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da Lotta Comunista
- La
rivoluzione russa ha
lasciato una massa
sterminata dl
testimonianze che è
ancora, praticamente,
da conoscere. Negli
anni immediatamente
seguenti l'evento
rivoluzionario
enorme fu la
fioritura della
memorialistica, sia
da parte dei
dirigenti che dei
semplici millanti
bolscevichi.
Uscirono, in lingua
russa, molti libri e
riviste
specializzate e,
spesso, è in queste
riviste che si
trovano
testimonianze utili
per rintracciare i
caratteri profondi
di un fenomeno
collettivo quale è,
per sua natura, una
rivoluzione. La
controrivoluzione
staliniana ha
contribuito a
seppellire
nell'oblio
l'archivio della
memoria di classe.
La cultura degli
intellettuali ha
fatto il resto.
Abbiamo,
perciò, ritenuto che
la migliore
celebrazione del 60°
anniversario della
rivoluzione
d'Ottobre fosse
quella di far
parlare coloro che
l'hanno fatta.
Diamo,
quindi, la parola a
tre militanti poco
conosciuti ma che
portano la
esperienza grandiosa
dei milioni di
proletari che hanno
avuto il coraggio di
dare "l'assalto al
cielo".
Arbuzova: L'OTTOBRE
NELLA FABBRICA DI
CANNONI DI
PIETROGRADO
Durante
la guerra nella
fabbrica di cannoni
lavoravano
soprattutto
contadini. Gli
addetti erano 20.000
e la cellula del
partito contava 35
membri. Si
producevano
detonatori e il
numero degli addetti
era notevolmente
aumentato a causa
della guerra (in
tempo di pace
venivano occupate
circa 500 persone).
Nel 1917 gli operai
erano fortemente
influenzati dai
socialrivoluzionari
di destra e, con
meno successo, dai
menscevichi.
Il
primo comitato di
fabbrica era formato
quasi esclusivamente
da social-rivoluzionari
e da menscevichi. I
socialrivoluzionari
non indietreggiavano
davanti ai più
infami mezzi di
agitazione e intanto
invitavano nella
fabbrica i loro
migliori oratori.
All'inizio della
primavera vennero
infatti a parlare
agli operai il
ministro Peshekhnov
e altre personalità.
La
messa in scena della
riunione veniva
organizzata in modo
ammirevole: gli
operai non
lavoravano per tutta
la giornata e dalle
labbra ministeriali
fluivano discorsi di
una bellezza
angelica.
A
quell'epoca gli
operai detestavano
caldamente i
bolscevichi,
raramente
acquistavano la
Pravda e alle
riunioni votavano
sempre per le
mozioni dei
socialrivoluzionari.
Le assemblee
generali erano
movimentate,
l'uditorio si
divideva in frazioni
e molto raramente i
compagni della
cellula comunista
riuscivano a farsi
eleggere nel
presidium. Una volta
gli
internazionalisti
unificati e i
bolscevichi
riuscirono a far
passare in assemblea
generale una
risoluzione
richiedente la
pubblicazione
immediata dei
trattati segreti. "Compagni
- disse il SR
Soloviev - se votate
questa risoluzione
noi ci dimettiamo
oggi stesso dal
comitato di fabbrica!».
La
risoluzione fu
votata a stragrande
maggioranza.
L'indomani i
Socialrivoluzionari
si sparpagliarono
nei reparti per
spaventare gli
operai minacciando
le dimissioni del
comitato di fabbrica
e dimostrando loro
che avevano commesso
un crimine il giorno
prima. Riuscirono a
far adottare dagli
operai una
risoluzione di
appoggio al governo
provvisorio.
Dopo la
riunione tenuta
presso di loro le
donne del 4" reparto
manifestarono il
desiderio di
buttarmi nel fuoco
della forgia.
"I
nostri uomini
versano il loro
sangue al fronte e
voi invece lavorate
per i tedeschi!"
gridava quel gruppo
esagitato di
soldatesse avanzando
verso di me coi
pugni alzati.
All'indomani sul
lavoro, un gruppo di
donne accecate
dall'odio, guidate
da una SR di cui ho
dimenticato il nome,
si strinsero
minacciose intorno
al mio banco di
lavoro. La SR urlava
a gran voce
martellandosi il
petto: "Voi
leninisti, siete
delle spie tedesche!.
Bisognerà
scaraventarvi giù
dalle finestre delle
fabbriche».
La
folla eccitata delle
operaie esprimeva la
propria indignazione
a proposito delle "spie
tedesche". Un'altra
SR che era nel
gruppo esigeva che
io rispondessi alla
seguente domanda: «Lenin,
la spia tedesca,
vive nella Russia
libera sotto il nome
di Lenin, mentre il
suo vero nome é
Ulianov. Perchè?».
L'atmosfera in
fabbrica era
pesante. Gli operai,
avvelenati dalla
propaganda, erano
pronti a usare la
violenza fisica
contro di me;
dappertutto non si
parlava che dei
leninisti e del
vagone d'oro tedesco.
Un
giorno d'estate
Lenin venne a
pronunciare un
discorso da noi. Era
di domenica. Il
comitato di fabbrica
non gli aveva
permesso di prendere
la parola
all'interno, la
riunione fu quindi
organizzata fuori
dai cancelli. Lo
rivedo ancora
vestito di grigio, a
testa nuda, con la
calvizie che
brillava al sole: il
capo dei lavoratori
parla aggrappato in
bilico su un carro a
due ruote. Parlò a
lungo e fece una
grande impressione
sui lavoratori. Ho
visto donne sedute
che piangevano
durante il suo
discorso. Quando fu
il momento delle
domande ricevette il
seguente biglietto:
"Allora, fratello,
quanto oro hai
portato dalla
Germania?" Io lesse,
lo passò alla
presidenza che ne
diede lettura
all'uditorio. Gli
operai gridarono:
«E' una infamia, non
bisogna rispondere».
A
partire dalle
manifestazioni di
luglio i migliori
comunisti
cominciarono a
venire con noi e
l'atteggiamento
degli operai nei
confronti dei
bolscevichi cambiò
profondamente. Molto
prima dell'ottobre
le seconde elezioni
del comitato di
fabbrica diedero la
maggioranza ai
bolscevichi.
V.
Malakhovski: LE
GUARDIE ROSSE DEL
QUARTIERE VYBORGSKI
Alla
fine di agosto 1917
arrivai a
Pietrogrado
proveniente dal
fronte occidentale
dopo aver scontato
una pena per
propaganda di idee
bolsceviche. Il
reggimento dove io
ero semplice soldato,
mi aveva informato
che, in virtù di un
ordine di Kerenski
emanato subito dopo
i fatti di luglio,
ero, insieme a
migliaia di altri,
radiato per sempre
dall'esercito in
quanto" traditore e
figlio indegno della
patria".
Ciò
però non mi turbava
affatto. Dopo aver
trascorso un po' di
tempo sul fronte
imperialista in
mezzo ai soldati,
ardevo dal desiderio
di partecipare alla
rivoluzione
proletaria, al
rovesciamento del
governo Kerenski.
Non parlo qui delle
mie motivazioni
teoriche, dal
momento che
appartenevo al
partito bolscevico
fin dal 1910, quando
aderii al circolo
socialdemocratico di
Pietroburgo, diretto
da Kudelli.
Senza
attendere le
istruzioni ufficiali
del partito decisi
di cercare, con
l'aiuto dei miei
amici, un lavoro di
semplice militante
che fosse però
sempre nell'ambito
militare. A
settembre ero
istruttore della
Guardia Rossa. In
quel momento, la
situazione della
rivoluzione e della
Guardia Rossa non
erano affatto
brillanti.
Dopo
gli avvenimenti dal
3 al 5 luglio, la
controrivoluzione
rialzava la testa.
Il governo
provvisorio
perseguitava le
organizzazioni e la
stampa bolscevica,
assassinava i nostri,
arrestava i capi del
proletariato,
metteva i nostri
militanti fuori
legge.
Il
governo, composto
soprattutto dai
rappresentanti della
sedicente "democrazia
rivoluzionaria",
mirava
essenzialmente a
disarmare il
proletariato, a
sciogliere la
Guardia Rossa.
In quel
periodo una parte
della Guardia Rossa
era costretta a
farsi passare per
una semplice milizia
di officina. Certo
gli effettivi di
questa milizia erano
un po' troppi per la
protezione delle
imprese. Dato che
gli operai facevano
la guardia a turno,
nessuno ignorava che
si trattasse della
Guardia Rossa.
Impotenti ad
annientarla, la
borghesia e il
Governo Provvisorio
volevano almeno
confiscare una certa
quantità di armi, ma
non riuscivano a
fare neppure questo.
Ciononostante,
all'inizio di
settembre, gli
organi della Guardia
Rossa nelle officine
("commissioni",
"terne", qualche
volta si diceva
"stato maggiore")
erano abbastanza
dispersi. Così, al
mio arrivo
all'officina
"Novy-Lessner" in
qualità di
istruttore, non vi
era praticamente nel
quartiere né
commissioni né stato
maggiore.
Oltre a
me, c'erano nel
quartiere altri
quattro o cinque
istruttori
dell'organizzazione
militare del
comitato di partito;
da Pietroburgo
eravamo destinati
nelle fabbriche
"Novy Lessner»,
"Eriksson" e qualche
altra.
Distaccamenti della
Guardia Rossa erano
presenti in altri
stabilimenti, si può
dire dappertutto
sebbene allora non
ci fossero né
questionari né
statistiche. Ce
n'erano non solo
nelle grandi
fabbriche, ma anche
nelle piccole.
L'influenza però
della sezione
militare del
Comitato Centrale
del Partito era
allora poco
avvertita. E' quanto
le si rimproverava,
e giustamente, alla
seduta del C.C e
alle riunioni dei
militanti in
ottobre, quando si
contavano le nostre
forze alla vigilia
dell'insurrezione.....
Decidemmo di
approfittare del
tempo a nostra
disposizione per
istruire gli operai
che ne avevano molto
bisogno. Poichè
lavoravano per la
difesa non erano
stati mobilitati e,
a parte qualche rara
eccezione, non
avevano alcuna
pratica militare.
Ci
mettemmo all'opera.
All'inizio,
esitavamo ad
effettuare degli
esercizi nelle
strade e non
uscivamo dal recinto
dell'officina. Così
avvenne a Novy
Lessner e altrove.
Passando però
dall'istruzione
individuale
all'istruzione per
gruppi, fummo
obbligati a uscire
in strada. D'altra
parte, le nostre
esitazioni non
durarono a lungo,
infatti non avevamo
ragioni di temere
gran ché nel nostro
solido quartiere
operaio. Ci si
impadronì
rapidamente di
qualche terreno
vicino alle
officine. Là ci si
esercitava ad
allinearsi, a
formare le file, ad
avanzare, ad andare
all'assalto, a
marciare al passo, a
maneggiare le armi.
Il lavoro procedeva
a pieno ritmo.
Per
tutto il giorno si
istruivano
distaccamenti operai
che si alternavano.
Non
avevamo di ché
lamentarci dei
nostri allievi. Nei
ranghi della Guardia
Rossa, vi erano non
solo delle giovani
guardie, ma anche
degli uomini di una
certa età e perciò
si marciava a
meraviglia. Gli
operai, più
sviluppati e più
decisi dei contadini
che formavano il
grosso delle truppe
del vecchio
esercito, imparavano
fretta, con
interesse e ardore,
i segreti dell'arte
militare e
progredivano a passi
da gigante, più
rapidamente di
quanto avrebbero
fatto nelle caserme
zariste...
All'epoca
dell'avventura di
Kornilov, la Guardia
Rossa si componeva
di volontari. Per
entrarvi, occorreva
essere presentati da
due Guardie Rosse o
due membri del
partito, oppure dai
consigli di fabbrica
e dai sindacati.....
Gli
effettivi della
Guardia Rossa non
facevano che
aumentare. Non mi
ricordo più quante
unità avevamo
esattamente
previsto. Dalla fine
di settembre però,
si formò un
battaglione alla
Novy Lessner e
durante
l'insurrezione si
arrivò a mille
uomini, ossia due
battaglioni.
Delle
mitragliatrici
avevano fatto la
loro apparizione in
numerosi
distaccamenti, si
imparava con
passione a
meneggiarle, e si
formarono parecchi
gruppi di
mitraglieri....
Venne
la notte del 25
ottobre. Il «Centro»
ha preso la
decisione di agire.
Nei quartieri si
diede l'ordine di
nascondere, a ogni
buon fine, libri,
documenti, liste di
membri del partito e
della Guardia Rossa,
ecc. Si avvertiva un
non so ché di
solenne, i nervi
erano tesi. La
Guardia Rossa del
nostro quartiere era
allora un appoggio
solido per la città
e così si riponevano
in essa le più serie
speranze. Durante la
giornata ma
soprattutto alla
sera avemmo il tempo
di mettere non pochi
distaccamenti a
disposizione del
Comitato militare
rivoluzionario e di
concentrarne una
parte allo stato
maggiore... Il
morale era così
alto, la voglia di
combattere così
forte, che nessun
gruppo di guardie
bianche e di allievi
ufficiali, che
disarmavano e
assassinavano le
guardie rosse nel
centro della città,
rischiava di
mostrarsi alle
nostre postazioni.
Nella
notte tuonò il
cannone dell'Aurora,
sibilarono i
proiettili,
crepitarono le
mitragliatrici. I
nostri distaccamenti
parteciparono alla
conquista del
Palazzo d'Inverno,
della Centrale
Telefonica, della
Banca di Stato,
della fortezza
Pietro e Paolo ecc.
Si sa
che l'insurrezione
si svolse senza
quasi spargimento di
sangue. La reazione
non poté opporre
alcuna resistenza
fino a domenica 28
ottobre. Quel giorno
cominciammo a
ricevere tristi
notizie sulle nostre
sconfitte e sui
successi delle
guardie bianche. Ci
furono dei
sollevamenti in
alcune scuole
militari, agitazioni
in alcune unità
cosacche, la
centrale telefonica
cadde nelle mani di
alcuni allievi
ufficiali, ecc. Mi
ricordo che il
compagno Orlov
arrivò dallo Smolny
e espose la
situazione poco
brillante a una
seduta dello stato
maggiore della
Guardia Rossa. Per
alcuni minuti ci
sentimmo abbattuti.
Si sarebbe detto che
lo spettro della
sconfitta passasse
davanti agli occhi
di tutti noi... Ma
ci si riprese... Si
tenta il colpo....
Comunque avremo
tenuti al bando per
quattro giorni i
ministri
capitalisti... Come
al solito si
chiacchierò, si
scherzò, poi di
nuovo ci si tuffò
nel lavoro.
In
realtà gli affari
non andavano poi
così male. In capo a
qualche ora, verso
sera, incominciarono
ad arrivarci le
buone notizie:
"Abbiamo rioccupato
la centrale
telefonica, gli
allievi ufficiali
sono sconfitti, i
cosacchi, dopo
alcune esitazioni e
tentennamenti, si
sono schierati col
potere dei soviet".
Non era
tutto naturalmente.
Le nostre guardie
rosse ebbero non
poco da fare davanti
a Pulkovo. Nel corso
di questi
combattimenti si
capì che la guardia
rossa non era
affatto adatta a
imprese del genere.
E' vero che i
combattenti diedero
prova di un eroismo
e di una abnegazione
straordinaria, si
dimostrarono pronti
a soffrire la fame,
il freddo e a
sacrificare la loro
stesso vita; con il
loro entusiasmo
sollevarono e
trascinarono i
soldati della
guarnigione;
richiesero l'invio
di obici e di
cartucce sulle prime
linee; eseguirono
senza brontolare
tutti gli ordini;
andarono
coraggiosamente
all'attacco senza il
minimo desiderio di
disertare... Nessuno
potrebbe dire che
gli operai di
Pietrogrado abbiano
ceduto anche solo
per un momento; no
sicuramente. D'altra
parte, questa
intrepida armata non
avrebbe potuto
durare a lungo senza
una buona
organizzazione
centralizzata; la
cosa più grave poi
era
l'equipaggiamento
rudimentale di
questi meravigliosi
soldati che,
lasciando il tornio
per gettarsi nella
battaglia, si
trovarono privi di
rifornimenti e di
munizioni
sufficienti. Se
all'interno delle
città si poteva,
volendo, passarci
sopra, non era la
stessa cosa sulle
alture di Pulkovo,
dove la situazione
era ben altrimenti
difficile. Non si
poteva vincere di un
sol colpo Krasnov e
Kerenski; la lotta
andava per le lunghe
ma bisognava fornire
ai combattenti
almeno un po' di
cibo...
Un
altro difetto
caratteristico e
serio della Guardia
Rossa era una specie
di «spavalderia».
Durante gli
attacchi, quando si
avanzava a balzi
successivi, i
combattenti non si
chinavano affatto,
da ciò non poche
inutili perdite. Già
durante gli esercizi
molte Guardie Rosse
si erano distinte
per tali prodezze.
Quando noi
istruttori dicevamo
loro che ciò era
inammissibile
rispondevano che
chinarsi e mettersi
ventre a terra era
vergognoso per dei
rivoluzionari, era
indice di codardia.
Non era facile
persuaderli che si
trattava di regole
militari praticate
da molto tempo e che
non erano affatto
destinate a dei
paurosi e che in
verità, non vi era
alcun buon senso ad
offrire la fronte ai
colpi nemici.
Finalmente finirono
i combattimenti, le
guardie bianche
furono sconfitte
nella città e nei
dintorni. Il nostro
lavoro però non
diminuiva affatto,
bisognava sempre
fare sforzi
sovrumani in una
situazione
straordinariamente
difficile.
E.
Bosch: LE GIORNATE
DI OTTOBRE A KIEV
Sin dai
primi giorni di
ottobre a Kiev si
cominciò a lavorare
febbrilmente per la
preparazione, il 22
ottobre, del
Congresso Panrusso
dei Soviet. Uno dopo
l'altro si riunirono
tre congressi: il
primo, il congresso
regionale dei
delegati operai,
contadini e soldati,
adottò una
risoluzione che
richiedeva il
passaggio del potere
ai soviet; il
secondo, il
congresso delle
organizzazioni
cosacche di tutta la
regione limitrofa
convocato dai
commissari del
governo provvisorio,
adottò una
risoluzione in
sostegno a detto
governo; il terzo,
il congresso delle
organizzazioni
militari che
facevano parte della
Rada Centrale,
riconobbe
quest'ultima come il
solo potere
governativo in
Ucraina.
A Kiev
la maggioranza del
proletariato e della
guarnigione era per
il potere dei
soviet, una parte
dei ferrovieri e
degli operai della
fabbrica Greter
seguiva i partiti
piccolo borghesi, le
truppe di guardia,
gli junker, i
cadetti erano per il
governo provvisorio,
la Rada centrale non
poteva contare che
su due reggimenti
che essa stessa
aveva costituito.
Durante
la prima metà di
ottobre le
esitazioni del
Comitato del Partito
bolscevico di Kiev
indussero le masse
rivoluzionarie e il
soviet dei deputati
operai a restare
inattivi e ad
adottare una
posizione
attendista. I
partigiani del
governo provvisorio
utilizzarono tale
situazione per
organizzarsi e
rafforzare le truppe
"sicure". Dal 6
all'8 di ottobre i
partiti piccolo
borghesi, membri del
Comitato Esecutivo
del Soviet dei
delegati operai, del
Comitato Esecutivo
del Soviet dei
delegati soldati e
della Duma
municipale, crearono
un Comitato di
Salute della
Rivoluzione che in
seguito si fuse con
lo Stato Maggiore
della regione. A
partire dal 10
ottobre lo Stato
Maggiore cominciò a
concentrare delle
truppe a Kiev,
prendendo però le
precauzioni
necessarie affinchè
il fatto non
trapelasse.
Di
notte, in un
silenzio totale, i
"battaglioni della
morte" entravano in
città, le bandiere
nere spiegate sulle
quali, proprio nel
mezzo, brillavano
lugubremente dei
teschi ricuciti di
bianco. Nella città
male illuminata il
passante solitario
rabbrividiva quando
incrociava questi
presagi di violenze
selvagge e di
sanguinose
repressioni. Di
giorno però nelle
strade tutto era
calmo e non si
poteva scorgere
alcun segno
premonitore della
tempesta. La Rada
centrale creò allora
un Comitato
Territoriale di
Salute della
Rivoluzione. I
movimenti notturni
di truppe a Kiev
suscitarono
l'inquietudine negli
eserciti
rivoluzionari e
nelle organizzazioni
operaie e il 15
ottobre alcuni
rappresentanti delle
fabbriche e delle
organizzazioni
militari, attraverso
la frazione
bolscevica, fecero
depositare presso il
Comitato Esecutivo
le seguenti
rivendicazioni:
1)
Esigere dallo Stato
Maggiore la
cessazione immediata
di ogni movimento di
truppe verso Kiev.
2)
Sostituire i
reggimenti che
garantiscono la
difesa del Soviet
con truppe più
sicure.
Il
Comitato Esecutivo
respinse a
maggioranza le due
richieste; la
frazione bolscevica
pretese allora la
convocazione
immediata del Plenum
del Soviet dei
delegati operai. Ciò
avvenne però solo il
24 ottobre e su
proposta della
frazione bolscevica
si decise di creare
un Comitato Militare
Rivoluzionario.
Tutti i partiti
piccolo borghesi
membri del Soviet
protestarono
energicamente contro
tale decisione e
solo i bolscevichi
entrarono nel CMR.
Il 25 ottobre, su
ordine dello Stato
Maggiore regionale,
gli junker
circondarono la sede
del Soviet e
arrestarono il CMR e
il Comitato
bolscevico di Kiev.
Quando la notizia
dell'arresto giunse
nelle fabbriche, gli
operai si
prepararono subito
alla lotta armata.
Tutto il lavoro di
organizzazione si
concentrò
sull'arsenale. Il 26
ottobre gli operai
uscirono dalle
fabbriche. Allo
scalo merci i
ferrovieri si
impadronirono di un
convoglio di armi
che consegnarono
agli operai
dell'arsenale i
quali le fecero
subito distribuire
nelle fabbriche. Una
volta armati
lasciammo in massa
tutte le fabbriche
marciando verso la
Duna municipale per
esigere la
liberazione
immediata dei
prigionieri. Non
appena però ci fummo
radunati sulla
piazza, ecco gli
junker sui carri
armati, i
battaglioni della
morte e i cadetti
incominciarono ad
occupare tutte le
strade e tutti gli
accessi vicini,
accerchiandoci in
una morsa compatta e
ostile. Avanzarono
verso di noi e
quando i loro primi
ranghi furono a
qualche passo dai
manifestanti risuonò
il comando degli
ufficiali seguito
dappertutto dal
crepitio dei colpi;
ci sdraiammo al
suolo e cominciammo
a rispondere al
fuoco.
Improvvisamente,
sulle nostre teste,
cominciarono a
tuonare gli
schrapnell. Al
segnale convenuto ci
lanciammo allora
tutti quanti contro
uno dei
distaccamenti
nemici, lo sfondammo
e ci ritirammo verso
l'arsenale dopo aver
subito pesanti
perdite. Per tutta
la notte ci
preparammo
febbrilmente a un
nuovo attacco;
concentrammo le
forze principali
nell'arsenale e nei
quartieri di
Shulevski e di
Podolski,
fortificammo le
barricate e gli
sbarramenti e sin
dalle prime ore del
mattino ingaggiammo
una lotta feroce con
le truppe
controrivoluzionarie.
Il primo giorno fu
impossibile
determinare da che
parte pendesse la
bilancia della
vittoria. Le strade
cambiavano più volte
di padrone e alla
sera del secondo
giorno i bianchi ci
fecero battere in
ritirata. Decidemmo
allora di
trincerarci nei
quartieri operai. Il
mattino del terzo
giorno alcuni
rappresentanti della
Duma municipale
vennero a proporci
una trattativa di
pace. Nel frattempo
il secondo corpo di
guardia occupò
Jmerinka, alla
periferia di Kiev, e
inviò le sue truppe
in soccorso del
proletariato.
Lo
Stato Maggiore del
Governo Provvisorio
di Kiev fu il primo
a saperlo, per cui
si affrettò a
trasferire i suoi
poteri alla Rada
centrale e battè in
ritirata con gli
junker e le truppe
rimaste fedeli al
governo provvisorio.
La Rada
centrale, fingendo
di sostenere gli
insorti, fece
occupare dal
reggimento
Bogdanovski tutti i
posti di guardia
della città e fece
liberare i membri
del CMR e del
Comitato bolscevico
che erano stati
arrestati.
Il proletariato
credette davvero che
l'azione del
Bogdanovski
significasse il
passaggio del
reggimento dalla
parte delle masse
rivoluzionarie e
depose le armi. La
lotta armata cessò,
il proletariato di
Kiev si considerò
vincitore e, quando
ci fu il 2° Plenum
dei Soviet dei
Comitati di Fabbrica
e di Officina,
proclamò
solennemente che a
Kiev tutto il potere
apparteneva al
Soviet dei delegati
operai.
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