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martedì, 21 ottobre 2008 01:23:42
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TESTIMONIANZE SULLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

da Lotta Comunista

- La rivoluzione russa ha lasciato una massa sterminata dl testimonianze che è ancora, praticamente, da conoscere. Negli anni immediatamente seguenti l'evento rivoluzionario enorme fu la fioritura della memorialistica, sia da parte dei dirigenti che dei semplici millanti bolscevichi. Uscirono, in lingua russa, molti libri e riviste specializzate e, spesso, è in queste riviste che si trovano testimonianze utili per rintracciare i caratteri profondi di un fenomeno collettivo quale è, per sua natura, una rivoluzione. La controrivoluzione staliniana ha contribuito a seppellire nell'oblio l'archivio della memoria di classe. La cultura degli intellettuali ha fatto il resto.

Abbiamo, perciò, ritenuto che la migliore celebrazione del 60° anniversario della rivoluzione d'Ottobre fosse quella di far parlare coloro che l'hanno fatta.

Diamo, quindi, la parola a tre militanti poco conosciuti ma che portano la esperienza grandiosa dei milioni di proletari che hanno avuto il coraggio di dare "l'assalto al cielo".

Arbuzova:  L'OTTOBRE NELLA FABBRICA DI CANNONI DI PIETROGRADO

Durante la guerra nella fabbrica di cannoni lavoravano soprattutto contadini. Gli addetti erano 20.000 e la cellula del partito contava 35 membri. Si producevano detonatori e il numero degli addetti era notevolmente aumentato a causa della guerra (in tempo di pace venivano occupate circa 500 persone). Nel 1917 gli operai erano fortemente influenzati dai socialrivoluzionari di destra e, con meno successo, dai menscevichi.

Il primo comitato di fabbrica era formato quasi esclusivamente da social-rivoluzionari e da menscevichi. I socialrivoluzionari non indietreggiavano davanti ai più infami mezzi di agitazione e intanto invitavano nella fabbrica i loro migliori oratori. All'inizio della primavera vennero infatti a parlare agli operai il ministro Peshekhnov e altre personalità.

La messa in scena della riunione veniva organizzata in modo ammirevole: gli operai non lavoravano per tutta la giornata e dalle labbra ministeriali fluivano discorsi di una bellezza angelica.

A quell'epoca gli operai detestavano caldamente i bolscevichi, raramente acquistavano la Pravda e alle riunioni votavano sempre per le mozioni dei socialrivoluzionari. Le assemblee generali erano movimentate, l'uditorio si divideva in frazioni e molto raramente i compagni della cellula comunista riuscivano a farsi eleggere nel presidium. Una volta gli internazionalisti unificati e i bolscevichi riuscirono a far passare in assemblea generale una risoluzione richiedente la pubblicazione immediata dei trattati segreti. "Compagni - disse il SR Soloviev - se votate questa risoluzione noi ci dimettiamo oggi stesso dal comitato di fabbrica!».

La risoluzione fu votata a stragrande maggioranza. L'indomani i Socialrivoluzionari si sparpagliarono nei reparti per spaventare gli operai minacciando le dimissioni del comitato di fabbrica e dimostrando loro che avevano commesso un crimine il giorno prima. Riuscirono a far adottare dagli operai una risoluzione di appoggio al governo provvisorio.

Dopo la riunione tenuta presso di loro le donne del 4" reparto manifestarono il desiderio di buttarmi nel fuoco della forgia.

"I nostri uomini versano il loro sangue al fronte e voi invece lavorate per i tedeschi!" gridava quel gruppo esagitato di soldatesse avanzando verso di me coi pugni alzati. All'indomani sul lavoro, un gruppo di donne accecate dall'odio, guidate da una SR di cui ho dimenticato il nome, si strinsero minacciose intorno al mio banco di lavoro. La SR urlava a gran voce martellandosi il petto: "Voi leninisti, siete delle spie tedesche!. Bisognerà scaraventarvi giù dalle finestre delle fabbriche».

La folla eccitata delle operaie esprimeva la propria indignazione a proposito delle "spie tedesche". Un'altra SR che era nel gruppo esigeva che io rispondessi alla seguente domanda: «Lenin, la spia tedesca, vive nella Russia libera sotto il nome di Lenin, mentre il suo vero nome é Ulianov. Perchè?».

L'atmosfera in fabbrica era pesante. Gli operai, avvelenati dalla propaganda, erano pronti a usare la violenza fisica contro di me; dappertutto non si parlava che dei leninisti e del vagone d'oro tedesco.

Un giorno d'estate Lenin venne a pronunciare un discorso da noi. Era di domenica. Il comitato di fabbrica non gli aveva permesso di prendere la parola all'interno, la riunione fu quindi organizzata fuori dai cancelli. Lo rivedo ancora vestito di grigio, a testa nuda, con la calvizie che brillava al sole: il capo dei lavoratori parla aggrappato in bilico su un carro a due ruote. Parlò a lungo e fece una grande impressione sui lavoratori. Ho visto donne sedute che piangevano durante il suo discorso. Quando fu il momento delle domande ricevette il seguente biglietto: "Allora, fratello, quanto oro hai portato dalla Germania?" Io lesse, lo passò alla presidenza che ne diede lettura all'uditorio. Gli operai gridarono: «E' una infamia, non bisogna rispondere».

A partire dalle manifestazioni di luglio i migliori comunisti cominciarono a venire con noi e l'atteggiamento degli operai nei confronti dei bolscevichi cambiò profondamente. Molto prima dell'ottobre le seconde elezioni del comitato di fabbrica diedero la maggioranza ai bolscevichi.

V. Malakhovski: LE GUARDIE ROSSE DEL QUARTIERE VYBORGSKI

Alla fine di agosto 1917 arrivai a Pietrogrado proveniente dal fronte occidentale dopo aver scontato una pena per propaganda di idee bolsceviche. Il reggimento dove io ero semplice soldato, mi aveva informato che, in virtù di un ordine di Kerenski emanato subito dopo i fatti di luglio, ero, insieme a migliaia di altri, radiato per sempre dall'esercito in quanto" traditore e figlio indegno della patria".

Ciò però non mi turbava affatto. Dopo aver trascorso un po' di tempo sul fronte imperialista in mezzo ai soldati, ardevo dal desiderio di partecipare alla rivoluzione proletaria, al rovesciamento del governo Kerenski. Non parlo qui delle mie motivazioni teoriche, dal momento che appartenevo al partito bolscevico fin dal 1910, quando aderii al circolo socialdemocratico di Pietroburgo, diretto da Kudelli.

Senza attendere le istruzioni ufficiali del partito decisi di cercare, con l'aiuto dei miei amici, un lavoro di semplice militante che fosse però sempre nell'ambito militare. A settembre ero istruttore della Guardia Rossa. In quel momento, la situazione della rivoluzione e della Guardia Rossa non erano affatto brillanti.

Dopo gli avvenimenti dal 3 al 5 luglio, la controrivoluzione rialzava la testa. Il governo provvisorio perseguitava le organizzazioni e la stampa bolscevica, assassinava i nostri, arrestava i capi del proletariato, metteva i nostri militanti fuori legge.

Il governo, composto soprattutto dai rappresentanti della sedicente "democrazia rivoluzionaria", mirava essenzialmente a disarmare il proletariato, a sciogliere la Guardia Rossa.

In quel periodo una parte della Guardia Rossa era costretta a farsi passare per una semplice milizia di officina. Certo gli effettivi di questa milizia erano un po' troppi per la protezione delle imprese. Dato che gli operai facevano la guardia a turno, nessuno ignorava che si trattasse della Guardia Rossa. Impotenti ad annientarla, la borghesia e il Governo Provvisorio volevano almeno confiscare una certa quantità di armi, ma non riuscivano a fare neppure questo.

Ciononostante, all'inizio di settembre, gli organi della Guardia Rossa nelle officine ("commissioni", "terne", qualche volta si diceva "stato maggiore") erano abbastanza dispersi. Così, al mio arrivo all'officina "Novy-Lessner" in qualità di istruttore, non vi era praticamente nel quartiere né commissioni né stato maggiore.

Oltre a me, c'erano nel quartiere altri quattro o cinque istruttori dell'organizzazione militare del comitato di partito; da Pietroburgo eravamo destinati nelle fabbriche "Novy Lessner», "Eriksson" e qualche altra.

Distaccamenti della Guardia Rossa erano presenti in altri stabilimenti, si può dire dappertutto sebbene allora non ci fossero né questionari né statistiche. Ce n'erano non solo nelle grandi fabbriche, ma anche nelle piccole.

L'influenza però della sezione militare del Comitato Centrale del Partito era allora poco avvertita. E' quanto le si rimproverava, e giustamente, alla seduta del C.C e alle riunioni dei militanti in ottobre, quando si contavano le nostre forze alla vigilia dell'insurrezione.....

Decidemmo di approfittare del tempo a nostra disposizione per istruire gli operai che ne avevano molto bisogno. Poichè lavoravano per la difesa non erano stati mobilitati e, a parte qualche rara eccezione, non avevano alcuna pratica militare.

Ci mettemmo all'opera. All'inizio, esitavamo ad effettuare degli esercizi nelle strade e non uscivamo dal recinto dell'officina. Così avvenne a Novy Lessner e altrove. Passando però dall'istruzione individuale all'istruzione per gruppi, fummo obbligati a uscire in strada. D'altra parte, le nostre esitazioni non durarono a lungo, infatti non avevamo ragioni di temere gran ché nel nostro solido quartiere operaio. Ci si impadronì rapidamente di qualche terreno vicino alle officine. Là ci si esercitava ad allinearsi, a formare le file, ad avanzare, ad andare all'assalto, a marciare al passo, a maneggiare le armi. Il lavoro procedeva a pieno ritmo.

Per tutto il giorno si istruivano distaccamenti operai che si alternavano.

Non avevamo di ché lamentarci dei nostri allievi. Nei ranghi della Guardia Rossa, vi erano non solo delle giovani guardie, ma anche degli uomini di una certa età e perciò si marciava a meraviglia. Gli operai, più sviluppati e più decisi dei contadini che formavano il grosso delle truppe del vecchio esercito, imparavano fretta, con interesse e ardore, i segreti dell'arte militare e progredivano a passi da gigante, più rapidamente di quanto avrebbero fatto nelle caserme zariste...

All'epoca dell'avventura di Kornilov, la Guardia Rossa si componeva di volontari. Per entrarvi, occorreva essere presentati da due Guardie Rosse o due membri del partito, oppure dai  consigli di fabbrica e dai sindacati.....

Gli effettivi della Guardia Rossa non facevano che aumentare. Non mi ricordo più quante unità avevamo esattamente previsto. Dalla fine di settembre però, si formò un battaglione alla Novy Lessner e durante l'insurrezione si arrivò a mille uomini, ossia due battaglioni.

Delle mitragliatrici avevano fatto la loro apparizione in numerosi distaccamenti, si imparava con passione a meneggiarle, e si formarono parecchi gruppi di mitraglieri....

Venne la notte del 25 ottobre. Il «Centro» ha preso la decisione di agire. Nei quartieri si diede l'ordine di nascondere, a ogni buon fine, libri, documenti, liste di membri del partito e della Guardia Rossa, ecc. Si avvertiva un non so ché di solenne, i nervi erano tesi. La Guardia Rossa del nostro quartiere era allora un appoggio solido per la città e così si riponevano in essa le più serie speranze. Durante la giornata ma soprattutto alla sera avemmo il tempo di mettere non pochi distaccamenti a disposizione del Comitato militare rivoluzionario e di concentrarne una parte allo stato maggiore... Il morale era così alto, la voglia di combattere così forte, che nessun gruppo di guardie bianche e di allievi ufficiali, che disarmavano e assassinavano le guardie rosse nel centro della città, rischiava di mostrarsi alle nostre postazioni.

Nella notte tuonò il cannone dell'Aurora, sibilarono i proiettili, crepitarono le mitragliatrici. I nostri distaccamenti parteciparono alla conquista del Palazzo d'Inverno, della Centrale Telefonica, della Banca di Stato, della fortezza Pietro e Paolo ecc.

Si sa che l'insurrezione si svolse senza quasi spargimento di sangue. La reazione non poté opporre alcuna resistenza fino a domenica 28 ottobre. Quel giorno cominciammo a ricevere tristi notizie sulle nostre sconfitte e sui successi delle guardie bianche. Ci furono dei sollevamenti in alcune scuole militari, agitazioni in alcune unità cosacche, la centrale telefonica cadde nelle mani di alcuni allievi ufficiali, ecc. Mi ricordo che il compagno Orlov arrivò dallo Smolny e espose la situazione poco brillante a una seduta dello stato maggiore della Guardia Rossa. Per alcuni minuti ci sentimmo abbattuti. Si sarebbe detto che lo spettro della sconfitta passasse davanti agli occhi di tutti noi... Ma ci si riprese... Si tenta il colpo.... Comunque avremo tenuti al bando per quattro giorni i ministri capitalisti... Come al solito si chiacchierò, si scherzò, poi di nuovo ci si tuffò nel lavoro.

In realtà gli affari non andavano poi così male. In capo a qualche ora, verso sera, incominciarono ad arrivarci le buone notizie: "Abbiamo rioccupato la centrale telefonica, gli allievi ufficiali sono sconfitti, i cosacchi, dopo alcune esitazioni e tentennamenti, si sono schierati col potere dei soviet".

Non era tutto naturalmente. Le nostre guardie rosse ebbero non poco da fare davanti a Pulkovo. Nel corso di questi combattimenti si capì che la guardia rossa non era affatto adatta a imprese del genere. E' vero che i combattenti diedero prova di un eroismo e di una abnegazione straordinaria, si dimostrarono pronti a soffrire la fame, il freddo e a sacrificare la loro stesso vita; con il loro entusiasmo sollevarono e trascinarono i soldati della guarnigione; richiesero l'invio di obici e di cartucce sulle prime linee; eseguirono senza brontolare tutti gli ordini; andarono coraggiosamente all'attacco senza il minimo desiderio di disertare... Nessuno potrebbe dire che gli operai di Pietrogrado abbiano ceduto anche solo per un momento; no sicuramente. D'altra parte, questa intrepida armata non avrebbe potuto durare a lungo senza una buona organizzazione centralizzata; la cosa più grave poi era l'equipaggiamento rudimentale di questi meravigliosi soldati che, lasciando il tornio per gettarsi nella battaglia, si trovarono privi di rifornimenti e di munizioni sufficienti. Se all'interno delle città si poteva, volendo, passarci sopra, non era la stessa cosa sulle alture di Pulkovo, dove la situazione era ben altrimenti difficile. Non si poteva vincere di un sol colpo Krasnov e Kerenski; la lotta andava per le lunghe ma bisognava fornire ai combattenti almeno un po' di cibo...

Un altro difetto caratteristico e serio della Guardia Rossa era una specie di «spavalderia». Durante gli attacchi, quando si avanzava a balzi successivi, i combattenti non si chinavano affatto, da ciò non poche inutili perdite. Già durante gli esercizi molte Guardie Rosse si erano distinte per tali prodezze. Quando noi istruttori dicevamo loro che ciò era inammissibile rispondevano che chinarsi e mettersi ventre a terra era vergognoso per dei rivoluzionari, era indice di codardia. Non era facile persuaderli che si trattava di regole militari praticate da molto tempo e che non erano affatto destinate a dei paurosi e che in verità, non vi era alcun buon senso ad offrire la fronte ai colpi nemici.

Finalmente finirono i combattimenti, le guardie bianche furono sconfitte nella città e nei dintorni. Il nostro lavoro però non diminuiva affatto, bisognava sempre fare sforzi sovrumani in una situazione straordinariamente difficile.

E. Bosch: LE GIORNATE DI OTTOBRE A KIEV

Sin dai primi giorni di ottobre a Kiev si cominciò a lavorare febbrilmente per la preparazione, il 22 ottobre, del Congresso Panrusso dei Soviet. Uno dopo l'altro si riunirono tre congressi: il primo, il congresso regionale dei delegati operai, contadini e soldati, adottò una risoluzione che richiedeva il passaggio del potere ai soviet; il secondo, il congresso delle organizzazioni cosacche di tutta la regione limitrofa convocato dai commissari del governo provvisorio, adottò una risoluzione in sostegno a detto governo; il terzo, il congresso delle organizzazioni militari che facevano parte della Rada Centrale, riconobbe quest'ultima come il solo potere governativo in Ucraina.

A Kiev la maggioranza del proletariato e della guarnigione era per il potere dei soviet, una parte dei ferrovieri e degli operai della fabbrica Greter seguiva i partiti piccolo borghesi, le truppe di guardia, gli junker, i cadetti erano per il governo provvisorio, la Rada centrale non poteva contare che su due reggimenti che essa stessa aveva costituito.

Durante la prima metà di ottobre le esitazioni del Comitato del Partito bolscevico di Kiev indussero le masse rivoluzionarie e il soviet dei deputati operai a restare inattivi e ad adottare una posizione attendista. I partigiani del governo provvisorio utilizzarono tale situazione per organizzarsi e rafforzare le truppe "sicure". Dal 6 all'8 di ottobre i partiti piccolo borghesi, membri del Comitato Esecutivo del Soviet dei delegati operai, del Comitato Esecutivo del Soviet dei delegati soldati e della Duma municipale, crearono un Comitato di Salute della Rivoluzione che in seguito si fuse con lo Stato Maggiore della regione. A partire dal 10 ottobre lo Stato Maggiore cominciò a concentrare delle truppe a Kiev, prendendo però le precauzioni necessarie affinchè il fatto non trapelasse.

Di notte, in un silenzio totale, i "battaglioni della morte" entravano in città, le bandiere nere spiegate sulle quali, proprio nel mezzo, brillavano lugubremente dei teschi ricuciti di bianco. Nella città male illuminata il passante solitario rabbrividiva quando incrociava questi presagi di violenze selvagge e di sanguinose repressioni. Di giorno però nelle strade tutto era calmo e non si poteva scorgere alcun segno premonitore della tempesta. La Rada centrale creò allora un Comitato Territoriale di Salute della Rivoluzione. I movimenti notturni di truppe a Kiev suscitarono l'inquietudine negli eserciti rivoluzionari e nelle organizzazioni operaie e il 15 ottobre alcuni rappresentanti delle fabbriche e delle organizzazioni militari, attraverso la frazione bolscevica, fecero depositare presso il Comitato Esecutivo le seguenti rivendicazioni:

1) Esigere dallo Stato Maggiore la cessazione immediata di ogni movimento di truppe verso Kiev.

2) Sostituire i reggimenti che garantiscono la difesa del Soviet con truppe più sicure.

Il Comitato Esecutivo respinse a maggioranza le due richieste; la frazione bolscevica pretese allora la convocazione immediata del Plenum del Soviet dei delegati operai. Ciò avvenne però solo il 24 ottobre e su proposta della frazione bolscevica si decise di creare un Comitato Militare Rivoluzionario. Tutti i partiti piccolo borghesi membri del Soviet protestarono energicamente contro tale decisione e solo i bolscevichi entrarono nel CMR. Il 25 ottobre, su ordine dello Stato Maggiore regionale, gli junker circondarono la sede del Soviet e arrestarono il CMR e il Comitato bolscevico di Kiev. Quando la notizia dell'arresto giunse nelle fabbriche, gli operai si prepararono subito alla lotta armata. Tutto il lavoro di organizzazione si concentrò sull'arsenale. Il 26 ottobre gli operai uscirono dalle fabbriche. Allo scalo merci i ferrovieri si impadronirono di un convoglio di armi che consegnarono agli operai dell'arsenale i quali le fecero subito distribuire nelle fabbriche. Una volta armati lasciammo in massa tutte le fabbriche marciando verso la Duna municipale per esigere la liberazione immediata dei prigionieri. Non appena però ci fummo radunati sulla piazza, ecco gli junker sui carri armati, i battaglioni della morte e i cadetti incominciarono ad occupare tutte le strade e tutti gli accessi vicini, accerchiandoci in una morsa compatta e ostile. Avanzarono verso di noi e quando i loro primi ranghi furono a qualche passo dai manifestanti risuonò il comando degli ufficiali seguito dappertutto dal crepitio dei colpi; ci sdraiammo al suolo e cominciammo a rispondere al fuoco. Improvvisamente, sulle nostre teste, cominciarono a tuonare gli schrapnell. Al segnale convenuto ci lanciammo allora tutti quanti contro uno dei distaccamenti nemici, lo sfondammo e ci ritirammo verso l'arsenale dopo aver subito pesanti perdite. Per tutta la notte ci preparammo febbrilmente a un nuovo attacco; concentrammo le forze principali nell'arsenale e nei quartieri di Shulevski e di Podolski, fortificammo le barricate e gli sbarramenti e sin dalle prime ore del mattino ingaggiammo una lotta feroce con le truppe controrivoluzionarie. Il primo giorno fu impossibile determinare da che parte pendesse la bilancia della vittoria. Le strade cambiavano più volte di padrone e alla sera del secondo giorno i bianchi ci fecero battere in ritirata. Decidemmo allora di trincerarci nei quartieri operai. Il mattino del terzo giorno alcuni rappresentanti della Duma municipale vennero a proporci una trattativa di pace. Nel frattempo il secondo corpo di guardia occupò Jmerinka, alla periferia di Kiev, e inviò le sue truppe in soccorso del proletariato.

Lo Stato Maggiore del Governo Provvisorio di Kiev fu il primo a saperlo, per cui si affrettò a trasferire i suoi poteri alla Rada centrale e battè in ritirata con gli junker e le truppe rimaste fedeli al governo provvisorio.

La Rada centrale, fingendo di sostenere gli insorti, fece occupare dal reggimento Bogdanovski tutti i posti di guardia della città e fece liberare i membri del CMR e del Comitato bolscevico che erano stati arrestati.

Il proletariato credette davvero che l'azione del Bogdanovski significasse il passaggio del reggimento dalla parte delle masse rivoluzionarie e depose le armi. La lotta armata cessò, il proletariato di Kiev si considerò vincitore e, quando ci fu il 2° Plenum dei Soviet dei Comitati di Fabbrica e di Officina, proclamò solennemente che a Kiev tutto il potere apparteneva al Soviet dei delegati operai.

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