|
Il XXX vertice del Mercosur,
conclusosi da poco nella città argentina di Cordoba, giungeva immediatamente
dopo i sussulti e gli scossoni causati dalla nazionalizzazione del gas
boliviano. Non erano pochi quelli che, sicuramente non disinteressati,
diagnosticarono discordie interne e paralisi motoria dell’integrazione del
blocco regionale.
Queste voci del malaugurio
abbondano non solo tra le fila delle elites locali e dei loro portavoce
mediatici o politici, ma anche sulla sponda europea da dove –in modo “bipartisan”-
salgono in cattedra e fingono di ignorare i costanti contrasti esistenti tra
Europa continentale e Gran Bretagna, tra quella occidentale e quella orientale.
A Cordoba, alla presenza
dei capi di Stato invitati della Bolivia, Cile, Messico, Pakistan e Sudafrica,
il Mercosur ha accolto il Venezuela come membro permanente.
Non si tratta di un
generico rafforzamento, è un consolidamento significativo del progetto di
integrazione, articolato ora anche all’autonomia energetica, garantita per un
secolo.
Il Gran Gasodotto del Sud
che unirà il Venezuela con l’Argentina, attraverso il Brasile, e che allaccerà
anche il Paraguay, Bolivia e Uruguay, ora è progettualità concreta.
La Bolivia non solo entra
nel grande gioco strategico del gas, ma sorprende tutti mostrando la
disponibilità a far parte a tappe acellerate del Mercosur.
Il destino della Comunità
Andina di Nazioni (CAN), già segnato dall’accettazione del TLC con gli USA da
parte della Colombia e del Perù, è ormai deciso: manca solo il certificato
ufficiale di defunzione.
Infatti a Bogotà,
contemporaneamente, Alan Garcia visitava Alvaro Uribe, e chiamava velleitariamente
in causa il Cile per assegnargli il ruolo di salvatore della CAN, da cui disertò
sin dai tempi di Pinochet.
La Colombia, invece, subito
dopo il vertice di Cordoba, ha messo in chiaro che guarda solo a nord, e punta
tutte le sue carte per inserirsi nel Plan Puebla Panama (PPP). Uribe vuole
sintonizzarsi e inserirsi nel TLC del nord (Canada, USA e Messico) e in quello
dei micro-Stati dell’America centrale.
Gli evidenti passi in
avanti del blocco sudamericano sono stati possibili grazie alla stretta
collaborazione esistente tra Brasilia, Buenos Aires e Caracas. Da più parti è
stato sottolineato che la presenza venezuelana nel Mercosur, determinerà
moficazioni non solo quantitative o macroeconomiche. Si fa riferimento al
maggior peso che potrebbe assumere la “agenda social”, e all’influenza
complessiva irradiata da un Paese in cui l’ economia pubblica è l’attore
principale.
Questo è causa di timori
per le elites rioplatensi e pauliste che non occultano il loro disagio, e di
speranza per le classi subalterne e –a ragione o a torto- soprattutto per i
movimenti sociali.
Uruguayani e Paraguay
sperano che Caracas possa riequilibrare le “asimmetrie” finora vigenti all’interno
del Mercosur, che inclinano l’ago della bilancia a favore dei mercati più grandi.
Sul terreno della
captazione finanziaria, Buenos Aires e Caracas hanno deliberato l’emissione
congiunta di un titolo di credito (Buoni del sud), per un totale di 2 miliardi
di dollari. E’ la prima pietra di quella Banca del Sud, che dovrà favorire un
maggiore svincolo dai centri finanziari mondiali.
Ignorata da tutti mezzi di
comunicazione la riunione dei ministri dell’economia dell’Argentina e del
Brasile, dove hanno messo a punto il meccanismo per eliminare il dollaro dal
commercio bilaterale.
Questa mossa non si limita
a ridurre i costi di intermediazione finanziaria ma –secondo il ministro Guido
Mantega- anche ad avvicinare i tempi per “creare una moneta unica”.
Questo attacco pubblico al
decadente dollaro ha ricevuto come risposta dal Wall Street Journal (28/7/2006),
bordate infuocate ad alzo zero contro Kirchner, accusato –per la prima volta- di
dirigere un governo in cui sono presenti “alcuni terroristi degli anni 70”.
La veemenza del
contrattacco neoliberista indica l’importanza che gli Stati Uniti attribuiscono
alla materia monetaria, e come la debolezza inoccultabile del dollaro è un nervo
pericolosamente scoperto. Per il reato di leso egemonismo del dollaro,
Washington ha anticipato che d’ora in avanti concentrerà l’attacco frontale
contro Kirchner, e assimilerà l’Argentina all’asse del male L’Avana-Caracas-La
Paz.
La presenza di Fidel Castro al vertice di Cordoba, oltre a
mettere in risalto l’impossibilità dell’isolamento di Cuba dal contesto
regionale, dice anche che si sono rinsaldati i legami per gli scambi commerciali
e gli investimenti comuni.
E’ stato firmato un accordo in cui Cuba e il Mercosur si
impegnano a non aumentare le rispettive barriere doganali. Cuba guarda al
futuro, scruta e si avvicina al Mercosur. Mentre a Miami la diaspora cubano-bushista
(1)ha pronti da tempo i certificati catastali per le privatizzazioni e gli
espropri massivi del dopo-Fidel, il governo sembra orientato all’apertura
progressiva e selettiva nell’orbita del blocco regionale sudamericano.
Le contromosse di Washington – dopo aver incassato il precario
controllo del Perù attraverso Alan Garcia- si concentrano sul Paraguay e
l’Uruguay, cui propone un Accordo di Promozione Commerciale.
E’ un surrogato di TLC tendente a trascinarli fuori dal Mercosur,
o a trasformarli in piattaforme per penetrare quelle economie con la “triangolazione”.
Come in Perù, i sindacati, i movimenti sociali e il Frente
Amplio vi si oppongono, mentre il settore agropecuario e i partiti tradizionali
lo appoggiano. Alla fine deciderà il Presidente Tabarè Vazquez, sulla base di
valutazioni complessive, che riguardano anche la questione delle “papeleras” e
delle concessioni che le economie giganti del Mercosur dovranno accordare –come
fecero gli europei con Grecia, Spagna, Portogallo ecc- ai Paesi meno competitivi.
A tal fine, l’Accordo proposto da Washington è anche un’arma di
pressione che Montevideo utilizza a suo favore.
In questa fase è scontato il rifiuto alla richiesta messicana
di far parte del Mercosur: sarebbe la mano sabotatrice della Casa Bianca. Il
cucciolo trasformato in cavallo (di Troia) imperiale.
Rimane in bilico fino alle elezioni, invece, la situazione
in Ecuador, dove il governo non può firmare il TLC senza correre
il rischio di essere travolto da un ennesimo “levantamiento” popolare.
Il quadro regionale emergente conferma che l’egemonismo assoluto
degli Stati Uniti si ferma a Panama. Più a sud può contare sull’equidistanza
cilena, sull’instabilità peruviana, e sull’oligarchia colombiana puntellata -più
che con il libero commercio- con la forza determinate della tecnologia bellica,
delle arti marziali e della narco-economia.
A questo punto della partita strategica, il dato sorprendente è
che il Pentagono sia in affanno anche lungo la dorsale delle Ande. Si conferma
la condizione di manifesta difensiva negli spazi sociali tra i Caraibi, le
grandi arterie fluviali dell’Orinoco, della Plata e delle Amazzoni, e cominciano
ad affiorare preoccupanti crepe politiche nel retroterra dell’altipiano
messicano. Il Plan Puebla Panama è un progetto cui mancano artigli finanziari
perchè possa essere anche un operante piano politico. Se ne riparlerà dopo
l’avventura in Mesopotamia e dipenderà dal suo esito.
31/1/2006
(1) In questo stesso momento, sulle strade di Miami costoro
esultano, folli di gioia ballano e cantano. I cultori della morte brindano alla
morte biologica, certi che sarà anche l’automatica sepoltura di un sistema
sociale. E’ un’equazione un pò ardita, che tradisce impazienza ed ignora il
fattore evoluzione: il sistema cubano è sopravvissuto all’estinzione dell’Unione
Sovietica. |