso ha
sempre rappresentato
una riserva "forzata"
utile nei momenti di
disoccupazione, di
bisogno, per la cura
e lo studio dei
figli.
Oggi l'intento è
quello di snaturarne
completamente la
sostanza.
E con questo
istituto i signori
del Parlamento e i
signori di
Confindustria, con
la non opposizione o
addirittura
accondiscendenza dei
Sindacati
Confederali,
intendono prendere "due
piccioni con una
fava".
Da una parte non
vogliono affrontare
l'emergenza della
previdenza pubblica,
che da un punto di
vista "sociale"
sarebbe
contrastabile
attuando soluzioni
quali una lotta
seria al lavoro nero,
all'evasione
contributiva, al
precariato, una
lotta per una piena
occupazione
femminile e per
un'occupazione
regolare degli
immigrati.
Dall'altra vogliono
cercare di dare
nuova linfa
all'economia
finanziaria, a
discapito del
sistema produttivo.
E i Fondi Pensione a
cui destinare la
propria liquidazione,
aperti o chiusi che
siano, sono lo
strumento per
attuare questa
strategia.
E' per questo che i
Fondi Previdenziali,
soprattutto quelli
negoziali (cioè
quelli stipulati tra
associazioni
datoriali e
sindacati), hanno
caratteristiche
attrattive per i
lavoratori, come la
defiscalizzazione e
la detraibilità.
Ma nonostante ciò,
dal 1993 ad oggi
solo circa il 13%
dei lavoratori ha
sottoscritto un
Fondo, un po' per
diffidenza, un po'
perché non è vero
che conviene
aderirvi. Non a
caso, tanto per fare
un esempio, lo
Statuto del Fondo
COMETA dei
metalmeccanici e dei
chimici conferma
l'insicurezza, in
quanto prevede,
oltre che comprare
azioni, anche di
finanziare le stesse
aziende per i suoi
fabbisogni.
Dallo studio di
alcuni economisti
(6) emerge che,
destinando l'intero
TFR e una piccola
quota dello
stipendio ( in
percentuale ad
esempio dell'1o 2 o
3%) al Fondo non si
riuscirebbe
ugualmente ad avere
una quota adeguata
di reddito tale da
garantirsi un
livello di vita
dignitoso.
Il giovane che
volesse raggiungere
un reddito di tipo
privato e che,
sommato a quello
pubblico, gli
permettesse di avere
una pensione come
quella dei suoi
genitori, oltre al
TFR e al contributo
aziendale dovrebbe
versare intorno al
10% del suo reddito
mensile per 30-40
anni.
E considerando che
un numero sempre
maggiore di giovani
accede al mercato
del lavoro solo
attraverso forme di
lavoro atipico ( che
prevedono
contribuzioni
bassissime, assenza
di TFR ecc..), è
facilmente intuibile
che, anche
attraverso i Fondi
Pensione Integrativi,
si otterrà una
pensione da
miserabili dopo una
vita di lavoro con
stipendi e redditi
da miserabili.
L'art. 36 della
Costituzione
recita:" Il
lavoratore ha
diritto ad una
retribuzione
proporzionata alla
quantità e qualità
del suo lavoro e in
ogni caso
sufficiente ad
assicurare a sé e
alla famiglia una
esistenza libera e
dignitosa".
Alcune sentenze
della Corte
Costituzionale, i
cui principi debbono
essere considerati
tuttora validi, in
quanto mai rinnegati,
hanno stabilito che
"non deve mai
sussistere una
differenza
irragionevole fra
pensioni e
retribuzioni, non
solo all'instaurarsi
del rapporto
pensionistico, ma
anche nel prosieguo
del tempo".
Inoltre è principio
acquisito e
consolidato che " la
pensione è una
retribuzione
differita e, come
tale, equiparata nel
diritto alla
retribuzione" (
sentenza della Corte
Costituzionale).
L'alternativa al
trasferimento nei
Fondi proposta dalla
manovra del Governo
è quella di lasciare
il proprio TFR in
azienda (se al di
sotto dei 50
dipendenti rimarrà
effettivamente a
disposizione del
titolare, se al di
sopra dei 50 verrà
trasferito all'INPS
che lo gestirà per
conto del Ministero
del Tesoro e con il
quale si andrà a
finanziare opere di
infrastruttura e
magari qualche
guerra).
Come si può
facilmente dedurre,
se lo si destina ai
Fondi si alimenta e
sostiene un sistema
economico che genera
solo disuguaglianze
e ingiustizie, se lo
si lascia in azienda
o sarà il padrone a
continuare a
spenderlo per
cambiare magari la
barca, o sarà lo
Stato a ricevere un
prestito da noi
lavoratori
completamente
gratis.
E' come chiedere:
vuoi che utilizzi i
tuoi soldi per fare
la guerra a nord o
per fare la guerra a
sud?
Per queste ragioni
riteniamo che
l'intera manovra sul
TFR, soprattutto
date le modalità con
cui i lavoratori
sono chiamati ad
esprimersi, e cioè
tramite il
meccanismo
antidemocratico del
silenzio-assenso (7)
sia un furto e una
presa in giro per i
lavoratori.
La nostra
opposizione nasce
dall' esigenza di
difendere lo "stato
sociale" nelle sue
varie forme e
servizi, salario
indiretto dei
lavoratori, che in
sostanza viene messo
fortemente in
pericolo.
Siamo a rivendicare
una pensione giusta
e dignitosa senza
dover per forza
pagarcela durante
tutta la vita,
perché di pagare
sempre noi e sempre
così tanto siamo
stanchi.
Con le politiche di
contenimento
salariale degli
ultimi decenni è già
difficile arrivare
alla fine del mese
addirittura con due
redditi, figuriamoci
se dobbiamo
accantonare anche
una seconda quota (
una la paghiamo già!)
per la pensione!
(1) determina
un'erogazione
mensile
corrispondente a
circa il 40-50%
dell'ultima
retribuzione.
(2) nato dalle lotte
del '68 (legge n°
153 del 30 aprile
1969) e che
determina
un'erogazione
mensile
corrispondente a
circa il 70-80%
dell'ultima
retribuzione.
(3) La previdenza
comprende la
pensione di
vecchiaia, di
anzianità, di
invalidità, ai
superstiti, di
convenzione
internazionale per
il lavoro svolta
all'estero.
L'assistenza
comprende l'assegno
sociale, gli
ammortizzatori
sociali (cassa
integrazione,
mobilità), la
malattia, la
maternità, l'assegno
familiare.
(4) gli anni
lavorati fino al
1995 verranno
calcolati con metodo
"retributivo" e gli
anni successivi al
1995 con metodo
"contributivo".
(5) il TFR nasce nel
1919 come prima
forma di
regolamentazione
dell'indennità di
fine rapporto
riservata agli
impiegati, nel 1942
viene introdotto nel
codice civile e nel
1966 viene esteso a
tutti i dipendenti
privati e pubblici.
(6) Tra cui Luciano
Vasapollo, prof.
All'Università "La
Sapienza" di Roma
(7) Meccanismo "silenzio-assenso":
il lavoratore ha sei
mesi di tempo per
esprimere la propria
volontà su dove
vuole destinare il
proprio TFR. Se non
si esprime il TFR "passa"
automaticamente al
Fondo di categoria o
quello più presente
in azienda.
Il rinnovo
Contrattuale dei
metalmeccanici
Nel pieno rispetto
del trend salariale
degli ultimi 20 anni,
e del recepimento
delle ulteriori
norme antioperaie
varate da questo
governo, si è aperta
a Marzo la
discussione tra le
tre federazioni di
categoria FIM-FIOM-UILM,
per la definizione
delle richieste dei
Metalmeccanici sia
dal punto di vista
salariale che
normativo.
La prima cosa
importantissima da
notare è che nessuna
delle tre
federazioni ha fatto
una consultazione
dei metalmeccanici,
o per lo meno dei
propri iscritti,
prima di costruire
la propria base di
discussione per le
richieste del
rinnovo. Come al
solito i diretti
interessati vengono
lasciati fuori nella
parte più importante
del rinnovo
contrattuale, la
preparazione della
piattaforma
rivendicativa, salvo
poi chiamarli a
scioperare, in un
sorta di
conflittualità
concertata, su
piattaforme già
deboli e che poi
alla fine della
tornata contrattuale
si trasformano in
veri e propri bidoni
per i lavoratori. Di
fronte a una tale
critica qualcuno
potrebbe opporre il
fatto che nei
metalmeccanici prima
di firmare i
contratti si fa il
referendum. È vero.
Si dimentica però
che le
organizzazioni
sindacali non sono
mai state in grado
nei referendum di
far votare più del
25% dei
metalmeccanici.
Ancora più
importante il fatto
che si producono,
come nello scorso
rinnovo, situazioni
in cui nella
fabbriche più
combattive e che
hanno dato il
maggior contributo
alla lotta
contrattuale gli
accordi bidone vanno
sotto, e invece
nelle fabbriche
piccole, poco o per
niente
sindacalizzate,
spesso senza RSU,
dove quindi non si
ha nemmeno la
speranza di poter
fare un contratto
aziendale che in
qualche modo
corregga il tiro, i
contratti passano
con percentuali
elevatissime di
consenso.
Lo scorso contratto,
per esempio, alla
fine si è chiuso con
delle concessioni
importanti sulla
parte normativa in
barba al fatto che
si trattava solo per
la parte salariale,
e con un risultato
in termini di
aumenti salariali
davvero irrisorio
rispetto ai 130 euro
che si chiedevano
inizialmente.
In realtà le aziende
hanno erogato ai
metalmeccanici 400
euro per i 12 mesi
del 2005, 880 euro
per i 12 mesi del
2006 e 570 euro per
i 6 mesi del 2007 (allungamento
di sei mesi della
scadenza
contrattuale,
ufficialmente per
sciogliere il clima
di conflittualità),
per un totale di
1850 euro in 30 mesi
che significano un
aumento medio lordo
al 5° livello di
61,66 euro, che
netti sono 47 euro
al mese, una
miseria.
Lo specchietto
riepilogativo della
discussione tra FIM-FIOM-UILM,
sembra recepire le
richieste di governo
e confindustria,
soprattutto per
quanto riguarda la
parte normativa.
La prima "richiesta"
(?) che salta
all'occhio e quella
di portare il limite
massimo di contratti
atipici nelle
aziende dal tetto
del 11% dello scorso
contratto al 15% per
il prossimo. Su
questo tutte le tre
federazioni sono
d'accordo, compreso
sul fatto che i
contratti di
apprendistato non
sono compresi in
questa cifra.
L'unica differenza è
che la Fim vuol
tenere fuori quota i
contratti di
inserimento e la
FIOM invece dice che
devono essere
calcolati
all'interno del
limite del 15%.
In ogni caso
entrambe le
organizzazioni, che
spesso dibattono di
lotta alla
precarietà, nel
capitolo dedicato al
"Mercato del Lavoro"
interpretano già le
esigenze delle
aziende di avere più
flessibilità e
precarietà.
È prevista la
riforma
dell'inquadramento
unico, in pratica ci
sarà un incremento
dei livelli
salariali, che
lasceranno
differenziati
rispetto agli altri
lavoratori i soli
quadri aziendali. Su
questa materia non
c'è nessuna intesa
tra FIM-FIOM-UILM,
perché non si hanno
le idee chiare su
come funzionerà
nell'applicazione
concreta nei luoghi
di lavoro. Un gran
caos che in ultima
analisi si
trasformerà in
ulteriore
possibilità per le
aziende di gestire
in maniera
clientelare le
differenze di
livello tra i
lavoratori.
Per quel che
riguarda l'orario,
si ribadisce quanto
firmato lo scorso
anno in materia di
orario
plurisettimanale e
si pongono le basi
per fare ulteriori
concessioni alle
aziende.
Confindustria spinge
per l'orario annuale
e l'atteggiamento
sindacale invece di
essere un netto NO è
quello di inserire
un poco alla volta
questo amaro boccone
nella vita dei
lavoratori.
La parte più volgare
della discussione
per la definizione
della bozza è quella
sui diritti: le
uniche richieste
concrete sono
l'istituzione della
sanità integrativa
aziendale (probabilmente
perché il governo
prevede un ulteriore
giro di vite alle
spese sanitarie
pubbliche) e
l'incremento del
contributo aziendale
per i fondi
pensione integrativi.
Proposte oscene di
fronte al fatto che
nelle assemblee
negano
spudoratamente di
promuovere i fondi
integrativi.
Sugli incrementi
salariali siamo alla
solita discussione
fra i tre..ognuno
dice la sua cifra,
ma la media sarà
attorno a una
richiesta di 130
euro in varie
tranches al 5°
livello. Anche
stavolta insomma,
nel pieno rispetto
delle regole della
concertazione, si fa
una richiesta
economica che non
sarà assolutamente
in grado di coprire
la perdita di
salario che i
lavoratori hanno
avuto a causa
dell'aumento dei
prezzi, e di una
Finanziaria di
lacrime e sangue.
La differenza fra lo
scorso contratto e
questo sta nel fatto
che l'altra volta la
richiesta, a detta
della FIOM, era
stata così bassa
(130 euro) perché
l'industria
metalmeccanica era
in crisi; oggi la
richiesta è la
stessa della volta
scorsa, anche se
quest'anno
l'industria è in
forte espansione.
Nonostante questo
rinnovo si
preannuncia un
ulteriore bidone per
i metalmeccanici, le
tre organizzazioni
richiedono il
pagamento di una
quota contratto ai
lavoratori non
iscritti al
sindacato, FIM e
UILM ne rivendicano
l'obbligatorietà, la
democratica FIOM
dice che deve essere
volontaria.
Magari si metteranno
d'accordo su una
sorta di silenzio
assenso.
Attendiamo la
versione definitiva
della piattaforma
unitaria, ma già
dalle premesse la
critica non può che
essere forte: nelle
assemblee e nelle
iniziative che si
organizzeranno, sarà
molto importante
fare emergere questa
critica sviluppando
sia iniziative di
lotta autonome, sia
proponendo il più
possibile ordini del
giorno che rimettano
al centro la difesa
reale del salario e
dei diritti, senza
contropartite in
cambio sulla
precarietà e sulla
flessibilità. |