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Quando
il PCI mando gramsci
in soffitta ;
riproponiamo un
“attualissimo”
articoli di
tenta’anni fa,
apparso in Lotta
Comunista a firma di
Roberta Casella.
Sono passati 30
esatti, il PCI, il
partito che si
denominava PCI è
solamente polvere;
non esiste piu da
anni; alcuni dei
suoi ultimi
dirigenti cercano di
sopravvivere
politicamente
inventandosi e
reinventandosi
formule e partiti,
ma ben presto anche
loro saranno solo un
ricordo, anzi
neppure un ricordo,
saranno semplicemnte
polvere politica. Gramsci e il comunismo invece
al contrario seguono
illuminando il
cammino dell’umanità.
La Lotta Comunista
n. 77, del
1997, pag. 3
P.C.I.: ANCHE
GRAMSCI IN SOFFITTA
Da
tempo, da quando nel
dopoguerra prendemmo
conoscenza con
appassionato
interesse delle
riflessioni che, nei
lunghi ed amari anni
di carcere
fascista. Antonio
Gramsci aveva
lasciato nei suoi
quaderni, ci
convincemmo che il
pensiero gramsciano
ben pochi
continuatori
coerenti avrebbe
trovato. Spiegammo
le ragioni della
nostra valutazione.
Avremo occasione di
ritornare a
spiegarle con
ulteriori
considerazioni
analitiche. Comunque
il tempo ci ha dato
ragione.
Il PCI,
dopo aver utilizzato
parzialmente alcune
teorie gramsciane ed
averne lasciato in
ombra molte altre,
si appresta ad
abbandonare anche i
concetti di egemonia
e di moderno
principe con i quali,
per anni, aveva
voluto stabilire una
continuità di
tradizione culturale.
Come esercizio di
rigore e di serietà
l'odierno spettacolo
"pluralistico" degli
intellettuali del
PCI è poco
edificante. Più che
al classico Ser
Niccolò Macchiavelli
si apparenta a
Stenterello, più che
al principe somiglia
al suo giullare.
Sono
passati pochi anni
da quando il PCI
tentava l'operazione
di contrapporre
l'italiano Gramsci
al russo Lenin. Ma
nel giro di pochi
mesi anche la
trincea gramsciana
viene abbandonata ed
oggi il suo pensiero
viene svenduto con
cadenza quotidiana.
Da
tempo la nostra
organizzazione
individua nel peso
crescente degli
intellettuali negli
organismi direttivi
del PCI una delle
ragioni del
deteriorarsi della
sua forza. E'
paradossale che
siano proprio questi
intellettuali, che
per Gramsci devono
costituire la forza
del moderno principe,
quelli che
contribuiscono con
sempre maggiore lena
a gettare il suo
pensiero alle
ortiche.
L'opportunismo non
ha bisogno d i
grandi teorie per
giustificare la
propria pratica.
Proprio per questo i
partiti opportunisti
più forti non hanno
mai avuto bisogno di
rinnegare
formalmente le loro
tradizioni.
L'opportunismo
italiano invece
proprio perché più
debole é dovuto
ricorrere di più ai
miti ideologici Oggi
sotto i colpi delle
più attrezzate
scuole d i pensiero
borghesi deve
abbandonare
frettolosamente
quell"'italo
marxismo" che fino a
ieri sbandierava
come un suo punto di
forza.
Primo
atto: "Il 'primato
della politica'
affermato da Gramsci
è l'introduzione al
totalitarismo"
Così
nell'estate di
quest'anno "Il
Giornale " di
Montanelli
riassumeva quello
che secondo lui era
il grido di allarme
della cultura
liberaldemocratica
contro "lo
strapotere della
cultura marxista".
"Come
uscire dalla
trappola? quando
l'apparato
totalitario ha già
in mano la radio, la
televisione, i
giornali, la scuola,
le case editrici, il
teatro e il cinema,
i libri di testo, i
premi letterari che,
come i premi Cremona
di Farinacci,
esaltano il "primato
della politica ?" si
chiedeva
l'articolista.
Era il
lá ad una campagna
che avrebbe presto
messo alle corde un
''comunismo così
intellettuale, e
così italiano" come
si diceva in un
altro articolo dello
stesso periodo. La
classe operaia aveva
scelto la via della
cultura per
affermare la propria
egemonia. Questa la
versione avvalorata
da anni di
chiacchiere degli
intellettuali del
PCI--scelta per
chiamare alla
riscossa una piccola
borghesia che
metteva in un unico
fascio "l'assenteismo
operaio" e lo scarso
rendimento
scolastico dei
propri figli.
L'attacco era ben
studiato e
orchestrato. Puntava
sul lato più debole
dell'opportunismo:
la crescente
presenza nelle sue
file di un gran
numero di
intellettuali
chiacchieroni e
convinti del loro
ruolo di punta.
L'attacco del "Giornale"
proseguiva.
Recensendo nel
settembre una nuova
rivista si diceva: "L'avvenire
del totalitarismo si
chiama gramscismo,
dice Augusto Del
Noce. Proponendosi
di cancellare
nell'uomo la memoria
storica, esso
sostituisce il mito
alla cultura: si
tratta di
un'operazione di
apparati non
polizieschi ma
intellettuali.
Purtroppo--conclude
l'analisi
sociologica di
Corrado Barberis--la
falange degli
intellettuali
disponibili per
operazioni del
genere e' foltissima
Essi formano il
nuovo ceto dominante
il quale fonda il
privilegio
nell'istruzione,
così come la classe
precedente lo aveva
fondato sulla
proprietà".
Il
richiamarsi al
primato della
politica, esercitato
dagli intellettuali
del PCI come il
primato della
chiacchiera, era il
simbolo della
volontà egemonica
della sinistra
parlamentare, contro
il quale scagliare
il "materialistico
interesse" dei
proprietari'
Intermezzo: Le
contorsioni di "Rinascita"
I
teorici del PCI,
partiti con la
convinzione che le
loro contorsioni
linguistiche
sarebbero state
sufficienti a
dribblare gli
attacchi (e scartare
gli attaccanti), si
accorgono oggi che
anche le parole
possono contare.
Cercano perciò di
disfarsi al più
presto di 'primati"
ed "egemonia" e con
loro di Gramsci
Ancora
nel febbraio del
1975 Luciano Gruppi,
teorico del PCI,
cercava di combinare
il concetto di
egemonia con quello
di pluralismo.
Diceva "Abbiamo
accolto da una
tradizione che non é
nostra ,quella
cattolica, il
termine di
'pluralismo".
Nessuno scandalo! Un
pensiero procede
confrontandosi con
altre concezioni e
da quelle anche
accogliendo concetti,
spunti, esigenze. Ma
per noi, il termine
di "pluralismo"
cambia
sostanzialmente di
significato, perché
non si riferisce più
ad una società (e
tanto meno ad un
partito) capace--illusoriamente!
--di comporre,
nell'interclassismo,
classi sociali
antagoniste. Per noi,
il termine nasce dal
fatto che abbiamo
preso coscienza di
come sia enormemente
cresciuto, nella
nostra società, il
peso e il dominio
del capitalismo
monopolistico e come
ciò abbia
determinato nuove
contraddizioni
all'interno della
stessa
stratificazione
della borghesia. E
dal fatto che di
fronte a tale nemico
di classe e ad una
complessa
stratificazione
sociale, quale e'
quella italiana, la
classe operaia può
assolvere al suo
compito
rivoluzionario solo
se concepisce in
modo nuovo la
egemonia del
proletariato".
Siamo
già molti passi
distanti da Gramsci
ma si polemizza
ancora con
l'interclassismo del
tipo DC, e si ripete
sempre la favola dei
fronti
antimonopolisti che
appianerebbero le
contraddizioni tra
padroni e operai.
Ma a
soli due anni di
distanza l'egemonia
della classe operaia
é trasformata in
semplice "capacità
di direzione" ed "é
chiamata a
costituire un
sistema di alleanze
assai vaste ed
articolate, anche
contraddittorie,...."
(Rinascita 17
dicembre 1976).
In
un'intervista
all'Espresso del 5
dicembre 1976 il
pluralismo é ormai
diventato come
quello della DC: "Basti
vedere lo sforzo che
abbiamo compiuto per
inserire tra gli
alleati degli operai
i piccoli e medi
imprenditori che in
fabbrica gli operai
stessi si ritrovano
come rivali
antagonistici" Ecco
come in due soli
anni il pluralismo é
diventato "capace--illusoriamente!
--di comporre,
nell'interclassismo,
classi sociali
antagoniste."
Infine
la teoria
dell'egemonia di
Gramsci, sebbene
rimaneggiata, non
serve più a guidare
la politica del PCI
ma è "un passaggio
obbligato per chi
voglia capire il
nostro nesso tra
riforme e
rivoluzione." "...E'
indispensabile per
capire come si
arriva da Lenin al
PCI negli anni 70."
E ' diventata cioè
un utile strumento
per gli studiosi di
storia del PCI.
"Dopo di che -
conclude Gruppi -non
abbiamo difficoltà
ad ammettere che di
strada se ne é fatta,
e tanta" E così
Gramsci dopo esser
stato "superato"--come
dice Gruppi -in
tutti i punti del
suo pensiero, può
essere
definitivamente
buttato alle ortiche.
Secondo
atto: Egemonia
uguale totalitarismo
La
pressione sul PCI si
é presto spostata
dal campo teorico a
quello politico. Le
richieste di
precisare d concetto
di egemonia si sono
trasformate in
quelle d i chiarire
che fine farebbe
l'opposizione se il
PCI andasse al
governo. La parola é
passata dai teorici
ai politici e agli
editorialisti.
Zaccagnini vuole
precisazioni sul
concetto di
egemonia: "e non ci
tranquillizza molto
la precisazione che
comunque non si
tratterebbe tanto
dell'egemonia del
"principe"
gramsciano, vale a
dire del partito
comunista quanto
della classe operaia
che però, non può
prescindere dal
"momento partito". E
Ronchey, sul
Corriere della Sera
chiede al Comitato
Centrale del PCI di
"buttare all'aria i
cassetti
dell'ideologia,
"Norberto Bobbio in
una serie
interminabile di
articoli invita i
dirigenti del PCI a
non giocare sul
concetto di
pluralismo, mentre
appaiono a getto
continuo articoli
che variamente
dimostrano
l'incompatibilità d
i concetto di
egemonia in Gramsci
con quello di
pluralismo sostenuto
dal PCI.
Iniziano da parte
dei dirigenti del
PCI ad uscire una
serie di
dichiarazioni, prima
caute, poi sempre
più aperte che
prendono le distanze
da Gramsci
A
Napoli, ad un
dibattito tenuto il
16 settembre Nicola
Badaloni, presidente
dell'istituto
Gramsci" ha
difeso--come
riferisce la
Stampa--il grande
marxista sardo, ma
senza dogmatismi,
precisando che il
PCI é pronto a
prendere le distanze
anche da Gramsci
,"ha detto inoltre
che verrà fatto un
convegno "per
accertare cosa c'è
di vivo e valido e
cosa c'é di superato
e inerte nel
pensiero gramsciano.
"
Ingrao
su Rinascita del 3
dicembre dice: "Non
credo che noi
possiamo mettere
sulle spalle di
Gramsci tutte le
cose che andiamo
dicendo oggi" e
Gruppi
nell'intervista
citata afferma: "Se
ci fermiamo alle
definizioni date da
Gramsci non si
arriva certo al
pluralismo."
Infine
Umberto Cerroni,
sull'Unità del 28
dicembre afferma
testualmente: "Ora,
proprio la logica
politica ha imposto
al movimento operaio
italiano--con la
sconfitta di fronte
al fascismo, prima,
con la lotta
antifascista e con
la costruzione di
una repubblica
democratica
poi--prospettive
nuove e diverse e
per certi aspetti
nettamente
contrastanti con
quelle che si erano
affermate attorno
agli anni 20 e che
ne avevano segnato
la sconfitta."
Che
significa attribuire
anche a Gramsci la
sconfitta di fronte
al fascismo, novità
assoluta detta da
un'esponente del
PCI.
Finale:
La parola passa ai
notabili del P.C.I.
Le
revisioni teoriche
hanno motivazioni
pratiche.
L'ultimo Comitato
Centrale del PCI
quello del 13
dicembre 1976 ne e'
un'illustrazione.
Nella
relazione di
Cervetti, di taglio
molto difensivo, si
osserva che le
domande sul
pluralismo e
sull'egemonia che da
più parti vengono
rivolte al PCI "si
intrecciano con
esigenze che
scaturiscono
dall'interno stesso
del partito."
L'egemonia
contestata dalle
altre forze
politiche se
riferita all'intera
società, viene messa
in discussione anche
all'interno del
partito.
Se
nella società "si
tratta tuttavia
oggi--dice
Cervetti--di
costruire uno
schieramento laico
comprendente anche
le forze moderate o
ampi settori di
esse" all'interno
del partito si
tratta di soddisfare
le esigenze
"antiegemoniche", di
autonomia nei
confronti della
segreteria con la
formazione di un
Consiglio Nazionale.
In esso entrano come
membri d i diritto
"i componenti dei
direttivi
parlamentari,
esponenti di
Consigli Regionali e
degli Enti Locali",
rappresentanti dei
comunisti impegnati
nelle Cooperative e
nei sindacati, ecc.
Questo
Consiglio Nazionale
secondo la proposta
di Cervetti avrebbe
tra l'altro " la
possibilità di
procedere ad un
rinnovamento
elettivo degli altri
organismi".
Il
parlamentarismo
entra ufficialmente
negli organismi
dirigenti del PCI
sull'onda del
pluralismo!
La
rappresentanza da
parte delle varie
componenti del PCI
di interessi
"antagonistici"
sgombra la strada ai
seppellitori d i
Gramsci.
Tortorella,
responsabile della
sezione cultura del
PCI, nel suo
intervento al
Comitato Centrale
vuole superare i
ritardi e il
"divario tra
elaborazione
politica e teorica"
proponendo di '
andare oltre" non
solo Gramsci, ma
anche Togliatti "per
dare il nostro
contributo al
superamento reale
della controffensiva
che é in atto anche
sul terreno
culturale e ideale."
Ma
l'atteggiamento dei
dirigenti del PCI é
chiarito meglio di
ogni al tra cosa
dall'intervento
sconcertato
dell'anziano
senatore Donini Egli
invita i membri del
Comitato Centrale a
riflettere sul "modo
in cui questa nostra
linea politica viene
concretamente
giustificata e
talvolta praticata."
Ho
l'impressione che vi
sia in taluni
compagni una
tendenza, che io
considero
estremamente
pericolosa, a
considerare la
storia passata del
partito e del
movimento operaio in
generale come
qualcosa da rivedere
radicalmente e in
qualche modo persino
da dimenticare, in
vista di una nuova
fase, che a me pare
invece non ancora
esaurita (...) ma é
sconcertante come da
parte di taluni
compagni si pensi di
poter procedere ad
una semplicistica
revisione. E
tuttavia ad una
semplificazione, i
cui criteri ben poco
hanno di
storicistico, si dà
luogo da parte di
alcuni su una serie
di temi assai
rilevanti;
affermazioni secondo
cui la rivoluzione
russa del 17 fu
"prematura", o
secondo cui il
nostro sarebbe un
partito marxista ma
non leninista, o
secondo cui il
profitto non possa
essere posto in
discussione, essendo
ancora la nostra una
economia "di
mercato", o secondo
cui nella società
italiana vi
sarebbero più
"elementi di
socialismo" che non
in quella sovietica
Affermazioni di
questo genere
assolutamente fuori
dalla realtà non
possono non
suscitare nel nostro
partito la più viva
preoccupazione."
Anche
per il vecchio
senatore ce n'è
d'avanzo.
ROBERTO CASELLA
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